MI E’ TOCCATA IN SORTE QUESTA PAGINA DI VANGELO DA “commentare” ed ho pensato a Chiara

                 COMMENTO OMILETICO

                   (2 novembre 2020 – Gv. 6, 37 – 40)

BENEDIZIONE INIZIALE: predisponiamo la nostra anima a gustare il pane di vita disceso dal Cielo così che il suo nutrimento irrobustisca la nostra fede soprattutto nelle situazioni di difficoltà e di dolore.

MEDITAZIONE:

   Non ci si abitua mai ai paradossi della liturgia della Chiesa. Risulta infatti benevolmente paradossale che, proprio nel giorno della Commemorazione dei Defunti, venga proposto questo brano evangelico di Giovanni conosciuto come “discorso eucaristico”, discorso nel quale Gesù parla di “pane di vita”, di “vita eterna”, di “risurrezione da morte” assicurata da Gesù in persona a chi si sarà nutrito di quel Pane”…

   Quello che risulta ancor più paradossale, invece, è constatare quanto Gesù insista nel portare avanti il suo discorso che sistematicamente va a sbattere contro il muro di ritrosia e di incapacità di capire (credere?) di chi lo sta ascoltando nella sinagoga di Cafarnao.

   Gesù non demorde e martella ben bene nelle orecchie dell’anima la sconvolgente “Verità” della cosiddetta “morte”.

   Verità scandita  con passaggi di logica spirituale che lascia senza fiato: prima si auto dichiara come “vero Pane disceso dal Cielo” e poi precisa che questo Pane va mangiato (e il suo Sangue bevuto) se non si vuole morire per sempre.

   Comprensibile, umanamente parlando, a questo punto la reazione sospettosa e incredula degli ascoltatori che forse per la prima volta  si trovavano a dover fare i conti con un “codice” di linguaggio della comunicazione senza neppure possedere uno straccio di  “decodificatore”.

   Diversa, invece, la situazione per gli ascoltatori di oggi per i quali c’è una via d’uscita. Quando ci si trova immersi in eventi attinenti alla sfera del “mistero” occorre predisporre anima e mente ad accettare di non capire … per poter capire a fondo, per poter far spazio alla accettazione di fede.

   Occorre attrezzarsi ad essere buongustai di mistero anziché intestardirsi a fare i collezionisti di prove con la pretesa ansiosa di voler “capire” prima di cedere alla quiete della fede.

   E perché ciò possa accadere occorre impetrare grazia quotidiana (“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” – “Mio cibo è fare la volontà del Padre”) soprattutto quando alcuni bocconi di mistero risultano repellenti o addirittura immangiabili.

   Come nel caso di una morte misteriosa e inspiegabile d’un proprio caro, magari di un proprio figlio (che pare essere l’esperienza di dolore più acuta e alta riservata all’essere umano avendola provata sulla Sua pelle lo stesso Dio Padre che ha “abbandonato” alla morte il Suo Unico Figlio…). “Se tutto è grazia, grazie di tutto, mio Dio” geme l’anima.

   Ed anche nel caso che la voglia di “spiegazioni” dovesse spingere la nostra mente a rivolgersi a Dio con il fatidico perché (“Perché proprio a me”…?) si abbia l’umiltà di ascoltare quella che immagino possa essere la risposta “paradossale” di Dio stesso: “E perché no?”

   Terreno di umiltà nel quale sarà bello e confortante lasciar cadere il seme della perentoria Parola di Gesù che rassicura: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Promessa certificata e garantita dalla volontà    del Padre.

Che bella e confortante questa complicità spirituale tra Figlio e Padre capaci di far fuori una volte per tutte e per sempre la morte… nonostante il tragico, ma provvisorio, morire.

PREGHIERA DEI FEDELI:

Ti preghiamo, o Signore, per Papa Francesco perché nutrito quotidianamente del Pane di Vita abbia sempre la forza di annunciare e testimoniare la verità della risurrezione. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i consacrati alla causa del Regno di Dio perché sappiano sempre nutrire le loro anime con il Pane di Vita così da non cedere mai alla stanchezza e allo scoramento. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti quei fedeli alle prese con problemi di debolezza di fede affinchè sappiano ritrovare fiducia e forza mediante il nutrimento eucaristico. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per l’uomo d’oggi sempre più smarrito e fiacco nel procedere della vita, affinchè si possa accorgere per tempo che solo in Cristo può trovare forza e fiducia. Ascoltaci, o Signore.

