E se invece di dare ordini dessimo esempi… (Commento omiletico del Giovedì Santo)

 

A chi insegna o tiene conferenze o partecipa a tavole rotonde, capita talvolta di dover trovare qualche escamotage per risultare convincente, persuasivo. E allora ricorre magari a  peripezie dialettiche oppure ad aforismi fulminanti per convincere gli altri delle sue idee. La cosa potrebbe complicarsi quando  al posto di convincere gli altri a cambiare le proprie idee, chi insegna o educa sente come missione quella di convincere gli altri a cambiare la propria condotta di vita. E questo lo si può fare se si è onesti con se stessi e se si dà  il cosiddetto buon esempio… senza ostentazione, beninteso.  Come ebbe a dire Sant’Agostino con una delle sue sobrie regole di vita: “Da’ ciò che comandi!” La cosa potrebbe complicarsi perché, in questo caso, ne andrebbe della propria credibilità qualora non si confermasse con la vita quanto detto a parole… anche se talvolta ne potrebbe andare della vita per sostenere la credibilità delle proprie parole.

Sembra esserci una analogia tra questa situazione e quel che accadde la sera di quel giovedì in quel di Gerusalemme attorno ad una tavola  (non rotonda…) con Gesù a capotavola.

 Il sobrio racconto di Giovanni ci dice ripetutamente che Gesù “sapeva” quel che gli sarebbe successo  l’indomani, “sapeva” tutto per filo e per segno. Purtuttavia non si dette alla fuga, ma sfruttò fino in fondo l’occasione giocando l’ultima carta (era l’ultima cena…) quella del dare esempio di come si ama veramente… che più di così non si può (“li amò fino in fondo”…). Amare a parole non è convincente…  Si cinse un grembiule attorno ai fianchi  e iniziò a lavare i piedi ai dodici (anche di cattivo gusto,  nel bel mezzo di una cena!) e poi cominciò a parlare di morte e di tradimento di amici (argomenti sempre indigesti mentre si mangia in compagnia) per concludere con un velato rimprovero e con un breve sermone: “Voi adesso non potete capire”… “Se io che voi chiamate Maestro, e lo sono, ho fatto questo…”. Non dovrebbe essere difficile concludere.

 In quella serata Gesù inventò due sacramenti, quello della “fraternità” e quello della “eucaristia”… che poi la Chiesa, nella sua saggezza, unificò in uno, quello appunto dell’Eucaristia. Quasi a voler ribadire che non ci si può nutrire alla mensa della fraternità universale senza alimentare l’anima alla mensa eucaristica. La filantropia, lodevole e apprezzabile fin che si vuole, è altro dalla “fraternità”.  Da quel momento tutto cambia nei rapporti uomo – Dio… Quel Dio, in libera uscita dall’eternità sotto le sembianze di Gesù per redimere il tempo, ha voluto indicare la modalità “ concretamente salvifica” del vivere i rapporti umani. E lo ha fatto nel bel mezzo di una cena quasi a voler suggerire che, così come le “buone relazioni” ci fanno star bene e ci fanno crescere nell’amore,  allo stesso modo la “relazione intima con Lui” è l’anima di queste buone relazioni. E’ anzi questa a fondare quelle…

 E’ bello ricordare, a questo punto, quando Gesù confidò il principio che governava la sua condotta di vita: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” e quando un giorno insegnò a pregare, sotto esplicita richiesta dei suoi: “ Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E’ bello ricordarlo perché un filo strettissimo lega le due espressioni: la volontà del Padre è che ci si ami come fratelli… nella quotidianità più semplice delle relazioni… anche quando sembrano casuali (“Il caso è Dio che gira in incognito”, sosteneva Einstein) anche quando non si è seduti a tavola con amici o inginocchiati alla mensa eucaristica,  ma in piedi per le strade del mondo…. Ed anche quando questa “comunione fraterna”, da seduti o in pedi,  dovesse costituire più un  problema da risolvere che non una  realtà da vivere (Dio non crea problemi, bensì regala doni…) si rammenti questa simpatica osservazione: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”. Il che non vuol dire cambiare posto a tavola o cambiare strada o cambiare chiesa… ma più semplicemente cambiare modo di stare seduti, cambiare modo di camminare e, quel che conta maggiormente “cambiare atteggiamento” nel rapporto di carità con i fratelli… scendendo dal piedistallo del proprio io,  proprio come ebbe una volta da dire il Maestro in un’altra circostanza: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

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