Archivi del mese: ottobre 2020

TORNIAMO A EDUCARE…

                                             TORNIAMO A EDUCARE

   Il brano riportato qui sotto è tratto da un mio vecchio libro pubblicato nel 2003 (e andato da poco in pensione) dove viene narrata la corrispondenza tra Lara, allora ventiduenne e incontrata in un campo scuola estivo per le famiglie della diocesi di Vittorio Veneto, e il sottoscritto. La corrispondenza iniziava nel 1993 per terminare qualche anno dopo. La gestazione del libro è stata piacevole e, a pubblicazione avvenuta, a chi mi chiese: “Ma è difficile scrivere?” risposi sommessamente: “No, difficile è farsi leggere”. Ripropongo questo stralcio constatando la difficoltà del momento presente su tutti i versanti dei rapporti umani, compreso quello educativo La realtà educativa, infatti, si trasforma non di rado in problema educativo proprio in ragione del fatto che la si affronta in maniera soggettiva, poco attenti alle indicazioni delle leggi eterne della natura umana.

 “Certamente il lettore si sarà accorto che le considerazioni di Lara, innescate da episodi di semplice quotidianità, assomigliano sempre più a un percorso che si potrebbe definire di consapevolezza.

   Questo, oltre che attestare una particolare sensibilità, potrebbe essere suggerito, come normale percorso di crescita personale e affettiva, a quei giovani desiderosi di volare un po’ alto (ma non troppo però per non perdere di vista la terra) e anche, perché no, a quegli adulti stanchi di volare anche a bassa quota.

   E’ facile ribattere che si tratta di una ragazza fortunata, che la vita non è così lineare, che quanto vive e afferma vale solo per lei…

   In ogni esperienza di ferialità sono mescolate insieme fortuna e sfortuna, gioia e dolore, speranza e apprensione, danza e lamento, invocazione e bestemmia, urlo e sussurro. Quel che maggiormente conta è rendersi conto che è proprio attraverso e grazie a questo curioso e misterioso alternarsi, sovente incastrarsi in modo invisibile di accadimenti, che avviene il processo di maturazione, che si compie il desino esistenziale.

   Accadimenti per lo più casuali nel loro momento iniziale, ma voluti e abbracciati nel loro evolversi naturale.

   Pare che non vi sia possibilità esistenziale se non quella di lasciarsi andare a vivere tali accadimenti, senza altra preoccupazione.

   Pare che il segreto della serenità esistenziale stia proprio nel vivere quel che si trova da vivere.. Tale approccio di semplice e disarmata attenzione al qui ed ora, sembra applicabile anche al settore educativo quale esso sia.

   Una presenza affettiva sana, dove per “sana” si intende principalmente calorosa, empatica, rispettosa è già di per sé presenza ed efficacia educativa.

   Troppo spesso accade di imbattersi, per esempio, in genitori ed educatori più preoccupati di trasmettere valori, in senso generale, che non di limitarsi e accontentarsi di testimoniare il “carisma” del loro essere “amanti”, sia come coniugi che come singoli.

   Tale preoccupazione può ostacolare la percezione da parte dei figli o degli educandi, in genere, dei pur presenti segnali affettivi.

   Così agendo, però, non è detto che sia garantita la riuscita impresa educativa che , oggi come oggi, pare somigliare più ad un terno al lotto, anche perché bisogna fare i conti con il mistero di libertà dei figli o di chi è affidato alle proprie cure educativi, pur tuttavia occorre non demordere nel rischio quotidiano  di dare ragione alla propria scelta di amore coniugale.

   Un’altra tendenza che sbilancia l’azione educativa sembra essere la troppa logorroicità: raccomandazioni, ammonizioni, là dove invece basterebbe, da parte dell’educatore, una disponibilità affettiva disarmata e sorridente, più improntata al “silenzioso essere” che non al “rumoroso dire”.

   Si consideri anche come nel settore educativo, e  la lettera di Lara lo evidenzia chiaramente, si lavori su tempi lunghi, anzi lunghissimi per cui diventano deleterie l’agitazione e la fretta.

   Oltre tutto l’agitazione potrebbe nascondere, ma non troppo, quel male antico della presunzione che vorrebbe avocare a sé tutti i meriti dei propri sforzi educativi, mentre si sa che il seme cresce senza che il seminatore sappia come.

