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MA CHE BELLA!!!

                IL TRONCO CADUTO

 

C’è una bellissima leggenda degli indiani Cherokee

al riguardo del  “rito di passaggio”:

il padre porta il figlio nella foresta, gli mette una benda

sugli occhi e lo lascia lì da solo.

Il giovane deve rimanere seduto su un tronco tutta

la notte, senza togliere la benda finché i raggi del

sole non lo avvertono che è mattino.

Non può e non deve chiedere aiuto a nessuno.

Se sopravvive alla notte, senza andare a pezzi,

sarà un UOMO.

Non può raccontare della sua esperienza ai suoi amici

o a nessun altro, perché ogni giovane deve diventare

uomo da solo…

Il ragazzo è chiaramente terrorizzato, sente tanti

rumori strani attorno a lui. Ci sono senz’altro bestie

feroci che lo circondano. Forse anche degli uomini perversi

che gli faranno del male.

Il vento soffia forte tutta la notte e scuote il tronco su cui

è seduto, ma lui va avanti coraggiosamente, senza

togliere la benda dagli occhi.

In fondo, in fondo è l’unico modo per diventare uomo!

Finalmente, dopo una notte terrificante, esce il sole e

lui si toglie la benda dagli occhi.

Ed è così che si accorge che suo padre è seduto sul tronco

accanto a lui. E’ stato di guardia tutta la notte proteggendo

suo figlio da qualsiasi pericolo.

Il padre era lì, anche se  il figlio non lo sapeva.

Anche noi non siamo mai soli. Nella notte più terrificante,

nel buio più profondo, nella solitudine più completa,

anche quando non ce ne rendiamo conto, DIO non ci

abbandona mai, e fa la guardia… seduto sul tronco, accanto a noi.

(anonimo)

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VALE ANCHE PER OGGI…

MEDITAZIONE:  (11 febbraio: Mc. 1,40-45)

 

   Colpisce la narrazione – testimonianza della guarigione del lebbroso da parte di Gesù fatta dall’evangelista Marco per la sobrietà di parole, per la capacità di focalizzare l’attenzione sulla sostanza dell’evento straordinario, evitando all’ascoltatore o al lettore di perdersi nel sottobosco di dettagli o di sfumature narrative magari fuorvianti..

   Già questo potrebbe insegnare ai noi, testimoni di oggi del vangelo, una maggiore sobrietà espositiva degli eventi da testimoniare, al riparo dal  rischio di enfatizzazioni logorroiche o di catechesi snervanti… o di omelie troppo decorate.

   Ma c’è qualcosa ancora da ricavare, come insegnamento, da questo breve brano di Marco: la immediatezza della risposta di Gesù alla domanda del lebbroso. Bellissimo questo ping pong tra domanda e risposta.

   Stupenda la modalità della domanda, rivolta in ginocchio, a Gesù: “Se vuoi, puoi mondarmi” e sorprendentemente subitanea la risposta concreta, precisa, limitata al qui ed ora del domandare supplichevole del lebbroso.

   Cosa manca alla nostra orazione, oggi?  Forse una fede forte, adulta, sicura di sé capace di scatenare la immediatezza della risposta?

   Ma quand’anche vi fosse tale fede forte, adulta, sostanziosa, come mai questa non suscita la immediatezza della risposta di Dio?

   Può essere che questa fede, pur forte, abbia dei punti deboli… (che soltanto Dio conosce) e li può fortificare, tali punti deboli, ricordare che:

“La preghiera funziona sempre, anche se non ci è dato di sapere né come né quando”.  Siamo immersi, quindi, nel pieno del mistero… per fortuna!

   E’ l’insegnamento della pazienza, la medesima pazienza di Dio nei riguardi della nostra lentezza o pigrizia nel convertirci… nel convergere cioè, giorno dopo giorno,  senza distrazioni o deviazioni o scorciatoie immaginarie, verso il traguardo della salvezza.

   La conversione non va vista, infatti, come momento statico, di partenza o di arrivo che sia…, ma come modo di camminare sulla strada della salvezza… magari con maggior determinazione, sicuri che il futuro è al sicuro.