BENEDIZIONE FINALE.

Nutriti del Pane di Vita, ringraziamo il Signore e chiediamo che questo nutrimento dia forza per superare le difficoltà e le sofferenze che ci riserva la vita.

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LA PRESUNZIONE DI METTERSI NEI PANNI DI DIO

                                           IL DIO CREATORE PADRE SCRIVE AD ALLAH

  Mia caro Allah (si fa per dire) a parte il fatto che Maometto l’ho creato Io (a mia immagine e somiglianza) e che Maometto ha inventato te (forse a sua immagine e somiglianza),  avrei qualche sassolino (creato da Me) da togliermi dalle scarpe, sebbene essendo Spirito non necessiti proprio di scarpe.

   Il primo sassolino è che mi sto veramente stancando di sentire da parte di  coloro che sulla terra (che modestamente ho creato da Solo tanto tempo fa) ammazzano e seminano terrore e odio in nome tuo (e lo scrivo minuscolo per rispetto a Me stesso!) e sostengono di farlo perché così voluto da te!

   Delle due l’una: o sono diventate pazze le Mie creature (e che siano mia creazione te ne devi fare una ragione, perché tu non hai mai creato un bel niente!) oppure che sia  tu ad essere fuori di testa!

   Un altro sassolino: per la cronologia storica degli umani, tu arriveresti sulla scena del mondo terreno attorno al secolo 600, dopo il Mio Unico Figlio Gesù Cristo, il preferito su tutti.

   Trovo una enorme e curiosa contraddizione:  mentre Io sono Tale da sempre, tu sei stato “inventato” tale dalla fantasia di un uomo, Mia creatura!

   Un altro sassolino: Io ho voluto scendere dal Mio Trono per osservare da vicino gli eventi umani, anzi mi sono messo nei panni di Me stesso UOMO per vivere da dentro questi eventi, mentre mi sembra che tu, oltre a startene comodo  chissà dove, ti diverta a distruggere quanto io ho creato. Niente niente crepi d’invidia?

   Allah, detto tra noi, Il politeismo è una pericolosa scorciatoia ideologica, narcisisticamente autoreferenziale, inventata dagli uomini per dare una risposta comoda alle loro inquietudini.

   Parafrasando la riflessione di uno psicologo, posso dedurre: “Il modo in cui scegliamo di pensare Dio crea il Dio che pensiamo”.

   Io, per natura, essendo nell’Eterno, ho una pazienza eterna perché tu e chi ti invoca o adora o prega possa ricredersi a proposito di questo.

   Tu ti sei trovato Dio all’improvviso, caro Allah, da chi ti ha inventato tale. Io sono stato Tale da sempre e, modestia a parte, ho accompagnato gli umani a scoprirmi gradatamente perché avendo creato il tempo era giocoforza agire in questo modo: dapprima ho lasciato che mi scoprissero Creatore (con Adamo ed Eva), poi come Legislatore (con Mosè) ed infine come Padre (con Gesù, il Mio Figlio dell’Uomo, il Preferito).

   Io amo tutte le mie creature che, grazie a Mio Figlio, hanno la possibilità di ambire ad essere figli pure loro, purché lo vogliano.

   Tu, e scusa se te lo dico francamente, pare che ami soltanto chi crede in te… creando così un corto circuito deflagrante. E poi perché permetti a chi crede in te di dare la caccia a tutti gli altri definendoli infedeli?

   Io, a quelli che mi negano, non faccio guerra, anzi li aspetto con benevolenza alle soglie della fede, felice di poterli abbracciare e riconoscendo loro il merito di avermi trovato.

   Non sono razzista e non è nel mio stile vantarmi. Un Dio che si rispetti è Grande anche in ragione di questa sua discreta magnanimità  nel comportarsi.

   A te, alcuni tuoi fedeli, dicono che sei grande e poi fanno esplodere bombe, conflitti, divisioni, terrore…

Qualcosa non funziona, Allah!

