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Le mie riflessioni

UNA RIFLESSIONE PER IL CO…

UNA RIFLESSIONE PER IL COMPLEANNO NUMERO 69 DEL 14 SETTEMBRE

Nella prosimità di compiere il mio 69° anno di vita (essere nati il 14 settembre… giorno della Esaltazione della Croce, nell’anno 1943 con guerra civile in corso… potrebbe essere una indicazione di vita non facendo guerra a nessuno e non essendo croce per nessuno…) mi viene da pensare a quanto sono stato fortunato piacendomi da morire gli eventi che mi capitano per caso. Einstein definiva il caso: “Dio che gira in incognito” e continuava asserendo che “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”. Misterioso quindi tutto quanto ci capita per caso! Guai a volerlo capire, spiegare…Pacificante accettarlo e dire grazie godendone, anche perchè alternativa non c’è.

Come mi è successo proprio domenica 9 settembre. Per caso vado con Maria (anche lei incontrata per caso qualcosa come 44 annu  fa) ad Albano dove un mio caro amico fratello prete, e ora anche monsignore, don Carlino Panzeri (che ho incontrato per caso… avendomi lui cercato – e questo è ancor più intrigante sul versante del mistero – all’inizio degli anni ’80) offriva una giornata di spiritualità ai fidanzati della zona. Tra le espressioni più penetranti, una mi ha colpito a proposito di relazioni interpersonali da vivere in maniera reciprocamente nutriente. Questa: “Più si conosce, meno si giudica… meno si conosce più si giudica”. Perbacco! Allora chi è incline al giudizio è a corto di intelligenza! Allora io che sto giudicando il fratello corto di intelligenza sono a mia volta a corto di intelligenza… Forse è una questione di uso dell’intelligenza. Se uso l’intelligenza alla maniera di uno specchio che riflette la realtà che si rispecchia nella mia mente e mi limito a descrivere quanto rispecchiato, allora faccio buon uso dell’intelligenza. Se invece uso l’intelligenza per chiosare, interpretare, congetturare, ipotizzare quanto riflesso nella mente allora corro il rischio di arrivare alle soglie del giudicare. Senza dire che gli specchi non pensano… però riflettono… in silenzio! Bellissimo l’aforisma del “giudizio”. A condizione però di ssaper riconoscere il virus del giudizio abilissimo ad annidarsi in certi modi di dire o opinioni o impressioni… Dire che quando piove il tempo “è brutto” è dare un giudizio. E se l’acqua si offendesse e non piovesse più! Non è più realistico dire che si tratta di tempo “piovoso”? L’acqua non è brutta, ma semplicemente “chiara” (si vede con gli occhi), “fresca” (si tocca con  mano), “dolce” (si gusta con il palato) come poeta il Petrarca. Che viene battuto da san Francesco il quale descrive l’acqua (e non la giudica) facendo uso dell’intelligenza spirituale (e non solo di quella sensoriale – materiale) e dicendo che essa è “utile, umile, preziosa, casta”. E per concludere… c’è chi paragona il giudicare ad una etichettatrice sempre pronta aD appiccicare etichette o a una mitragliatrice sempre pronta a sparare giudizi (frettolosi e sommari…) e il valutare o descrivere quello che si riflette nella nostra mente a una macchina fotografica che, senza batter ciglio, riprende, quanto osserva… e ne sviluppa il positivo…Resto in attesa di osservazioni e di critiche, ma soprattutto di auguri…

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di | 12 settembre 2012 · 15:37

