Archivi del mese: marzo 2012

E se invece di dare ordini dessimo esempi… (Commento omiletico del Giovedì Santo)

 

A chi insegna o tiene conferenze o partecipa a tavole rotonde, capita talvolta di dover trovare qualche escamotage per risultare convincente, persuasivo. E allora ricorre magari a  peripezie dialettiche oppure ad aforismi fulminanti per convincere gli altri delle sue idee. La cosa potrebbe complicarsi quando  al posto di convincere gli altri a cambiare le proprie idee, chi insegna o educa sente come missione quella di convincere gli altri a cambiare la propria condotta di vita. E questo lo si può fare se si è onesti con se stessi e se si dà  il cosiddetto buon esempio… senza ostentazione, beninteso.  Come ebbe a dire Sant’Agostino con una delle sue sobrie regole di vita: “Da’ ciò che comandi!” La cosa potrebbe complicarsi perché, in questo caso, ne andrebbe della propria credibilità qualora non si confermasse con la vita quanto detto a parole… anche se talvolta ne potrebbe andare della vita per sostenere la credibilità delle proprie parole.

Sembra esserci una analogia tra questa situazione e quel che accadde la sera di quel giovedì in quel di Gerusalemme attorno ad una tavola  (non rotonda…) con Gesù a capotavola.

 Il sobrio racconto di Giovanni ci dice ripetutamente che Gesù “sapeva” quel che gli sarebbe successo  l’indomani, “sapeva” tutto per filo e per segno. Purtuttavia non si dette alla fuga, ma sfruttò fino in fondo l’occasione giocando l’ultima carta (era l’ultima cena…) quella del dare esempio di come si ama veramente… che più di così non si può (“li amò fino in fondo”…). Amare a parole non è convincente…  Si cinse un grembiule attorno ai fianchi  e iniziò a lavare i piedi ai dodici (anche di cattivo gusto,  nel bel mezzo di una cena!) e poi cominciò a parlare di morte e di tradimento di amici (argomenti sempre indigesti mentre si mangia in compagnia) per concludere con un velato rimprovero e con un breve sermone: “Voi adesso non potete capire”… “Se io che voi chiamate Maestro, e lo sono, ho fatto questo…”. Non dovrebbe essere difficile concludere.

 In quella serata Gesù inventò due sacramenti, quello della “fraternità” e quello della “eucaristia”… che poi la Chiesa, nella sua saggezza, unificò in uno, quello appunto dell’Eucaristia. Quasi a voler ribadire che non ci si può nutrire alla mensa della fraternità universale senza alimentare l’anima alla mensa eucaristica. La filantropia, lodevole e apprezzabile fin che si vuole, è altro dalla “fraternità”.  Da quel momento tutto cambia nei rapporti uomo – Dio… Quel Dio, in libera uscita dall’eternità sotto le sembianze di Gesù per redimere il tempo, ha voluto indicare la modalità “ concretamente salvifica” del vivere i rapporti umani. E lo ha fatto nel bel mezzo di una cena quasi a voler suggerire che, così come le “buone relazioni” ci fanno star bene e ci fanno crescere nell’amore,  allo stesso modo la “relazione intima con Lui” è l’anima di queste buone relazioni. E’ anzi questa a fondare quelle…

 E’ bello ricordare, a questo punto, quando Gesù confidò il principio che governava la sua condotta di vita: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” e quando un giorno insegnò a pregare, sotto esplicita richiesta dei suoi: “ Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E’ bello ricordarlo perché un filo strettissimo lega le due espressioni: la volontà del Padre è che ci si ami come fratelli… nella quotidianità più semplice delle relazioni… anche quando sembrano casuali (“Il caso è Dio che gira in incognito”, sosteneva Einstein) anche quando non si è seduti a tavola con amici o inginocchiati alla mensa eucaristica,  ma in piedi per le strade del mondo…. Ed anche quando questa “comunione fraterna”, da seduti o in pedi,  dovesse costituire più un  problema da risolvere che non una  realtà da vivere (Dio non crea problemi, bensì regala doni…) si rammenti questa simpatica osservazione: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”. Il che non vuol dire cambiare posto a tavola o cambiare strada o cambiare chiesa… ma più semplicemente cambiare modo di stare seduti, cambiare modo di camminare e, quel che conta maggiormente “cambiare atteggiamento” nel rapporto di carità con i fratelli… scendendo dal piedistallo del proprio io,  proprio come ebbe una volta da dire il Maestro in un’altra circostanza: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

