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A cominciare dal dicembre 2001 Gigi Avanti entra a far parte di un gruppo di persone (sacerdoti, laici, religiosi, claustrali…) invitate a commentare in modo omiletico i brani evangelici della domenica.
Tutte le omelie del 2011 si possono leggere in questa pagine, per quelle invece scritte dal 2001 al 2010 cercare Gigi Avanti nell’archivio del sito www.omelie.org

UNA PARABOLA AL GIORNO TOGLIE IL MALIGNO DI TORNO… figuriamoci tre!

COMMENTO OMILETICO (Domenica 27 luglio 2014: Mt.13, 44-52)

In generale, chi intende far capire certe cose ad altri e desidera non essere frainteso usa lo strumento dei concetti, del ragionamento, della spiegazione. Ma c’è anche un altro strumento, forse più immediato di questo, in grado di far capire certe realtà andando dritto al cuore, ed è lo strumento delle storielle, delle metafore, dei racconti… delle parabole. E’ il caso di Gesù che amava percorrere (e far percorrere) la strada delle parabole per arrivare dritto a far cogliere il cuore di quella realtà che gli stava tanto a cuore, quella del Regno di Dio. Non gradiva venire frainteso, al riguardo, anche perché già tanti si erano autoingannati (o erano stati indotti a farlo) sul suo conto, sulla sua identità… e questo proprio in ragione del troppo ragionare; già tanti erano andati fuori di testa (tra l’altro accusando proprio Lui di essere fuori di testa avendolo sentito uscirsene con certe trovate!) per aver usato solo la testa nel tentativo di voler capire… Per andare invece al cuore delle cose sembra più logico percorrere la strada del cuore (Lumen cordium verrà invocato lo Spirito Santo…). Ed è quello che faceva normalmente Gesù con l’invenzione di parabole fresche e genuine, pertinenti e mirate… Le storielle (e le parabole sono storielle) vanno dritte al cuore… soprattutto se è il cuore semplice di un bambino ancora capace di stupore e non il cuore plastificato di un adulto pieno di “deja vu”, di “questa già la sapevo”, “non dice niente di nuovo”…. Parabole brevi, a volte brevissime come le tre riportate da Matteo, parabole che trascendono la soglia del razionale e i cui segnali vengono “letti” dall’anima dotata, dalla sua entrata nel tempo, di un decoder potentissimo in grado di cogliere i segnali provenienti dall’eterno. La parola “parabola” infatti, nella sua accezione etimologica, significa proprio questo: una storiella, o una immagine, o un fotogramma di vita il cui senso “va oltre” la materialità delle parole usate per raccontarle. Letterariamente parlando suscita subito stupore e ascolto l’incipit di Gesù: “il Regno dei cieli è simile a…”… Un incipit soave che aggancia subito l’ascoltatore, un incipit che non ha nulla di pesante, come avviene invece per certe “prediche”, o sermoni, o accanimenti catechistici… E lo ascoltano tutti, piccoli e grandi, e ognuno godeva nel fondo della sua anima. C’è forse qualcosa da ritoccare nei nostri modi , e magari contenuti, di comunicare non di rado logorroici, pesanti e pieni di segnali percettibili soltanto dalla mente? Recita un proverbio antico: “Le parole servono la mente, i gesti servono il cuore, il silenzio serve l’anima”. Dopo aver ascoltato Gesù è difficile ribattere con i nostri “sì, però…”, “ho capito, ma…”. Quando Gesù parla di Regno di Dio simile a un “tesoro nascosto in un campo” o a una “perla preziosa” o a una rete da “pesca” che acchiappa tutto (il tesoro viene trovato “per caso” da uno che magari neppure lo stava cercando… la perla preziosa invece viene proprio cercata “volutamente… e. a proposito di pesca avverrà una “cernita” di tutto quanto sarà finito, a casaccio, nella rete) è difficile rispondere “Non capisco” oppure “Non mi riguarda”. Quando Gesù parla di Regno di Dio non esprime un’opinione, ma lancia un programma di sequela ben preciso… E’ come se dicesse ad ognuno: ”Visto che ti sei accorto che il mio Regno è la realtà più grande e più preziosa per la quale tu possa vivere, traine le conseguenze”. Ed ecco, dal fondo dell’anima, liberarsi una esplosione di gioia, una esplosione di gioia “simile” a quella di chi dice: “Ho capito tutto!”-

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Commento al vangelo del 2 febbraio 2014