A PROPOSITO DI “spirito e anima”…TANTO PER CAPIRCI UN PO’…

E’ opportuno ricordare che tutte le difficoltà di comprensione del “mistero cosmico della vita” derivano dalla congenita incapacità della mente umana di “immaginare” l’infinito, incapacità fondata sui limiti finiti e circoscritti di spazio-tempo in cui è abilitata a muoversi, limiti che parimenti costituiscono tuttavia l’unica risorsa alla quale attingere per provare a capirci qualcosa. Il più vistoso di questi limiti-risorsa è quello del linguaggio umano, così mutevole nel tempo… e così variegato da affibbiare alla medesima “parola” significato diversi… mai però contrastanti (da qui il concetto di “accezione”, significante le diverse chiavi di accesso alla parola in grado di introdurre nel mistero di una realtà-Verità succintamente vestita o mascherata di termini, vocaboli…). La Verità è nuda…e se è spirituale… pur continuando ad essere nuda … necessita di un abito. Da qui nascono le “parole”, tutti diversi abiti… Da qui, forse, la possibilità di capirsi, ma anche il rischio dell’incomprensione, del contrasto in luogo del confronto, del litigio in luogo dello scambio… Gibran scriveva. “Dio ha creato la Verità con molte porte per accogliere ogni credente che bussi”. Un Dio tollerante delle opinioni?                                                                                  Questo pensiero di Gibran ne richiama un altro di Rumi (mistico sufi dei tempi di Dante Alighieri): “La Verità era uno specchio che cadendo andò in frantumi e ognuno, prendendo un frammento e vedendosi rispecchiato dentro, pensò di possedere tutta la Verità”. Alla domanda, pertanto, in che rapporto stanno le parole “spirito” e “anima” la mia opinione è la seguente.

La Spirito sta all’anima come la Verità sta alle singole opinioni… Lo Spirito sta all’anima come l’Amore sta alle singole limitate amanti.  L’anima sarebbe la porzione (e mi si perdoni la “materialità” del concetto) particolare della Spirito- Verità-Dio in libera uscita nel tempo-spazio. Ma siccome le anime sono della stessa natura di Dio-Spirito, quindi invisibili… per renderle riconoscibili nello spazio-tempo vengono “mascherate”, vengono , per così dire, “impersonificate” (nella lingua greca “persona” equivale a “maschera”…  e i “personaggi” delle tragedie greche… recitavano appunto in maschera).

Un altro spunto di riflessione, che può offrire un’altra chiave di lettura del rapporto “Spirito-anima” viene da una espressione molto in uso dalla liturgia della Chiesa Cattolica, quella di “Corpo e Sangue, Anima e Divinità”… da cui potrebbe derivare che “il Sangue sta al Corpo come la Divinità sta all’Anima”… Comprensibile allora l’espressione di Gesù: “Chi non mangia la mia Carne e non beve il mio Sangue, non avrà la Vita Eterna”. Come si può notare ci si muove con un curioso intreccio di  concetti legati a “spazio-tempo-materia” per rendere comprensibili realtà extra… e l’anima a fare da ponte di collegamento per la Realtà Principe dello Spirito dalle diverse funzioni (creatore, vitale, d’amore, vivificatore, paraclito, di pace…)

La categoria scientifica più conveniente da usare per dare il più possibile sazietà alla mente umana assetata di verità è, pertanto,  quella del mistero… Scriveva già Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. A cui fa eco il moderno Runbek: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”. Laddove la mente, seduta a tavolino al chiuso di una stanza, cerca di capire, l’anima, affacciata alla finestra dell’universo, si accontenta di “contemplare”…

E per concludere, una citazione poetica: “La preghiera comincia dove termina la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro”. (Mario Luzi)

                                                                              ( Gigi Avanti)

 

 

 

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LA VITA IN DIRETTA (per la cura dell’inquietudine…1995)

Dio fa ogni cosa da Dio, non soffre il mal di denti, non ha pensieri per il domani e vive da sempre in diretta… Noi, anche se non riusciamo ad agire da Dio, sebbene spesso ci crediamo dei padri eterni, e siamo soggetti al mal di denti e preoccupati per il domani, una cosa possiamo fare come lui, quella di vivere in diretta… Soltanto questo, in ultima analisi, possiamo fare…

   Se non accettiamo visceralmente di vivere il bello della diretta del mistero della vita nel suo “qui ed ora” possiamo finire stritolati da tante cose… oltre che dal mal di denti. Possiamo finire stritolati dal “mal di vivere”, quel sottile male che prende all’anima più che al corpo (ma che potrebbe far ammalare anche alcuni organi del corpo)… Quel sottile male dell’inquietudine e della insoddisfazione per tutto quanto ci capita “qui ed ora” in quanto che la nostra attenzione  è rivolta al dopo, al domani, a quando saremo all’altezza, a quando non avremo più pensieri e problemi, a quando avremo sistenmato tutto..-

   Questa tendenza  a rimandare a dopo di vivere in pace, questa tendenza a vivere in “differita” , questa illusione di interpretare la vita come  fosse un tappeto arrotolato da srotolare a nostro piacimento… con tanto di moviola  è una tendenza piena di insidie.