  Una considerazione conclusiva sulla descrizione delle emozioni di Gesù riportata da Marco. Gesù si “commuove” davanti alla domanda del lebbroso… però poi lo redarguisce “duramente” intimandogli di non raccontare nulla di quanto gli è miracolosamente accaduto.

   Come vanno d’accordo “commozione” e “durezza”?  Mi viene in mente il proverbio antico: “Il medico pietoso fa la piaga puzzolente”, ma ci manda fuori luogo.

   Forse Gesù era a conoscenza di quello che scrive la letteratura scientifica psicologica circa gli “ordini negativi” e cioè che gli “ordini negativi”  non impressionano la nostra mente (considerata come una sorta di pellicola negativa fotografica che soltanto la positività della luce può impressionare).

   Se infatti se si dice ad una persona di “non pensare ad un orso bianco”, succede proprio che nella mente di quella persona si affaccia la figura dell’orso bianco!

   Ma quand’anche Gesù non fosse stato a conoscenza di questo (si fa per dire), la preoccupazione sua principale era quella  di non venire frainteso.

   Non tollerava che potesse circolare una interpretazione riduttiva della sua messianicità, non poteva sopportare l’idea che di lui si facessero soltanto l’idea di un mago guaritore dotato di poteri speciali e che lo richiedessero soltanto per le sue “speciali prestazioni”.

   Ben altro e ben di più era venuto a portare; non una pur sorprendente guarigione da un malanno provvisorio, ma la sorprendente e definitiva guarigione (salvezza) dal malanno atavico della morte… della morte dell’anima, ereditato dai progenitori del genere umano.

   Questo potrebbe insegnare ai testimoni di oggi di non cedere alla tentazione di essere “seduttori” nei confronti di coloro ai quali si va a portare la testimonianza del vangelo, ma, umilmente, semplicemente e magari anche invisibilmente (come succede ai monaci, alle claustrali e così via),  “conduttori” a Gesù .

   Da qui la sua ritirata strategica in solitudine e preghiera… che diventa a questo punto indicazione operativa anche per noi, oggi, nei momenti in cui siamo tentati di protagonismo o di autoreferenzialità o, al contrario, di scoraggiamento  e delusione per la invisibilità dei risultati della nostra testimonianza (che il diavolo ci fa credere, subdolamente, inefficacia) della nostra testimonianza.

   Ritirarsi in solitudine orante ci tiene lontani dalle tentazioni del protagonismo, dell’autoreferenzialità, dello scoraggiamento, della delusione.

   In una parola… ci libera dal maligno e… dai suoi derivati.

www.omelie.org

www.gigiavanti.com

 

 

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DIVAGAZIONI…

INTUIZIONI…. E TEMPI DI REALIZZAZIONE (ovvero della convenienza di vivere il “presente”, il “qui ed ora”)

 

                            (divagazioni ad uso professionale per consulenti familiari… e non)

 

   In una delle sue simpatiche ed impreviste incursioni in casa, il parroco (Don Maurizio Mirilli) della parrocchia a cui appartengo ( Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi a Roma) parlava in termini di “intuizioni” relative ad iniziative pastorali che avrebbero piano piano preso piede e concretezza.

   Ciò ha indirizzato il mio “pensare” al rapporto tra “intuizione” e “tempo di realizzazione” ed ha immediatamente sconfinato nell’oltre tempo… del quale, non avendo nessuno esperienza diretta, si può pensare solamente e con estrema cautela in termini analogici.

   E’ così che mi è venuto da pensare che “quando” (termine improprio per l’area dell’oltre tempo!) Dio ebbe l’intuizione di creare il mondo e successivamente di farsi Egli stesso Uomo, si trovò alle prese con il problema della realizzazione di tale intuizione… Fu così, forse, che, giocoforza, nacque (creò) il tempo.