Da che mondo è mondo gli esseri umani hanno sempre avuto a che fare con leggi, prescrizioni, regole, norme, divieti… alcune prodotte proprio dai vari legislatori, altre a fatica dedotte dalla osservazione della natura. Da che mondo è mondo parimenti gli esseri umani hanno sempre tenuto in gran conto il rispetto di tali leggi, specialmente di quelle riconosciute universalmente come “naturali”. A tal punto che l’ignoranza incolpevole o la trasgressione intenzionale delle medesime arriva a far dire ad una studiosa della psiche umana (Anna Terruwe) quanto segue: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”. Come pure, da un certo momento in poi, gli esseri umani hanno piano piano riconosciuto la necessità di dare più attenzione allo “spirito” della legge che non alla sua “lettera”. E, guarda caso, questa scoperta è stata evidenziata con la venuta di Gesù Cristo che quanto a “Spirito” aveva esperienza diretta personale. Addirittura verrà scritto da Paolo l’apostolo: “La lettera uccide, lo spirito vivifica”-
E sembra essere proprio questa, tra le tante altre possibili sollecitazioni spirituali offerte dall’episodio narrato da Luca, la dritta per orientarci come Dio comanda nella selva di leggi e prescrizioni… E’ bello infatti notare (e mettere a confronto) la ossequiosa e puntuale osservanza delle prescrizioni mosaiche da parte di Maria e Giuseppe da una parte, e dall’altra la altrettanto puntuale e rispettosa irruzione delle Spirito nel bel mezzo di tale “osservanza” delle medesime prescrizioni. C’è da osservare che già avevano fatto esperienza, i due giovani coniugi, di tale modo di agire da parte dello Spirito, tuttavia vengono descritti come “stupiti” per quello che stavano vivendo. Ed è anche curioso notare come siano proprio due “anziani” (avanti negli anni, ma non vecchi…), dei quali si danno notizie precisissime quasi a voler sottolineare la veridicità assoluta degli accadimenti, ad essere ambasciatori di questo “Spirito”: il santo vecchio Simeone al quale lo Spirito aveva preannunciato che non sarebbe morto prima di aver visto il Salvatore e che quel giorno “mosso dallo Spirito” si recò al Tempio e l’anziana Anna, figlia di Fanuele, di 84 anni e vedova dopo soli 7 anni di matrimonio che “sopraggiunta in quel momento si unì a loro a lodare Dio”. Stupisce e lascia a bocca aperta che siano proprio due anziani i rivelatori di questa filigrana spirituale possibile a venire visualizzata solamente osservando in controluce l’intreccio misterioso di eventi umani normalissimi…
E poi… ognuno a casa sua e l’evangelista Luca liquida il problema educativo, lungo circa trent’anni in quel di Nazaret, con quella magistrale pennellata: “E Gesù cresceva e si fortificava pieno di sapienza e la grazia di Dio era con lui”. Come a far capire che il “problema educativo” della crescita dei figli diventa irrisolvibile… se non si asseconda la legge dello scorrimento fisiologico della linfa spirituale nell’intreccio degli eventi.
Fin troppo facile dedurre il da farsi per noi uomini e donne di oggi: dare spazio e importanza nel proprio percorso spirituale alla azione soave dello Spirito, andare oltre la pura e semplice osservanza (talvolta maniacale…) di regole, tempi e modi quasi assimilabile ad una azione liturgica laica e asettica. Ma tutto ciò non avviene per sforzo etico o ascetico, ma per grazia, quella grazia, da chiedere ogni giorno, di saper discernere tra il frastuono del rumoroso fluire degli eventi il sussurro del silenzio di Dio, di saper discernere nella penombra del tempo uno squarcio d’eternità, la grazia di una saggezza spirituale senza età, la grazia di una gioiosità spirituale… consapevoli magari che tra le caratteristiche nascoste dell’agire dello Spirito c’è anche quella dell’ essere “spiritoso”, quello Spirito che dentro la nostra anima incessantemente chiama in causa il Padre da lodare e ringraziare per ogni cosa. Il che suggerisce di concludere parafrasando un noto proverbio per la salute del corpo, qui riciclato per la “salvezza” dell’anima: “Un Padre nostro al giorno toglie il maligno di torno”.