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Roba vecchia… e attuale

FAMIGLIA IMPOSSIBILE… O POSSIBILE?

“Esistono tanti tipi di moduli familiari. Nel tipo di famiglia “ancillare”,i genitori sono particolarmente eccellenti nel moltiplicare le loro funzioni:da procacciatori inesauribili di doni ed accompagnatori zelanti e puntuali per accompagnare i figli alla scuola, alle feste, dai parenti, ai corsi di nuoto,di musica e di danza, al cinema, alle competizioni sportive e teatrali.Da coordinatori dell’organizzazione domestica ( la baby sitter, la ragazza aiuto per i compiti, la colf per i lavori di casa, la nonna per i vestitini), ad orchestratori della campagna di esposizione ai mass media (il posto d’onore per la TV, il giradischi per le fiabe , i fumetti, i libri intelligenti, i videogames).Da animatori del tempo libero (il sabato e la domenica di corsa in campagna, in montagna, al mare; d’estate un mese in montagna e uno al mare; a Natale, la settimana bianca e poi il carnevale) a solerti esecutori di programma d’avanguardia (l’inglese a Londra, i soggiorni estivi al Club Meditarranée, l’ecologia in fattoria).

Va da sé che in questo contesto culturale, oggi più che mai la famiglia cristiana si ripropone come un vero e proprio “laboratorio di controcultura” favorendo la vita in tutte le sue espressioni e responsabilizzandosi in ordine alla maturazione autentica della persona. Di fatto la famiglia è il “terreno naturale” per la strutturazione di “personalità adulte” e per la individuazione di  “progetti vocazionali”. (Corriere della Sera, 1989)

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“Fino a sette anni adoravo la mia famiglia; la odiai a tredici; scappai di casa a diciannove. Mi feci una mia famiglia a  ventuno; l’abbandonai a trentacinque. Desideravo ardentemente tornare alla mia famiglia; lo feci; l’abbandonai a trentasei. Mi feci una nuova famiglia a trentotto; l’abbandonai a quarantacinque. Mi feci una nuova famiglia a ai quarantotto; l’abbandonai a cinquanta. Mi feci una nuova famiglia a cinquantacinque; l’abbandonai a sessanta! Ma quante famiglie ci vogliono per averne una giusta?”

Considerazione personale: I due “virus” di questo sfogo sono l’ “io” e il verbo “avere”. Facile scoprire l’antivirus.

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QUANDO SI CERCA LA PERFEZIONE… negli altri

Mi hanno raccontato di un uomo che era rimasto scapolo per tutta la vita perchè cercava la donna perfetta.

Quando compì 70 anni qualcuno gli chiese:
– Hai viaggiato in lungo e in largo, da New York a Katmandu, Roma, Londra sempre alla ricerca. Non sei riuscito a trovare una donna perfetta? Neanche una?

Il vecchio si fece triste e rispose:
– Sì, una volta l’ho trovata…Un giorno, tanto tempo fa, ho trovato una donna perfetta..

L’interlocutore gli chiese:
– E cos’è successo? come mai non l’hai sposata?

Con aria ancora più triste il vecchio rispose:
– Cosa potevo fare? Lei era alla ricerca dell’uomo perfetto.  (Osho)

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CONTRATTACCO FAMIGLIA

                   “Le famiglie unite rendono forti, le famiglie difficili rendono liberi”.

 Ma guardate cosa succede se facciamo “sposare” le famiglie difficili con le famiglie unite…

LE  FAMIGLIE DIFFICILI, PURCHÉ’ UNITE, RENDONO LIBERI E FORTI

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SIAMO SERI!

SALVIAMO L’UMORISMO

 (tanto dalla vita, anche ad essere seri, non si esce vivi!)

La barca del mondo naviga in acque agitate come mai. Ha bisogno di sostegno per evitare il naufragio. Ad offrire tale sostegno mira questa proposta…

Avere il senso dell’umorismo significa possedere la chiave dell’allegria. E della santità. L’originalità di don Bosco fu di aver dato un valore pedagogico alla gioia, al buon umore; cioè di avere, non soltanto accettato, ma anche condiviso come educatore quell’allegria aperta e gioiosa del giovane.