   Possibile dedurre, quindi,  che l’intuizione sta alla sua realizzazione come l’eternità sta al tempo. E ciò suscita delle considerazioni sul tempo tali da poterlo definire come una sorta di eternità diluita nel giorno dopo giorno, una sorta di eternità somministrata con il contagocce e così via, fino ad arrivare a far dire a S.C. Lewis (autore di un gradevole libretto dal titolo LE LETTERE DI BERLICCHE, dove si narra di un diavolo anziano che insegna al nipotino a “tentare” l’uomo in maniera intelligente in modo da farlo comunque cadere in trappola) che “il presente è l’unico punto di contatto tra l’eternità e il tempo”.

  Ed argomenta più o meno così, il diavolo anziano: se tu distrai l’uomo dal presente facendolo rammaricare del passato o facendolo preoccupare del futuro, lo indebolisci, lo snervi così da renderlo vulnerabile per  tutte le tipologie di peccati…(i sette peccati capitali).

   Ne consegue la necessità psico – spirituale (per non cadere in tentazione) di vivere il “presente”, minuto per minuto, di avere una sorta di venerazione per il qui ed ora delle relazioni  umane (quali che esse siano, professionali o non).

   L’invito a “vivere il qui ed ora” diventa così una sorta di indicazione operativa (e non di rado terapeutica) per non cadere nelle trappole della rammarico o della nostalgia per il passato o nelle sabbie mobili dell’ansia e della troppa preoccupazione per  il futuro.

  Rammarico ed ansia tolgono ossigeno al presente e minano il benessere esistenziale.  Ecco una splendida poesia che ce lo sintetizza.

 

                                  IO SONO

Mi rammaricavo

del mio passato

e temevo il mio futuro

quando, improvvisamente

il mio Signore parlò:

Il mio nome è IO SONO.

Fece una pausa. Io attesi.

Poi continuò:

Se tu vivi del passato

con i suoi errori

e i suoi dispiaceri

vivi nel dolore.

Io non sono nel passato.

Il mio nome non è IO ERO

Se tu vivi del futuro,

con i suoi problemi

e le sue paure,

vivi nel dolore.

Il non sono nel futuro.

Il mio nome non è IO SARO’.

Se tu vivi questo momento,

vivi nella pace. Io sono nel presente. Il mio nome è IO SONO.

                                                                    (Helen Mallicoat)    

 

SE TORNASSI A VIVERE…

Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se potendo rinascere

avrei vissuto la vita in maniera diversa.

Lì per lì ho risposto di no,  poi ho ripensato un po’ su e…

Potendo rivivere la mia vita, avrei parlato di meno

e ascoltato di più.

Non avrei rinunciato ad invitare a cena gli amici

soltanto perché il mio tappeto aveva qualche macchia

e la fodera del divano era stinta.

Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno

quando rievocava gli anni della sua giovinezza.

Non avrei mai preteso, in un giorno d’estate,

che i finestrini della macchina fossero alzati

perché avevo appena fatta la messa in piega.

Non avrei lasciato che la candela a forma di rosa

si sciogliesse, dimenticata, nello sgabuzzino.

L’avrei consumata io, a forza di accenderla.

Mi sarei stesa sul prato con i bambini,

senza badare alle macchie d’erba sui vestiti.

Avrei pianto e riso di meno guardando la televisione

e di più osservando la vita.

Avrei condiviso maggiormente le responsabilità

di mio marito.

Mi sarei messa a letto quando stavo male,

invece di andare febbricitante al lavoro,

quasi che, mancando io, il mondo si sarebbe fermato.

Invece di non vedere l’ora che finissero i nove mesi

di gravidanza, ne avrei amato ogni attimo,

consapevole del fatto che la stupenda cosa

che mi viveva dentro era la mia unica occasione

di collaborare con Dio

alla realizzazione di un miracolo. (Erma Bombeck)

 

 

 

 

Segnalo, a questo punto,  un libro che, letto senza fretta, non farà certamente “perdere tempo”:

            Jon Kabat – Zinn,  VIVERE MOMENTO PER MOMENTO (Corbaccio)

 