   E’ una tendenza pericolosa anche per la salute e nasce a cominciare dal periodo dell’adolescenza quando si ha la fretta (o viene messa fretta) di voler diventare grandi consumando le energie dell’oggi in funzioni di un domani… di un domani che sarà sempre, paradossalmente parlando, un oggi esso stesso.

   A caratterizzare invece il vivere l’oggi di Dio nel “qui ed ora”, a vivere in diretta,  è invece l’attenzione al presente fatta di pacatezza, di serenità, di sobrietà, di contemplazione, di sorriso, di silenzio, intimamente convinti che alternativa non c’è.  Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto  tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai accadute”.

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LA VOCE DEL SILENZIO…(considerazioni del 1995)

“Il silenzio era diventato la sua lingua madre”. Ho riletto questa frase in treno di ritorno da uno dei miei soliti giri per incontrare i giovani. Ho riletto questa frase ed immediatamente mi sono sentito a disagio per le migliaia di parole dette, urlate, sussurrate, scritte, inviate, spedite…Mi sono sentito a disagio perchè ho intuito immediatamente l’inadeguatezza delle parole a comunicare o anche semplicemente a condividere o testimoniare il  grande mistero del vivere…

   E dentro a questo senso di indìadeguatrezza, che rivivo anche ora mentre sto scrivendo,  ho avvertito un forte e affascinante richiamo di silenzio, di quiete quali forse soltanto le oasi di preghiera dei conventi e dei monasteri o di quanto ad essi assimilabile possono soddisfare…

   Questo forte richiamo di silenzio e di quiete dell’anima può essere dovuto alla mia età, al livello di guardia a cui è arrivata in me la piena dei rumori e dei frastuoni del vivere odierno, alla oggettiva e martellante invadenza di spettacoli, convegni, dibattiti, pubblicità. Può sembrare, quindi, questo richiamo di silenzio, la tentazione di fuggire dal mondo, di sottrarmi alle mie rrsponsabilità di sposo, di padre di famiglia, di amico… una tentazione, pertanto, da rintuzzare e da vincere…

    Ma questa tentazione potrebbe anche nascondere un invito, un suggerimento.. quello di continuare a vivere facendo io sempre meno chiasso, essendo sempre più seminatore silenzioso di mistero più che non presuntuoso strumento di spiegazione, essendo cioè più voce che parola…

   Tale infatti sembra essere anche la lingua madre della natura e di Dio stesso, la lingua madre della voce del silenzio, degli immensi silenzi cosmici da ascoltare, da interpretare, da godere, di cui nutrirsi…

   Il silenzio della natura: la quiete intensa delle rocce, il respiro silenzioso degli alberi, il vagare muto degli astri, il formarsi lento della vita nel grembo delle madri…

   Il silenzio di Dio: un’eternità di silenzio reso un po’ più comprensibile grazie alla variante della “parola rivelata” e confinata nelle cinquecento paginette della Bibbia e grazie anche al brevissimo tempo dell’Incarnazione durante il quale il Figlio del Silenzio ha raccontato, nella sua Carne, del Padre, di Sè e dell Spirito per poi  subitamente ricomporsi nel silenzio del Pane e del Vino “eucaristici”… un silenzio così pregnante, così ammiccante, così tollerante, così benefico, così nutriente da bastare all’uomo fino a che Egli ritornerà… Da bastare all’uomo capace e desideroso di apprendere  la medesima lingua, una lingua senza lettere nè grammatica, senza verbi irregolari nè perifrastiche, senza periodi ipotetici nè sintassi… una lingua fatta appunto di silenzio e comunicabile attraverso il sorriso…

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ALCUNI SPUNTI DI ANDRAGOGIA (apprendimento degli adulti)

ANDRAGOGIA: è l’arte e la scienza per l’apprendimento degli adulti. Molti programmi di addestramento o di formazione degli adulti falliscono perché sono costruiti sulle basi della pedagogia che è l’arte e la scienza per l’apprendimento dei non adulti.

GLI ADULTI, infatti, apprendono in modo completamente diverso rispetto ai non adulti.Questo modo è basato sul fatto che l’adulto vuole controllare e dirigere (e non subire) il processo di apprendimento.Questo fatto richiede un approccio relazionale di “docenza” del tutto diverso.