   E a proposito di “seme” e di “seminatore” sono tanti i dettagli su cui soffermarsi a riflettere. Chi ha avuto la fortuna di vedere qualche contadino intento all’opera della semina si è accorto certamente come egli lasci cadere il seme nel terreno (dapprima preparato) con movimento delicato e qui ritmico della mano.

   Ciò fatto, l’uomo dei campi non va a ritoccare quanto seminato. Inizia per lui il periodo dell’attesa vigile e paziente e della cura solerte di quello che vedrà spuntare. Mai più un ritorno ossessivo sull’azione del seminare.

   Quel che è stato fatto è fatto, quel che è seminato darà i suoi frutti perché questo è iscritto nel programma del seme.

   La responsabilità del seminatore sta tutta in quell’azione quasi banale del lasciar cadere un seme, affidandolo alla terra e fidandosi di essa.

   La responsabilità del seminatore comporta rispetto del seme, fiducia nella terra, coraggio e distacco… e un grande affetto per il mistero della vita.

   Capita invece, nell’esperienza della vita, di imbattersi in seminatori che, anziché lasciar dolcemente cadere i semi nei solchi della terra, preferiscono scagliarli come sassi o spararli come munizioni per essere più sicuri della loro azione; e non si rendono conto, tali seminatori, che così agendo seminano soltanto presunzione (la loro) e sfiducia (riguardo al seme e anche al terreno).

   Appartengono a questa schiera di persone (e più si va avanti negli anni più si rischia di entrare a farne parte) tutti quegli educatori che, con una scusa o con un’altra, mettono al primo posto loro stessi, quelli sulle cui labbra leggi un permanente quanto scoraggiante “speriamo…, non si sa mai…, meglio andare sul sicuro…, non vorrei che un domani…”, quelli che leggono tanti libri, quelli in definitiva a cui scarseggia o manca del tutto la passione dell’educare, essendo tutti presi da una seriosa preoccupazione. Si legge da qualche parte: “Chi non si diverte a fare il mestiere di educatore, ha sbagliato mestiere”.

(Da: Gigi Avanti, AMORE GIOVANE, (E.P. 2003)

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E’ la continuazione del post precedente…

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30 ottobre 2020 · 11:40

MI PIACE STARE IN COMPAGNIA DEI NOSTRI CARI MORTI… COSI’

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30 ottobre 2020 · 11:38

MI E’ TOCCATA IN SORTE QUESTA PAGINA DI VANGELO DA “commentare” ed ho pensato a Chiara

                 COMMENTO OMILETICO

                   (2 novembre 2020 – Gv. 6, 37 – 40)

BENEDIZIONE INIZIALE: predisponiamo la nostra anima a gustare il pane di vita disceso dal Cielo così che il suo nutrimento irrobustisca la nostra fede soprattutto nelle situazioni di difficoltà e di dolore.

MEDITAZIONE:

   Non ci si abitua mai ai paradossi della liturgia della Chiesa. Risulta infatti benevolmente paradossale che, proprio nel giorno della Commemorazione dei Defunti, venga proposto questo brano evangelico di Giovanni conosciuto come “discorso eucaristico”, discorso nel quale Gesù parla di “pane di vita”, di “vita eterna”, di “risurrezione da morte” assicurata da Gesù in persona a chi si sarà nutrito di quel Pane”…

   Quello che risulta ancor più paradossale, invece, è constatare quanto Gesù insista nel portare avanti il suo discorso che sistematicamente va a sbattere contro il muro di ritrosia e di incapacità di capire (credere?) di chi lo sta ascoltando nella sinagoga di Cafarnao.

   Gesù non demorde e martella ben bene nelle orecchie dell’anima la sconvolgente “Verità” della cosiddetta “morte”.

   Verità scandita  con passaggi di logica spirituale che lascia senza fiato: prima si auto dichiara come “vero Pane disceso dal Cielo” e poi precisa che questo Pane va mangiato (e il suo Sangue bevuto) se non si vuole morire per sempre.

   Comprensibile, umanamente parlando, a questo punto la reazione sospettosa e incredula degli ascoltatori che forse per la prima volta  si trovavano a dover fare i conti con un “codice” di linguaggio della comunicazione senza neppure possedere uno straccio di  “decodificatore”.

