CREATI PROPRIO IN COPPIA 

                                                 (non si sfugge…)

Un giorno il Creatore si svegliò un po’ annoiato della propria solitudine e pensò bene quindi di creare l’uomo. Prese allora un po’ di argilla, la plasmò a sua immagine, ma quando fu lì  per soffiarle dentro il suo spirito vitale, si accorse che il modello non gli era proprio ben riuscito e se ne disfece. Era anche lui alle prime armi. Prese dell’altra argilla e con maggior cura si accinse a plasmare un altro modello.. Terminatolo, gli soffiò dentro lo spirito vitale ed ecco creato l’uomo!

Subito però si accorse che qualcosa non andava, che mancava qualcosa. Pensò allora bene di creare la donna, ma subito si rese conto di non avere più argilla a disposizione…

Allora, forte della sua divina fantasia creativa, prese un po’ dello splendore del sole, delle fasi della luna,  del fascino della notte, del cavallo la fluente chioma, della gazzella le soavi movenze… e quant’altro. Mescolò il tutto con estrema delicatezza ed ecco creata la donna!

Soddisfatto, finalmente, del suo lavoro,  chiamò a sé l’uomo e gli disse: “Guarda”.

L’uomo osservò stupito ed incantato. Vista la sua sorpresa e il suo stupore il Creatore gli  disse: “Prendila, è tua”. L’uomo prese dolcemente sotto braccio la sua donna e, senza neppure la cortesia di un sussurrato grazie, se la portò via con sé…

Di lì a qualche tempo, il Creatore vide ritornare da chissà quali luoghi lontani, l’uomo e la sua donna stanchi e tristi… Davanti camminava l’uomo a capo chino e, qualche metro addietro la sua donna, sconsolata.

Il Creatore chiese: “Cosa vi sta succedendo?”. L’uomo gli rispose: “Potrei chiedervi una cosa… senza offesa”?. Il Creatore rispose: “Dimmi pure, uomo!”. L’uomo gli disse: “La donna che mi avete donato… ecco, ve la potreste riprendere indietro?”.

Il Creatore, sorridendo silenzioso e senza chiedere spiegazione,  riprese con sé la donna.

Trascorse ancora del tempo ed un giorno l’uomo, sempre più stanco e sempre più triste, ritornò sul posto dove era solito sostare il Creatore.

Quando il Creatore lo vide, gli chiese: “Cosa è successo ancora?”. L’uomo rispose, con un filo di voce: “Potrei chiedervi una cosa… sempre senza offesa”. “Dimmi pure, uomo”, rispose il Creatore. “Quella donna, quella che mi avete donato, la potrei riavere indietro? Magari con lei non sarà sempre facile convivere, ma senza di lei è proprio impossibile vivere”.

Il Creatore sorrise  e mentre li osservava, silenzioso,  allontanarsi… vide l’uomo voltarsi indietro e lo udì, questa volta, sussurrare un gioioso “grazie”.

  (rielaborazione da anonimo)

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         A PROPOSITO DI PENSIERO “logico”

 E DI PENSIERO “laterale

   C’era una volta in un villaggio un contadino senza un soldo e che doveva restituire una grossa somma di denaro ad un uomo molto vecchio e brutto.

   Dato che il contadino aveva  una figlia molto carina, che piaceva al vecchio creditore, questi propose uno scambio.

   Lui avrebbe cancellato il debito se il contadino gli avesse ceduto sua figlia in matrimonio. Il contadino e sua figlia furono inorriditi dalla proposta.

   Allora il vecchio creditore, non rassegnandosi, propose che fosse il caso a determinare l’esito della disputa.

   Disse loro che avrebbe messo un sassolino bianco ed un sassolino nero dentro ad un sacchetto e che la ragazza avrebbe pescato alla cieca uno dei due sassolini nel sacco.

   Se lei pescava il sassolino nero diventava sua moglie ed il debito del padre veniva cancellato.

   Se lei pescava il sassolino bianco non doveva sposarlo ed il debito del padre veniva cancellato lo stesso.

   Se lei si rifiutava di pescare un sassolino suo padre veniva imprigionato. Continuando a parlare il brutto vecchio creditore si chinò a raccogliere i due sassolini.

   Mentre li raccoglieva, la ragazza, che aveva un occhio attento, notò che aveva raccolto due sassolini neri e li aveva messi nel sacchetto.