   Mi piace anche segnalare (perdonabile… conflitto d’interessi?) una Scuola di Formazione (SICOF, Scuola Italiana Consulenti Familiari) che, dalla sua fondazione ad opera di Padre Luciano Cupia e Rosalba Fanelli negli anni settanta (O.M.I.) ) ed oggi diretta dalla dott.ssa Marina Piccialuti presso Il Centro LA FAMIGLIA di Via della Pigna 13/A, il cui presidente è Padre Alfredo Feretti (O.M.I.) che ha fatto e fa dell’attenzione a vivere il “qui ed ora” uno dei fiori all’occhiello della sua filosofia di base. L’altro fiore all’occhiello è quello dell’ascolto professionale.

   E’ stato anche curato, anni or sono, dagli operatori della Scuola e del Consultorio un libro (oggi esaurito) dal titolo significativo, A SCUOLA DI BENESSERE.

   Come dire che il benessere esistenziale si fonda, soprattutto,  sulla capacità di  “vivere ogni relazione nell’ascolto nel qui ed ora” delle persone sofferenti di malessere esistenziale.

   Giovevole ricordare che il mondo si divide in due categorie di persone, quella di chi chiede aiuto e quella di chi offre aiuto… ma entrambe le persone di queste due categorie hanno i medesimi bisogni.

   Il bisogno principe rimane quello del capire e dell’essere capiti ed è proprio  grazie alla soddisfazione di tale reciproco bisogno che ci fa sentire amati, che ci da benessere… nel qui ed ora.

   Senza dire, paradossalmente parlando, che si può amare o sentirsi amati nonostante non tutto si riesca a capire.

   Dio stesso ci ama pur non capendo come, avendoci creati intelligenti ed amanti a somiglianza Sua, ci comportiamo da deficienti (nel senso etimologico della parola) arrivando sino a perdonarci.

   E qui siamo nel pieno del mistero… senza il quale “non si capirebbe niente” scriveva Alessandro Pronzato.

   E “chi non accetta il mistero”, scriveva Einstein, “non è degno di vivere”.

                                                                                                                                         (Gigi Avanti)

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Divagazioni…

NEI PANNI… DI GESU NELL’INTERVALLO TRA VENERDI’ POMERIGGIO E DOMENICA NOTTE…

 