   Diversa, invece, la situazione per gli ascoltatori di oggi per i quali c’è una via d’uscita. Quando ci si trova immersi in eventi attinenti alla sfera del “mistero” occorre predisporre anima e mente ad accettare di non capire … per poter capire a fondo, per poter far spazio alla accettazione di fede.

   Occorre attrezzarsi ad essere buongustai di mistero anziché intestardirsi a fare i collezionisti di prove con la pretesa ansiosa di voler “capire” prima di cedere alla quiete della fede.

   E perché ciò possa accadere occorre impetrare grazia quotidiana (“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” – “Mio cibo è fare la volontà del Padre”) soprattutto quando alcuni bocconi di mistero risultano repellenti o addirittura immangiabili.

   Come nel caso di una morte misteriosa e inspiegabile d’un proprio caro, magari di un proprio figlio (che pare essere l’esperienza di dolore più acuta e alta riservata all’essere umano avendola provata sulla Sua pelle lo stesso Dio Padre che ha “abbandonato” alla morte il Suo Unico Figlio…). “Se tutto è grazia, grazie di tutto, mio Dio” geme l’anima.

   Ed anche nel caso che la voglia di “spiegazioni” dovesse spingere la nostra mente a rivolgersi a Dio con il fatidico perché (“Perché proprio a me”…?) si abbia l’umiltà di ascoltare quella che immagino possa essere la risposta “paradossale” di Dio stesso: “E perché no?”

   Terreno di umiltà nel quale sarà bello e confortante lasciar cadere il seme della perentoria Parola di Gesù che rassicura: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Promessa certificata e garantita dalla volontà    del Padre.

Che bella e confortante questa complicità spirituale tra Figlio e Padre capaci di far fuori una volte per tutte e per sempre la morte… nonostante il tragico, ma provvisorio, morire.

PREGHIERA DEI FEDELI:

Ti preghiamo, o Signore, per Papa Francesco perché nutrito quotidianamente del Pane di Vita abbia sempre la forza di annunciare e testimoniare la verità della risurrezione. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i consacrati alla causa del Regno di Dio perché sappiano sempre nutrire le loro anime con il Pane di Vita così da non cedere mai alla stanchezza e allo scoramento. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti quei fedeli alle prese con problemi di debolezza di fede affinchè sappiano ritrovare fiducia e forza mediante il nutrimento eucaristico. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per l’uomo d’oggi sempre più smarrito e fiacco nel procedere della vita, affinchè si possa accorgere per tempo che solo in Cristo può trovare forza e fiducia. Ascoltaci, o Signore.

BENEDIZIONE FINALE.

Nutriti del Pane di Vita, ringraziamo il Signore e chiediamo che questo nutrimento dia forza per superare le difficoltà e le sofferenze che ci riserva la vita.

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LA PRESUNZIONE DI METTERSI NEI PANNI DI DIO

                                           IL DIO CREATORE PADRE SCRIVE AD ALLAH

  Mia caro Allah (si fa per dire) a parte il fatto che Maometto l’ho creato Io (a mia immagine e somiglianza) e che Maometto ha inventato te (forse a sua immagine e somiglianza),  avrei qualche sassolino (creato da Me) da togliermi dalle scarpe, sebbene essendo Spirito non necessiti proprio di scarpe.

   Il primo sassolino è che mi sto veramente stancando di sentire da parte di  coloro che sulla terra (che modestamente ho creato da Solo tanto tempo fa) ammazzano e seminano terrore e odio in nome tuo (e lo scrivo minuscolo per rispetto a Me stesso!) e sostengono di farlo perché così voluto da te!

   Delle due l’una: o sono diventate pazze le Mie creature (e che siano mia creazione te ne devi fare una ragione, perché tu non hai mai creato un bel niente!) oppure che sia  tu ad essere fuori di testa!

   Un altro sassolino: per la cronologia storica degli umani, tu arriveresti sulla scena del mondo terreno attorno al secolo 600, dopo il Mio Unico Figlio Gesù Cristo, il preferito su tutti.

   Trovo una enorme e curiosa contraddizione:  mentre Io sono Tale da sempre, tu sei stato “inventato” tale dalla fantasia di un uomo, Mia creatura!

