Archivi del mese: dicembre 2011

ANNO NUOVO …(a proposito di proverbi e prediche)

 (ovvero come mai i proverbi non sono noiosi e certe prediche sì)

 La bellezza e magia dei proverbi è data da un semplicissimo accostamento di due o tre sostantivi e di due o tre aggettivi sovente cadenzati da un suadente ritmo o da una soave rima baciata. Come nel caso del ritmo ottonario del noto proverbio “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!” o di quello  altrettanto noto “chi di spada ferisce di spada perisce”. Tale sobrietà dei proverbi sembra derivare dalla natura medesima della “verità”, di per sé “semplice” sebbene misteriosa. Potrebbe essere probabilmente per questa ragione che i proverbi non annoiano e che, anzi, offrono a mente e cuori umani quel fulmineo godimento interiore quando si ascoltano o capita di leggerli. Un fulmineo godimento interiore certamente propiziato dall’anima che, non va dimenticato, è il punto di contatto tra l’eternità e il tempo… essendo l’anima “eterna”, ma in libera uscita nel “tempo”. Per cui succede che leggendo o ascoltando un proverbio si viva quasi un frammento di esperienza quasi “mistica” di contatto con la Verità.

  Anche quando i proverbi sembrano apparire contraddittori,  come nel caso del famosissimo “dulcis in fundo” ( il dolce viene in fondo o il bello viene alla fine) opposto a “in cauda venenum” (nella coda sta il veleno o il brutto viene alla fine) e nel caso del proverbio del titolo di questo articolo “anno nuovo, vita nuova” a cui fa da controaltare “nulla di nuovo sotto il sole”! In realtà più che trattarsi di contraddizione si tratta di armonia degli opposti. Così facendo, i proverbi si sottraggono al pericolo della filosofia manichea del “aut – aut” (o questo o quello) per abbracciare la filosofia positiva del “et – et” (sia questo che quello).

 Tale contatto immediato con la verità propiziato dai proverbi (contatto possibile anche con i paradossi…dei quali, tra l’altro, il vangelo è pieno zeppo) non sempre avviene quando si ascoltano certe prediche. Già la parola “predica” evoca significati e vissuti talvolta, se non sovente, legati a noia, a monotonia… Come mai? Tante possono essere, come spesso accade quando si è alle prese con la fissazione di voler trovare una “spiegazione”, le spiegazioni.   Qui mi limito a dire che la noiosità di certe prediche non sta soltanto nella lunghezza o nella ripetitività dei contenuti, ma si nasconde, subdolamente, nell’atteggiamento “annoiato” o fuori contesto temporale di chi le ascolta. Succede la medesima cosa quando si ascolta la narrazione di una barzelletta che si conosce. Cosa impedisce di godere ancora della sua narrazione cogliendone altri dettagli o ascoltando in maniera non annoiata chi le racconta? Cosa impedisce di godere nuovamente del tramonto o dell’alba di oggi pur avendoli visti tante e tante volte? Cosa impedisce di godere nuovamente del giorno vergine che ci viene offerto giorno per giorno pur avendone vissuti tanti e tanti? Cosa impedisce di godere l’attimo pur avendone vissuti tantissimi?

  Il problema, quindi, non è tanto o soltanto nella predica, ma anche e forse soprattutto nell’atteggiamento  con cui si ascoltano.  Può succedere infatti, spesso senza saperlo o senza avere l’umiltà di riconoscerlo, di vivere molte esperienze della vita con  un atteggiamento annoiato fonte di insoddisfazione quale quello del non saper godere delle “gioie vergini” offerte, usualmente, ogni giorno dalla vita magari inseguendo miraggi irraggiungibili…

   Al di là di questo, spero non noioso, argomentare mi piace comunque trascrivere questo “breve” brano nel tentativo di mettere d’accordo proverbi e prediche… Eccolo: “La predica deve essere come la minigonna: deve essere corta, deve attirare l’attenzione, deve contenere l’essenziale, deve introdurre al mistero, deve far intuire quello che non si vede”. Vuoi vedere che i proverbi sono prediche senza minigonna… sono verità nuda?

                                                                                                                                        

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I curiosi significati della parola “battesimo” (Commento omiletico del brano sul Battesimo di Gesù)

 (Mc. 1,7-11)

          A molte parole tocca il curioso destino di venire usate in contesti diversi rispetto a quelli, per così dire, nativi, rispetto cioè a quei contesti per i quali quella parola aveva quel preciso significato e soltanto quello. Questo destino, seppur curioso, è comunque espressione della ricchezza  e complessità di ogni realtà della vita, sempre impossibile imbrigliare in un concetto o rendere con parole. Si parla, a questo riguardo, di limiti del linguaggio umano, limiti che costituiscono però il suo valore.

