QUI CI VORREBBE UN MIRACOLO! (Commento omiletico di Mc. 5, 21-43)

    Ci sono in circolazione espressioni di uso comune in grado di fotografare nitidamente o di definire con precisione una situazione emotiva o una sensibilità particolare. Ad esempio l’espressione “qui ci vorrebbe un miracolo” descrive molto realisticamente il senso di impotenza che attanaglia sovente il cuore in certe situazioni giudicate senza via d’uscita. Ma, a  ben considerare, è una espressione vaga, eterea, quasi un tenue sfogo di rassegnato fatalismo fine a se stesso di fronte all’enigma o al non senso di taluni accadimenti nei quali si è finiti intrappolati. “Ci vorrebbe proprio un miracolo”,  è una espressione che sottende sì  un barlume di fede, barlume tuttavia non sufficiente ad illuminare il buio del dolore. Non sufficiente, questo anelito del cuore e dell’anima, perché privo di parametro di riferimento, privo cioè della consapevolezza (e magari anche dell’umiltà) di poterlo chiedere a “qualcuno” questo aiuto fuori dal normale. Un’altra espressione di uso comune è “basta il pensiero”, con la quale espressione si intende dar più valore all’interiorità che non alla esteriorità, si intende privilegiare l’anima delle azioni più che non le azioni medesime… Ebbene, dal coniugio curioso delle due espressioni ne scaturisce una terza che dà l’abbrivio al commento omiletico del brano di vangelo di Marco… Infatti “qui ci vorrebbe un miracolo” dovrebbe aver pensato il caposinagoga Giairo corso incontro a Gesù per richiedergli in extremis il salvataggio della figlia morente… E “basta il  pensiero” deve aver pensato la sfortunata donna che da anni perdeva sangue e… anche  soldi  per fermare il sangue.  Quindi, si potrebbe concludere che “basta il pensiero per ottenere un miracolo”. Pensiero rivolto a chi, però? Per ottenere un miracolo da chi, però? E in questo specifico caso, sia Giairo che la donna perdente sangue, disperati, per ragioni diverse, sulla strada della vita e con il cuore in apnea, avevano le idee chiare a riguardo; hanno avuto cioè la capacità (è per dono e non per bravura sapersi accorgere di possedere un dono, una capacità…) di attingere al fondo dell’anima la dinamica travolgente della fede… ben consapevoli a Chi chiedere l’impossibile (Giairo), anche soltanto con un pensiero (la donna afflitta  da emorragia). Come siano andate a finire le cose è risaputo. E’ risaputo cioè che a Gesù basta che si creda veramente, senza se e senza ma (tanto per usare un altro evanescente modo di dire…), che non si perda tempo dietro a sospiri o lamentazioni…E i miracoli accadono, meglio, vengono profusi in abbondanza. C’è un altro dettaglio curioso da meditare… quello che oserei definire il dettaglio dei miracoli di strada… E’ infatti per strada, cammin facendo,  che ci si imbatte facilmente, e sovente imprevedibilmente, in Gesù. Con ciò non si vuole sminuire il valore del luogo santo del tabernacolo dove lo si può trovare sempre e comunque sotto la forma da Lui inventata e da Lui preferita (l’Eucaristia),  forma ancora inesistente prima del fatidico Giovedì Santo, ma si vuole semplicemente insinuare che quando l’anima lo cerca veramente per fede Lui c’è. Mi sovviene la notissima paradossale espressione di Sant’Agostino: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.  E la sua risposta è immediata, “subito”, annota l’evangelista. Sarà anche per questo che un giorno se ne uscirà dicendo di se stesso “Io sono la Via”. Come è anche curioso annotare che nell’utero di un miracolo (stava recandosi a casa di Giairo) c’è spazio anche per un miracolo gemello (quello della guarigione della emorragia della donna), quasi una esagerazione! Gesù non perde tempo a sanare e salvare quando chi lo cerca e lo trova fa richieste mirate motivate da fede certa. Che poi la sua risposta non sia sempre del medesimo livello o della medesima pasta della domanda attiene al rassicurante mistero della fantasia del Padre. www.gigiavanti.com

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