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COMMENTO OMILETICO DEL 25 AGOSTO (Lc. 13, 22 . 30)

       

 Capita talvolta di imbattersi in persone  che accampano dei diritti, che millantano crediti, che pretendono trattamenti di preferenza in ragione di questa o quella appartenenza o di questo o quel titolo. Sono persone che a lungo andare finiscono per irritare e suscitare antipatia. Sono quelle persone che talvolta se ne escono con quella spocchiosa espressione: “Lei non sa chi sono io!” alla quale si potrebbe ironicamente ribattere: “Me lo dica”… ma l’ironia risulta indigesta a certe persone.  Più pungente sul piano dialettico potrebbe essere invece quest’ altro tipo di risposta: “Ma chi si crede di essere”? Comunque la si voglia mettere, questo atteggiamento di supervalutazione di sé contraddice in pieno la regola universale dell’uguaglianza e  dell’equilibrio delle relazioni interpersonali gravandole di un errore genetico (quasi una sorta di peccato originale laico). L’errore genetico sta proprio nella tendenza a impostare e vivere i rapporti in termini di diritti-doveri dove è sempre l’altro però ad avere dei doveri nei nostri riguardi…

 Addirittura da matti avere tale atteggiamento nei riguardi di Dio! E’ come se gli si dicesse: Siccome osservo i tuoi comandamenti, osservo le regole, pago le tasse, non manco mai alle funzioni, partecipo a tutti i riti… ho diritto alla salvezza (e tu me la devi dare). A ben considerare è la medesima perversa logica del mercimonio, del meretricio dove uno “paga” e l’altro “deve” dare la prestazione… C’è da continuare, oppure è sufficiente questa considerazione per non impressionarsi di fronte alla risposta di Gesù a quel tale chi gli chiedeva: “Ma alloro, pochi si salvano”?

E sembra essere proprio questo, infatti, l’insegnamento di Gesù riportato da Luca. Un insegnamento che, come sovente succedeva, prende il via, curiosamente parlando, per strada, “mentre era in cammino verso Gerusalemme” e prende il via da una domanda abbastanza strana e sconsolata di quel “tale”, domanda che così formulata fa supporre qualche “insegnamento” precedente… A questa domanda Gesù risponde quasi seccato con una serie di “avvertimenti” tali da spaventare: “State attenti che se pretendete o credete di salvarvi solo per la vostra bella faccia di appartenenti alla razza ebraica o alla vostra pedissequa osservanza formale di regole e prescrizioni o di andare in paradiso in carrozza sarete sonoramente delusi e avrete dei guai seri, anzi…”. Tremano i polsi a sentire il “mite” Gesù trattare così i suoi concittadini e seguaci e continuano  a tremare quando lo si sente descrivere il comportamento del Padrone di casa nei riguardi di questi “pretenziosi di salvezza”: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori comincerete a bussare alla porta (…). Ma Egli dichiarerà: vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità (…)”. E poi conclude con un riferimento al concetto di “chiamata universale alla salvezza” , come dire di non meravigliarsi  (scandalizzarsi, ingelosirsi…) se Dio aprirà le porte della salvezza a tutti (la porta della fede?). E’ proprio vero che “Dio delude sempre chi se lo  immagina a modo suo”, ma è anche vero e proficuo per il proprio cammino verso la salvezza  andare al fondo di questa “delusione” per rimuovere il pensiero  (l’dea di Dio che ci si è fatta…) che la alimenta. Ma per far questo occorre domandar grazia a Colui che nella Trinità è lo specialista per tali “chiarimenti di idee”… E sappiamo bene chi è. 

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COMMENTO OMILETICO

                    COMMENTO OMILETICO  (Santa Trinità, Gv.16, 12 – 15)

   Risulta difficile trovare situazioni concrete dell’esistenza dalle quali partire per “meditare” su questo brano di vangelo allo scopo di trarne qualche dritta per migliorare lo stato di salute dell’anima… momentaneamente in libera uscita dall’eternità. Difficile cioè trovare delle analogie tra la situazione descritta da Giovanni evangelista (Gesù alle prese con l’addio dai suoi…) e una qualsiasi altra dinamica della vita terrena simile a questa. A meno che non si prenda in blocco tutto il brano (così ci suggerisce l’intelligente liturgia della Chiesa Madre e Maestra), non a caso collocato a fine ciclo dell’avventura terrena di Gesù, e non lo si legga in chiave di metafora esplicativa della totalità e integralità del mistero cosmico della vita che non è fatta di “passato, presente e futuro”, ma di dimensione “altra”… di eternità. Ma è proprio questa difficoltà a trovare analogie, a disvelare qualcosa e a fornire la cura per le inquietudini dell’anima e per le ansietà croniche che la prendono alla gola.  E questa cura, questo “qualcosa” è paradossalmente “Qualcuno”, anzi “Qualcuno Trino”. E’ la Trinità,  la Trinità da sempre in cerca di compagnia con l’essere umano e per questo capace di far  contattare  Tempo e Eternità sul palcoscenico del Presente. Palcoscenico sul quale si sono avvicendati, si avvicendano e si avvicenderanno a turni il Creatore (che avrà modo di rivelare piano piano alla sua creatura di essere Lui il Padre), il Salvatore (che ha avuto modo di rivelare di essere Figlio Unigenito e Preferito e Ubbidientissimo del Padre) e lo Spirito Santo a cui spetta il lavoro di Santificazione (rifinitura?). Il tutto però in perfetta armonia e condivisione del progetto d’insieme. Le medesime scienze sociologiche hanno “scoperto” che per un buon funzionamento di un gruppo servono essenzialmente “fiducia reciproca” e “condivisione chiara degli obiettivi”… se no non si va da nessuna parte!

