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La maggior parte di questi articoli è stata pubblicata dall’anno 1988 sulla rivista LA SACRA FAMIGLIA (Roma),
altri articoli sulle riviste SE VUOI (Castelgandolfo) e VITA FAMILIARE (Brescia)

Buona giornata

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“SE VOLETRE RISOLVERE ALCUNI PROBLEMI…”

SE VOLETE RISOLVERE  ALCUNI PROBLEMI…

“Cercate prima di tutto il Regno di Dio, il resto vi verrà dato in sovrappiù”; “Senza di me non potete fare nulla”; “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

                                                                                                             di Gigi Avanti

Tolta la prima frase, a parlare così è Gesù… e da quando mi è venuta in mente di associare a caso alcune espressioni del vangelo per vedere cosa ne usciva fuori (non più di tre alla volta però, per non esagerare) ho scoperto che il risultato era sempre sorprendente… sia sul piano spirituale  (e ci mancherebbe) sia su quello più semplicemente psicologico (a meno che certe idee o precomprensioni  già ingombrino la mente costituendo ostacolo per l’anima assetata, per il suo DNA, comunque di Dio).

Come nel caso di queste  tre espressioni di Gesù che associate a caso potrebbero  configurarsi come strategia conveniente per “risolvere” certi problemi o perlomeno come metodologi a da privilegiare per conviverci  o per non morirci dentro..

E per limitarci al contesto della vita familiare, chi potrebbe dire di non avere problemi? Anche se va precisato subito che quando a Dio prese desiderio e volontà di “creare” l’uomo non aveva certo in animo di “crearci” dei problemi , bensì di offrirci delle possibilità e delle opportunità di vivere in amore nutrendo fiducia nell’intelligenza della sua creatura. Infatti il primo comandamento che da alla coppia “originale” è “crescete” (che etimologicamente deriva dal verbo “creare”, quasi a voler dire “portare avanti  ciò che è stato creato”) Soltanto che, anziché ubbidire accettando la “realtà” del progetto di vita che consisteva nel fare tutto il bene possibile non provandoci nemmeno a fare il male (anagramma di “mela”), Adamo ed Eva  (volendo essere “originali”) disubbidirono credendo che  anche il male si potesse fare bene… “creandosi” così un grossissimo problema trasmesso fino ad oggi…

Ma torniamo al nostro tema. Chi non ha “problemi” in famiglia? Chi non ha a che fare con mariti taciturni  o espansivi, con mogli petulanti  o perfezioniste, con figli riottosi  come capre,  con adolescenti dall’umore intermittente, con parenti “serpenti”, con suocere (basta la parola… e ci sarà una ragione!), con cugini rompiscatole,  con nonni lamentosi e, perché no, con preti  dalle omelie che non

 

finiscono mai, con catechiste che non vedi l’ora di fare la prima Comunione per togliertele di torno, con suore inclini  all’accanimento educativo…

Ebbene, potrebbe rappresentare  una svolta nella propria vita se, volendo risolvere alcuni problemi o decidendovi di conviverci  accettandoli “realisticamente”, si facesse costante riferimento a quelle tre espressioni di Gesù. Si potrebbe cioè guadagnare in serenità di vita relazionale (tanto, alternativa non c’è… checchè ne dicano alcuni psicologi  non ancora sufficientemente sensibili alle istanze della “psicologia dello spirito”) qualora si cercasse, nel qui ed ora della quotidianità più semplice, “prima di tutto il Regno di Dio”, se soltanto si contasse veramente sulla sacramentalità della “fraternità” non dimenticando il fatto che quella sera magica del giovedì santo l’invenzione  dell ‘Eucaristia è avvenuta parallelamente alla trovata della “lavanda dei piedi” (che rispetto all’esperienza piacevole del “cenare insieme a Gesù nutrendosi  di  Lui” presentava aspetti poco piacevoli… se non addirittura di cattivo gusto,  nel bel mezzo di una cena…). Questo potrebbe voler dire che “eucaristia e fraternità” sono inseparabili… se no si creano problemi nei rapporti, così da far dire al solito pensatore paradossale: “Ogni  incontro con Dio è preghiera, ma non ogni  preghiera è incontro con Dio”. Si risolverebbero cioè tanti “problemi relazionali” (fuori e dentro la famiglia) se non si lasciasse mai Gesù fuori dalla porta o all’angoletto e se si mettesse la linfa della mitezza e dell’umiltà in tutti i nostri comportamenti

