Didattica A Distanza

Lezioni in presenza, lezioni a distanza… Abbiamo ormai familiarizzato con queste nuove espressioni e ci stiamo già facendo l’abitudine.

Conveniente e confortante ricordare, quindi,  che Dio è sempre “in presenza” e che Gesù è sempre “presente” nell’Eucaristia.

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PER VIVERE UN PO’ MEGLIO

  1. LIBERIAMOCI DI ZAVORRE E DA SENTIMENTI NOCIVI

              (5 Incontri per la Diocesi di Foligno – Pastorale famigliare)

   Un saluto a tutti e un grazie di cuore a chi sta leggendo. Entriamo subito in argomento con alcune precisazioni.

   La scelta dell’argomento interessa tutti perché contemporaneamente siamo tutti educatori ed educanti così come ognuno è contemporaneamente alunno e docente nella scuola della vita.

   Chi ascolta o legge queste considerazioni può avere figli o educanti di varia età. Non è un problema, perché in questo incontro e in quelli successivi si farà soprattutto leva  sul concetto – realtà di una “relazione” capace di per sé e per sua natura di attivare o potenziare il processo di crescita della persona, processo di crescita che ha come traguardo una maturità da raggiungere.

   Un traguardo di maturità da considerare però più come un “modo” di viaggiare che non come un punto da raggiungere.

   E’ per questo che tali considerazioni valgono per tutti quale che sia l’età di ciascuno. Nulla di nuovo, pertanto, se non la novità di questo “qui ed ora” che viviamo in maniera unica.

   Una parentesi sul significato del verbo “crescere”. Il verbo crescere è’ un verbo bellissimo presente  nella Bibbia fin dall’inizio della creazione quando il Creatore invita i neo-coniugi Adamo ed Eva con quel famoso: “Crescete e… moltiplicatevi” .

. Ed è bello ricordare che il verbo “crescere”, etimologicamente parlando, è imparentato con il verbo “creare”.

   E’  come se il Creatore avesse detto ai primi due sposi della storia: “Portate avanti quello che Io ho creato”.

   Crescere, pertanto, non nasce come problema ma come unica opportunità di gratitudine verso un  Creatore fiducioso nella sua creatura.

   L’altro episodio dove ci si imbatte nel verbo  crescere riguarda la descrizione sintetica della crescita di Gesù: “Gesù cresceva in età, sapienza e grazia presso Dio e presso gli uomini”.

   Come dire che crescere, maturare non sono configurabili come problemi, ma come realtà naturali, fisiologiche.

    Espressioni della serie: “Mio figlio è un problema” risultano pertanto non consone ad una relazione educativa sana, anzi rappresentano proprio quella zavorra da scrollarsi di dosso. Un figlio (o chi per lui) potrà “avere” dei problemi di crescita, ma non è tutto quanto un problema.

   La terza espressione dove figura il verbo “crescere” è quella di san Paolo, che, inaspettatamente se ne esce con: “Il seme cresce senza che il seminatore sappia come” .

   Qualcuno potrebbe leggere questa considerazione come incoraggiatrice di atteggiamenti menefreghisti. Niente di più errato.

   E’ una espressione paradossale che induce  genitori ed educatori alla fiducia, a “lasciar crescere” i figli piuttosto che pedinarli, tallonarli, tampinarli, fargli sentire il fiatone sul collo.   

    Questa è quindi la prima “zavorra” dalla quale è possibile liberarsi (quella di vedere tutto in chiave di “problema” anziché in chiave di realtà.

   Dio non crea e non si diverte a creare problemi. Siamo talvolta  noi umani a darci la patente di “creativi”,  creandoci dei problem.

   La ragnatela che un ragno si autocostruisce  è una realtà, ma se vi si impiglia da se stesso di chi è il problema. Non è la ragnatela a impigliare il ragno, ma è il ragno che si impiglia… così come ammonisce un proverbio: “Non è il vino che ubriaca, ma è l’uomo che si ubriaca”.

   Passiamo ora all’altro tema, quello dei sentimenti nocivi o meglio dei sentimenti gestiti in maniera perniciosa.