A leggere e rileggere questo brano di Giovanni si nota un Gesù teso a rassicurare i suoi, a tonificare i muscoli dell’anima, a sostenere e rinvigorire gli animi in vista dello stress emotivo e spirituale dello sconforto che avrebbero dovuto subire di lì a poco. Si avverte un Gesù quasi in difficoltà a farsi capire da gente non in possesso del decoder “eternità”, codice invece posseduto ed esperimentato da Gesù. Ecco allora che Gesù mette le mani avanti chiamando in scena lo Spirito che “vi spiegherà piano piano tutto… anche le cose future…”. Sembrerebbe sentirlo dire: “Lo spirito Santo è più bravo di me” e invece no,  perché subito dopo torna a bomba riconoscendo che sarà proprio Lui a “glorificarmi”,  con il sorridente beneplacito del Padre… Proprio una bella famiglia, la famiglia trinitaria. Non c’era altro modo di far capire a chi non possedeva il codice “eternità” che divisione di ruoli non significa competitività o altro, che stare insieme non significa “però ognuno per i fatti suoi”,  che Trinità non è spartizione di potere, ma condivisione di un progetto d’Amore. Non c’era altro modo di far capire che non si può capire tutto fintantoché tutto è ancora in fieri, ma di stare comunque sereni perché tutto è nelle mani di Dio: passato (creazione),  presente (Redenzione).  Futuro (santificazione). Non c’era altro modo di far intuire cosa fosse Trinità (mistero integrale) a chi a malapena aveva esperienza di un frammento di mistero… “rispecchiato confusamente” direbbe san Paolo, dallo specchio del tempo.  Sarebbe come voler fare esperienza di matrimonio senza volervi entrare (convivenza) o voler fare esperienza della morte facendo un lungo sonno o descrivere il gusto di una mela a chi non ha mai avuto esperienza di cosa è la frutta. Il mistero della Trinità è Altro da tutte le altre forma di Relazione, è un mistero nel quale l’anima è dentro fino al collo… anche se il corpo è momentaneamente fuori, nell’attesa di venirvi tuffato dentro anche lui…

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A PROPOSITO DI VOLER SEMPRE SPIEGAZIONI… (commento omiletico)

              COMMENTO OMILETICO DOMENICA TERZA DI QUARESIMA 2013 (Lc. 13, 1 – 9)

La tendenza dell’essere umano a voler “spiegare” tutto quello che gli capita di vivere o di osservare nella vita dei suoi simili  è bella e lodevole perché fa parte del profondo bisogno di conoscenza che caratterizza appunto la mente umana. Se però questa tendenza a “spiegare” viene eretta a sistema unico di conoscenza per cui tutto quello che non si riesce a ”spiegare” razionalmente   viene sbrigativamente qualificato come “non scientifico”, allora non ci siamo!

Non ci siamo, perché già in antichità si trova chi ha fatto i conti con questa realtà dei limiti della capacità conoscitiva… Diceva Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”   e più recentemente c’è chi ha affermato: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” per arrivare al paradosso di don Pronzato: “Se si toglie il mistero non si capisce più nulla”. Bastano questi pochi cenni per capire come mai , nel racconto di Luca di questa domenica, Gesù risponda senza dare “spiegazioni”  a chi gli riferiva scandalizzato di eventi tragici (una  colpa l’ avranno pure avuta quei Galilei fatti uccidere da Pilato proprio mentre offrivano sacrifici…. e una colpa l’ avranno anche avuta quei 18 che morirono schiacciati sotto la torre di Siloe… se no non si spiega!). E sembra irritato e minaccioso il suo tono nel rispondere… quasi a dire di non attardarsi a cercare spiegazione, ma di affrettarsi alla conversione (“Se non vi convertirete, perirete tutti!”). Con questa frase minacciosa Gesù passa del livello “razionale” al livello “spirituale” della questione mettendo in chiaro che la “conversione” e prioritaria rispetto alla attesa di spiegazioni per poi potersi convertire… se conviene.