Fu la pedagogia della gioia, in termini moderni, della serenità; liberatoria quindi dalla nevrosi e stimolatrice di creatività, in quanto infondeva speranza, voglia di lavorare, di studiare, di vivere, di condividere e di convivere.

L’allegria non serve infatti soltanto alla distensione psichica del soggetto, ma è anche uno stimolo creativo ai suoi valori interiori e a un positivo comportamento sociale.

San Domenico Savio, che a quattordici anni lo aveva ben capito, diceva: “Qui da noi la santità consiste nello stare molto allegri, per essere come il Signore. Il demonio teme le persone contente. Sappi che qui noi identifichiamo la santità con la grande allegria, perché siamo come il Signore. Il demonio ha paura della gente allegra.”

Il senso dell’umorismo, infatti,  è la capacità di vedere il lato buffo delle cose anche in situazioni tristi e spiacevoli.

Un imbianchino cade dal secondo piano restando incolume. Una signora caritatevole gli offre un bicchiere d’acqua , poi domanda: “Mi scusi, da che piano bisogna cadere per avere un bicchiere di cognac”?

Un giorno il professor Cagnotto entra in classe e vede scritto sulla lavagna: “Cagnotto asino!” Senza scomparsi, domanda: “Chi è che ha scritto il suo nome accanto al mio?”. Tutta la tensione si scioglie e la classe ride!

Una volta un impiegato della ditta specializzata negli impianti d’aria condizionata continuava a dire che si trattava “di un prodotto della civiltà”. Dopo un po’, per liberarsi dall’importuno, il proprietario della villa

disse: “Ma io non voglio prendermi una polmonite civile”.

L’umorismo è segno di maturità. La prima volta che si ride di una battuta a proprie spese, si può dire di essere diventati adulti, notano tutti gli psicologi a qualsiasi scuola appartengano.

L’umorismo rende simpatici, non fa forse sprizzare gioia attorno a sé che, ad esempio, aggiorna in modo scherzoso i vecchi proverbi? Qualche esempio:

“Chi dorme non piglia la curva”.

“Il mondo è fatto a scale. Chi è furbo prende l’ascensore”.

“Si dice il peccato, ma non il deputato”.

“Chi tardi arriva, mal parcheggia”.

“L’occasione fa l’uomo ministro”.

“Chi fa da sé fa per tre… e crea quattro disoccupati”.

 “Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”.

Epitaffio trovato scritto sulla tomba in un cimitero di montagna: “Ve l’avevo detto che stavo male”.

“Tra moglie e marito… preferisco la moglie!”

“Non fidatevi delle persone che non ridono mai, perché non sono persone serie”.

L’umorismo è una forza. Li scriveva Sigmund Freud: “L’umorismo è il più potente mezzo di difesa. Permette  un risparmio di energia fisica.  Con una battuta di spirito blocchiamo l’irrompere di emozioni spiacevoli”.

Non può essere che così. L’umorismo, infatti, sdrammatizza tutto. Sdrammatizza le cose più banali.

“Mi sono spaccato il pipistrello della mano sinistra” scherzava Totò. Sdrammatizza la morale: “Dopo il peccato di Adamo non si riesce più a commettere un peccato originale”. Sdrammatizza il matrimonio. Un tale va a confessarsi: “Padre, sono sposato”. “Ma questo non è un peccato”, risponde il confessore. “Me ne pento lo stesso”.

Sdrammatizza gli imprevisti. Quando il futuro Papa San Giovanni XXIII fece l’ingresso come Patriarca a Venezia, un colombo gli lasciò cadere dall’alto un poco pulito ricordo. Gelo tra gli astanti. Il porporato sdrammatizzo: “Per fortuna non volano le mucche!”

Sdrammatizza anche la religione. Un turista osserva il parco macchine del Vaticano e, scuotendo la testa, dice alla guida: “E pensare che tutto è cominciato da  un asino”!

Sdrammatizza persino la morte: “Peccato che per andare in Paradiso non si possa prendere un taxi… ma un carro funebre”.

Che cosa si vuole di più? Una cosa sola: scongiurare il buon Dio perché ai cinque sensi che già ci ha regalato aggiunga, subito subito, il senso dell’umorismo.