Le idee fondamentali su cui si basa l’andragogia sono le seguenti:

1)  Gli adulti imparano quello che fanno (e non quello che gli viene detto).

2)  L’applicazione di quanto appreso è immediata (non differita); esempi ed esercizi sono realistici e pertinenti.

3)      Gli adulti vogliono ( e non devono) imparare e quindi accettano la responsabilità di gestire il loro apprendimento, di dirigerlo, di controllarne i risultati; il miglior risultato si ha quindi quando l’adulto è insoddisfatto del suo livello di competenza ed è motivato a  migliorarlo.

4)  L’apprendimento è centrato sui problemi (non sugli argomenti o sulle opinioni).

5)  Gli adulti apprendono meglio se possono costruire su ciò che già conoscono.

6)  Gli obiettivi sono discussi e concordati (non imposti dall’istruttore).

7)   L’apprendimento avviene meglio in un ambiente informale e collaborativi in  cui suggerimenti e feedback sono scambiati liberamente e apertamente.

8)  La valutazione viene fatta da colui che apprende (e non dall’istruttore).

9)  L’istruttore è un facilitatore che crea le condizioni favorevoli all’apprendimento,un collega che condivide la propria esperienza e non un professore che parla dalla cattedra.

10)  Ogni partecipante all’attività di addestramento è una sorgente di esperienza e di  conoscenza (e non soltanto l’istruttore).

                                                                                 ( Appunti di Antonio Raspanti (1953-1992) psicoterapeuta e trainer della SICOF del Consultorio LA FAMIGLIA di Via della Pigna 13/A, Roma rielaborati da Gigi Avanti nel 1991)

   

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A PROPOSITO DI CONSULENZA E TERAPIA (potenza della sana relazione… oltre i confini)

Premessa:

–          Il limite del linguaggio umano e la ricca accezione propria di ogni vocabolo spiega talune difficoltà di comprensione.

–          La tendenza di indulgere alla filosofia dell’aut-aut potrebbe portare a marcare forse troppo rigidi confini tra l’area della terapia e l’area della consulenza

–          Se è vero che non tutto ciò che luccica è oro, potrebbe essere anche vero che sia oro anche quello che non luccica.

            Si potrebbe inoltre considerare la possibilità di coesistenza incrociata di terapia a carattere consulenziale con consulenza a carattere terapeutico.

Mi piace riportare il seguente brano di Osho: “Un guaritore non è veramente un guaritore, perché non c’è niente che lui faccia. La guarigione accade attraverso di lui, lui deve solo annullarsi. Essere un guaritore significa proprio non essere. Meno ci sei tu, meglio la guarigione può accadere. Più ci sei tu, più il passaggio è bloccato. E’ Dio, o il tutto, o comunque tu preferisce chiamarlo, il guaritore. E’ la totalità a guarire. Una persona è malata è semplicemente qualcuno che ha creato dei blocchi tra sé e il tutto, c’è una sorta di sconnessione,. La funzione del guaritore è di riconnettere. Ma quando dico che la funzione del guaritore è di riconnettere, non intendo che il guaritore debba fare qualche cosa. Il guaritore  è solo una funzione, chi fa è Dio, è il Tutto. Allora guarire diventa quasi un’esperienza mistica, un’esperienza di preghiera, un’esperienza di Dio, dell’amore, del tutto.”

      

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Considerazioni sulle “tentazioni”…(prima e dopo Maometto)

Maometto affermava che “tre cose nella vita dell’uomo sono distruttive del benessere interiore“: AVIDITA’, IRA, PRESUNZIONE.

Tale affermazione trova però un significativo precedente negli insegnamenti spirituali-psicologici dei Padri del deserto vissuti ovviamente prima di Maometto. In particolare Evagrio Pontico (IV sec.) facendo riferimento alla filosofia greca che distingueva tre parti nell’anima e cioè CONCUPISCIBILE, IRASCIBILE, RAZIONALE… faceva corrispondere ad ognuna di queste tre parti alcuni vizi potenziali. Sono detti potenziali perchè nascono come inclinazioni allo stato neutro, data la corruzione della natura umana dovuta all’errore d’uso dell’intelligenza della prima coppia creata e che, non riconosciute e governate, possono gradatamente trasformarsi in veri e propri vizi capitali (che inizialmente erano appunto in numero di nove).

