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Che sorpresa!

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CERCHIAMO DI… CAPIRE

                                  A PROPOSITO DI CAPIRE… AMARE…

                                       (ecologia della relazione)

“Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto” (Confucio).

“L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”.

 “Fammi capire”. “Non ti capisco”… Ma è proprio così fondamentale o importante “capire” per decidersi ad “amare” per lasciarsi andare ad “amare”, a vivere e quel che sia sia?

Ma è proprio così difficile accettare che “il cuore ha delle ragioni che la ragione non capisce?”.

“Ti amo, però non ti capisco”…. “Non ti capisco, però ti amo”…. quale è la differenza tra queste due espressioni? La differenza è data dall’uso del “però” che qualcuno usa per sottolineare il negativo e qualcun altro per sottolineare il positivo.

Già Einstein aveva detto: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.

“Ti amo, però non ti capisco”…. “Non ti capisco, però ti amo”…. quale è la differenza tra queste due espressioni? La differenza è data dall’uso del “però” che qualcuno usa per sottolineare il negativo e qualcun altro per sottolineare il positivo

“Certe cose accadono e basta, vanno accettate con buona rassegnazione, non conviene indagare o resistere più di tanto, non si approderebbe a nulla. Se non si riesce ad esaudire il desiderio di capire, bisogna sperare che il tempo lo faccia svanire lentamente senza però lasciarsi lacerare l’anima”. (F.L. Poli)

“Ci sono solo due giorni all’anno in cui non si può fare nulla, uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e soprattutto vivere”. (Dalai Lama)

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Grazie…

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OGGI MI VA COSI’

                                          IL DIO CREATORE PADRE SCRIVE AD ALLAH

 “ Mia caro Allah (si fa per dire) a parte il fatto che Maometto l’ho creato Io (a mia immagine e somiglianza) e che Maometto ha inventato te (forse a sua immagine e somiglianza),  avrei qualche sassolino (creato da Me) da togliermi dalle scarpe, sebbene essendo Spirito non necessiti proprio di scarpe.

   Il primo sassolino è che mi sto veramente stancando di sentire da parte di  coloro che sulla terra (che modestamente ho creato da Solo tanto tempo fa) ammazzano e seminano terrore e odio in nome tuo (e lo scrivo minuscolo per rispetto a Me stesso!) e sostengono di farlo perché così voluto da te!

   Delle due l’una: o sono diventate pazze le Mie creature (e che siano mia creazione te ne devi fare una ragione, perché tu non hai mai creato un bel niente!) oppure che sia  tu ad essere fuori di testa!

   Un altro sassolino: per la cronologia storica degli umani, tu arriveresti sulla scena del mondo terreno attorno al secolo 600, quindi molto dopo il Mio Unico Figlio Gesù Cristo, il preferito su tutti.

   Trovo una enorme e curiosa contraddizione:  mentre Io sono Tale da sempre, tu sei stato “inventato” tale dalla fantasia di un uomo, Mia creatura!

   Un altro sassolino: Io ho voluto scendere dal Mio Trono per osservare da vicino gli eventi umani, anzi mi sono messo nei panni di Me stesso UOMO per vivere da dentro questi eventi, mentre mi sembra che tu, oltre a startene comodo  chissà dove, ti diverta a distruggere quanto io ho creato. Niente niente crepi d’invidia?

   Allah, detto tra noi, Il politeismo è una pericolosa scorciatoia ideologica, narcisisticamente autoreferenziale, inventata dagli uomini per dare una risposta comoda alle loro inquietudini.

   Parafrasando la riflessione di uno psicologo, posso dedurre: “Il modo in cui scegliamo di pensare Dio crea il Dio che pensiamo”.

   Io, per natura, essendo nell’Eterno, ho una pazienza eterna perché tu e chi ti invoca o adora o prega possa ricredersi a proposito di questo.

   Tu ti sei trovato Dio all’improvviso, caro Allah, da chi ti ha inventato tale. Io sono stato Tale da sempre e, modestia a parte, ho accompagnato gli umani a scoprirmi gradatamente perché avendo creato il tempo era giocoforza agire in questo modo: dapprima ho lasciato che mi scoprissero Creatore (con Adamo ed Eva), poi come Legislatore (con Mosè) ed infine come Padre (con Gesù, il Mio Figlio dell’Uomo, il Preferito).