Senza di esso saremmo terribilmente più poveri e infelici.

Insomma, salvare l’umorismo non è in optional, ma un dovere sociale.

Un giorno Charles Schulz, il celebro disegnatore statunitense, autore di Linus e  del cane Snoopy, ha confidato: “Se mi fosse possibile fare un regalo alla prossima generazione, darei ad ognuno la capacità di ridere di se stesso”.

Per riconoscere se anche nella famiglia va bene… basta chiedersi,  ogni tanto: “Ci divertiamo ancora insieme?”

Tratto dalla rivista:  IL BOLLETTINO SALESIANO.

Giovannantonio Forabosco, L’UMORISMO (psicologia e istruzioni per l’uso),  Franco Muzzio Editore (1994)

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CHE IDEE STRANE (quelle degli altri)

TOSSICODIPENDENZA…IDEODIPENDENZA

Farsi una canna e poi un’altra e poi qualcosa di più… può portare alla tossicodipendenza.

Farsi una idea e poi un’altra e poi qualcosa di meglio… può potare alla “ideodipendenza”?

E’ una domanda un po’ provocatoria indotta dal constatare come ognuno, giustamente, sia attaccato alle proprie idee.

La parola “idea” è imparentata con la parola “veduta” e già balza alla memoria il detto: “Quello che vedi dipende da come guardi”.

 La dinamica attraverso la quale “ci si fa una idea” è quindi comune a tutti e quindi tutti dovrebbero avere le medesime idee . Come mai invece no? Probabilmente lo si deve al fatto (più emozionale che razionale),  che piano piano ci si innamora della propria idea fino al punto da esserne talmente presi  da diventare “dipendenti”… un po’ come accade per tutte le dinamiche della “dipendenza”.

Va poi ricordato che i modi di sostenere le proprie “idee” sono sostanzialmente due: c’è il modo “tollerante” delle idee altrui e c’è quello (molto più diffuso) “intollerante” (aggiungerei “arrogante”, “saccente”, dalla “puzza sotto il naso”, che irride o deride l’altrui idea…o peggio l’altro).

Comunque sia, “l’ideodipendenza” , può diventare una patologia seria in grado dir compromettere l’intero funzionamento del pensare.

La cura (anche preventiva) consiste semplicemente in un tuffo di umiltà nell’ immenso oceano dell’infinito.

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ADESSO DICO LA MIA OPINIONE…

“La verità era uno specchio che, cadendo, andò in frantumi ed ognuno

raccogliendo un frantume e vedendosi rispecchiato dentro, pensò di

possedere l’intera verità”.

 (RUMI, considerato il massimo poeta mistico

 della letteratura persiana: 1207 – 1273)

   E’ un aforisma tanto facile da comprendere quanto difficile da applicare  da parte di chi è incline a non ascoltare o peggio a deridere chi è di opinione diversa.

  E qui non c’entra destra o sinistra, sopra o sotto, a fianco o in diagonale… ma c’entra il vero rispetto o meno,  l’umile tolleranza o meno.  E questa non è una opinione!

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OGGI ESAGERO

                                  IL RISO e derivati

   Quando si ride viene coinvolto l’emisfero destro del cervello, dove ha sede appunto il cosiddetto “centro del riso”.

   In pratica, questa zona cerebrale, quando arriva uno stimolo che può essere esterno, una barzelletta, o interno, un ricordo, si attiva e si ride.

   Partono così dei segnali che vanno alla corteccia cerebrale e al sistema nervoso periferico e pertanto alla liberazione di diverse sostanze utili per l’organismo. Ad aumentare durante la risata sono soprattutto due importantissimi neurotrasmettitori, la dopamina e la serotonina.

   Sono il linguaggio chimico del nostro cervello e guarda caso sono proprio queste le sostanze la cui diminuzione causa la depressione.

   Chi ride quotidianamente, quindi, è meno soggetto ad ammalarsi… tanto dalla vita non si esce comunque vivi!

RIDERE:

  Potenzia l’apparato immunitario, aiuta a sciogliere le tensioni muscolari e quindi è un’ottima soluzione per contratture, dorsalgie e lombalgie.