   Ma non disse nulla. Poi il vecchio creditore disse alla ragazza di pescare nel sacchetto. Questa discussione era avvenuta davanti alla casa del contadino e la strada era piena di sassolini.

   Immagina per un momento cosa tu avresti fatto se ti fossi trovato tu sul posto. Cosa avresti consigliato alla ragazza?

Se si analizza bene il problema, vi sono tre possibilità:

  1. La ragazza avrebbe dovuto rifiutarsi di pescare il sassolino.
  2. La ragazza avrebbe dovuto estrarre i due sassolini neri dal sacchetto, dimostrando che il vecchio era un imbroglione.
  3. La ragazza avrebbe dovuto estrarre il sassolino nero, sacrificandosi al matrimonio, per impedire che il padre andasse in galera.

   Prenditi un istante per riflettere su questa storia. Questa storia ha come scopo quello di farti comprendere la differenza tra il pensiero “logico” e il pensiero cosiddetto “laterale”. Il problema della ragazza non può essere risolto facilmente in maniera equanime per un pensiero logico tradizionale. Pensa alle conseguenze delle tre possibili soluzioni. Allora, cosa avresti fatto? Ed ecco allora cosa fece la ragazza. Rifletti prima di leggere la soluzione.

   Lei pescò nel sacchetto ed estrasse un sassolino che lasciò subito cadere a terra, goffamente, senza che si potesse vedere, che si andò a mescolare con tutti gli altri sassolini del suolo. “Ah, come sono maldestra – esclamò la ragazza – ma che importa, ora estraggo il secondo sassolino. Capiremo ugualmente quello che ho pescato per primo, non è  vero?”

   Dato che il sassolino restante era nero, il primo sassolino pescato non poteva che essere bianco e dato, anche, che il vecchio brutto creditore non osò ammettere la sua disonestà.

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LA VIOLENZA SULLE DONNE…. viene da lontano

                        (approccio psicologico)

 Partiamo da una storiella che la dice lunga sulle radici profonde della violenza.

  “ La collera è triste perché toglie l’io a sé stesso, gli intorbida lo sguardo e offusca la godibile vista delle cose. Tristezza e Rabbia che nascono da un bisogno di stabilità, di serenità, se vogliamo, di consuetudine, si alternano in questo periodo e, come sempre nella loro dinamica psicologica, cercano di confondersi e di

confondere.”

 Tristezza e Rabbia arrivarono a una meravigliosa piscina di acqua cristallina.

Entrambe decisero di fare un bagno, si spogliarono e si tuffarono nello stagno.

Rabbia, sempre di fretta, come sempre, senza sapere molto bene perché,

si bagnò velocemente e sempre più velocemente uscì dall’acqua. Tuttavia,

poiché la rabbia è cieca, o non distingue chiaramente la realtà, nuda

e precipitosa, si rivestì con i primi indumenti che trovò…

Non erano i suoi, ma quelli della Tristezza… E fu così che, travestita di

tristezza, la rabbia sparì. Con la parsimonia che caratterizza sempre

la tristezza, questa terminò di bagnarsi senza alcuna fretta, o meglio,

senza essere consapevole del tempo che passava, e uscì pigramente dal

laghetto. Scoprì allora che i suoi vestiti erano spariti.

Poiché la tristezza si sente imbarazzata quando è nuda, indossò gli unici vestiti

che trovò accanto allo stagno, i vestiti della rabbia.

 Dicono che da allora, spesso qualcuno è arrabbiato, cieco, crudele e terribilmente adirato,

ma se guardiamo bene scopriamo che è solo un travestimento dietro cui si nasconde la tristezza

(Jorge Bucay).

 Quindi risulta chiaro come il sole che la “violenza sulle donne” è sempre operata da chi è “triste dentro”. Ma chiediamoci perché uno è triste dentro e non lo riconosce? Cosa crede che gli manchi? A volte uno è triste (e quindi diventa arrabbiato contro tutto e tutti… contro il destino) non tanto perché non si accontenta di quello che ha, ma perché non si rende conto di quelle che è.

E’ la solita partita tra “avere” e “essere”…

Se soltanto pensiamo che ognuno di noi è OK (per usare un’espressione cara alla psicologia) per il semplice fatto di esistere e che è unico, e che, in quanto tale, è di valore unico, ne dovrebbe derivare uno stato d’animo di serenità, di contentezza esistenziale di fondo.

