Archivi del mese: aprile 2014

6 maggio 1979

6 maggio 1979

Con un gruppo di fidanzati alla parrocchia di s. Antonio a piazza Asti (rogazionisti) Roma. Il Papa della Famiglia, in docilità allo Spirito (San Giovanni XXIII)… Abbiamo rinvigorito lo Spirito Santo la mattina del 27 aprile, giorno della doppia canonizzazione, e delle quadruplici emozioni, lo abbiamo rinvigorito con le medesime emozioni che ci aveva regalato…Lo Spirito Santo è sovente anche “spiritoso” in barba alla nostra “seriosità”… FRUTTI DELLO SPIRITO (che sono elencati in numero di 9 da san Paolo…). Se i frutti sono i comportamenti visibili delle piante, i nostri comportamenti relazionali dovrebbero essere gustosi, belli, gradevoli come lo sono i frutti…Anziché “desiderare di avere” i frutti soltanto perchè gradevoli e invitanti (ci sono cascati con tutti due i piedi Eva e Adamo…) dovremmo impegnarci ad “essere frutti” (“Desidera ciò che hai” avrà modo di dire sant’Agostino… intendendo di riconoscere che si “ha” di “essere” figli di Dio… ). Che cosa nei nostri comportamenti andrebbe “modificato” nel senso della bontà, amore, benevolenza, mitezza, dominio di sè ecc. ecc.? Non si arriverà fino a nove, ma a tre o quattro perchè no? Insomma, il desiderio di avere nasconde il bisogno di essere…