   Io amo tutte le mie creature che, grazie a Mio Figlio, hanno la possibilità di ambire ad essere figli pure loro, purché lo vogliano.

   Tu, e scusa se te lo dico francamente, pare che ami soltanto chi crede in te… creando così un corto circuito deflagrante. E poi perché permetti a chi crede in te di dare la caccia a tutti gli altri definendoli infedeli?

   Io, a quelli che mi negano, non faccio guerra, anzi li aspetto con benevolenza alle soglie della fede, felice di poterli abbracciare e riconoscendo loro il merito di avermi trovato.

   Non sono razzista e non è nel mio stile vantarmi. Un Dio che si rispetti è Grande anche in ragione di questa sua discreta magnanimità  nel comportarsi.

   A te, alcuni tuoi fedeli, dicono che sei grande e poi fanno esplodere bombe, conflitti, divisioni, terrore…

Qualcosa non funziona, Allah, anzi tutto!

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   http://www.gigiavanti.com

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LE emozioni di GESU’

                                                     COMMENTO OMILETICO  (Gv. 2, 13 – 25)

                                                                        (Domenica 7 marzo 2021)

   Capita spesso nella vita di sentire qualcuno pronunciare questa espressione: “Da quello ci si può aspettare di tutto”. Chissà se la medesima esclamazione l’avranno pensata le due categorie di persone presenti allo “sfogo dello sdegno” del “mite” Gesù contro il commercio che veniva fatto nel Tempio di Suo Padre!

Perché due sono le categorie di persone che assistono a questo evento: i giudei e i suoi discepoli, giudei anch’essi.

   Sembra, da come viene riportata la cronaca del fatto, che i giudei non si fossero scandalizzati più di tanto, purtuttavia chiedevano spiegazione, esigevano di conoscere a che titolo Gesù avesse fatto questo e di conoscere quindi l’origine della autorevolezza con la quale Gesù avesse combinato tutto quello scompiglio.

   Dei suoi intimi invece non si registra nulla se non, al momento, il loro silenzio attonito e sgomento… un silenzio pieno di domande magari, domande mai proferite ma alle quali verrà data risposta postuma, dopo la risurrezione, dopo cioè che la oscura metafora del “Tempio” possibile a costruirsi in soli “tre giorni” apparirà in tutta la sua sfolgorante luce di mistero.

   La risposta data ai giudei, ascoltata certamente anche dai suoi discepoli, infatti, risulta incomprensibile nonostante essi appaiano colti e istruiti (precisano a Gesù che il “loro” tempio fu costruito in 47 anni).

   Ci possiamo chiedere a questo punto, come sempre si fa quando la Parola di Dio ci interpella, cosa può insegnare a noi oggi questo episodio?

   Cosa può insegnare il comportamento, al tempo stesso  “sdegnato e mite” di Gesù a coloro che, oggi, hanno come parametro per i loro comportamenti di testimonianza, la causa del Regno di Dio?

    La risposta, semplice e concreta, trae ispirazione proprio da una affermazione di Gesù stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Come dire che se si vuole imparare la dinamica complessiva della testimonianza per la causa del Regno occorre fare proprio il comportamento di Gesù.

   Con una precisazione, questa: la parola “mitezza”, solitamente  intesa come debolezza, flaccidità, mollezza, tenerume, contiene invece, nella sua accezione etimologica più profonda, anche lo “sdegno” perché è descritta come “forza sotto controllo”… Possiamo quindi dedurre che la mitezza, al contrario di venire associata a debolezza, è la “forza dello sdegno”.

   C’è un’altra pagina di vangelo (Mc. 3, 1 – 6) dove si tira in ballo lo “sdegno” del mite Gesù: 4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

  Sdegno che però non ha nulla a che vedere con l’istintivo sfogo di collera (nella letteratura psicologica la collera viene descritta come risposta istintiva contro chi non riconosce o non risponde ad un proprio bisogno personale), ma ha a che fare con la reazione nei confronti di chi, con il suo comportamento, mette a repentaglio o schiaccia la dignità della persona… a maggior ragione quando questa persona è Dio in persona.