Questa accettazione e questo apprezzamento della unicità del proprio esserci al mondo, in un qui ed ora anche travagliato, è un terreno sul quale non può attecchire alcun tipo di violenza.

Occorre quindi focalizzare tutto sulla positività del proprio essere per non finire dentro le negatività o per non soccombere alle tentazioni subdole della tristezza, della insoddisfazione cronica… che poi si tramutano in rabbia contro chi ci sta intorno.

Quindi occorre saper gestire la “rabbia”, come insegna Gandhi: “Ho imparato, dopo amare esperienze, a preservare (quindi a non “sfogare” la rabbia) la mia rabbia e, come il calore che non si disperde (si pensi a una pentola a pressione) si trasforma in energia, la mia rabbia, dominata, si trasforma in forza capace di muovere il mondo”.

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LA SCUOLA DEGLI ANIMALI    (Il DNA dell’essere umano…

                                                      dove per DNA si intende…

                                                      Destino Naturale Amore)

   Un giorno un coniglio, un uccello, un pesce, uno scoiattolo, un’anatra e molti altri animali decisero di aprire una scuola. Tutti quanti si accinsero a preparare un programma.

   Il coniglio pretendeva che nel programma ci fosse la corsa, l’uccello pretendeva che ci fosse il volo, il pesce pretendeva che ci fosse il nuoto, lo scoiattolo pretendeva che ci fosse la possibilità di arrampicarsi sugli alberi.

   Anche tutti gli altri animali pretendevano che le loro specialità fossero incluse nel programma e così alla fine ci furono tutte e commisero, tutti d’accordo, l’errore grandioso di pretendere che tutti gli animali che si fossero iscritti a quella scuola dovessero seguire tutti i corsi.

   Il coniglio era magnifico nella corsa, nessuno sapeva correre come lui, ma gli animali sostenevano che  era un’ottima disciplina intellettuale ed emotiva insegnare il volo al coniglio. Insistettero perché imparasse a volare e lo misero su di  un ramo e dissero. “Coniglio, vola!”. Quel poverino saltò giù, si ruppe una zampa e si fratturò il cranio. Trauma!  Gli restò una lesione al cervello e non poté neppure correre forte come prima. Così, anziché prendere un 10 nella corsa, prese soltanto un 7 e gli diedero un 6 in volo in considerazione del suo impegno.

   La commissione che aveva varato il programma era felice. La stessa cosa capitò all’uccellino. Sapeva volare come una freccia e compiere bellissime evoluzioni con geometrie meravigliose nel cielo: meritava un 10. Ma pretesero che scavasse tane nel terreno come una marmotta. Naturalmente nel fare questo si ruppe le ali, il becco e tutto il resto e non poté più volare. La commissione fu ben contenta di dargli 7 in volo… e così via.

   Sapete chi riuscì meglio in tutta quella classe?  Un’anguilla, mentalmente ritardata, perché riusciva a destreggiarsi alla meno peggio in tutte le materia.

   Perché vi ho raccontato questa storiella? Perché credo che se viene stravolta la possibilità di fondo che abbiano dentro di noi, non riusciamo più a fare niente bene nella vita.

    E la possibilità di fondo che noi abbiamo nel nostro cuore è quella di poter essere aquile, di poter volare.

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LA PORTA DELLA FELICITA’   (“Di tanto in tanto dovremmo smettere di cercare la felicità e limitarci  ad essere felici”)

   La cosa incredibile incominciò quando Giacomo aveva sei anni. Un giorno di ottobre trotterellava per una via sconosciuta. Sulla destra la strada era fiancheggiata da un lungo muro bianchissimo. Improvvisamente al centro del muro vide che c’era una porta verde con una maniglia dorata. La porta aveva un’aria invitante. Sembrava dicesse: “Aprimi, entra”. Giacomo esitò un istante. Tirò dritto fischiettando ancora un po’ fino alla fine del muro. Travolto da un desiderio intenso tornò indietro all’improvviso. Spalancò la porta ed entrò.

   Si trovò di colpo nel giardino più incantevole che avesse mai immaginato. Anche l’aria era cambiata di colpo. Non era più quella triste e pesante della città. Aleggiava in essa un profumo esaltante, che dava una sensazione di leggerezza, di felicità e di benessere. E nei colori c’era qualcosa di magico che li rendeva incredibilmente vividi, perfetti, luminosi. Giacomo sentiva di respirare la felicità. Giacomo non si era mai sentito così bene. Giacomo trovò anche dei meravigliosi compagni di giochi. che gli volevano bene.