   Un altro sassolino: Io ho voluto scendere dal Mio Trono per osservare da vicino gli eventi umani, anzi mi sono messo nei panni di Me stesso UOMO per vivere da dentro questi eventi, mentre mi sembra che tu, oltre a startene comodo  chissà dove, ti diverta a distruggere quanto io ho creato. Niente niente crepi d’invidia?

   Allah, detto tra noi, Il politeismo è una pericolosa scorciatoia ideologica, narcisisticamente autoreferenziale, inventata dagli uomini per dare una risposta comoda alle loro inquietudini.

   Parafrasando la riflessione di uno psicologo, posso dedurre: “Il modo in cui scegliamo di pensare Dio crea il Dio che pensiamo”.

   Io, per natura, essendo nell’Eterno, ho una pazienza eterna perché tu e chi ti invoca o adora o prega possa ricredersi a proposito di questo.

   Tu ti sei trovato Dio all’improvviso, caro Allah, da chi ti ha inventato tale. Io sono stato Tale da sempre e, modestia a parte, ho accompagnato gli umani a scoprirmi gradatamente perché avendo creato il tempo era giocoforza agire in questo modo: dapprima ho lasciato che mi scoprissero Creatore (con Adamo ed Eva), poi come Legislatore (con Mosè) ed infine come Padre (con Gesù, il Mio Figlio dell’Uomo, il Preferito).

   Io amo tutte le mie creature che, grazie a Mio Figlio, hanno la possibilità di ambire ad essere figli pure loro, purché lo vogliano.

   Tu, e scusa se te lo dico francamente, pare che ami soltanto chi crede in te… creando così un corto circuito deflagrante. E poi perché permetti a chi crede in te di dare la caccia a tutti gli altri definendoli infedeli?

   Io, a quelli che mi negano, non faccio guerra, anzi li aspetto con benevolenza alle soglie della fede, felice di poterli abbracciare e riconoscendo loro il merito di avermi trovato.

   Non sono razzista e non è nel mio stile vantarmi. Un Dio che si rispetti è Grande anche in ragione di questa sua discreta magnanimità  nel comportarsi.

   A te, alcuni tuoi fedeli, dicono che sei grande e poi fanno esplodere bombe, conflitti, divisioni, terrore…

Qualcosa non funziona, Allah!

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Roba vecchia… e attuale

FAMIGLIA IMPOSSIBILE… O POSSIBILE?

“Esistono tanti tipi di moduli familiari. Nel tipo di famiglia “ancillare”,i genitori sono particolarmente eccellenti nel moltiplicare le loro funzioni:da procacciatori inesauribili di doni ed accompagnatori zelanti e puntuali per accompagnare i figli alla scuola, alle feste, dai parenti, ai corsi di nuoto,di musica e di danza, al cinema, alle competizioni sportive e teatrali.Da coordinatori dell’organizzazione domestica ( la baby sitter, la ragazza aiuto per i compiti, la colf per i lavori di casa, la nonna per i vestitini), ad orchestratori della campagna di esposizione ai mass media (il posto d’onore per la TV, il giradischi per le fiabe , i fumetti, i libri intelligenti, i videogames).Da animatori del tempo libero (il sabato e la domenica di corsa in campagna, in montagna, al mare; d’estate un mese in montagna e uno al mare; a Natale, la settimana bianca e poi il carnevale) a solerti esecutori di programma d’avanguardia (l’inglese a Londra, i soggiorni estivi al Club Meditarranée, l’ecologia in fattoria).

Va da sé che in questo contesto culturale, oggi più che mai la famiglia cristiana si ripropone come un vero e proprio “laboratorio di controcultura” favorendo la vita in tutte le sue espressioni e responsabilizzandosi in ordine alla maturazione autentica della persona. Di fatto la famiglia è il “terreno naturale” per la strutturazione di “personalità adulte” e per la individuazione di  “progetti vocazionali”. (Corriere della Sera, 1989)

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“Fino a sette anni adoravo la mia famiglia; la odiai a tredici; scappai di casa a diciannove. Mi feci una mia famiglia a  ventuno; l’abbandonai a trentacinque. Desideravo ardentemente tornare alla mia famiglia; lo feci; l’abbandonai a trentasei. Mi feci una nuova famiglia a trentotto; l’abbandonai a quarantacinque. Mi feci una nuova famiglia a ai quarantotto; l’abbandonai a cinquanta. Mi feci una nuova famiglia a cinquantacinque; l’abbandonai a sessanta! Ma quante famiglie ci vogliono per averne una giusta?”