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IL BOOMERANG DELLA VENDETTA (tema di un ragazzo di 13 anni, Francesco, di Roma – anno 1994)

Quella sera il fuoco ardeva mentre tutti cantavamo e ballavamo. La luna era quasi scomparsa nell’oscurità del cielo mentre gli alberi si muovevano al ritmo del grande dio Vento. L’indomani saremmo andati a cacciare il bisonte. La nostra tribù è molto fiera della nostra storia. Abbiamo duecento lune di vita… Domani sarà il grande giorno e sarò pronto. Ci svegliammo con l’ululato del lupo solitario che incombeva nel cielo amcora oscuro. Partimmo con i nostri cavalli mentre il sole cominciava ad affacciarsi dalla montagna ad est… Sentivo l’alito freddo del grande dio Vento soffiarmi alle spalle. Attraversammo il deserto. Domandai al grande capo Alce Nero quanto mancava a raggiungere il luogo. Mi rispose: “Mancano ancora due soli e due lune, Shima”. Continuammo a percorrere il caldo deserto… Era la prinma volta che provavo ad andare così lontano e vidi molti animali strani in quell’arido luogo. Ci fermammo a dormire così da affrontare, l’indomani, un nuovo giorno.

Giunta l’alba iniziammo ad attraversare la foresta. Il sole era minacciato da alcune nuvole che ritardavano l’aurora. “Come va, Jhon?”. “Bene, Shima, sono un po’ stanco, speriamo di fare una buona caccia”. Jhon era un mio grande amico. Lo conoscevo dalla mia infanzia… Di lì a poco ci trovammo davanti al grande fiume.  Alce Nero si fermò a osservarr l’acqua che scorreva placida verso il grande lago infinito. Si girò e disse: “Proseguite senza di me, sono ormai vecchio e andrò vagando fra queste terre aspettando il grande Sonno…”. Poi riprese a camminare lentamente fino a scomparire alla nostra vista. Noi continuammo il percorso arrivando così a destinazione.

E cominciò la caccia. I bisonti correvano nella prateria come fossero impazziti, io inseguivo in particolare un bisonte, il più grande, e qualora fossi riuscito a catturarlo ne avrei ricevuto molti onori. Tesi fortemente il mio arco e lasciai partire la mia freccia che lo colpì. Subito mi sentii grande e invincibile. Scesi con un balzo dal mio cavallo e gli diedi il colpo di grazia. Anche Jhon aveva preso un bisonte, ma più piccolo del mio. Terminata la caccia partimmo per il ritorno. A circa mezzo sole dalla prateria vedemmo un  grande polverone all’orizzzonte e tante piccole divise blù… Erano loro, i visi pallidi. Noi andavamo in pace, pieni di buon animo sotto la pelle… Arrivammo vicini e per dimostrare la nostra disponibilità gli offrimmo un bisonte. In risposta, non so da dove, partì uno sparo che colpì proprio Jhon uccidendolo all’istante. Avevano ussico il mio amico. Dentro di me nacque un grande odio…

   Da quel giorno trascorsero cinquant’anni ed io divenni capo Alce Nero. Il mio odio era cresciuto dentro di me fino al punto da meditare la vendetta. Un giorno partii alla ricerca dei visi pallidi, attraversando praterie, foreste e fiumi… Non appena fui a tiro dei visi pallidi lasciai partire una freccia dal mio arco. Uno di loro cadde e un suo amico lo soccorse… Feci appena in tempo a scorgere nei suoi occhi la medesima espressione che avvertii in me quando, quel giorno, soccorsi Jhon.