      Il sentimento più circolante  oggi è quello della “paura”. Come ogni sentimento, anche la paura nasce piccola e “sana”, ma potrebbe ammalarsi cammin facendo.

   La medesima cosa avviene con il calore del corpo che, sotto i 37 gradi è buono, ma oltrepassata tale soglia comincia ad essere un problema (febbre). Scrive sant’Agostino: “ O il male è ciò di cui si ha paura o il male è avere paura”.

   Qualcosa non deve aver funzionato, nella testa e nel cuore se si è arrivati a questo punto. Ci chiediamo come mai, ma soprattutto ci chiediamo come mettere mano per sostenerci tutti, genitori ed educatori, figli ed educandi, in questa impresa di crescita permanente, di reciproca maturazione permanente.

   Sostenere, ho detto, perché preoccupazioni, ansie, delusioni, senso di impotenza compongono una miscela pericolosissima in grado di indurre i più deboli o i meno fortunati a tirare i remi in barca anziché a rimboccarsi le maniche.

   Come contenere la paura che rischia di mettere a dura prova la virtù della speranza, unica virtù capace di far riprendere quota e vigore allo spirito educativo?

   Paradossalmente parlando, le medesime due espressione che hanno caratterizzato il primo periodo diquesto tempo pandemico  e che sono nate per incoraggiare e nutrire la speranza possono rivelarsi pericolose ed è facile spiegare il perché. Perché in entrambe le espressioni i due verbi vengono coniugati al futuro. Dalla psicologia si apprende, infatti, che il pensiero del futuro può sempre contenere una certa dose di ansia (magari in grado di “infettare” il presente alla pari del virus).   

     Le due frasi “Andrà tutto bene” e “Niente sarà più come prima”, oltre a contenere quella coniugazione dei verbi al futuro,  sono monche, sono incomplete…

   “Andrà tutto bene… a patto di…” e “Niente sarà come prima… a condizione che…” si potrebbe, ad esempio, concludere.

   Oppure, unendo tra loro le due  frasi, ecco una conclusione possibile: “Andrà tutto bene… se Niente sarà come prima”… che è già qualcosa, se non ci si lascia impressionare dall’uso euforico e un tantino esagerato della parola “tutto” e della parola “niente”…

   Ma c’è qualcosa da aggiungere. “Andrà tutto bene” se si prende coscienza che  già ora va tuttobene…per il fatto di essere vivi, sofferenti, frustrati e depressi, ma vivi.

   Ma non è esperienza della quotidianità questa? Non è forse vero che “Ogni giorno ha la sua pena”?  E “va tutto bene”, in ragione del fatto che si sta vivendo il presente e che “niente è come prima” se ci si rende conto veramente che non c’è  alternativa al  vivere il “qui ed ora”, senza ripetizione del prima e senza la troppa preoccupazione per il dopo.

   “Va tutto bene” anche se  “Niente è come prima” se si è convinti nel profondo di vivere l’oggi  (anche con un po’ di fatica fantasiosa)  non come fosse il primo giorno e nemmeno come fosse l’ultimo, ma semplicemente accettando umilmente che sia, misteriosamente,  l’unico.   

    In concreto, la ricetta o il suggerimento per non far ammalare la paura è per toglierci di dosso la zavorra di vivere tutto come problema è il vivere il “qui ed ora”.

   Anche e soprattutto perché convinti nel profondo dell’anima che “Il presente è l’unico punto dicontatto tra l’eternità e il tempo” (S.C. Lewis in LE LETTERE DI BERLICCHE) ed è lì che è appostato, dall’eternità, Dio.       La qual considerazione richiama alla mente una riflessione dello psicologo Carl Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

   Ecco allora la metafora paradossale: “Dimmi come vivi la pandemia (o come affronti i problemi) e io ti dirò come vivi la vita”.

   Vivere la vita come “eterno” problema da risolvere porta con sé una acutizzazione del medesimo quando si attraversano periodi marcatamente più travagliati, come appunto quello che si sta vivendo. Così come pensare di poter o voler  risolvere un problema una volta per tutte…. è un problema!