Se invece prima del Regno di Dio mettiamo, più o meno consapevolmente altro (sistemazione,  prestigio, carriera… insomma il proprio “io” al posto di Dio) o se ascoltiamo di più il tentatore (che direbbe “imparate da me che sono “bravo” e quanta antipatia dovrebbe suscitare chi parla così… anziché seguire  Gesù che dice “imparate da me che sono mite e umile di cuore”) o se nutriamo di più l’amor proprio che non l’amore fraterno, allora sì che si peggiorerebbe la situazione relazionale…

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I MIRACOLI ALL’INCONTRARIO…

Nel mese di ottobre avevamo intensificato la richiesta del miracolo della guarigione dal cattivo male contro il quale da tempo combatteva la nostra amica Marusca di Deruta (63 anni, tre figli, due nipotine, con il marito Lillo impegnata da tanto nel settore Famiglia della Diocesi di Perugia).

 Ed avevamo intensificato la richiesta proprio la sera del 21 ottobre, vigilia della memoria liturgica del Beato Giovanni Paolo II, al quale avevamo raccomandato di fare pressing su Dio Padre perché glielo facesse questo miracolo. Ed eravamo quasi convinti che il miracolo sarebbe avvenuto, anche perché necessario per la sua futura canonizzazione.

 Ed invece, la mattina del 22 ottobre, alle 7 del mattino, il marito Lillo mi comunica: “Marusca non c’è più”. Ed aggiunge che ero il primo a venire a conoscenza della notizia…

 La notizia paradossale di un miracolo avvenuto all’incontrario… mi è venuto subito da pensare. All’incontrario, perché invece di una guarigione provvisoria da un male particolare (che è sempre un bel miracolo di cui era specialista Gesù) aveva avuto luogo la guarigione definitiva dal quel malanno generale rappresentato dalla vita terrena (che è il miracolo di cui è titolare proprio Dio Padre in persona… avendolo dimostrato a suo tempo con il Figlio Gesù).

Lo ringraziamo lo stesso, anche se con le lacrime agli occhi e con il cuore stretto nella morsa del dolore, ma gli chiediamo di tergere al più presto queste lacrime e di allentare presto questa morsa di dolore prima di tutto a Lillo e ai suoi figli e a tutti i suoi cari e poi anche a chi le ha voluto bene e continua a volergliene.

E voglio concludere, carissima Marusca, amica di tante condivisioni liete e meno liete della vita delle nostre famiglie, amica a cui piacevano tanto, insieme a Lillo, certe battute e certi paradossi, con questo pensiero: “E’ bello andare in Paradiso, peccato che per arrivarci si debba prendere  il carro funebre”!

                                     