Per lanima concupiscibile (AVIDITA’ in Maometto) l’inclinazione o la tendenza è orientata verso se stesso o altro da sè da piegare a sè e si esplica nei confronti del CIBO (gola), della SESSUALITA’ (lussuria), dei BENI MATERIALI (avarizia).

Per l’anima irascibile (IRA di Maometto) l’inclinazione o la tendenza è orientata contro se stesso o altro da sè e si esplica nei confronti di SE’ (tristezza), degli ALTRI (ira), della VITA (accidia).

Per l’anima razionale (PRESUNZIONE  di Maometto) l’inclinazione è nel senso di una SUPERVALUTAZIONE  di sè e si esplica nei confronti di SE’ (vanagloria), degli ALTRI (invidia), della VITA (superbia).

E’ opportuno ricordare che inizialmente i “vizi capitali” erano in numero di 9 (SUPERBIA, AVARIZIA, LUSSURIA, IRA, GOLA, INVIDIA, ACCIDIA…. PAURA E MENZOGNA) cui sembra curiosamente fare da controaltare il numero 9 dei frutti dello SPIRITO SANTO elencati da San Paolo: AMORE, GIOIA, PACE, PAZIENZA, BENEVOLENZA, BONTA’, FEDELTA’, MITEZZA, DOMINIO DI SE.

Sembra di poter concludere che per “resistere” alle tentazioni onde non contrarre “brutti vizi” occorra per l’anima far maturare i frutti elencati. Tali frutti possono maturare a patto che l’anima sia ben radicata in Dio . E siccome il “frutto” per natura ha carattere di bellezza, gradevolezza, profumo…  insomma ha un insieme di caratteristiche tali da farlo desiderare, ne potrebbe derivare che tale dovrebbe essere anche il “comportamento” naturale e normale del credente.

Come afferma magistralmente la Familiaris Consortio (n. 19 – anno 1981): “I DONI DELLO SPIRITO SONO COMANDAMENTO DI VITA”.

Una succinta esemplificazione, frutto per frutto: AMORE (preferisco riceverlo o so anche darlo… senza farlo troppo pesare?), GIOIA (riesco a tradurre in sorriso visibile l’amore che affermo di avere?), PACE (cerco di essere persona di pace o tendo a mettere zizzania ricorrendo ai deleteri “però”?), PAZIENZA (sono tra quelli che portano pazienza o tra quelli che la fanno portare agli altri cedendo a nervosismi e pretese e non fidando nei tempi di Dio?), BENEVOLENZA (so dedicarmi al bene degli altri senza cadere nella vanitosa sindrome del “salvatore”?), BONTA’ (so vivere decenti e sane relazioni umane evitando lamentele, sospiri, giudizi e limitandomi a godere del presente dei doni di Dio?), FEDELTA’ (so mantenere le promesse fatte, quali che siano, costi quel che costi?), MITEZZA (come la metto con gli attacchi di arroganza, di presunzione, di prepotenza, di collera, di puntigliosità?), DOMINIO DI SE’ (so tenere in armonia corpo e anima moderando gli impulsi e riconoscendo la differenza tra desideri che inducono ad “avere” e “bisogni” che inducono a “essere”… quello che vorremmo avere?).

Per concludere: il peccato principe rimane l’INVIDIA,  come ricorda san Paolo citando il libro della Sapienza: “Per invidia del diavolo è entrato il male nel mondo“. Sul versante psicologico-spirituale   l’invidia si riconosce dal fatto di non essere felici della felicità degli altri e di non accontentarsi del proprio essere qui ed ora.. come Dio comanda. E’ stato Satana (prima di essere declassato) a non volersi accontentare di essere quello che era…, a pretendere di più…

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Come mai le “anime” si trovano simpatiche ed alcune “persone” non tanto?