   Poi, all’improvviso, arrivò una donna vestita di scuro che mostrò a Giacomo un grande libro. Lo prese a sfogliare indicando al bambino le pagine. Sbalordito, Giacomo vide nel libro la sua storia, finché si trovò sotto gli occhi se stesso esitante davanti alla porta verde nel lungo muro bianco. Giacomo fece per voltare pagina, ma la donna glielo impedì. Sentì affievolirsi  le voci dei compagni di gioco che gridavano: “Torna da noi. Torna presto da noi!” e si ritrovò nella larga strada grigia. Nel muro, malinconico e screpolato, non c’era più nessuna porta. Cercò ancora quella porta, ma per quanto vagabondasse non riusciva più a trovare il muro bianco con la porta verde.

   Dieci anni dopo, Giacomo era diventato uno studente modello, diligente e impegnato. Una mattina, mentre si affrettava verso la scuola, si trovò davanti all’improvviso il lungo muro bianco e la porta verde che dava sul giardino incantato. L’aveva tanto cercata… Ma non pensò neppure per un istante ad entrare. Era preoccupato solo di non arrivare a scuola in ritardo. “Tornerò di pomeriggio”, pensò. Ma non la trovò più.

   Non vide più la porta verde fino a 22 anni. Proprio il giorno in cui doveva sostenere l’esame più importante dell’università. Guidava la sua piccola automobile con molto nervosismo, sbirciando spesso l’orologio. Ad un certo punto, dopo aver svoltato  un angolo se la trovò improvvisamente davanti. La porta verde, con la sua dolce sensazione di qualcosa di indimenticabile e ancora raggiungibile. Giacomo arrestò l’auto, combattuto tra due opposte volontà: entrare nel giardino o affrettarsi per dare il suo esame. Tentennò un attimo,  poi scrollò le spalle e ripartì. Si laureò e cominciò una brillante carriera di avvocato. Giacomo rivide altre due volte la porta verde e  il muro bianco.

   La prima volta stava correndo all’appuntamento con la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. Quella sera non poteva certo pensare a due pantere… La seconda volta, dopo altri due anni ancora, la porta gli si presentò livida sotto la luce dei fari dell’automobile. Ma proprio quella sera aveva un incontro importantissimo con un noto personaggio politico che gli aveva promesso un posto sicuro nel suo partito. E non si fermò.

   Passarono altri anni. La nostalgia del giardino incantato si faceva sempre più forte. Giacomo rimpiangeva le volte che non aveva avuto il coraggio di fermarsi ed entrare nella porta verde. “La prossima volta entrerò di sicuro…La prossima volta, qualunque cosa accada, mi fermerò…”, continuava a ripetere. Voleva a tutti i costi risentire l’aria pura, la dolcezza, la tenerezza del giardino e dei suoi abitanti.

   Girava e girava per la città. Ogni volta che intravvedeva un muro bianco, il suo cuore raddoppiava i battiti. Ormai viveva soltanto per ritrovare quella porta verde. Ma non la ritrovò più. 

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                          Omaggio amico a psicologi amici

C’è  una storiella che parla del piccolo Johnny, che si diceva fosse ritardato mentale. Evidentemente però non lo era, come risulterà evidente dalla storiella.

Johnny va alla lezione di attività manuali nella sua scuola speciale, riceve il suo pezzo di creta e si mette a modellarlo. Poi ne stacca un pezzetto, va in un angolo della stanza e si mette a giocare con esso.

L’insegnante gli si avvicina e gli dice: “Ciao Johnny”. E Johnny: “Ciao”.

L’insegnante chiede: “Cos’è quello che hai in mano?”.

E Johnny risponde: “E’ un pezzo di sterco di mucca”.

E l’insegnante chiede ancora: “E cosa stai modellando?”.

Il ragazzino risponde. “Sto facendo un insegnante”.

L’insegnante pensa: “Il piccolo Johnny è regredito”.

Quindi chiama il preside che sta passando davanti alla porta dell’aula in quel momento, e gli dice: “Johnny è regredito”.

Così il preside si avvicina a Johnny e gli dice: “Ciao, figliolo”.