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28 aprile 2014 · 19:45

METTERSI INSIEME…è facile! Più difficile è METTERE SU FAMIGLIA

Perché così spesso “mettersi insieme” oggi non è anche “mettere su famiglia”? (Annarita) (dalla rivista SE VUOI)
Annarita, complimenti… nella tua domanda c’è già inclusa la risposta. Intendo dire che, ragionando in termini un po’ paradossali, oggi accade così nei rapporti ragazzo – ragazza, perché “mettersi insieme” non è difficile, mentre “mettere su famiglia” lo è. E lo è diventato sempre di più in questi ultimi decenni in quanto che la cosiddetta “cultura” di fondo che subdolamente influisce sulla convivenza umana è una cultura più incline al frammentario che non al definitivo, è una cultura più tendente a vivere l’emozione del momento che non a impegnarsi per una progetto di lunga durata, è una cultura tinta di individualismo più che di relazionalità, è una cultura drammaticamente paradossale che lascia aperta la porta alla “reversibilità” in una situazione di scelta che per natura sua postula di non guardare indietro una volta “messo mano all’aratro”, è una cultura tronfia di razionalità ma scarsa di spiritualità, una cultura che snobba il mistero, una cultura del “fai da te” (salvo poi a rincorrere guru, terapeuti, maghi di varia specie per correre ai ripari), è una cultura sbilanciata sulla tecnica noncurante dell’etica (chi ha detto che se una cosa la si può tecnicamente fare, sia lecito e onesto farla?). E faccio pausa un momento con questo sfogo. perché non ti vorrei spaventare con questa tiritera sociologica, ma siccome la tua è proprio una bella domanda e vi leggo tra le righe un sommesso invito al positivo, voglio tentare di trovare l’elemento che tiene insieme tutte queste caratteristiche “culturali” o di costume relazionale e questo elemento mi pare di ravvisarlo nella non “crescita” dell’uomo di oggi (ricordo per inciso che il primo comando del Creatore alla coppia fresca fresca di matrimonio – e i due non avevano neppure avuto il tempo di “mettersi insieme” – è “crescete”…, parola etimologicamente imparentata con il verbo “creare”, quasi a dire “portate avanti quel che ho creato”). Questa mancata crescita verso l’adultità blocca sovente ragazzi e ragazze alla fase della “adolescenzialità psichica” caratterizzata appunto dal dominio del sentimento per sua natura oscillante e poco stabile (laddove la stabilità la dà invece la “decisione”, la “scelta” di “amare”… senza dimenticare che la parola “amore” ha una radice etimologica sconvolgente, quella latina di “a – mors” e cioè “non morte”). In una parola, è una cultura della paura più che non della speranza… Paura del “per sempre”. Il per sempre è roba per gente coraggiosa, adulta, matura. I ragazzi e le ragazze di oggi, invece “così spesso” vengono braccati dalla paura di crescere. Se a questo poi si aggiunge che non si fidano di nessuno che li possa aiutare a crescere (“Signore, aiutami a crescere”… oppure “accresci la mia fede”), la situazione si complica. Tutto ciò è potuto accadere, quindi, perché è stato intaccato il “rapporto con Dio”. Già lo aveva intuito lo psicologo Carl Gustav Jung (non troppo gradito ai seriosi e sussiegosi analisti “padreterni” della prima ora!) quando affermava: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”. Ma torniamo a noi, carissima Annarita. Se “mettersi insieme” è facile e “mettere su famiglia” è difficile, e se così spesso tanti ragazzi e ragazze d’oggi optano per la prima “scelta” (che più che una scelta sembra essere un trovarsi scivolati dentro a una situazione piacevole talvolta a propria insaputa…) lo si deve anche al fatto che, a livello filosofico – culturale si sta vivendo un passaggio pericoloso, il passaggio dalla “persona fonte del diritto” al ”desiderio fonte del diritto”, nel senso che si pensa di avere diritto ad avere una cosa semplicemente perché la si desidera in quanto attraente e piacevole (è una vecchia storia… capitata a una certa Eva e al suo Adamo…). Per esempio si desidera essere considerati “sposati” anche se non lo si è (e magari anche tra persone dello stesso sesso…) e si pretende di avere i medesimi diritti di chi sceglie il matrimonio, civile o religioso che sia, nonostante il rifiuto del matrimonio come istituzione… Come se qualcuno pretendesse di avere i medesimi diritti di un prete senza volerlo diventare! Curioso eh? Le scienze del diritto invece hanno da tempo affermato che è la “persona” tutta intera ad essere fonte del diritto e non soltanto la sua parte “bambina”. Il bambino, si sa (e lo sosteneva già Freud) agisce guidato dal principio del piacere e fa prevalentemente quello che gli “piace”, mentre l’adulto diventa tale quando riconosce di dover fare anche quello che gli “costa”… senza troppe storie. Il semplice “stare insieme” è piacevole, mentre “fare famiglia” costa… Senza dire che lo “stare insieme” non sembra configurarsi come una scelta adulta completa in quanto mancante dello scopo, della “finalità”. Potrei chiederti, cara Annarita, a che cosa è finalizzato lo stare insieme? Qualcuno potrebbe dire che lo “stare insieme” piano piano avvia verso il “fare famiglia”… Ma si aprirebbe, per i due, tutta una situazione interiore di ansietà… poco giovevole alla maturazione dello stile di vita della coppia. E qui si potrebbe aprire il discorso, magari da affrontare una seconda volta, delle “convivenze” all’italiana o delle convivenze quali che esse siano, vissute come propedeutiche al matrimonio, esperimentate come una sorta di prova. Senza andare troppo per le lunghe cito soltanto, magari anche un po’ stiracchiata, questa considerazione: “Non è cosa molto intelligente voler provare cos’è la morte con un lungo sonno, e neppure è cosa più saggia pretendere di sperimentare l’unione coniugale prima di entrare totalmente nel matrimonio”. (Theodore Bovet). Per concludere, cara Annarita, riprendo dalla tua domanda l’espressione “così spesso” che mette proprio il dito sulla piaga… Così spesso sta dilagando questo “stare insieme” non finalizzato e non progettuale perché “così spesso” è invalso l’uso di voler manovrare di testa propria la propria vita ignorando che essa è invece da manovrare rispondendo ad una “vocazione”. O anche questa parola fa paura? E allora servirebbe fare come fanno i bambini quando hanno paura, e cioè chiamare papà o mamma…Ed ecco dal cuore impaurito sgorgare l’orazione dell’anima “Padre Nostro”. E data la tua, immagino, giovane età ti voglio regalare questa parafrasi di un proverbio conosciutissimo: “Un Padre nostro al giorno toglie il maligno di torno”, il maligno della superbia, dell’avarizia, della lussuria, dell’ira, della gola, dell’invidia, dell’accidia… e (forse non lo sai che originariamente i vizi capitali erano 9… ai quali facevano quasi da contraltare i 9 frutti dello Spirito elencati da san Paolo) quello della menzogna e della paura.
(Gigi Avanti, consulente familiare, http://www.gigiavanti.com)