   Tale curioso destino è toccato anche alla parola “battesimo”, una parola seria, legata al mondo religioso, quasi certamente espressione “limitata” e “povera” di una esperienza primordiale del rapporto della creatura con il suo Creatore e passata poi in altri contesti. Si pensi ad esempio al mondo del calcio quando il cronista descrive un portiere che non si muove per la parata in quanto che “ha battezzato fuori la palla” (in questo caso “battezzare” ha significato di “valutare”, “giudicare”) oppure al “battesimo dell’aria” per il primo lancio dei paracadutisti, al battesimo del “fuoco” ( rito iniziatico di certe tribù consistente nel marciare sui tizzoni ardenti) o al battesimo di “sangue” (iniziazione alla caccia o alla guerra) e così via. In tutti questi casi si tratta di una esperienza avente carattere di “irrepetibilità”, è una sorta di punto di non ritorno.

   Il brano di vangelo di questa domenica introduce però un “elemento” nuovo, quello della “conversione” rispetto alla esperienza di vita precedente. Il battesimo cristiano è sì un rito iniziatico, ma finalizzato ad un cambiamento radicale di vita. Ci si butta in un’altra dimensione di vita dove quel che conta e di “convergere” sistematicamente verso Dio nel proprio agire quotidiano. Il racconto dell’evangelista Marco ci permette di cogliere questa “novità” di significato molto nutriente per l’anima!  La sobrietà del suo narrare fa risaltare meglio la straordinarietà di quella esperienza ordinaria della “conversione”. Straordinaria perché non avviene per presuntuosa scelta personale, ma per umile e misteriosa accettazione, da parte dell’anima, di tutto un segretissimo processo interiore di impulsi capaci di trascinare gradualmente l’intera persona al momento e al punto della “conversione”. Ordinaria perché questo momento di “conversione” dovrà spalmarsi nel fluire ordinario del giorno dopo giorno.

 La narrazione di Marco consente pertanto di cogliere quest’atmosfera di “adultità” e di “maturità” caratterizzanti l’evento, quasi a voler suggerire che l’esperienza cristiana non è cosa per animi molli, pettegoli o infantili.  E’ Gesù, l’adulto, infatti a decidere consapevolmente di andare dal cugino Giovanni a farsi battezzare; è Lui a decidere di uscire allo scoperto per iniziare la sua splendida e tragica missione di far cambiare rotta all’umanità peccatrice facendola “convergere” verso Dio; e compie questo atto di sottomettersi al “battesimo” sebbene non ne avesse avuto bisogno non essendo né peccatore, né bisognoso di “convergere” verso Dio; e tutto questo avviene lasciandosi guidare dallo Spirito (e non dalle “sue” idee o precomprensioni), lo stesso Spirito che di lì a poco lo indurrà ad andare nel deserto per essere istigato dal diavolo a “leggere” la sua futura missione in maniera autocentrata e vanitosa, quindi “divergente” rispetto alla volontà del Padre.

 Ed è a questo punto che scoppia l’applauso di Dio per il suo Figlio preferito, il più riuscito di tutti, si direbbe con linguaggio umano. Un Dio rimasto in attesa trepidante di questo momento e che finalmente da libero sfogo alla sua commozione fa veramente tenerezza! Essere “battezzati” diventa a questo punto essere quotidianamente “convergenti” verso Dio nei  pensieri, nelle parole, nei sentimenti, nelle azioni. Vivere da “battezzati” significa vivere per la causa del Regno di Dio da “adulti” (a tal proposito verrà regalato all’anima il pacco-regalo dei doni dello Spirito con il sacramento della Cresima).

 L’anima è già “tarata” dall’eternità su questo programma, per  questa missione… Tocca alla persona “adulta” e “matura”, per grazia e nel giorno dopo giorno accorgersi per tempo e assumere in tutto e per tutto tale compito assegnato all’anima da Dio fin dall’eternità. L’anima è una sorta di nave in libera uscita dal porto dell’eternità a cui è stato concesso di navigare nello spazio limitato del tempo perché poi vi possa fare ritorno portandosi appresso la persona con la quale Dio, nella Sua Somma fantasia, l’ha voluta “mascherare” (nella lingua greca “persona” equivale a “maschera) sul palcoscenico spazio-tempo della storia.