Considerazione personale: I due “virus” di questo sfogo sono l’ “io” e il verbo “avere”. Facile scoprire l’antivirus.

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QUANDO SI CERCA LA PERFEZIONE… negli altri

Mi hanno raccontato di un uomo che era rimasto scapolo per tutta la vita perchè cercava la donna perfetta.

Quando compì 70 anni qualcuno gli chiese:
– Hai viaggiato in lungo e in largo, da New York a Katmandu, Roma, Londra sempre alla ricerca. Non sei riuscito a trovare una donna perfetta? Neanche una?

Il vecchio si fece triste e rispose:
– Sì, una volta l’ho trovata…Un giorno, tanto tempo fa, ho trovato una donna perfetta..

L’interlocutore gli chiese:
– E cos’è successo? come mai non l’hai sposata?

Con aria ancora più triste il vecchio rispose:
– Cosa potevo fare? Lei era alla ricerca dell’uomo perfetto.  (Osho)

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CONTRATTACCO FAMIGLIA

                   “Le famiglie unite rendono forti, le famiglie difficili rendono liberi”.

 Ma guardate cosa succede se facciamo “sposare” le famiglie difficili con le famiglie unite…

LE  FAMIGLIE DIFFICILI, PURCHÉ’ UNITE, RENDONO LIBERI E FORTI

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SIAMO SERI!

SALVIAMO L’UMORISMO

 (tanto dalla vita, anche ad essere seri, non si esce vivi!)

La barca del mondo naviga in acque agitate come mai. Ha bisogno di sostegno per evitare il naufragio. Ad offrire tale sostegno mira questa proposta…

Avere il senso dell’umorismo significa possedere la chiave dell’allegria. E della santità. L’originalità di don Bosco fu di aver dato un valore pedagogico alla gioia, al buon umore; cioè di avere, non soltanto accettato, ma anche condiviso come educatore quell’allegria aperta e gioiosa del giovane.

Fu la pedagogia della gioia, in termini moderni, della serenità; liberatoria quindi dalla nevrosi e stimolatrice di creatività, in quanto infondeva speranza, voglia di lavorare, di studiare, di vivere, di condividere e di convivere.

L’allegria non serve infatti soltanto alla distensione psichica del soggetto, ma è anche uno stimolo creativo ai suoi valori interiori e a un positivo comportamento sociale.

San Domenico Savio, che a quattordici anni lo aveva ben capito, diceva: “Qui da noi la santità consiste nello stare molto allegri, per essere come il Signore. Il demonio teme le persone contente. Sappi che qui noi identifichiamo la santità con la grande allegria, perché siamo come il Signore. Il demonio ha paura della gente allegra.”

Il senso dell’umorismo, infatti,  è la capacità di vedere il lato buffo delle cose anche in situazioni tristi e spiacevoli.

Un imbianchino cade dal secondo piano restando incolume. Una signora caritatevole gli offre un bicchiere d’acqua , poi domanda: “Mi scusi, da che piano bisogna cadere per avere un bicchiere di cognac”?

Un giorno il professor Cagnotto entra in classe e vede scritto sulla lavagna: “Cagnotto asino!” Senza scomparsi, domanda: “Chi è che ha scritto il suo nome accanto al mio?”. Tutta la tensione si scioglie e la classe ride!

Una volta un impiegato della ditta specializzata negli impianti d’aria condizionata continuava a dire che si trattava “di un prodotto della civiltà”. Dopo un po’, per liberarsi dall’importuno, il proprietario della villa

disse: “Ma io non voglio prendermi una polmonite civile”.

L’umorismo è segno di maturità. La prima volta che si ride di una battuta a proprie spese, si può dire di essere diventati adulti, notano tutti gli psicologi a qualsiasi scuola appartengano.

L’umorismo rende simpatici, non fa forse sprizzare gioia attorno a sé che, ad esempio, aggiorna in modo scherzoso i vecchi proverbi? Qualche esempio:

“Chi dorme non piglia la curva”.

“Il mondo è fatto a scale. Chi è furbo prende l’ascensore”.

“Si dice il peccato, ma non il deputato”.

“Chi tardi arriva, mal parcheggia”.