E Johnny: “Ciao”. Il preside chiede: “Cos’hai in mano?”. E lui: “Un pezzo di sterco di mucca”.

“E cosa stai modellando?”. E il ragazzo: “Un preside”.

Il preside ritiene che sia un caso da far esaminare da uno psicologo della scuola.

“Mandate a chiamare lo psicologo!”

Lo psicologo è un tipo in gamba. Si avvicina e dice: “Ciao”. E Johnny risponde: “Ciao”.

Lo psicologo, mutando domanda d’approccio, dice: “Io lo so cosa hai in mano”.

“Cosa?” chiede Johnny. E lo psicologo: “Un pezzo di sterco di mucca, vero?”.

Johnny risponde: “Giusto”.

“E so anche cosa stai modellando” soggiunge lo psicologo.

“Cosa?” chiede Johnny.

“Uno psicologo, vero?”.

“Sbagliato – risponde Johnny – non ho abbastanza sterco di mucca”.

E lo chiamavano un ritardato mentale.

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                                                     CAROTE, UOVA E CAFFE’ 

                                 (Ovvero tre maniere per affrontare le avversità della vita)

   Una giovane ragazza andò dalla madre per lamentarsi di come la vita fosse così dura per lei. Non sapeva più come cavarsela e aveva  tanta voglia di piantare tutto; era stanca di combattere contro le avversità della vita.

   Sembrava che, non appena un problema era risolto, un altro ne sorgesse a complicare le cose. La madre la portò in cucina. Riempì tre pentolini di acqua e li depose sul gas a fuoco alto. Presto l’acqua cominciò a bollire.

   Nel primo pentolino mise una carota, nel secondo  un uovo e nel terzo una manciata di caffè macinato. Li lasciò bollire per un certo tempo senza dire niente. Dopo circa venti minuti spense  il fuoco. Tirò fuori la carota e la mise su un piattino. Così fece anche con l’uovo e infine versò il caffè, filtrandolo, in una tazza.    Rivolgendosi poi alla figlia, le chiese: “Dimmi cosa vedi”. “Una carota, un uovo e del caffè”, rispose la figlia.

   La madre le chiese allora di avvicinarsi e di toccare la carota. La figlia lo fece e notò che era soffice. Poi la madre le disse di prendere l’uovo e di romperlo. Dopo avergli tolto il guscio, notò l’uovo indurito dalla bollitura. Infine disse alla figlia di sorseggiare il caffè. La ragazza cominciò a sorridere al semplice contatto con il profumato aroma del liquido che beveva.

   Poi chiese alla madre: “Che cosa significa tutto questo?” La madre le spiegò che ognuna delle tre cose aveva dovuto far fronte alla medesima avversità: l’acqua bollente.

   E ognuna aveva reagito in maniera diversa. La carota era entrata forte e dura nell’acqua bollente, ma dopo aver lottato si era rammollita e indebolita.

   L’uovo era invece entrato fragile nell’acqua bollente e il suo interno era protetto dal guscio sottile, ma dopo aver lottato con l’acqua bollente si era indurito.

   Il caffè macinato, invece, si era comportato in modo del tutto unico. Dopo essere stato gettato nell’acqua bollente, esso aveva agito sull’acqua e l’aveva trasformata…“Con quale delle tre ti identifichi”? chiese la madre alla figlia.

   “Quando l’avversità bussa alla tua porta, come rispondi? Ti comporti come la carota, come l’uovo o come il  caffè macinato? Chiediti sempre a quali di questi tre rassomigli… Fai come la carota che sembra forte e dura, poi a causa della sofferenza o dell’avversità diventi soffice e rammollita e perdi la tua forza? Oppure fai come l’uovo che all’inizio ha un cuore tenero e malleabile, ma cambi con il bruciore delle avversità?  Avevi un buon carattere e un’indole serena  che a causa della sofferenza causata dalla morte di una persona cara o di una depressione o di un affare andato a male o a qualche altra prova sei diventata indurita e gelida?  Forse il guscio esterno del carattere sembra essere rimasto lo stesso, ma all’interno del tuo cuore non ti senti forse indurita, amareggiata,  gelida, scontrosa? Oppure sei come il caffè macinato?  Se osservi bene esso trasforma l’acqua, cioè proprio quelle circostanze che gli procurano sofferenza. Quando l’acqua si scalda e diventa bollente, il caffè comincia ad emanare il suo aroma e la sua fragranza… Se sei come il caffè, quando le cose cominciano ad andare per il verso storto, tu potrai tirare fuori il meglio di te fino a cambiare la situazione che ti da sofferenza… Quando ti senti male  e le prove della vita sembrano essere enormi, cerchi di elevarti ad un altro livello? Come reagisci di fronte alle avversità? Sei come una carota, come un uovo o come il caffè macinato?”