 E sembrerebbe finita così, senonchè Luca, con maestria didattica, inserisce a questo punto la breve parabola del fico che non da frutto (dopo tre anni di attenta coltivazione)  provocando l’irritazione del proprietario del campo… irritazione che il contadino riesce a placare con  un appello alla misericordia paziente: “Signore, lascialo ancora per quest’anno. Voglio zappare bene attorno a questa pianta e metterci del concime. Può darsi che il prossimo anno produca dei frutti; se no lo farai tagliare”.

Sembra di poter ricavare, dal brano liturgicamente così ben assortito di oggi, che a Gesù interessi in primo luogo la sollecita conversione personale (senza perder tempo a  ricercare  spiegazioni di eventi capitati ad altri… per natura loro “misteriosi”), ma anche interessi ricordare la infinita “pazienza” del Padre sempre in attesa di questa conversione… Anche perché non sembra fuori luogo vedere nel “contadino” che per “tre anni” ha amorevolmente accudito al fico lo stesso Figlio… E potrà mai un Padre del genere perdere la pazienza?

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I DEMAGOGHI ATTIRANO LE FOLLE, MA I PROFETI ANCORA DI PIU’ (commento omiletico al brano di Luca 3.10-18)

La scienza psicosociologica cerca di spiegare molte cose, compresi i comportamenti delle masse, delle folle e sostiene che il comportamento di queste, così come degli individui,  è la parte manifesta di tutto un processo interiore sommerso fatto di idee, convincimenti, motivazioni, finalità da raggiungere che gli fanno da base. Per cui, quando le folle accorrono per sentire un leader, in genere lo fanno perché lo suppongono capace di rispondere al bisogno comune di un miglioramento delle condizioni di vita. Accade così che un leader, talvolta, si possa trasformare in demagogo promettendo mari e monti… e magari regalando  poi un semplice atlante… Rimane psicologicamente curioso (e misterioso) come mai le folle accorrano, invece, a sentire leaders che non le blandiscono, che non le imbambolano, ma che addirittura biasimano comportamenti cattivi e propongono ricette “lacrime e sangue” per il miglioramento delle condizioni di vita…

E’ quanto narrato dal brano di vangelo di oggi che ci presenta il cugino precursore di Gesù, Giovanni, infuriato contro i comportamenti cattivi e certamente più profeta che demagogo, dal momento che invitava a cambiar vita “cambiando vita”, non promettendo pertanto mari e monti, ma invitando al sacrificio e alla penitenza. E proprio per questo le folle lo interrogavano concretamente sui comportamenti da “correggere”, sul da farsi. E di risposte ne aveva per tutti, conoscendo bene la vita dei suoi contemporanei, sebbene da tempo vivesse solitario nel deserto. Le aveva anche per i più cocciuti ai quali riservava aforismi e prescrizioni dal sapore vagamente paradossale (“chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto”) che psicologicamente è il miglior sistema per irritare ancor più chi non ha animo umile.. Infatti la risposta irritata  dei Farisei “Noi abbiamo Abramo per padre, non abbiamo bisogno d’altro”! la dice lunga.

Le persone più disponibili delle folle invece, umilmente, lo interrogavano sul da farsi concreto ed ecco il Giovanni urlatore farsi mite e suggerire comportamenti minimali quali accontentarsi della paga (ai soldati), non esigere più tasse del dovuto (i pubblicani) e così via…E queste a lasciarsi battezzare…

Quello che più impressiona è come mai i profeti attraggano le folle più dei demagoghi… La risposta sembra semplice. Perché essi intercettano i veri bisogni dell’anima e con l’anima non si scherza. Giovanni, con il suo battesimo all’acqua di “rose” spiana la strada al Battesimo “spinosissimo” di Colui che darà piena e definitiva soddisfazione al bisogno di salvezza integrale dell’anima che avviene, paradossalmente parlando, sacrificando all’estremo quella del corpo. Ecco perché Gesù arriverà a dire proprio a riguardo del  sacrificio estremo: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”… tutti, compresi quelli più cocciuti. Tutti, anche quelli momentaneamente attratti dai demagoghi di turno. Ecco quindi chiarito come mai possano attrarre così tanta gente, per così tanti secoli di storia, uno squattrinato urlatore da deserto e soprattutto un Uomo martoriato appeso  sanguinante su una croce. Mistero chiarisce mistero verrebbe da sussurrare…ed è subito gioia!