   Vivere, invece , la vita come realtà (dura fin che si vuole, talvolta o spesso o comunque) lenisce il bruciore della sofferenza esistenziale o dell’angoscia di morte. Senza dimenticare quanto affermava Alberto Einstein: “Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha causato il problema”.

                                                                    IO SONO

Mirammaricavo

del mio passato

e temevo il mio futuro

quando, improvvisamente

il mio Signore parlò:

Il mio nome è IO SONO.

Fece una pausa. Io attesi.

Poi continuò:

Se tu vivi del passato

con i suoi errori

e i suoi dispiaceri

vivi nel dolore.

Io non sono nel passato.

Il mio nome non è IO ERO

Se tu vivi del futuro,

con i suoi problemi

e le sue paure,

vivi nel dolore.

Il non sono nel futuro.

Il mio nome non è IO SARO’.

Se tu vivi questo momento,

vivi nella pace.

Io sono nel presente.

Il mio nome è IO SONO

                     (Helen Mallicoat)

                         LE TRE RANE

                (pensare troppo o pensare male… porta male)

TRE RANE CADDERO IN UN SECCHIO DI LATTE.

LA PRIMA RANA, PESSIMISTA, PENSO’ CHE NON C’ERA PIU’

PIU’NIENTE DA FARE E SI LASCIO TRAGICAMENTE AFFOGARE.

LA SECONDA RANA, LUCIDA RAGIONATRICE,

PENSO’ CHE CON UN BALZO AVREBBE POTUTO SALVARSI.

CALCOLO’ LA TRAIETTORIA, LA PARABOLA, LA POTENZA

MA NON SI ERA ACCORTA CHE IL SECCHIO AVEVA UN MANICO

ALZATO E PROPRIO CONTRO QUELLO ANDO’ A SFRACELLARSI.

LA TERZA RANA AVEVA SOLTANTO UNA GRAN VOGLIA

 DI VIVERE E COMINCIO’ A SCUOTERSI, AD AGITARSI,

 A MUOVERSI VERTIGINOSAMENTE DI QUA E DI LA’…

 FINCHE’ IL LATTE DIVENNE BURRO ED ESSA SI SALVO’.

—www.gigiavanti.com—

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IL SENSO DELL’IRA DI DIO

                                              IDEOLOGIA… IDOLATRIA   e ira di Dio…

   Sta scritto nei libri di spiritualità: “Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo”. Allora potrebbe essere stato proprio così che, nella notte dei tempi, sono nati gli “idoli”.

   Farsi una “idea” di come potrebbe essere Dio altro non è che una gigantesca proiezione inconscia su di uno schermo esterno di quella pellicola interiore fatta di idee e di pensieri relative al mondo divino.

   Da qui a cosificare, a materializzare tali “idee” in simulacri, statue, immagini il passo è stato breve. Da qui  a mettersi in ginocchio per rendere culto a tali creazioni, il passo è stato ancora una volta breve.

   Ed ecco nata l’idolatria (tra parentesi, trovo molta assonanza, etimologicamente parlando, tra la parola “idolo” e “ideologia”): una sorta di narcisistico autocompiacimento per la propria “idea” di Dio. Come dire che è l’ideologia a creare l’idolatria.

   Sarà per questo allora che Dio si adira, va su tutte le furie (ira di Dio) di fronte a questa sbandata della sua creatura.

   E tanti idoli popolano oggi la mente degli umani, tra i quali il successo, il sesso, i soldi… tre parole che iniziano con la lettera “s”, quella di serpente…

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UNO “sfogo”IN PIENA REGOLA

ATTO DI ABBANDONO A GESU’ di Don Dolindo Ruotolo

Gesù alle anime:

 – Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose.

Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, e cambiare così l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, nell’altra riva. 

Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge.

Quante cose io opero quando l’anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi: “pensaci tu”, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché io operi, ma perché io operi come voi credete… Non vi rivolgete a me, ma volete voi che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma, che gliela suggeriscono. Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: “Sia santificato il tuo nome”, cioè sii glorificato in questa mia necessità; “venga il tuo regno”, cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo; “sia fatta la tua volontà”, ossia PENSACI TU.