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FAMIGLIA, DIALOGO CHE SI FA CIBO QUOTIDIANO

Per non farla troppo lunga (lamentela che si ha modo di sentire quando qualcuno parla troppo o scrive troppo!) tralascerei di iniziare con citazioni più o meno ricercate di natura etimologica a semantica del vocabolo “dialogo” optando per un “incipit” magari un po’ fantasioso, ma proprio per questo anche più congruo con il carattere  di questa rivista… che essendo “spirituale” non può esimersi del tutto di essere talvolta “spiritoso”.    Per non farla troppo lunga mi sono messo ad immaginare il momento  nativo del dialogo e davanti agli occhi stupefatti della mia anima si è presentato questo scenario: il Padre che comunica al Figlio: “Vorrei creare qualcosa di nuovo e di diverso, che ne dici? E tu da che parte stai?” “Dico che va bene e sto sempre comunque dalla tua parte” . E questo sarebbe il momento nativo dello Spirito… Basta così con la fantasia, pena una certa euforia misticoide perniciosa per l’anima… Basta così, ma tanto basta a cogliere subito una prerogativa del “dialogo”,  che è quella di evidenziare e di esplicitare la natura-struttura dell’intera creazione, la natura Relazionale (Dio infatti viene definito dalla Teologia come “Relazione” e quando crea non può fare a meno di imprimere questo marchio “relazionale”… in ogni cosa, al punto da poter parafrasare l’evangelista Giovanni dicendo “In principio era la Relazione…”).  Tale timbro “relazionale” diventa fondativo  di ogni dinamica di rapporto io-tu garantendone la sussistenza in vita e la crescita. A patto che ogni “relazione” venga vissuta nel  pieno rispetto della dinamica  intrinseca di ogni relazione, compresa ovviamente quella di uomo e donna e quelle familiari che da questa derivano. Come mai, allora, capita di trovare sul mercato delle relazioni coniugali e familiari tanta merce sofisticata, se non avariata? Come mai tante e tante relazioni uomo-donna sono più devastanti che appaganti? Come la mettiamo con la storia del “dialogo tra sordi” e “non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”?  Come spiegare che in certe famiglie sia più protagonista la cronica litigiosità che non un dialogare fresco di giornata?

MODALITA’ RELAZIONALE GIUDICANTE O VALUTATIVA? Quando piove e si dice che “il tempo è brutto” si esprime un giudizio. Quando piove e si dice che “il tempo è piovoso” si descrive la natura di una realtà. Ecco la differenza tra “relazione giudicante” (da accostare alla dinamica in uscita di una etichettatrice pronta ad appiccicare etichette  o di una mitragliatrice pronta a sparare giudizi) e “relazione valutativa” (da accostare alla dinamica in entrata di una macchina fofografica sulla cui negativa va a posarsi la fantasia dei colori, negativa dalla quale viene sviluppato il positivo). Le persone inclini al “giudizio” sono frettolose nel vivere i rapporti, pretendono, a loro insaputa, di imbrigliare in una personalissima sommaria idea il dato reale di una persona, di una situazione. Le persone inclini al giudizio soffrono sovente di malattie nervose. Sentirsi continuamente sotto osservazione da parte di queste persone non deve essere, in famiglia e fuori, una situazione relazionale beneficante.  Le persone inclini alla valutazione del positivo del “qui ed ora” invece, sono  capaci di cogliere quanto vedono, odono, odorano, toccano e gustano (queste sono infatti le sensazioni – azioni fatte dai sensi –  sensi regalati dal Creatore alla sua creatura) avendo l’avvertenza di frenare o di sospendere la fregola della mente umana di spiegare, interpretare, dedurre, ipotizzare, precisare… tutte varianti dell’attitudine al giudicare. Le persone inclini alla relazione valutativa sono di norma pacate nel vivere le relazioni, più osservative del bello della diretta della vita, più saggiamente contemplative.  Laddove il metereologo prevede “tempo brutto” (e se l’acqua si offendesse per essere descritta brutta e non piovesse più!) un San Francesco vede l’acqua “utile, umile, pretiosa, casta”. Cosa ricavarne per la dinamica delle relazioni familiari? Se ne ricava che il dialogo riflette inesorabilmente la natura della relazione instaurata. Se l’imprinting “relazionale valutativo”” impresso dal Creatore viene rispettato e assecondato ne consegue una vita relazionale familiare serena e un dialogo nutriente la medesima.  Una volta Gesù affermò: “Mio cibo è fare la volontà del Padre”.  Un’altra volta insegnerà a pregare: “Dacci oggi il nostro pane (cibo) quotidiano”.  Se si ricorda che la “volontà del Padre” e che ci amiamo come fratelli, ne consegue che quando si chiede il “cibo quotidiano” di cui nutrirsi si chiede il nutrimento quotidiano della fraternità delle relazioni tra le pareti domestiche (altro che ”parenti serpenti” o “fratelli coltelli”!) . E quando si pensa che l’Eucaristia è il sacramento preferito da Gesù e  inventato proprio quel Giovedì Santo a ridosso del sacramento della fraternità in esso incluso, ne deriva che  non c’è fraternità di relazione senza Eucaristia così come anche una Eucaristia senza fraternità assomiglierebbe ad un pernicioso solipsismo mistico. I mistici stessi vivevano viscerali relazioni fraterne nelle loro comunità. Le conseguenze, sul piano del dialogo da fare in famiglia, sono evidenti: ci si nutre reciprocamente alla mensa della relazione valutativa e non giudicante…