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ERA IL 6 MAGGIO 1979..

ERA IL 6 MAGGIO 1079..

Conservo l’autografo…e sioprattutto il ricordo (il computer avrà tanta memoria, ma non avendo “cuore” non conserva nessun “ricordo”…

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22 aprile 2014 · 13:35

DEDICATO A CHI VUOL CAPIRE… PRIMA DI DECIDERSI A CREDERE

COMMENTO OMILETICO per la Domenica di Pasqua (20 aprile 2014 – Gv. 20, 1 – 9)
Non è sempre facile trovare delle analogie tra episodi del vangelo da commentare e situazioni esistenziali dell’uomo d’oggi onde trarne nutrimento per l’anima. Soprattutto quando l’episodio da commentare è unico, come quello di questa Domenica unica, la Domenica di Pasqua. Cosicchè sembra venir meno anche la fantasia interpretativa da investire in prospettiva pedagogico-spirituale. Sembra venir meno, ma non al punto da non poter attingere alle sempre fresche risorse spirituali dell’anima. Ed ecco allora sgorgare da questa scaturigine spirituale uno stimolo . Nel brano del vangelo di oggi ci sono due pennellate che, lette insieme, danno una dritta per tale meditazione: “Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto al sepolcro, e vide e credette” e “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura che egli cioè doveva risuscitare dai morti”. Quasi a dire che la fede è un “due più due fa quattro” a livello di anima e non di ragionamento; è una intuizione viscerale donata che scuote dalle fondamenta la legittima voglia del voler “capire” che talvolta, però, si trasforma in pretesa di spiegazioni prima di decidersi a credere. C’è una sorta di ribaltamento (per fortuna) delle leggi della logica umana secondo le quali ciò che non si capisce non ha garanzia di scientificità…
Le leggi del pensare razionale (tra l’altro promulgate dall’essere umano… con il sospetto di un conflitto di interessi) danno pochissimo spazio al fascino del mistero. L’animo razionale è riluttante a volersi tuffare nella piscina dell’umiltà per riconoscere perlomeno che “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” oppure che “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. L’anima spirituale invece, partorita dall’utero del Creatore. ci nasce proprio in questa immersa piscina dell’umiltà e vi rimarrà immersa fino al collo per sempre.
La pretesa del voler capire per decidersi a credere allontana l’incontro con Gesù. Del resto, è anche la dinamica secondo la quale avvengono i miracoli operati da Gesù nella sua breve esperienza terrena. Chi va da lui in cerca di miracoli (e non in cerca di Lui) per poter credere rimane deluso; anzi ai suoi conterranei che glieli chiedevano quasi quasi vantando un diritto di prelazione, risponde seccamente “Vi verrà dato solo un segno, quello di Giona…”. Chi invece va da lui perché già gli crede (“la tua fede ti ha salvato”) ottiene anche il miracolo… Gesù guarisce i corpi per salvare le anime, rianima i cadaveri per far capire che è l’anima a contare più di ogni cosa (anche se poi verrà recuperato pure il corpo con la resurrezione della carne… perché nulla del creato andrà sprecato, ma tutto sarà “ricapitolato in Cristo”).
Ecco perché Giovanni, in questo brano di vangelo, si autodescrive come colui che “vide e credette” e non come colui che “capi”… Credere è un dono fatto all’anima per il quale quotidianamente ringraziare, laddove invece voler capire (nel senso di esigere delle spiegazioni plausibili del mistero cosmico della vita) attiene alla presunzione dell’animo umano. Questo potrebbe suggerirci qualcosa circa il nostro comportamento di “credenti”… Credenti “a prescindere” o credenti “postumi”, credenti dopo aver visto il miracolo (magari narcisisticamente applaudendo a noi stessi per essere riusciti a sfilarglielo) o credenti “preventivi” (stupiti di sentire risuonare tra le pareti dell’anima quella soave carezza “la tua fede ti ha salvato”…Stupiti e magari ancora in grado di sussurrare a Gesù la richiesta di un ulteriore “miracolo”, quello di un accrescimento di fede…). In questo senso la Pasqua è la festa per eccellenza per la gioia dell’anima. In questo senso, Pietro e Giovanni, stupiti dal vuoto del sepolcro non persero tempo a chiedersi “come” potesse essere accaduto, ma accettarono “che” fosse accaduto e basta, non corsero in questura a “denunciare” il fatto, ma presero ad andare ovunque ad “annunciare” l’evento… rischiando la pelle. E già risuonava nelle orecchie della loro anima il ritornello: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, ritornello che non attiene ad una logica di sadismo o di vendetta ma alla divina logica del mistero, unico cibo capace di saziare gli appetiti dell’anima. Più la mente rimane a bocca asciutta più l’anima si sazia di Dio.