Se mi dite davvero: “sia fatta la tua volontà”, che è lo stesso che dire: “pensaci tu”, io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: “Sia fatta la tua volontà, pensaci tu”. Ti dico che io ci penso, che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre. Tu vedi che l’infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e di’: “Pensaci tu”. Ti dico che io ci penso.

E’ contro l’abbandono la preoccupazione, l’agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E’ come la confusione che portano i fanciulli, che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro. 

Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, confidando solo negli uomini. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E’ questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficarvi, e come mi accoro nel vedervi agitati! Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessuno pensiero di voi; io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà! Se avete vostre risorse, anche in poco, o, se le cercate, siete nel campo naturale, e seguite quindi il percorso naturale delle cose, che è spesso intralciato da satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi. Opera divinamente chi si abbandona a Dio. Quando vedi che le cose si complicano, di’ con gli occhi dell’anima chiusi: “Gesù, pensaci tu”. 

E distràiti, perché la tua mente è acuta… e per te è difficile vedere il male. Confida in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa’ così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Io ci penserò ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell’immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e di’ con tutta l’anima: “Gesù pensaci tu”. Non temere ci penso io. E tu benedirai il mio nome umiliandoti. Mille preghiere non valgono un atto solo di fiducioso abbandono: ricordatelo bene. Non c’è novena più efficace di questa:

O Gesù m’abbandono in Te, pensaci tu!

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PAURA DEL MORIRE… PIU’ CHE DELLA MORTE

  UN APPROCCIO PSICOLOGICO –  SPIRITUALE per non morire di paura

  Mi vengono in mente queste considerazioni a proposito di virus e di antivirus, di pandemia e di come viverla.

   A livello inconscio (per fortuna) si genera in me questa curiosa dinamica, la dinamica di una percezione sotterranea, incontrollabile razionalmente, del tipo: “Se non vuoi morire non devi vivere” ed anche: “Se non ti vuoi ammalare devi vivere come ti dico io”.

   Nessuna però di queste due proposte esistenziali assicura esito positivo. Si tratta del curioso mistero del vivere oscillante da sempre tra danza e lamento, dolore e gioia, paura e speranza, un mistero esistenziale fatto oggi più fitto di luce fino ad abbagliare mente e cuore.

   Che fare allora? Vivere il qui ed ora col contagocce evitando di cadere nella trappola (o tentazione… per i credenti) di troppe nostalgie del pregresso o di troppa preoccupazione per il futuro.

   Vivere l’oggi non “come se” fosse il primo giorno o, peggio, l’ultimo (tocchiamo ferro, piombo o altri metalli più nobili!), ma adultamente convinti che è l’unico.

   In un libro di S. Lewis (LE LETTERE DI BERLICCHE) dove si racconta di un diavolo anziano che insegna al nipotino come tentare l’uomo in modo intelligente, leggo questa riflessione: “Il presente è l’unico punto di contatto tra il tempo e l’eternità… “.

   E poi aggiunge (lo ricordo a braccio): se tu rovini il presente col fare preoccupare l’uomo del futuro ce l’hai in mano… perchè il nostro “nemico” (DIO) sta proprio lì…

   Per convivere con la paura (paura del morire più che della morte in se stessa) le riflessioni appena lette rappresentano un approccio psicologico – spirituale di tutto rispett0,  condiviso  anche da buona parte della letteratura umanistico – scientifica.

     IO SONO

Mi rammaricavo

del mio passato

e temevo il mio futuro

quando, improvvisamente

il mio Signore parlò:

Il mio nome è IO SONO.

Fece una pausa. Io attesi.

Poi continuò:

Se tu vivi del passato

con i suoi errori

e i suoi dispiaceri

vivi nel dolore.

Io non sono nel passato.

Il mio nome non è IO ERO

Se tu vivi del futuro,

con i suoi problemi

e le sue paure,

vivi nel dolore.

Il non sono nel futuro.

Il mio nome non è IO SARO’.

Se tu vivi questo momento,

vivi nella pace.

Io sono nel presente.

Il mio nome è IO SONO.

    (Helen Mallecoat)

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LA SICUMERA della rivendicazione dei “diritti”

SE TUTTO E’ GRAZIA… NIENTE E’ DIRITTO!