   Gesù non reagisce con “collera” perché punto nel suo orgoglio, ma  reagisce con “sdegno”  perché è in  ballo la dignità del Padre che viene schiacciata da gente che ha “durezza di cuore”.

   Quanti comportamenti di testimonianza dovrebbero essere rivisti e purificati al riguardo! Cosa dire infatti di coloro che fanno gli “offesi” perché punti nel proprio orgoglio o per indelicatezze e sgarbi, a loro dire, ricevuti, rispondono con irritazione e magari anche con sentimenti di vendetta?

   In questi casi, ad essere sotto attacco è il proprio prestigio personale e non il prestigio di Dio e le due cose sono incompatibili, nel senso che non si piò tenere ad entrambe..

   Chi vuole testimoniare per la causa del Regno di Dio non può dimenticare mai che deve “rinnegare se stesso”  e soprattutto ricordare quello che Gesù, con mitezza, disse: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in aggiunta”.

   E chissà mai che in quella espressione “il resto vi verrà dato in aggiunta” non sia compreso anche il proprio prestigio personale!

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Curiosa eh?

                            SPORCO E PULITO… ma come è possibile?

   La storia che ci racconta uno dei nostri rabbini vale più di una  teoria: “Due uomini cadono dentro un camino Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?”

  “Quello che ha la faccia sporca”, risponde l’interlocutore. “Sbagliato, – dice allora il rabbino – si lava quello che ha la faccia pulita. Vedendo il suo compagno sporco davanti a lui si dice: dal momento che lui è sporco, devo esserlo anch’io, dunque ho bisogno di andare a lavarmi. Mentre quello che è sporco, vedendo il suo compagno pulito, si dice: dal momento che lui è pulito devo esserlo anch’io. Dunque non ho bisogno di andare a lavarmi”.

   Ma poi il rabbino continua: “Due uomini cadono dentro il camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi”? “Quello con la faccia pulita”, risponde con entusiasmo il discepolo. “Sbagliato. Quello con la faccia sporca. Vedendo le sue mani coperte di fuliggine, si dice: sono sporco. Devo andare a lavarmi. Mentre quello con il viso pulito, vedendo che ha le mani pulite si dice: dal momento che non sono sporco non ho bisogno di lavarmi”.

   “Ho ancora una domanda da farti, – conclude il rabbino – due uomini cadono dentro un camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Sia quello sporco, sia quello pulito”, esclama trionfante il discepolo. “Sbagliato, – dice ancora il rabbino -. Se due uomini cadono in un camino è impossibile che solo uno dei due sia sporco. Devono per forza essere sporchi tutti e due! Quando un problema è mal posto, tutte le soluzioni sono false”.                                                                                                                

   QUANDO DUE PERSONE CADONO DENTRO IL CAMINO DELLA VIOLENZA,  CHE SI TRATTI DI EBREI O MUSULMANI, CRISTIANI, INDUISTI O BUDDISTI, SONO ENTRAMBE SPORCHE.

   MA QUANDO DUE PERSONE SI IMMERGONO NELL’UMILTA’ SONO ENTRAMBE PULITE, QUALI CHE SIANO LE LORO CONVINZIONI.

Tratto da: IL RE, IL SAGGIO E IL BUFFONE di Shafique Keshavjee (Einaudi 1998)

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QUESTA E’ VERAMENTE GENIALE!

                                 A PROPOSITO DI PENSIERO “logico” E DI PENSIERO “laterale

   C’era una volta in un villaggio un contadino senza un soldo e che doveva restituire una grossa somma di denaro ad un uomo molto vecchio e brutto. Dato che il contadino aveva  una figlia molto carina, che piaceva al vecchio creditore, questi propose uno scambio. Lui avrebbe cancellato il debito se il contadino gli avesse ceduto sua figlia in matrimonio.