ALCUNI DETTAGLI PER UN DIALOGARE FAMILIARE RECIPROCAMENTE NUTRIENTE Il dialogo risente quindi del tipo di relazione ed è reciprocamente nutriente a patto che rispetti la natura “creata” della medesima.  Il dialogo, si sente dire da anni, da più parti e a diversi livelli,  è finalizzato alla crescita della persona attraverso uno scambio reciproco. Per poter parlare di crescita integrale delle persone in dialogo occorre però un dialogo a tutti i livelli.  I livelli del dialogo (e quindi della relazione)  sono 5: superficiale (lo dice la parola… sarebbe quello di chi dice di conoscere il mare soltanto perché è capace di fare il morto a galla) informativo ( lo dice anche qui la parola… ed è quello dove si scambiano informazioni sull’orario dei treni,  sullo stato di salute che solitamente e sbrigativamente si compendia in un asettico “non c’è male”) opinionale: (dove lo scambio è quello del come la si pensa in politica, sport, religione e dove hanno inizio i “litigi” per la  dinamica diabolica del “leggere” come “avverso a sé” – pertanto da combattere – chi ha semplicemente opinioni “diverse”!) emozionale: (dove ci si confida cuore a cuore gioie, dolori, paure, collere sicuri di venire accoclti al caldo dell’altro cuore e non al freddo cerebrale di giudizi o rimproveri per il proprio personalissimo soffrire o gioire) intimo: (è quello delle anime dove basta un cenno per sentirsi capiti e accolti. Le anime sono annodate dall’eternità e nascono simpatiche tra loro. A complicare le cose sul piano del dialogo sono le “maschere” personali con cui il Creatore si diverte a vestirle (l’etimologia greca di persona è infatti maschera) . Va da sé che il livello ottimale per un dialogo intrafamiliare che voglia essere appagante e nutriente è quello profondo… intimo… per il quale è più indicato un habitat di silenzio. Questo è anche il livello al quale sgorga la preghiera, preghiera coniugale e familiare altresì, fatta più di ascolto e contemplazione e sorriso e gemito dell’anima che non di frastuono vocale o di cicaleccio petulante e lamentoso di ciò che in casa non va…  Mario Luzi scriveva: “La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro” Magari il linguaggio della tenerezza silente…delle anime oranti… Un’altra attenzione da avere per vivere una atmosfera relazionale dialogante intima  è quella  che suggerisce di tenere sempre separata la persona dai suoi comportamenti. La persona è sempre amabile pur in presenza di “comportamenti” non amabili. Da qui la delicatezza, in famiglia e fuori, di non giudicare  “cretina” l’intera persona per aver avuto un comportamento “cretino”, così come ci si guarda bene dal giudicare una pianta marcia per aver  prodotto qualche frutto marcio, come ci si guarda bene dal “buttar via il bambino insieme all’acqua sporca”. Nella fretta con cui si vivono oggi le relazioni succede infatti spesso di non ricordarcene cadendo nella trappola dell’uso del “tu” riferito alla persona intera anziché limitato ad un suo comportamento… Ed ecco allora sentire in atmosfera espressioni della serie: “Sei proprio un deficiente” laddove si potrebbe ovviare con un rilassante e più veritiero: “Sei il mio amore, ma ti posso dire che hai commesso proprio una deficienza?”  