Magari sarà una personalissima curiosa opinione, ma mi va di condividerla con i simpatici “curiosi” che di tanto in tanto peregrinano su queste righe. Da quando mi è capitato di scoprire che la parola “persona”, nella etimologia della lingua greca, equivale a “maschera” ho dedotto la seguente considerazione: quando Dio, l’invisibile, desise di creare il mondo umano, non potè fare altro che scaraventare nel tempo-spazio un pezzetto o una scintilla della Sua Divinità (anima divina)  rendendola “visibile”, mascherandola, “impersonificandola”, dandole  cioè dei connotati fisici (il corpo) e quanto sta al suo interno (idee, sentimenti, emozioni). Questa storia dell’anima che diventa persona nasconde due eventualità, una positiva e una negativa. Quella positiva è questa:  quando le anime si incontrano, si riconoscono immediatamente essendo nate e annodate nella dimensione dell’eterno…e si trovano immediatamente “simpatiche”. Si trovano bene incontrandosi…  Quella potenzialmente  negativa:  quando le persone si incontrano possono incominciare i guai; ed incominciano proprio perchè la maschera “personale” indossata dall’anima (corpo, idee, sentimenti, emozioni) anzichè favorire la piena gioia dell’incontro “anima ad anima”, quasi la ostacola, addirittura la soffoca. Non potrebbe essere anche per questa ragione che alcune o tante persone  risultano o si percepiscono reciprocamente antipatiche? A livello di anima, quindi a livello genetico, il Creatore ci fa “simpatici”… A livello “culturale” (dove per culturale si intende semplicemente la curiosa e mutevole struttura fenomenologica spazio-tempo)  le creature si rendono “antipatiche” per via delle diverse idee, dei diversi sentimenti… Le anime hanno l’inclinazione genetica ad apprezzarsi, a valutarsi positivamente (e questo è l’utero della gioia dello stare insieme)… Le persone hanno quasi l’inclinazione acquisita a giudicarsi, a segnare vicendevolmente punti negativi, ad aver da ridire sulle reciproche diversità ideologiche, religiose, sociali, comportamentali (e questo è l’utero della nefasta e cronica conflittualità pettegola caratterizzante tante e tante relazioni “interpersonali”) Una via d’uscita? Togliersi la maschera… o non farci troppo caso. Il neonato, che ancora non è compiutamente “mascherato”, impara per prima cosa a sorridere… Le anime nascono sorridenti. Il sorriso è la lingua madre dell’anima… comprensibile senza apprendistati scolastici  e senza necessità di intermediari o di interpreti.  Laddove invece il volto, nella volontaria modulazione di muscoli e di sguardi,  parla linguaggi silenti d’ira, di collera, di dolore, di paura, di malinconia, perfino di odio… si fa difficile il convivere delle anime.

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CHE FRUTTI buoni e gustosi!

I frutti maturati sugli alberi e sulle  piante sono visibili e sono destinati al nutrimento… I comportamenti delle persone sono visibili e, paragonati ai “frutti”, dovrebbero altresì essere il nutrimento delle umane relazioni… Per questo si parla dei “frutti dello Spirito”…Ma i “frutti” dello spirito maturano a patto che l’anima sia ben piantata e radicata in Dio. I nove frutti dello spirito di cui parla San Paolo, letti in ottica familiare, dovrebbero quindi rappresentare i “comportamenti” da avere nella quotidianità intra ed extrafamiliare. Nella Familiaris Consortio al numero 19 si afferma: “I doni dello Spirito sono comandamento di vita”… Come dire che occorre “ubbidire”  (etimologicamente “audire”, cioè “ascoltare bene”) e di conseguenza “mettere in attoi” nella quotidianità spicciola con modi di essere e di comportarsi improntati a:

AMORE (preferisco riceverlo o so anche donarlo…senza farlo pesare troppo con le persone che ho vicine?)

GIOIA (riesco a tradurre in sorriso – visibile – l’amore che dico e penso di avere? Sento la “gioia di credere”?

PACE (cerco di essere “persona di pace” per attenuare gli sconquassi delle inevitabili “guerriglie” quotidiane?)

PAZIENZA (so aspettare i tempi di Dio o brucio il qui ed ora nel nervosismo delle pretese e della fretta?)

BENEVOLENZA (so volere il bene del vicino senza farmi ingannare dalla stizza per quello che mi indispone?)

BONTA’ (so vivere “buone relazioni” soprassedendo all’istinto della lamentela cronica, del biasimo, del giudizio?)

FEDELTA’ (so mantenere le promesse fatte alla vita, al partner, a Dio ,,, costi quel che costi?)

MITEZZA (come la metto con l’arroganza, la prepotenza, la presunzione nei miei modi di agire e di parlare?)

DOMINIO DI SE’ (so tenere in congrua armonia il corpo con lo spirito che lo anima…moderando gli impulsi?)

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