   Il contadino e sua figlia furono inorriditi dalla proposta. Allora il vecchio creditore, non rassegnandosi, propose che fosse il caso a determinare l’esito della disputa. Disse loro che avrebbe messo un sassolino bianco ed un sassolino nero dentro ad un sacchetto e che la ragazza avrebbe pescato alla cieca uno dei due sassolini nel sacco. Se lei pescava il sassolino nero diventava sua moglie ed il debito del padre veniva cancellato. Se lei pescava il sassolino bianco non doveva sposarlo ed il debito del padre veniva cancellato lo stesso. Se lei si rifiutava di pescare un sassolino suo padre veniva imprigionato.

   Continuando a parlare il brutto vecchio creditore si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre li raccoglieva, la ragazza, che aveva un occhio attento, notò che aveva raccolto due sassolini neri e li aveva messi nel sacchetto. Ma non disse nulla. Poi il vecchio creditore disse alla ragazza di pescare nel sacchetto. Questa discussione era avvenuta davanti alla casa del contadino e la strada era piena di sassolini.

   Immagina per un momento cosa tu avresti fatto se ti fossi trovato tu sul posto. Cosa avresti consigliato alla ragazza?

Se si analizza bene il problema, vi sono tre possibilità:

  1. La ragazza avrebbe dovuto rifiutarsi di pescare il sassolino.
  2. La ragazza avrebbe dovuto estrarre i due sassolini neri dal sacchetto, dimostrando che il vecchio era un imbroglione.
  3. La ragazza avrebbe dovuto estrarre il sassolino nero, sacrificandosi al matrimonio, per impedire che il padre andasse in galera.

   Prenditi un istante per riflettere su questa storia. Questa storia ha come scopo quello di farti comprendere la differenza tra il pensiero “logico” e il pensiero cosiddetto “laterale”. Il problema della ragazza non può essere risolto facilmente in maniera equanime per un pensiero logico tradizionale. Pensa alle conseguenze delle tre possibili soluzioni. Allora, cosa avresti fatto? Ed ecco allora cosa fece la ragazza. Rifletti prima di leggere la soluzione.

   Lei pescò nel sacchetto ed estrasse un sassolino che lasciò subito cadere a terra, goffamente, senza che si potesse vedere, che si andò a mescolare con tutti gli altri sassolini del suolo. “Ah, come sono maldestra – esclamò la ragazza – ma che importa, ora estraggo il secondo sassolino. Capiremo ugualmente quello che ho pescato per primo, non è  vero?”

   Dato che il sassolino restante era nero, il primo sassolino pescato non poteva che essere bianco e dato, anche, che il vecchio brutto creditore non osò ammettere la sua disonestà…

   La ragazza trasformò una situazione che sembrava di difficile soluzione in un epilogo tutto a suo vantaggio.

   Esiste una soluzione alla maggior parte di problemi complessi. Noi, semplicemente, non sappiamo vedere le cose da una giusta angolatura.                                            

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SEMPLICISSIMO

IL CANE ALLO SPECCHIO

Vagabondando qua e là, un grosso cane finì in una stanza

in cui le pareti erano dei grandi specchi.

Così si vide improvvisamente circondato da cani.

Si infuriò, cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.

Tutti i cani delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto

scoprendo le loro minacciose zanne.

Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso

per difendersi contro gli attaccanti, poi, latrando

rabbiosamente si scagliò contro uno dei suoi presunti

assalitori.

Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo

urto contro lo specchio.

Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta,

tutti i cani degli specchi l’avrebbero ricambiato e sarebbe

stato un incontro festoso.

Bruno Ferrero,  PARABOLE,  Elledici 2000)

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PER RIFLETTERE…

“Mi avvicino di due passi… lei si allontana

di due passi. Cammino per dieci passi

e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là.

Per quanto  io cammini non la raggiungerò mai…

A cosa serve allora l’utopia?

Serve proprio a questo, a camminare”. (Eduardo Galeano)

“Secondo alcuni testi di tecnica aeronautica,

il calabrone non può volare a causa

della forma e del peso del proprio corpo

in rapporto alla superficie alare.

Ma il calabrone non lo sa e perciò

continua a volare”. (Igor Sikorsky)

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