   Come per incanto capii che odiare non serviva a niente e con la voce della coscienza dissi: “E’ stata fatta vendetta, ma ho sbagliato. Ora potete anche uccidermi, così, senza onore”. I visi pallidi, inspiegabilmente, si voltarono e andarono via lasciandomi solo con il mio rimorso… Rimasi immobile per tutta la notte a contemplare le stelle e a confidarmi con loro…

Quando l’ndomani il sole cominciò a spuntare all’orizzonte,  il lupo solitario ululò… Sembrava che aumentassero la mia pena. Allora mi alzai e cominciai ad inoltrarmi nella foresta coperta di neve aspettando il grande Sonno…

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“SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE…”

E’ il tema svolto a 16 anni, nel 1992 da Chiara Avanti, alunna del liceo psicopedagogico delle Immacolatine di Via Monza  (Roma).

   Sento in giro che devo fare un lungo viaggio… sto qui dentro da nove mesi e non vedo proprio il motivo di uscire. Le voci di papà e mamma, che ormai riconosco perfettamente, non fanno altro che confermare quello che prima era un presentimento e che ora è certezza… la mia uscita da qui. Non so quello che c’è fuori, non mi interessa scoprire cose nuove, so soltanto che questo mio letto all’interno di mia madre ha tutto quello di cui ho bisogno. Mi piace moltissimo quando la mamma si ferma e mi accarezza… desidererei tanto vederla, capire come è ed in quale zona di lei mi trovo; anche papà deve essere simpatico, strano che lo sento solo poche volte… lavora, dice, e torna tardi. Ora c’è silenzio, mamma è ferma da più di due ore, credo che dorma. E’ bello quando dorme, posso scalciare contro le pareti della mia stanza senza che le mani di tutti si posino su di me… Che ci troveranno di tanto strano in due o tre calci? E poi… mica lo faccio sempre apposta, certe volte m’intreccio tutta e mi slitta qualche piede. Una che non mi sta tanto simpatica è “stai per diventare nonna”; telefona tutti i minuti ed ogni volta vuole sapere quando uscirò; secondo me è lei che ha fatto in modo che io lasciassi la mia casa, avrà parlato con qualche direttore e sarà riuscita con l’inganno ad ottenere lo sfratto. Comunque, uscire da dove sono, non mi sembra difficile, il problema secondo me è entrare nella nuova casa…Quando sono arrivata qui dentro sicuramente dormivo, perchè non ricordo nulla, ma questa volta terrò gli occhi bene aperti, voglio gustarmi tutta la scena.

Adesso la mamma si è alzata; ci credo è arrivata quella rompiscatole di “staiperdiventarenonna”… deve essere anche cieca, continua a chiamarmi passerotto, cuccioletto, micino…Ah, me ne sono accorta io della differenza tra la voce del passerotto e quella del micino; non vedo come non possa riuscirci lei; d’altronde sarò anche piccola, ma credo di essere una cosa sola, magari un cuccioletto… anche perchè è l’unico che non ho mai sentito! Ma, non capisco cosa sta succedendo, è la prima volta che fa così freddo… così all’improvviso mi è arrivata una folata di vento gelido… ma cosa succede?… ora traballo, come una palla…sta correndo, mamma sta correndo ed io mi sento tutta sottosopra: Sento urlare da tutti_ “E’ il momento, sta per nascere”. Forse sto per uscire, ma sì, nascere ed uscire è la stessa cosa. Oddio, dove andrò, no, non voglio andar via, mamma…

E’ una notte d’inverno ed è incominciato il mio viaggio; sono un viaggiatore, ho appena il tempo di salutare la mia stanza, di prendere le mie cose, di riordinare tutto… sento che mi mancherà tantissimo questo posto… ma ora è tempo di andare. Pian piano comincio a scendere, sono a testa in giù, il corridoio è lungo, strano che non mi sia mai venuto in mente di visitarlo, era sempre parte della mia casa, peccato! Ora qualcosa mi ha preso la testa, mi tira, la mia mente sta per svenire, non ricordo più nulla, chi sono, cosa…uè, uèè,uèè…