Ci vorrà più tempo, ma chi ha detto che risparmiar tempo allunga la vita? E poi a cosa vale tutta quella nervosità frettolosa  che caratterizza tante e tante conversazioni se dalla vita non si esce vivi? E da ultimo, una indicazione psicologico-spirituale per vivere una relazione intrafamiliare capace di farsi preghiera quotidiana fatta di complimenti e di applausi a Dio  per averci messo insieme nella nostra famiglia, così diversi, con quel fratello che non si sa da dove sia  uscito, con quel marito che se non avesse quel carattere sarebbe l’uomo migliore del mondo, con quella moglie che per essere perfetta le manca solo un difetto, con quel figlio che non si sa da chi abbia preso, con quella suocera che più suocera non si può, con quel cognato che te lo raccomando, con quel cugino intermittente che si fa vivo solo quando c’è un morto da seppellire ed anche con quel parroco che non ce ne potevano mandare uno meglio, con quel Vescovo che tutto pare se non un pastore, con quel Cardinale che pare gli sia cascato il sorriso sulle pagine di troppi libri letti, con quel Papa che quello di prima era meglio…..  L’indicazione è quella di pensare seriamente che alternativa a tutto questo non esiste; e se alternativa non esiste, c’è soltanto una possibilità di vita relazionale e dialogica reale da affrettarsi a mettere in pratica ed è quella di coltivare l’attitudine a vivere “il presente” senza evasioni nostalgiche nel passato  morto e sepolto e senza fughe ansiose nel futuro inesistente. Questo, a livello di dialogo spicciolo, proibisce di uscirsene ogni tanto con quelle nefaste espressioni del tipo “Te l’avevo detto” oppure “Vedrai che ti succederà” capaci in un istante di rendere irrespirabile l’atmosfera. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai successe”. L’indicazione è quella di ricordarci che il presente è il punto di contatto tra l’eternità e ii tempo ed è proprio lì che Dio si fa trovare… Sarà per questo che la tentazione a cui ricorre sempre Satana è quella del catapultare l’uomo fuori dal presente, quella di farlo pentire del passato che poteva essere meglio o di farlo preoccupare  per il suo futuro o di farglielo desiderare più promettente del presente?   “Sarete come Dei” sibilò il serpente nelle orecchie dell’anima di Adamo ed Eva. E ci cascarono…Si fossero accontentati di quel che già erano! Ogni tentazione viene declinata al futuro… ecco perché il presente sfugge di mano!  Ma è una storia che può ripetersi ogni giorno, in tante famiglie, se non si impara a nutrirsi del pane fresco di giornata della fraternità relazionale e a sostanziare questa con il Pane che da la vita eterna cioè la stabilità relazionale definitiva e per sempre- E se, a causa di malanni relazionali inguaribili o  di virus capaci di attentare al tessuto delle relazioni familiari, succede all’animo gravato di angoscia di esplodere in lamentazioni per un destino “cattivo” toccato in sorte e all’anima di gemere in un pianto che strappa la carne si abbia ancora il dono di ricordare, in quei momenti che “le nuvole passano, il cielo rimane” e se questo non basta, di ricordare il rimbrotto di Dio Creatore rivolto al lamentoso Giobbe— “Ma mi vuoi dire dove eri mentre ero Io indaffarato a mettere le fondamenta del mondo?”.