   La ragazza rimase silenziosa nell’ascoltare. Poi la madre continuò: “La mia esortazione è che tu possa avere abbastanza gioia da renderti dolce, abbastanza prove da renderti forte e abbastanza sofferenze da farti rimanere umana, e abbastanza speranza da renderti felice. Le persone più felici, infatti, non sono quelle che hanno il meglio, ma quelle che sanno tirare fuori da sé stesse il meglio da quello che la vita riserva loro. Il futuro più luminoso sarà sempre basato su un passato dimenticato. Non puoi avanzare nella vita se non lasci perdere gli sbagli del tuo passato e tutto quello che ti fa soffrire. Quando sei nato piangevi e tutti intorno a te ridevano. Vivi la tua vita in modo tale che, alla fine tu riderai mentre gli altri piangeranno.”   (Anonimo) 

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QUALCHE PASTICCINO…

IL TEMPO E’ TROPPO LENTO PER CHI ASPETTA,

TROPPO RAPIDO PER CHI HA PAURA,

TROPPO LUNGO PER CHI SOFFRE,

TROPPO BREVE PER CHI GIOISCE,

MA PER CHI AMA NON C’E’ TEMPO. (H. Van Dyke) 

“L’amore che non si riceve è quello

che maggiormente si desidera”. (S. Tamaro)

“O il male è ciò di cui abbiamo paura

o il male è avere paura”.  (S.Agostino)

“Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo

crea il mondo che vediamo”. (Kaufmann)

                        A PROPOSITO DI EMOZIONI…

     “Sono talmente abituato ad essere

      teso che quando sono calmo

       mi sento nervoso”.

      “Non puoi impedire agli uccelli

       della tristezza di volteggiare

       sul tuo capo, ma puoi impedire

       loro di farsi il nido tra i tuoi capelli”.

     “Non puoi arrestare le onde,

       ma puoi imparare a cavalcarle”.

     “La tempesta può disperderei fiori,

       ma non può distruggere i semi”.

          “SE E’ PACE CHE VUOI, CERCA DI CAMBIARE

               TE STESSO, NON GLI ALTRI.

               E’ PIU’ FACILE PROTEGGERSI I PIEDI CON

               DELLE PANTOFOLE CHE RICOPRIRE DI

               TAPPETI TUTTA LA TERRA”.  (De Mello)

PENSARE, PREGARE, RIDERE, GIOCARE,

AMARE ED ESSERE AMATO,

DONARE E’ IL SEGRETO DELL’ETERNA

GIOVINEZZA.  (Santa Teresa di Calcutta)

Non sprecare lacrime nuove

per vecchi dolori. (Euripide)

Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro

che dimenticano il passato, trascurano il presente,

temono per il futuro: giunti al momento estremo,

tardi comprendono, disgraziati, di essere stati occupati

tanto tempo senza concludere nulla. (Seneca)

 “Ogni famiglia, quando nasce un bimbo, lo vuole intelligente.

Io, con tutta la mia intelligenza ho sofferto e mi sono rovinato

tutta la mia vita. Spero solo che il mio bimbo sia stupido e ignorante:

coronerà così una vita placida diventando ministro”.

(Su – Shi, sec. XI: uno dei maestri della poesia cinese

più volte imprigionato e esiliato per le critiche al governo)

“Il cristiano ha il dovere di essere intelligente”. (La mamma di Jean Guitton)

“Quando mi accade di paragonare questi due linguaggi

che sono la scrittura e la pittura, ho idea che la loro differenza

sia quella tra la parola e il silenzio. La parola è una parola che

occupa il tempo, la pittura è un silenzio che  governa lo spazio.

Ma continuo a credere che il silenzio di  un piccolo spazio

che si contempla nell’istante, che salta agli occhi, esprime meglio

il segreto dell’essere di quanto non faccia la pagina scritta, lenta,

lunga, che bisogna leggere e decifrare. Un quadro immobile

è già eterno”. (J. Guitton)

“Gli stupidi sono coloro che fanno

il male senza saperlo”. (Qohelet  4, 12)

“La stupidità non si prende

nemmeno un minuto di ferie”.