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RISPETTARE LA NATURA… E’ NATURALE E CONVIENE

   Da un po’ di tempo il ritornello “rispetta la natura” rimbomba nelle orecchie di tanti tirandosi appresso una sotterranea conclusione dal sapore di minaccia, come a dire che se non si rispetta la “natura” questa prima o poi ci frega e ce la fa pagare.  Ed è talmente vera la possibilità di questa minaccia che se ne vedono già le conseguenze di questo scarso rispetto (se non vero e proprio disprezzo) per la natura. Basta porre mente al cosiddetto degrado ambientale inteso nel senso più largo immaginabile o all’impero dell’artificiale rispetto al genuino o all’inganno del virtuale rispetto al reale…Tanto per fare un esempio: nell’occasione di una alluvione ho sentito una anziana donna di montagna esclamare sofferente: “ L’acqua ha memoria”… come a  dire che ritorna, prima o poi, da dove è stata deviata. E magari torna arrabbiata…

A fronte di tutto questo scarso o nullo rispetto degli equilibri del creato, esiste invece la riscossa del ritorno alla natura, della riscoperta della genuinità di cibi e risorse, dell’ecologia intesa nel  senso più  ampio possibile. La vita, nel suo insieme, è infatti un universo di continui equilibri. E quando viene meno il rispetto di questi equilibri creaturali naturali se ne pagano le conseguenze, tutti quanti, perché siamo tutti sulla stessa barca…e soffriamo tutti il mal di mare!

Già da tempo gli studiosi delle relazioni umane hanno scoperto l’acqua calda (è un destino paradossalmente curioso quello che spetta ai ricercatori… il destino di “scoprire” quello che già esiste!). Ecco la considerazione della psicoterapeuta Anna Terruwe nel suo libro (datato ma modernissimo) AMARE E CURARE I NEVROTICI: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”.

L’attenzione, a questo punto, si sposta facilmente ad osservare un altro scenario, quello delle relazioni umane, delle relazioni al naturale, come Dio comanda… si direbbe.  Perché la “relazione”, lo si gradisca o no, è il materiale genuino e naturale  di costruzione usato da Dio per dar esistenza al mondo (essendo Lui Relazione d’Amore).

 L’essere umano, infatti, nasce e cresce in un ambito relazionale naturale di tenerezza (utero… calore familiare) come se la natura ci volesse dire, con il suo linguaggio discreto, che questa è la “modalità” unica del vivere le relazioni in maniera tale che quel bisogno “naturale” di amore seminato dal Creatore in quel punto del nostro essere dove il cuore confina con l’anima possa venire soddisfatto e appagato. Questo e nessun altro modo di relazionarsi porta giovamento e quiete. C’è qualcuno che ha definito la nostra epoca come l’epoca delle ”passioni tristi”. L’uomo moderno sorride poco, la sua anima abita di più gli spazi della melanconia per ciò che ha perso più che quelli della gioia per quello che ancora possiede. L’uomo moderno sorride poco perché più preoccupato del futuro suo e dei suoi figli che non sereno per il suo presente e per cui dire grazie e basta. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai accadute”

Ritornare alla natura delle relazioni interumane è quindi semplicissimo seppur non facile (ma “tutto è difficile prima di essere facile” ammonisce lo psicologo di turno), è sufficiente vivere il presente del relazionarsi  cogliendo il “positivo” e basta, consapevoli che alternativa non c’è e che se  si scopre che “qualcosa non va” nelle relazioni  umane, in famiglia e fuori, forse è  il caso di meditare e riflettere su queste due considerazioni: “Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo” (Kaufmann). Oppure quest’altra… più al naturale: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.

E se nelle relazioni interpersonali ci si mettesse più sorriso che lamento, più silenzio che chiacchera, più calma che frettolosità, più tensione gioiosa che tensione nervosa? In fondo è questa l’ecologia relazionale…ideata dal Creatore della natura, compresa la natura umana.

                                                                                                                                

www.gigiavanti.com

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