In conclusione, questo brano poetico di Helen Mallicoat: Mi rammaricavo del mio passato e temevo per il mio futuro quando, improvvisamente, il mio Signore parlò: “Il mio nome è IO SONO”. Fece una pausa. Io attesi. Poi continuò: “Se tu vivi del passato con i suoi errori e i suoi dispiaceri vivi nel dolore. Io non sono nel passato. Il mio nome non è IO ERO. Se tu vivi del futuro con i suoi problemi e le sue paure, vivi nel dolore. Io non sono nel futuro. Il mio nome non è IO SARO’. Se tu vivi questo momento, vivi nella pace, Io sono nel presente. Il mio nome è IO SONO”.

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I MISTERI CURIOSI… DELLA VITA

Sono tutti quegli eventi o quelli accadimenti, più o meno “casuali” e di diversa importanza che contrassegnano il nostro cammino terreno e ai quali siamo proprio  noi ad  affibbiare la qualifica di “curiosi”. Unire poi questa qualifica ad un termine di tutto rispetto quale quello di “mistero” incuriosisce ancora di più… Ecco l’origine di questa riflessione.                                                                                                     

Anche chi non bazzica tanto per chiese, conventi e santuari ha certamente sentito parlare di “rosari”. Chi vi bazzica invece un po’ di più, sa benissimo in cosa consiste esattamente il rosario, quella “curiosa” preghiera alla Madonna fatta di una cinquantina di “Ave Maria” recitate dieci alla volta e durante la recita delle quali “decine” l’anima si sofferma a riflettere, considerare, meditare su alcuni episodi salienti della vita di Gesù, vita ovviamente inseparabile da quella della sua Mamma… E sa benissimo che questi episodi da “contemplare” sono una ventina e sono messi in fila in una successione  logica tale già di per sé indicativa di come dovrebbe essere vissuta una vita di fede.

 Sono messi in fila a iniziare dai “gaudiosi” (situazione emotiva e spirituale congrua alla nascita di un bambino e ai suoi primi anni di vita), per seguitare poi con quelli “luminosi” (l’irradiazione di quell’iniziale venuta alla luce rappresentata dalla vita adulta di Gesù), e poi con quelli ”dolorosi” (non esiste vita  adulta senza risvolti drammatici e senza il finale tragico della morte), per finire con quelli  “gloriosi” (ed è un finale esclusivo toccato come primizia a Gesù e garantito anche per tutti noi, seppur ancora in incubazione per il momento).

Questi venti episodi, di natura così diversa tra loro (alcuni sono eventi del tutto naturali, come nel caso di  una nascita, mentre altri hanno caratteristiche  supernaturali, come nel caso della risurrezione e della conseguente ascensione) sono tutti quanti curiosamente chiamati “misteri” e misteri da “contemplare”.

La combinazione casuale di questi due termini,  mistero e contemplare, con la parola “curioso” (che fa rima con gaudioso, luminoso, doloroso, glorioso) ha provocato, nella mia anima, tutta una serie di considerazioni… A cominciare col riconoscere che tutto quanto ci capita nella vita, proprio tutto quanto, va vissuto come mistero da “contemplare” più che come enigma da “risolvere” . Nel romanzo “Il vangelo secondo Pilato “ di E.E. Schmitt si legge: “Non c’è nulla di più rassicurante di un enigma: è un problema in provvisoria attesa della sua soluzione. Non c’è nulla di più angosciante di un mistero: è un problema definitivamente privo di soluzioni. Fa pensare, immaginare…”. Pensare e immaginare  (contemplare potrebbe essere la sintesi delle due cose) resistendo alla curiosa tentazione  di voler capire tutto fino in fondo, di  esigere spiegazioni, di pretendere  dimostrazioni. Il bisogno di capire è esso medesimo un bisogno iscritto dal Creatore nel profondo dell’anima ed è quindi legittimo assecondarlo, ma nei limiti consentiti… come accade per tutti i bisogni. Quando si esagera nella soddisfazione di un bisogno, infatti, è segno che si è caduti nella tentazione di voler strafare… Nel caso dei “misteri curiosi” dai quali è contrassegnata ogni vita si scivola facilmente nella tentazione di voler “capire” laddove invece sarebbe più conveniente e gustoso  lasciarsi andare a “contemplare”. Lo stesso Einstein affermava: “Chi non accetta il mistero, non è degno di vivere”. Il mistero curioso (curioso, etimologicamente, significa avere cura di conoscere…anche se va ricordato che la “curiosità morbosa” è stigmatizzata come malanno psicologico) di essere stati pensati e voluti proprio così come ci troviamo, di essere stati collocati nell’utero del tempo-spazio in quel momento, in quella postazione geografica, con quelle caratteristiche, con quella  pelle, con quella cultura, il mistero dei tantissimi incontri  apparentemente casuali (“Il caso è Dio che gira in incognito” dice ancora Einstein), il mistero della fecondità fisica o della fecondità non legata alla fisicità, il mistero delle mille vicende nelle quali quotidianamente siamo coinvolti pur non avendole causate… per finire con il gigantesco mistero del male…

C’è solamente un modo, più conveniente  di altri, di convivere con il mistero… ed è quello di accovacciarvisi dentro e sognare.