“L’occasione fa l’uomo ministro”.

“Chi fa da sé fa per tre… e crea quattro disoccupati”.

 “Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”.

Epitaffio trovato scritto sulla tomba in un cimitero di montagna: “Ve l’avevo detto che stavo male”.

“Tra moglie e marito… preferisco la moglie!”

“Non fidatevi delle persone che non ridono mai, perché non sono persone serie”.

L’umorismo è una forza. Li scriveva Sigmund Freud: “L’umorismo è il più potente mezzo di difesa. Permette  un risparmio di energia fisica.  Con una battuta di spirito blocchiamo l’irrompere di emozioni spiacevoli”.

Non può essere che così. L’umorismo, infatti, sdrammatizza tutto. Sdrammatizza le cose più banali.

“Mi sono spaccato il pipistrello della mano sinistra” scherzava Totò. Sdrammatizza la morale: “Dopo il peccato di Adamo non si riesce più a commettere un peccato originale”. Sdrammatizza il matrimonio. Un tale va a confessarsi: “Padre, sono sposato”. “Ma questo non è un peccato”, risponde il confessore. “Me ne pento lo stesso”.

Sdrammatizza gli imprevisti. Quando il futuro Papa San Giovanni XXIII fece l’ingresso come Patriarca a Venezia, un colombo gli lasciò cadere dall’alto un poco pulito ricordo. Gelo tra gli astanti. Il porporato sdrammatizzo: “Per fortuna non volano le mucche!”

Sdrammatizza anche la religione. Un turista osserva il parco macchine del Vaticano e, scuotendo la testa, dice alla guida: “E pensare che tutto è cominciato da  un asino”!

Sdrammatizza persino la morte: “Peccato che per andare in Paradiso non si possa prendere un taxi… ma un carro funebre”.

Che cosa si vuole di più? Una cosa sola: scongiurare il buon Dio perché ai cinque sensi che già ci ha regalato aggiunga, subito subito, il senso dell’umorismo.

Senza di esso saremmo terribilmente più poveri e infelici.

Insomma, salvare l’umorismo non è in optional, ma un dovere sociale.

Un giorno Charles Schulz, il celebro disegnatore statunitense, autore di Linus e  del cane Snoopy, ha confidato: “Se mi fosse possibile fare un regalo alla prossima generazione, darei ad ognuno la capacità di ridere di se stesso”.

Per riconoscere se anche nella famiglia va bene… basta chiedersi,  ogni tanto: “Ci divertiamo ancora insieme?”

Tratto dalla rivista:  IL BOLLETTINO SALESIANO.

Giovannantonio Forabosco, L’UMORISMO (psicologia e istruzioni per l’uso),  Franco Muzzio Editore (1994)

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CHE IDEE STRANE (quelle degli altri)

TOSSICODIPENDENZA…IDEODIPENDENZA

Farsi una canna e poi un’altra e poi qualcosa di più… può portare alla tossicodipendenza.

Farsi una idea e poi un’altra e poi qualcosa di meglio… può potare alla “ideodipendenza”?

E’ una domanda un po’ provocatoria indotta dal constatare come ognuno, giustamente, sia attaccato alle proprie idee.

La parola “idea” è imparentata con la parola “veduta” e già balza alla memoria il detto: “Quello che vedi dipende da come guardi”.

 La dinamica attraverso la quale “ci si fa una idea” è quindi comune a tutti e quindi tutti dovrebbero avere le medesime idee . Come mai invece no? Probabilmente lo si deve al fatto (più emozionale che razionale),  che piano piano ci si innamora della propria idea fino al punto da esserne talmente presi  da diventare “dipendenti”… un po’ come accade per tutte le dinamiche della “dipendenza”.

Va poi ricordato che i modi di sostenere le proprie “idee” sono sostanzialmente due: c’è il modo “tollerante” delle idee altrui e c’è quello (molto più diffuso) “intollerante” (aggiungerei “arrogante”, “saccente”, dalla “puzza sotto il naso”, che irride o deride l’altrui idea…o peggio l’altro).

Comunque sia, “l’ideodipendenza” , può diventare una patologia seria in grado dir compromettere l’intero funzionamento del pensare.

La cura (anche preventiva) consiste semplicemente in un tuffo di umiltà nell’ immenso oceano dell’infinito.

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