“La stupidità degli altri mi affascina,

ma preferisco la mia”. (Flaiano)

“Di tanto in tanto è

piacevole essere stupidi”. (Seneca)

 NULLA CAMBIA, IO CAMBIO, TUTTO CAMBIA.

SE UN UOMO SI COMPORTA SEMPRE SERIAMENTE

E NON SI PERMETTE MAI UN PO’ DI DIVERTIMENTO

E DI DISTRAZIONE, IMPAZZIRA’ SENZA SAPERLO” (Erodoto)

“DIO CI CHIEDERA’ CONTO DI TUTTI

 QUEI PIACERI LECITI DI CUI NON

ABBIAMO SAPUTO GODERE”. (Talmud)

“La psicoterapia indipendente

sia dalla religione che dalla

metafisica, tende a produrre

una tranquillità borghese

alimentata dall’ansia avvelenata

dalla sua banalità”. (Terruwe)

“Secondo alcuni autorevoli testi

di tecnica aeronautica, il calabrone

non può volare a causa della forma

e del peso del proprio corpo in

rapporto alla superficie alare.

Ma il calabrone non lo sa e perciò

continua a volare”.   (Sikorsky)

“NON SI PUO’ RISOLVERE UN PROBLEMA

CON LO STESSO MODO DI PENSARE

CHE HA CAUSATO IL PROBLEMA”. (Einstein)

“CI VUOLE TUTTA UNA VITA PER CAPIRE

CHE NON SI PUO’ CAPIRE TUTTO” (Confucio).

“L’ultimo passo della ragione è quello

di ammettere che vi sono cose che la superano”

“Chi non accetta il mistero

non è degno di vivere”. (Einstein)

“Per chi crede nessuna

spiegazione è necessaria,

per chi non crede nessuna

spiegazione è possibile”.

“Molte nevrosi dell’uomo

moderno sono riconducibili

a un non risolto problema

religioso” (C.G.Jung)

“MI AVVICINO DI DUE PASSI,

LEI SI ALLLONTANA DI DUE PASSI.

CAMMINO PER DIECI PASSI

E L’ORIZZONTE SI SPOSTA

DIECI PASSI PIU’ IN LA’.

PER QUANTO IO CAMMINI,

NON LA RAGGIUNGERO’ MAI.

A COSA SERVE L’UTOPIA?

SERVE PROPRIO A QUESTO:

A CAMMINARE”. (Eduardo Galeano)

“Dio ha creato la verità con molte

porte per accogliere ogni credente

che bussi”. (Gibran)

“E GLI UOMINI SE NE VANNO

A CONTEMPLARE LE VETTE DELLE

MONTAGNE, E I FLUTTI VASTI DEL MARE,

LE AMPIE CORRENTI DEI FIUMI,

L’IMMENSITA’ DELL’OCEANO,

IL CORSO DEGLI ASTRI, E PASSANO

ACCANTO A SE STESSI SENZA

MERAVIGLIARSI”. (S. Agostino)

“TUTTA LA MUSICA DEL MONDO

SGORGA DA UN’UNICA

SORGENTE D’ARMONIA”. (Anonimo)

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“QUANDO L’UOMO SI OSTINA

A VOLER CAMBIARE QULCOSA

NEGLI ALTRI, E’ QUALCOSA

IN SE STESSO CHE DEVE  CAMBIARE.

L’ACQUA NON SI PREOCCUPA

DI CAMBIARE LA FORMA

DEL RECIPIENTE CHE LA CONTIENE.”

                             (Sandro Montanari)

“LA RELAZIONE CON GLI ALTRI E’ COME

LA CUCINA. IN OGNI PIETANZA OGNUNO

TROVA QUELLO CHE CI METTE.”