 

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RISPETTARE LA NATURA… E’ NATURALE E CONVIENE

   Da un po’ di tempo il ritornello “rispetta la natura” rimbomba nelle orecchie di tanti tirandosi appresso una sotterranea conclusione dal sapore di minaccia, come a dire che se non si rispetta la “natura” questa prima o poi ci frega e ce la fa pagare.  Ed è talmente vera la possibilità di questa minaccia che se ne vedono già le conseguenze di questo scarso rispetto (se non vero e proprio disprezzo) per la natura. Basta porre mente al cosiddetto degrado ambientale inteso nel senso più largo immaginabile o all’impero dell’artificiale rispetto al genuino o all’inganno del virtuale rispetto al reale…Tanto per fare un esempio: nell’occasione di una alluvione ho sentito una anziana donna di montagna esclamare sofferente: “ L’acqua ha memoria”… come a  dire che ritorna, prima o poi, da dove è stata deviata. E magari torna arrabbiata…

A fronte di tutto questo scarso o nullo rispetto degli equilibri del creato, esiste invece la riscossa del ritorno alla natura, della riscoperta della genuinità di cibi e risorse, dell’ecologia intesa nel  senso più  ampio possibile. La vita, nel suo insieme, è infatti un universo di continui equilibri. E quando viene meno il rispetto di questi equilibri creaturali naturali se ne pagano le conseguenze, tutti quanti, perché siamo tutti sulla stessa barca…e soffriamo tutti il mal di mare!

Già da tempo gli studiosi delle relazioni umane hanno scoperto l’acqua calda (è un destino paradossalmente curioso quello che spetta ai ricercatori… il destino di “scoprire” quello che già esiste!). Ecco la considerazione della psicoterapeuta Anna Terruwe nel suo libro (datato ma modernissimo) AMARE E CURARE I NEVROTICI: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”.

L’attenzione, a questo punto, si sposta facilmente ad osservare un altro scenario, quello delle relazioni umane, delle relazioni al naturale, come Dio comanda… si direbbe.  Perché la “relazione”, lo si gradisca o no, è il materiale genuino e naturale  di costruzione usato da Dio per dar esistenza al mondo (essendo Lui Relazione d’Amore).

 L’essere umano, infatti, nasce e cresce in un ambito relazionale naturale di tenerezza (utero… calore familiare) come se la natura ci volesse dire, con il suo linguaggio discreto, che questa è la “modalità” unica del vivere le relazioni in maniera tale che quel bisogno “naturale” di amore seminato dal Creatore in quel punto del nostro essere dove il cuore confina con l’anima possa venire soddisfatto e appagato. Questo e nessun altro modo di relazionarsi porta giovamento e quiete. C’è qualcuno che ha definito la nostra epoca come l’epoca delle ”passioni tristi”. L’uomo moderno sorride poco, la sua anima abita di più gli spazi della melanconia per ciò che ha perso più che quelli della gioia per quello che ancora possiede. L’uomo moderno sorride poco perché più preoccupato del futuro suo e dei suoi figli che non sereno per il suo presente e per cui dire grazie e basta. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai accadute”

Ritornare alla natura delle relazioni interumane è quindi semplicissimo seppur non facile (ma “tutto è difficile prima di essere facile” ammonisce lo psicologo di turno), è sufficiente vivere il presente del relazionarsi  cogliendo il “positivo” e basta, consapevoli che alternativa non c’è e che se  si scopre che “qualcosa non va” nelle relazioni  umane, in famiglia e fuori, forse è  il caso di meditare e riflettere su queste due considerazioni: “Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo” (Kaufmann). Oppure quest’altra… più al naturale: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.

E se nelle relazioni interpersonali ci si mettesse più sorriso che lamento, più silenzio che chiacchera, più calma che frettolosità, più tensione gioiosa che tensione nervosa? In fondo è questa l’ecologia relazionale…ideata dal Creatore della natura, compresa la natura umana.