   Proprio così… considerando tutta quella prosopopea sui diritti (civili o meno…) così tanto urlata oggi! Proprio così, perché tutta questa prosopopèa va a sbattere, e di brutto, contro un dato di fatto incontrovertibile e non leggibile in termini di diritto, il dato di fatto del proprio esistere.

   Esistere non è (e non lo è stato per ognuno di noi) un diritto, bensì un dono. Ne deriva che tutto è dono a partire da lì… ed allora ecco sgorgare dal fondo dell’anima un sussurrato perenne grazie.

    Se tutto è grazia, grazie di tutto, mio Dio.

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Pandemia o no…ci tocca comunque vivere!

Mi vengono in mente queste considerazioni a proposito di virus e di antivirus, di pandemia e di come viverla.

A livello inconscio (per fortuna) si genera in me questa curiosa dinamica, la dinamica di una percezione sotterranea, incontrollabile razionalmente, del tipo: “Se non vuoi morire non devi vivere” ed anche: “Se non ti vuoi ammalare devi vivere come ti dico io”.

Nessuna però di queste due proposte esistenziali assicura esito positivo. Si tratta del curioso mistero del vivere oscillante da sempre tra danza e lamento, dolore e gioia, paura e speranza, un mistero esistenziale fatto oggi più fitto di luce fino ad abbagliare mente e cuore.

Che fare allora? Vivere il qui ed ora col contagocce evitando di cadere nella trappola (o tentazione… per i credenti) di troppe nostalgie del pregresso o di troppa preoccupazione per il futuro.

Vivere l’oggi non “come se” fosse il primo giorno o, peggio, l’ultimo (tocchiamo ferro, piombo o altri metalli più nobili!), ma adultamente convinti che è l’unico.

In un libro di S. Lewis (LE LETTERE DI BERLICCHE) dove si racconta di un diavolo anziano che insegna al nipotino come tentare l’uomo in modo intelligente, leggo questa riflessione: “Il presente è l’unico punto di contatto tra il tempo e l’eternità… “.

E poi aggiunge (lo ricordo a braccio): se tu rovini il presente col fare preoccupare l’uomo del futuro ce l’hai in mano… perchè il nostro “nemico” (DIO) sta proprio lì…  

    IO SONO

Mi rammaricavo

del mio passato

e temevo il mio futuro

quando, improvvisamente

il mio Signore parlò:

Il mio nome è IO SONO.

Fece una pausa. Io attesi.

Poi continuò:

Se tu vivi del passato

con i suoi errori

e i suoi dispiaceri

vivi nel dolore.

Io non sono nel passato.

Il mio nome non è IO ERO

Se tu vivi del futuro,

con i suoi problemi

e le sue paure,

vivi nel dolore.

Il non sono nel futuro.

Il mio nome non è IO SARO’.

Se tu vivi questo momento,

vivi nella pace.

Io sono nel presente.

Il mio nome è IO SONO.

    (Helen Mallecoat)

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ANTIVIRUS EFFICACE

                                                        UNA MANCIATA DI ANTIVIRUS

“Dormivo e sognavo che la vita era gioia.                Mi svegliai e vidi che  la vita era servizio.                  

Volli servire e scoprii che la vita era gioia”.                                              (Tagore)

   “Di questo ti prego, Signore: colpisci, colpisci alla radice la miseria che è nel mio cuore. Dammi la forza di sopportare serenamente gioie e dolori. Dammi la forza di rendere il mio amore utile e fecondo al tuo servizio. Dammi la forza di non rinnegare mai il povero, di non piegare mai le ginocchia davanti all’ insolenza dei potenti. Dammi la forza di elevare il pensiero sopra le meschinità della vita di ogni giorno e dammi la forza di arrendere con amore la mia forza alla tua volontà”.   (Tagore)

“Il giorno è finito e l’ombra scende sulla terra. E’ tempo che  vada a riempire la mia brocca al ruscello. Si sente nell’aria della sera la triste musica dell’acqua che mi invita ad uscire nel buio. Nel sentiero solitario non passa nessuno, il vento si è levato, s’increspa l’acqua nel fiume. Non so se tornerò a casa, non so chi potrò incontrare. In una barchetta presso il guado uno sconosciuto suona il liuto”.  (Tagore)