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GIOVEDI’ SANTO … GESU’ INVENTA DUE SACRAMENTI IN UN BOTTO SOLO UNO ESCLUSIVO PER PRETI E L’ALTRO PER TUTTI

Il mio caro amico fratello prete don Carlino Panzeri (siamo nella Consulta della CEI per la famiglia con Maria mia moglie) nella immaginetta della sua consacrazione sacerdotale – 18 marzo 1971 . scriveva “cristiano con voi, prete per voi”. A lui e  tutti i preti questo pensiero d’affetto.  OGGI, giovedì santo, voglio ricordare tutti i miei amici sacerdoti, quelli riusciti e quelli fuoriusciti, quelli che hanno posto mano all’aratro e non si sono voltati indietro e quelli che, per misteriose combinazioni di cui soltanto Dio conserva gelosamente la chiave di lettura, hanno posto mano all’aratro e si sono voltati indietro… voglio ricordarli nell’orazione e ringraziarli. Non posso fare l’elenco per ovvii motivi… Ma mi piace ricordare che Gesù, proprio oggi, inventava due sacramenti, uno proprio per loro e l’altro forse anche un po’ per loro ma soprattutto per noi “laici” (anche se il secondo non figura tra i sette ufficiali), quello dell’eucaristia e quello della carità. Come dire che non esiste carità senza eucaristia ed eucaristia senza carità, cioè solitaria… Certo che mettersi a lavare i piedi nel bel mezzo di una cena non è proprio di buon gusto (ma la carità più gradita a Dio è proprio quella per la quale si ha più riluttanza ad esercitare… scrivono i mistici) e sa anche di macabro, davanti a un buon bicchiere di vino, mettersi a parlare di “sangue”… Saranno state anche queste “provocazioni” a fare andare in tilt il già fragile cervello di Giuda… In una omelia di don Carlino Panzeri (TV 2000 martedì e venerdì ore 8.30) ho sentito questo dettaglio su Giuda… Ma come mai è stato lasciato solo, come mai nessuno del gruppo lo ha “confrontato” su quello che stava per fare? E’ una domanda provocatoria anche per noi… Cosa dire infatti di certi comportamenti di solitudine spirituale non capaci di alimentare una fraternità gioiosa?                                     

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FA PARTE DELLA FOTO-TESTO PRECEDENTE DEI “PARRUCCONI PELATONI”

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11 aprile 2014 · 19:39

CI PERMETTETE, CARI PARRUCCONI PELATONI, DI PARLARE DI ” ECOLOGIA SESSUALE”?

CI PERMETTETE, CARI PARRUCCONI PELATONI, DI PARLARE DI

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11 aprile 2014 · 19:37