 Il corpo, la mente e il cuore costituiscono quindi questa “maschera” della persona e  possono essere paragonati a tre navicelle alle quali conviene moltissimo seguire la scia della “nave-pilota” aperta  dall’anima. Conviene moltissimo alla persona seguire la rotta dell’anima, una rotta che essa conosce benissimo. Quando questo non avviene (persone che smarriscono la rotta, persone che ostacolano ad altri di seguire la rotta veritiera e unica segnata dall’anima, persone che si lasciano ingannare da altri indicatori di rotta…) sorgono conflitti e incomprensioni, tragedie e burrasche tra le persone. E’ l’inganno del nemico numero uno dell’anima. Affinché tale inganno non ci porti a naufragare nel peccato e si possa invece navigare insieme (anima e persona) verso lo spazio infinito dell’oltre temp resistendo alle intemperie e alle tempeste, è a disposizione la potenza dello Spirito che nel battesimo (di acqua, di fuoco, di spirito, di desiderio, di sangue…) di Gesù ha scquarciato i cieli perché ci giungesse più forte l’applauso di Dio… Quanto è bello e  salutare per l’anima poter dare a Dio quotidianamente questa soddisfazione nel vederci vivere da persone battezzate, mature! Quanto deve essere bello e appagante per Dio vedere la sua creatura, la persona creata, i suoi figli meno riusciti ( non certo per causa sua) accodarsi agli inviti dell’anima per corrergli incontro approdando al porto della felicità per sempre e totale. Se questa è la gioia di Dio, vivere nella gioia della fede ne è la conseguenza per i “battezzati”. Se il Paradiso di Dio è la sua gioia nel vedere le sue “anime”, ad una ad una, ritornare a casa, il Paradiso della persona incomincia in quel momento in cui essa, togliendosi la “maschera” gli dirà: “Mi hai riconosciuto?”. Ed entrambi, Dio e la sua anima, si abbracceranno e sarà emozione eterna. E perché non potrebbe essere possibile una anticipazione, nel tempo-spazio, di questa emozione?

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MAI PIU’ SENZA DI TE (ed.paoline)

Dio ci ha concesso una sola via alla vita ed è amore; una sola via alla perfezione, ed è ancora l’amore. (Iginio Tacchelli)

Io amo te come tu ami me, sera e mattina, ancora non c’è stato un giorno in cui tu e io non abbiamo condiviso i nostri pensieri. (Beethoven)

Solo l’amore capisce il segreto del donare agli altri arricchendo se stessi. (Clemens Brentano)

L’amore non è guardarsi l’un l’altro negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint-Exupery)

Ognuno incontra una sola volta la persona della sua vita, ma pochi la sanno riconoscere in tempo. (Gina Kraus)

Pensare che un uomo non possa amare sempre la stessa donna è assurdo quanto pensare che un violinista abbia bisogno di più vioilini per suonare un pezzo. (Honoré de Balzac)

La misura dell’amore è amare senza misura. (San Francesco di Sales)

L’amore coniugale che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benchè sia il più comune. (François Mauriac)

Amare qualcuno significa essere disposti a invecchiare con lui. (Leopardi)

Il desiderio fa fiorire tutte le cose. (Marcel Proust
L’inclinazione ad amare se stessi è l’inizio di ogni disordine: in guerra, in economia, in politica, in economia, nel corpo. (Blaise Pascal)
Ciò che non si può odiare nè tanto meno lasciare, o cuore, non resta che amarlo con tutta l’anima. (Friedrich Rùckert)
La ragione ci può dire che cosa possiamo tralasciare. Ma il cuoreci può dire che cosa dobbiamo fare. (Joseph Joubert)
Solo pochi capiscono che l’amore eterno non è un amore senza alti e bassi. (Jacques Deval)
Solo da quando amo la vita è bella. Solo da quando amo so di vivere. (Theodor Korner)
L’amore è figlio dell’eternità, fa svanire il ridordo dell’inizio e cancella la paura della fine. (Germaine de Stael)
L’ora più importante della nostra vita è sempre quella che stiamo vivendo; la persomna più significativa quella che ci sta di fronte; la cosa più necessaria l’amore. (Lev Tolstoy)
Nessun bastione di pietra può resistere all’amore. E l’amore osa ciò che solo l’amore può. (Shakespeare)
E’ difficile vivere in coppia. Solo una cosa è più difficile; stare soli. (Kurt Tucholsky)
L’amore è l’occasione  unica per maturare, per prendere forma, per diventare in se stessi un mondo. (Rainer Maria Rilke)
Una vita senza amore è come un giardino senza sole dove i fiori sono morti. La coscienza di amare ed essere amati dona calore e ricchezza di vita. (Oscar Wilde)
Il mio cuore si aprirà a chi amo. E sarà pronto a donare tutti i suoi tesori (Giacomino asanova)
Vieni da me, lascia che ti ami. (John Donne)
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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A proposito di emozioni…

“Colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato”. (ARISTOTELE, Etica nicomachea)

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Pensare troppo o pensare male…porta male (le tre rane insegnano)

Tre rane caddero in un secchio colmo di latte. La prima rana, pessimista, pensò che nen c’era nulla da fare e si lasciò miseramente affogare. La seconda rana, lucida ragionatrice, pensò che con un balzo avrebbe potuto risolvere il problema… Calcolò traiettoria, dinamica, parabola del balzo, ma immersa com’era nei suoi calcoli non si accorse di un dettaglio…che il secchio aveva un manico e  prioprio contro quello andò a sfracellarsi. La terza rana aveva soltanto una gran voglia di vivere e cominciò a dibattersi, a dimenarsi, ad agitarsi… a tal punto che il latte diventò burro ed essa si salvò.

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