   Ne beneficia anche l’ipertensione perché ridere aumenta il ritmo cardiaco, dilata le arteria e l’ossigenazione.

   Per chi soffre di asma e bronchite poi, rappresenta un vero e proprio esercizio respiratorio.

Inoltre, il massaggio addominale provocato da muscoli che si contraggono durante le risate  è un valido rimedio contro le costipazioni e i dolori di pancia in genere.

   Che dire infine della sua capacità di diminuire la sofferenza psichica e far reagire meglio allo stress?

   La terapia della risata (e del “riso” ed a quanto ad esso assimilabile) si usa per contrastare depressione, ansia, fobie e  per aumentare l’autostima.

   “La giornata completamente perduta è quella in cui non si è riso”.

   Cinque minuti di risata equivalgono a dieci minuti di jogging.

Un minuto di risata  equivale a quarantacinque minuti di rilassamento.

 “Quando non si vive in funzione di qualcosa, si conserva tutta la propria capacità, la propria energia, e si è rilassati, perché non importa che si vinca o si perda”.

                                      “SONO TALMENTE ABITUATO AD ESSERE TESO

                                        CHE QUANDO SONO CALMO MI SENTO NERVOSO

   Non al punto però da sbroccare… Quando infatti la misura è colma… di solito si sbrocca. Non è così per tutti, in quanto che la quantità delle idiozie ascoltate quotidianamente non è ancora colma per via del fatto che il peggio non è mai morto… anche se va ricordato che l’ultima a morire è la speranza (ammesso che muoia…).

   Non è ancora così per molti, pertanto si dovrebbe starsene  buoni e tranquilli ad attendere che la misura si colmi e nel frattempo ragionar con calma, senza dare di testa.

    Ragionare con calma, ad esempio,  a proposito  del cicaleccio ideologico relativo al tema del gran calderone dei cosiddetti “diritti civili”.

   E si potrebbero porre alcune domande:  come avviene ( e dove sta scritto) che alcuni “desideri” gradatamente si autopromuovano a “diritti”? Nella natura, certamente no.

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri”  essere ricco (avere più denaro…) e rivendichi questo come “diritto”…

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri” di essere trattato come sposato pur non essendolo e rivendichi questo come diritto…

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri” diventare altro da quello che è (maschio/femmina) e rivendichi questo come diritto…

    Ci si potrà chiedere su quale base e quale sia la dinamica profonda di tale metamorfosi del “desiderio” in “diritto”… o no?

   E poi, con tutto quel parlare che si fa di “ecologia”, di ritorno alla natura, ci si potrà chiedere come mai questo non sia applicabile alla natura “umana” in quanto tale… o no?

   Si potrà auspicare se non sia possibile (sul piano logico, psicologico e ontologico) acquisire una mentalità pensante “ecologica” e non più soltanto miseramente “ideologica”… o no?

   Per farla breve e per evitare di sentire rimbombare nelle orecchie la solita frase dei  pensatori liquidi: “Ma questo è un altro discorso” o peggio “Ma che male ti fanno?” andrebbe ricordata sempre questa citazione presa da AMARE E CURARE I NEVROTICI di Anna Terruwe e Conrad Baars: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”.

   E questo vale anche e  soprattutto riguardo a tutto il mondo delle relazioni” (con se stessi, con l’altro, con il mondo… perché la “relazione” è il marchio di fabbrica del creato, credenti o meno che si pensi di essere).

   Per cui, come scrive Tonino Serra  (autore di ASCOLTARE LA VITA): “Occorre un vero slancio culturale per recuperare il valore primario di una vera e propria “ecologia della relazione”.

    E, in conclusione, una riflessione quasi sconsolata di Luciano De Giovanni dedicata a chi è perennemente insoddisfatto e inquieto circa il proprio essere, la propria identità, la propria misteriosa collocazione esistenziale : ”Chiamati per un momento a partecipare dell’universo, e subito ci mettiamo a criticare”.

   E sovente si cade nella trappola della cronica recriminazione proprio perché si cercano “spiegazioni” del mistero della vita, si pretende, giustamente, di “voler capire”, dimenticando quello che affermava Einstein: “Chi non accetta il mistero, non è degno di vivere”.