                                                                                                                                

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ANNO NUOVO …(a proposito di proverbi e prediche)

 (ovvero come mai i proverbi non sono noiosi e certe prediche sì)

 La bellezza e magia dei proverbi è data da un semplicissimo accostamento di due o tre sostantivi e di due o tre aggettivi sovente cadenzati da un suadente ritmo o da una soave rima baciata. Come nel caso del ritmo ottonario del noto proverbio “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!” o di quello  altrettanto noto “chi di spada ferisce di spada perisce”. Tale sobrietà dei proverbi sembra derivare dalla natura medesima della “verità”, di per sé “semplice” sebbene misteriosa. Potrebbe essere probabilmente per questa ragione che i proverbi non annoiano e che, anzi, offrono a mente e cuori umani quel fulmineo godimento interiore quando si ascoltano o capita di leggerli. Un fulmineo godimento interiore certamente propiziato dall’anima che, non va dimenticato, è il punto di contatto tra l’eternità e il tempo… essendo l’anima “eterna”, ma in libera uscita nel “tempo”. Per cui succede che leggendo o ascoltando un proverbio si viva quasi un frammento di esperienza quasi “mistica” di contatto con la Verità.

  Anche quando i proverbi sembrano apparire contraddittori,  come nel caso del famosissimo “dulcis in fundo” ( il dolce viene in fondo o il bello viene alla fine) opposto a “in cauda venenum” (nella coda sta il veleno o il brutto viene alla fine) e nel caso del proverbio del titolo di questo articolo “anno nuovo, vita nuova” a cui fa da controaltare “nulla di nuovo sotto il sole”! In realtà più che trattarsi di contraddizione si tratta di armonia degli opposti. Così facendo, i proverbi si sottraggono al pericolo della filosofia manichea del “aut – aut” (o questo o quello) per abbracciare la filosofia positiva del “et – et” (sia questo che quello).

 Tale contatto immediato con la verità propiziato dai proverbi (contatto possibile anche con i paradossi…dei quali, tra l’altro, il vangelo è pieno zeppo) non sempre avviene quando si ascoltano certe prediche. Già la parola “predica” evoca significati e vissuti talvolta, se non sovente, legati a noia, a monotonia… Come mai? Tante possono essere, come spesso accade quando si è alle prese con la fissazione di voler trovare una “spiegazione”, le spiegazioni.   Qui mi limito a dire che la noiosità di certe prediche non sta soltanto nella lunghezza o nella ripetitività dei contenuti, ma si nasconde, subdolamente, nell’atteggiamento “annoiato” o fuori contesto temporale di chi le ascolta. Succede la medesima cosa quando si ascolta la narrazione di una barzelletta che si conosce. Cosa impedisce di godere ancora della sua narrazione cogliendone altri dettagli o ascoltando in maniera non annoiata chi le racconta? Cosa impedisce di godere nuovamente del tramonto o dell’alba di oggi pur avendoli visti tante e tante volte? Cosa impedisce di godere nuovamente del giorno vergine che ci viene offerto giorno per giorno pur avendone vissuti tanti e tanti? Cosa impedisce di godere l’attimo pur avendone vissuti tantissimi?

  Il problema, quindi, non è tanto o soltanto nella predica, ma anche e forse soprattutto nell’atteggiamento  con cui si ascoltano.  Può succedere infatti, spesso senza saperlo o senza avere l’umiltà di riconoscerlo, di vivere molte esperienze della vita con  un atteggiamento annoiato fonte di insoddisfazione quale quello del non saper godere delle “gioie vergini” offerte, usualmente, ogni giorno dalla vita magari inseguendo miraggi irraggiungibili…

   Al di là di questo, spero non noioso, argomentare mi piace comunque trascrivere questo “breve” brano nel tentativo di mettere d’accordo proverbi e prediche… Eccolo: “La predica deve essere come la minigonna: deve essere corta, deve attirare l’attenzione, deve contenere l’essenziale, deve introdurre al mistero, deve far intuire quello che non si vede”. Vuoi vedere che i proverbi sono prediche senza minigonna… sono verità nuda?

                                                                                                                                        

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