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Succede spesso di essere invidiosi senza accorgercene …(Commento omiletico del 30 settembre 2012)

Succede spesso nella vita quotidiana di essere alle prese con il demone dell’invidia, un demone capace di infilarsi negli anfratti più nascosti della mente e del cuore e da lì lanciare i suoi attacchi all’anima intera. Il demone dell’invidia  (così come tutti i demoni capitali) è solito usare strategie raffinatissime per ottenere il suo scopo, quello di rovinare i rapporti.
La strategia principe usata dal principe del male è quella di passare inosservato perché capace appunto di camuffarsi, di mascherarsi suscitando in chi lo asseconda reazioni di “sdegno”, di “risentimento”, di vero e proprio “scandalo”.
Scandalizzarsi del male è normale, ma “sdegnarsi” o “scandalizzarsi” del bene è proprio strano e curioso. Questo meccanismo, del tutto inconscio, succede in ragione di ciò che si “pensa” di quell’evento che ha suscitato tanto “scandalo” o “risentimento”. Un esempio di antichissima data può chiarire meglio il concetto: Caino “pensava” che Dio gradisse di più le offerte  del fratello Abele e ne ebbe invidia… fino ad eliminarlo… anziché eliminare il suo pensiero cattivo.. Ma su quale base di realtà, Caino,  si era fatto questo “convincimento”?  La medesima cosa potrebbe essere accaduta, nella notte dei tempi, a Lucifero quando “pensò” che non era giusto che Dio facesse il Dio da solo e ne ebbe invidia… fino a volerlo eliminare… senza riuscirvi però.
Più o meno dovrebbe essere successo (è il brano del vangelo che stiamo commentando) nientemeno che a Giovanni,  il discepolo preferito da Gesù (e chissà se gli altri  undici non avranno avvertito il pungolo dell’invidia  nelle loro carni per questa gratuita preferenza di Gesù…).
Giovanni infatti “pensava” che chi non era del loro gruppo non potesse fare del bene… ed ecco scaturire da questo “pensiero virale” (cattivo pensiero) l’esplosione, degnata, scandalizzata, quasi trionfale di Giovanni: “Noi glielo abbiamo proibito perché non viene con noi”. Una esplosione, chissà, per la quale magari Giovanni si sarebbe aspettato da Gesù una lode, un encomio..
Ed invece Gesù risponde con un antivirus che va a colpire al cuore il virus di quel cattivo pensiero: “Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo (che faccia, cioè, del bene…) in nome mio e subito possa poi parlare male di me. Perché chi non è contro di noi è con noi”- E prosegue poi con una sventagliata di paradossi da far tremare i polsi e da sconvolgere la mente, una sventagliata di paradossi dove, guarda caso, ricorre più volte la parola “scandalo”.
Gesù, con questa sventagliata di paradossi (“Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo…” ecc.) arriva a ribaltare l’atteggiamento “scandalizzato” (quindi invidioso…) di Giovanni e discepoli.  Come a voler far capire chiaramente di non essere loro motivo di scandalo con i loro comportamenti meschini retti dal pensiero che “chi non è con noi è contro di noi”.
Ce n’è abbastanza per tutti noi… Anziché strapparsi le vesti per ciò che pensiamo “scandaloso” negli altri occorre comportarsi in modo che non siano altri a strapparsele a causa dei nostri atteggiamenti meschini, gretti, pettegoli ,razionali… invidiosi.  E ciò accade facilmente quando si perde di vista lo scenario del Regno di Dio dove ognuno di noi è una comparsa e non una prima donna.
Anziché essere invidiosi (seccati, risentiti, irritati, addirittura scandalizzati…) che qualcuna faccia il bene come noi o sia più bravo e dotato di noi o sia “preferito” da Dio occorre semplicemente “pensare” che se questo qualcuno non è “contro Dio” è dalla parte di Dio e che se non è contro di noi è con noi. Questo convincimento di fede è il seme della amabilità fraterna. Se l’invidia del diavolo (a dirla con la Sapienza e con Paolo) ha rovinato il mondo delle relazioni, l’amore fraterno portato da Gesù lo ha salvato. A condizione di non guardare il fratello con occhio invidioso…

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12 settembre 2012 · 14:27