“La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro” . (Mario Luzi)

“Ogni incontro con Dio è preghiera,ma non ogni preghiera è incontro con Dio”. (Padri del deserto)

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IN MEMORIA DI CHIARA (8 settembre 2017)

NOSTALGIA DELIZIOSA

 NOSTALGIA DELIZIOSA

DAL PROFUMO D’UNA ROSA,

MA LE SPINE SOPRAFFINE

DAN DOLORE SENZA FINE.

 STRAZIO MUTO E’ L’ORAZIONE

E IL PENSIERO COL MAGONE.

   GEME L’ANIMA SGOMENTA

   E NEL CORPO LA TORMENTA.

E LA QUIETE ANCOR LONTANA

RENDE IL GIORNO CUPO E TRISTE

E LA NOTTE TANTO STRANA.

    A TE CHIARA ORA CHIEDO

    SE PER NOI PUOI FAR QUALCOSA,

    LI’ DAL CIELO IN CUI CREDO.

                                         (il tuo papa’ Gigi)

 IN MEMORIA DI CHIARA

SEME DI DOLORE

CHE LENTO T’EN MUORI

NEL BUIO TERRENO,

QUAL FRUTTI MATURI

PER NOI COSI’ SOLI?

SIA DOLCE LA TERRA

CHE OGGI T’AVVOLGE

CON TREPIDA CURA,

COSÌ CHE IL DOLORE

S’INVOLI NEL VENTO.

SE UN’ ALBA VERRÀ

DI QUIETE E COLORE,

A TE SI DOVRÀ,

CON CUORE TREMANTE,

L’APPLAUSO DEL CUORE.

                    ( il tuo papà Gigi)

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TORNIAMO A EDUCARE…

                                             TORNIAMO A EDUCARE

   Il brano riportato qui sotto è tratto da un mio vecchio libro pubblicato nel 2003 (e andato da poco in pensione) dove viene narrata la corrispondenza tra Lara, allora ventiduenne e incontrata in un campo scuola estivo per le famiglie della diocesi di Vittorio Veneto, e il sottoscritto. La corrispondenza iniziava nel 1993 per terminare qualche anno dopo. La gestazione del libro è stata piacevole e, a pubblicazione avvenuta, a chi mi chiese: “Ma è difficile scrivere?” risposi sommessamente: “No, difficile è farsi leggere”. Ripropongo questo stralcio constatando la difficoltà del momento presente su tutti i versanti dei rapporti umani, compreso quello educativo La realtà educativa, infatti, si trasforma non di rado in problema educativo proprio in ragione del fatto che la si affronta in maniera soggettiva, poco attenti alle indicazioni delle leggi eterne della natura umana.

 “Certamente il lettore si sarà accorto che le considerazioni di Lara, innescate da episodi di semplice quotidianità, assomigliano sempre più a un percorso che si potrebbe definire di consapevolezza.

   Questo, oltre che attestare una particolare sensibilità, potrebbe essere suggerito, come normale percorso di crescita personale e affettiva, a quei giovani desiderosi di volare un po’ alto (ma non troppo però per non perdere di vista la terra) e anche, perché no, a quegli adulti stanchi di volare anche a bassa quota.

   E’ facile ribattere che si tratta di una ragazza fortunata, che la vita non è così lineare, che quanto vive e afferma vale solo per lei…

   In ogni esperienza di ferialità sono mescolate insieme fortuna e sfortuna, gioia e dolore, speranza e apprensione, danza e lamento, invocazione e bestemmia, urlo e sussurro. Quel che maggiormente conta è rendersi conto che è proprio attraverso e grazie a questo curioso e misterioso alternarsi, sovente incastrarsi in modo invisibile di accadimenti, che avviene il processo di maturazione, che si compie il desino esistenziale.

   Accadimenti per lo più casuali nel loro momento iniziale, ma voluti e abbracciati nel loro evolversi naturale.