“SE L’AVER MANGIATO UN FRUTTO

HA ROVINATO L’UMANITA’, LA SALVEZZA

SARA’ NELL’ATTEGGIAMENTO CONTRARIO, 

NEL GUARDARE UN FRUTTO SENZA

MANGIARLO”.  (Simone Weil)

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“COSA SUCCEDEREBBE SE SCOPRISSI CHE IL MIO

STESSO NEMICO SI TROVA ALL’INTERNO DI ME STESSO,

CHE SONO IO PERTANTO AD AVER BISOGNO DELLA

ELEMOSINA DELLA MIA AMABILITA’, CHE SONO IO

IL NEMICO DA AMARE?”  (C. G. Jung)

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                            MEMORIA CHE CONDIVIDO IN LETIZIA

   Si tratta di alcuni anni fa. Vengo raggiunto a telefono dall’allora Vescovo Luigi Moretti che mi avverte di una telefonata in arrivo da parte dell’assessore alla Cultura del Comune di Roma (una donna) per un invito a partecipare ad una iniziativa particolare riguardante eventuali incontri di formazione per coppie intenzionate a sposarsi civilmente.

   Con una precisazione curiosa, continua il Vescovo: “Siccome vuole essere una iniziativa “laica”, ma non possono fare a meno della presenza di un cattolico, sappi che il tuo nome non apparirà nel cartellone pubblicitario (poco male, la vanità non è mai stata il mio forte…) e non percepirai alcunché in termini di “compenso”. (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…”).

   Accetto e rimango in attesa della telefonata dell’assessore, telefonata che arriva presto per invitarmi a una delle serate dedicate appunto all’argomento di cui sopra.

   Anche qui con una precisazione: “Mi raccomando, dottore, il suo deve essere un discorso “laico”. Accetto e rimango in attesa del giorno fatidico.

   Oltre al sottoscritto (che avrebbe parlato per ultimo, ovviamente) quel pomeriggio dovevano prendere la parola (e vi lascio immaginare come) Marisa Laurito, una attrice di cui non ricordo il nome (che citava Bertinotti nel suo dire), un avvocato, Simona Izzo e Ricky Tognazzi (che mi si presenta dicendomi spiritosamente: “Io, grazie a Dio, sono ateo” , alla quale battuta rispondo: “Sempre una grazia, comunque, per la quale ringraziare”).

   Per farla breve, arriva il mio turno. Osservo l’assessore che, con gesti comprensibili solo da me, mi vuole ricordare la questione “laicità”. Le sorrido per tranquillizzarla.

   C’è una lavagna nera dietro le mie spalle, una di quelle di una volta. Prendo il gesso e senza neppure dire una parola o perdermi in convenevoli con il pubblico (ci sono più telecamere che persone in sala…) inizio a scrivere questa frase: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”.

   Mi giro di scatto verso il pubblico e chiedo di quale autore potrebbe essere questa frase. Le risposte sono: “Papa Wojtyla, Sant’Agostino, qualche scrittore cattolico…”!

   Vedo l’assessore farsi pensierosa e preoccupata. La rassereno con un sorriso ammiccante e, immobile e con lo sguardo fisso nel vuoto per circa 15 secondi perchè il silenzio prenda finalmente il suo posto d’onore, mi rigiro verso la lavagna nera e scrivo il nome dell’autore: “Sigmund Freud”.

   L’assessore si rilassa e mi sorride, le faccio l’occhiolino… Il resto lo lascio immaginare. Alla fine di tutto, noto gente chiedere autografi agli artisti famosi presenti. Al sottoscritto “cattolico in incognito” viene invece richiesto dove lavora, se la posso incontrare, se ha uno studio…. Così è la vita!

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LE RADICI DEL NARCISISMO IDEOLOGICO

Le radici, per natura, affondano in profondità. Tranciate di brutto (dopo l’infatuazione illuministica) le radici giudaico – cristiane dell’Europa e reduci dall’ubriacatura ideologico – interpretativa dei “cattolici del dissenso” e del “cristiani per il socialismo”… ecc. ecc. pare che stia prendendo piede un morbo in grado di mettere all’angolo la “verità”, il morbo del narcisismo ideologico”, in ragione del quale ci si f un’idea, un’opinione… fino ad innamorarsi della medesima ed affogarvici dentro!

Anche sul piano dell’emotività pare prendere piede un simile morbo. Non sembra di essere passati dal cartesiano “penso quindi sono” al “sento quindi sono”?

Ragion per cui se qualcuno si “sente” un cretino, un padreterno, un genio, un fallito, un omosessuale, con un salto mortale senza fondamento critico, finisca di convincersi di “esserlo” veramente.

Si è così sicuri, poi, che come ci si “sente” oggi” valga anche per domani, per dopodomani… fra un anno?

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