Non appena spirato, ad anima libera, ho rivisto in un attimo il film della mia vita mentre una sarabanda di emozioni e di pensieri (da uomo o da Dio… non li so distinguere)  gli  faceva come da colonna sonora. Gioia e contentezza perché tutto era finito bene, come voleva il Padre (del cui Spirito ero pieno anch’io) e perché non avevo deluso la Madre (alla quale ho sempre ubbidito) . Gioia piena e un convincimento, quello che era andato tutto bene per aver saputo “resistere” alle tentazioni che mi potevano distogliere dalla mia missione. Quelle del deserto le conoscete, ma altre due ve le confido ora. La prima fu quella della “vanità” in quel pranzo di nozze a Cana quando, su provocazione della mia mamma, fui indotto a trasformare l’acqua in vino. Fu lì che mi guadagnai, per qualcuno. la fama di taumaturgo e questo mi avrebbe potuto far montare la testa e aprirmi  una carriera…. Resistetti a questa tentazione perché già avevo in mente che nella cena dell’ultimo giovedì della mia vita avrei trasformato quel vino in sangue e questo avrebbe inferto un brutto colpo alla mia fama e alla mia immagine… Resistetti quindi e presi tempo. Anche ieri sera, giovedì. non più a pranzo ma a cena, si riaffacciò la tentazione di non perdere la faccia, di non deturpare l’immagine che si aveva di me. di non deludere le aspettative… e resistetti, anzi “respinsi” questa tentazione e, grazie al mio Spirito, finìi per rovinare la cena a tutti quanti (e certamente anche a Giuda). Non è di buon gusto, lo so, nel bel mezzo di una cena tra amici mettersi a parlare di tradimento, di pane che viene offerto dicendo che è carne e di vino che viene offerto dicendo che è sangue (e mi commuove ancora ricordare che abbiate mangiato e bevuto senza fare una piega e senza porre obiezioni o cercare spiegazioni…)  e mettersi a lavare i piedi. Lo ammetto, ho esagerato, ma non l’ho fatto per eccentricità, ma per amore… e l’amore prevede l’imprevedibile. Anche perché non avevo alternativa per farvi accettare (che è altro da capire…) che “eucaristia” e “amore fraterno”  vanno a braccetto,  anche se soltanto il primo è diventato, per ora, sacramento.  Non avevo alternativa e mi è andata bene. Mi dispiace solo di avervi rovinato la festa… (cosa che non era successa a Cana)  ma era soltanto per prepararvene una come Dio comanda… A proposito, pensandoci bene,  mi rendo conto che tutto è andato bene (secondo le Scritture) perché ho saputo “respingere” (e non solo passivamente “resistere”) la tentazione principe di tutte, quella di vivere pensando solo a me stesso e come se non dovessi mai morire… (anche in considerazione del fatto che fare miracoli così clamorosi mi avrebbe  reso la vita facile). Ma io non ero venuto per questo, ero venuto proprio per voi, per morire… per voi, anche se come Dio avrei potuto bipassare questa passaggio tragico che mi è costata sangue. Ed è quindi questo che vi vorrei ribadire durante l’ intervallo che mi separa dalla la mia risurrezione: cercate di respingere con immediatezza la tentazione madre, quella di vivere come se non doveste mai morire. Vivete pensando che vi toccherà morire. Non abbiate paura né della morte, né del morire… perché il bello deve ancora venire e il vostro futuro è al sicuro. Io ne sono la prova… e avevo dato già segnali lampanti del mio potere sulla morte quando “rianimai” il mio amico Lazzaro e quella fanciulla ( e dico “rianimare” e non “risorgere”… perché la “risurrezione” comporta la sparizione del cadavere dalla tomba…).  E se quando dico “morte” , vi viene spontaneo  “toccare ferro” o “incrociare” le dita toccate quello dei chiodi della mia croce sulla quale mi avete inchiodato… Quei chiodi portano fortuna . A presto .   (Gigi Avanti)  

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storielle ebraiche (1)

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EDUCARE SI’… MA COME?

LA METAMORFOSI DELL’ADOLESCENZA

(ovvero, una dritta per chi ha difficoltà a lasciar andare i figli)

 

   In molte tribù degli indiani d’America i ragazzi,  raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti ad una serie di prove iniziatiche, quali dormire fuori dalla loro tenda lontani dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi vere come archi e frecce, cucire scarpe e vestiti con pelli d’animali da loro stessi catturati, sottoporsi a lunghi momenti di istruzione da parte degli anziani.

   Si racconta che durante una di queste iniziazioni, gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati.

   Allora uno dei giovani lì distesi cominciò a pulirsi le unghie adoperando un bastone invece del suo grattatesta.  Ad un tratto esclamò: “Guardate, mi crescono delle penne sotto le unghie”. Alcuni suoi compagni fecero lo stesso e presto tutti lo imitarono.

   E videro spuntarsi addosso delle penne, che crescevano fino a diventare ali. “Cosa diventerai?” si chiedevano reciprocamente. Uno disse: “Diventerò un’anatra selvatica e tu?”. “Io diventerò un’oca”. Un altro volle diventare anche lui un’anatra selvatica, altri due vollero invece diventare gru.

   L’istruttore  non disse nulla. Ma quando finirono per emettere non più parole, ma gridi, pensò: “Bene, farò così anch’io, sarò l’aquila”.

   Allora molti degli abitanti del villaggio che stavano fuori nei pressi della sacra tenda, cominciarono a sentire un gran rumore e dall’apertura del fumo videro uscire prima una grossa anatra selvatica, poi delle oche, poi ancora delle gru…. ed  infine un’aquila.

   Alcuni abitanti del villaggio, compreso qualche genitore, si misero a gettare secchi d’acqua gridando: “Tornate indietro, vi state trasfigurando”.

   Ma essi volarono via.                 (C. Castaneda)  

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