  Si pretende di voler capire “tutto”, rinviando a data da destinarsi l’ accovacciarci umili e quieti nell’oceano infinito del mistero. Buongustai di mistero anziché cercatori affannati di spiegazioni…

   Confucio, molti anni prima che si sentisse parlare di “mistero”, scrisse: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto” ed anche “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”.  

   Lo slogan “tutto è diritto” dovrebbe lasciare pertanto spazio a “tutto è grazia”.

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PENSIERI “virali” VAGANTI

                                                            Oggi mi frullano pensieri così

   Dimmi come vivi il giorno e ti dirò come vivi i giorni. Proprio così mi suggerisce l’esperienza della pandemia in corso. Tanti ( forse tutti, chi più chi meno) vivono l’oggi nella speranza legittima che tutto finisca, che finiscano i problemi quotidiani del vivere… prima che finisca la vita.

    E se provassimo a giocar di paradosso e di metafora… con un pizzico di soave ironia pensando ad esempio che come si vive il segmento temporale della pandemia potrebbe rispecchiare  come si vive l’intera  semiretta temporale della vita?

   Ho rivolto a me stesso queste domande riflettendo sulle due espressioni nate nei primi tempi di questa dura esperienza: “ANDRA’ TUTTO BENE” e “NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA”.

   Dalla psicologia ho imparato che il pensiero o la preoccupazione del futuro contiene sempre una certa dose di ansia (magari in grado di “infettare” il presente alla pari del virus).

   E spiego il perché queste due frasi, di per sé nate per incoraggiare, possano poi finire, paradossalmente, per frenare coraggio e fiducia.  Semplicemente perché sono monche, sono incomplete… “Andrà tutto bene… a patto di…” e “Niente sarà come prima… a condizione che…” si potrebbe concludere. Oppure, unendo tra loro le due  frasi, per esempio, ecco la conclusione possibile che ne esce: “Andrà tutto bene… se niente sarà come prima”.      

   Che è già qualcosa, se non ci si lascia impressionare dall’uso euforico e un tantino esagerato della parola “tutto” e della parola “niente”…

   Ma c’è qualcosa da aggiungere. “Andrà tutto bene” se si prende coscienza che  già ora va tutto bene…per il fatto di essere vivi, sofferenti ma vivi. Ma non è esperienza della quotidianità questa? Non è forse vero che “Ogni giorno ha la sua pena”?

   E “va tutto bene”, in ragione del fatto che si sta vivendo il presente e che “niente è come prima” se ci si rende conto veramente che non c’ alternativa al  vivere il “qui ed ora” senza ripetizione del prima e senza la troppa preoccupazione per il dopo.

“Va tutto bene” anche se  “Niente è come prima” se si è convinti di vivere  (anche con un po’ di fatica fantasiosa) l’oggi non come fosse il primo giorno e nemmeno come fosse l’ultimo, ma semplicemente accettando umilmente che sia, misteriosamente,  l’unico. E’ impresa ardua vivere “come se”, meno ardua, seppur impegnativa, semplicemente “vivere”.

   Anche e soprattutto perché convinti nel profondo dell’anima che “il presente è l’unico punto di contatto tra l’eternità e il tempo” (S.C. Lewis in LE LETTERE DI BERLICCHE) ed è lì che è appostato, dall’eternità, Dio.

   La qual considerazione mi fa venire in mente una riflessione dello psicologo Carl Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

   Ed ecco il paradosso o la metafora: “Dimmi come vivi la pandemia e io ti dirò come vivi la vita”. Vivere la vita come “eterno” problema da risolvere porta con sé una acutizzazione del medesimo problema quando si attraversano periodi marcatamente più travagliati, come appunto quello che si sta vivendo. Se un ragno vivesse come problema il non doversi impigliare nella ragnatela da lui medesimo costruita… sarebbe un bel problema!

   Vivere, invece , la vita come realtà (dura realtà, talvolta o spesso) lenisce il bruciore della sofferenza esistenziale o dell’angoscia di morte.

    Come dire, in conclusione: “Dimmi come vivi la pandemia e io ti dirò come vivi la vita”, senza dimenticare quanto affermava Alberto Einstein: “Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha causato il problema”.

   E il cerchio si chiude… o si riapre.

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