   Pare che non vi sia possibilità esistenziale se non quella di lasciarsi andare a vivere tali accadimenti, senza altra preoccupazione.

   Pare che il segreto della serenità esistenziale stia proprio nel vivere quel che si trova da vivere.. Tale approccio di semplice e disarmata attenzione al qui ed ora, sembra applicabile anche al settore educativo quale esso sia.

   Una presenza affettiva sana, dove per “sana” si intende principalmente calorosa, empatica, rispettosa è già di per sé presenza ed efficacia educativa.

   Troppo spesso accade di imbattersi, per esempio, in genitori ed educatori più preoccupati di trasmettere valori, in senso generale, che non di limitarsi e accontentarsi di testimoniare il “carisma” del loro essere “amanti”, sia come coniugi che come singoli.

   Tale preoccupazione può ostacolare la percezione da parte dei figli o degli educandi, in genere, dei pur presenti segnali affettivi.

   Così agendo, però, non è detto che sia garantita la riuscita impresa educativa che , oggi come oggi, pare somigliare più ad un terno al lotto, anche perché bisogna fare i conti con il mistero di libertà dei figli o di chi è affidato alle proprie cure educativi, pur tuttavia occorre non demordere nel rischio quotidiano  di dare ragione alla propria scelta di amore coniugale.

   Un’altra tendenza che sbilancia l’azione educativa sembra essere la troppa logorroicità: raccomandazioni, ammonizioni, là dove invece basterebbe, da parte dell’educatore, una disponibilità affettiva disarmata e sorridente, più improntata al “silenzioso essere” che non al “rumoroso dire”.

   Si consideri anche come nel settore educativo, e  la lettera di Lara lo evidenzia chiaramente, si lavori su tempi lunghi, anzi lunghissimi per cui diventano deleterie l’agitazione e la fretta.

   Oltre tutto l’agitazione potrebbe nascondere, ma non troppo, quel male antico della presunzione che vorrebbe avocare a sé tutti i meriti dei propri sforzi educativi, mentre si sa che il seme cresce senza che il seminatore sappia come.

   E a proposito di “seme” e di “seminatore” sono tanti i dettagli su cui soffermarsi a riflettere. Chi ha avuto la fortuna di vedere qualche contadino intento all’opera della semina si è accorto certamente come egli lasci cadere il seme nel terreno (dapprima preparato) con movimento delicato e qui ritmico della mano.

   Ciò fatto, l’uomo dei campi non va a ritoccare quanto seminato. Inizia per lui il periodo dell’attesa vigile e paziente e della cura solerte di quello che vedrà spuntare. Mai più un ritorno ossessivo sull’azione del seminare.

   Quel che è stato fatto è fatto, quel che è seminato darà i suoi frutti perché questo è iscritto nel programma del seme.

   La responsabilità del seminatore sta tutta in quell’azione quasi banale del lasciar cadere un seme, affidandolo alla terra e fidandosi di essa.

   La responsabilità del seminatore comporta rispetto del seme, fiducia nella terra, coraggio e distacco… e un grande affetto per il mistero della vita.

   Capita invece, nell’esperienza della vita, di imbattersi in seminatori che, anziché lasciar dolcemente cadere i semi nei solchi della terra, preferiscono scagliarli come sassi o spararli come munizioni per essere più sicuri della loro azione; e non si rendono conto, tali seminatori, che così agendo seminano soltanto presunzione (la loro) e sfiducia (riguardo al seme e anche al terreno).

   Appartengono a questa schiera di persone (e più si va avanti negli anni più si rischia di entrare a farne parte) tutti quegli educatori che, con una scusa o con un’altra, mettono al primo posto loro stessi, quelli sulle cui labbra leggi un permanente quanto scoraggiante “speriamo…, non si sa mai…, meglio andare sul sicuro…, non vorrei che un domani…”, quelli che leggono tanti libri, quelli in definitiva a cui scarseggia o manca del tutto la passione dell’educare, essendo tutti presi da una seriosa preoccupazione. Si legge da qualche parte: “Chi non si diverte a fare il mestiere di educatore, ha sbagliato mestiere”.

(Da: Gigi Avanti, AMORE GIOVANE, (E.P. 2003)

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