I curiosi significati della parola “battesimo” (Commento omiletico del brano sul Battesimo di Gesù)

 (Mc. 1,7-11)

          A molte parole tocca il curioso destino di venire usate in contesti diversi rispetto a quelli, per così dire, nativi, rispetto cioè a quei contesti per i quali quella parola aveva quel preciso significato e soltanto quello. Questo destino, seppur curioso, è comunque espressione della ricchezza  e complessità di ogni realtà della vita, sempre impossibile imbrigliare in un concetto o rendere con parole. Si parla, a questo riguardo, di limiti del linguaggio umano, limiti che costituiscono però il suo valore.

   Tale curioso destino è toccato anche alla parola “battesimo”, una parola seria, legata al mondo religioso, quasi certamente espressione “limitata” e “povera” di una esperienza primordiale del rapporto della creatura con il suo Creatore e passata poi in altri contesti. Si pensi ad esempio al mondo del calcio quando il cronista descrive un portiere che non si muove per la parata in quanto che “ha battezzato fuori la palla” (in questo caso “battezzare” ha significato di “valutare”, “giudicare”) oppure al “battesimo dell’aria” per il primo lancio dei paracadutisti, al battesimo del “fuoco” ( rito iniziatico di certe tribù consistente nel marciare sui tizzoni ardenti) o al battesimo di “sangue” (iniziazione alla caccia o alla guerra) e così via. In tutti questi casi si tratta di una esperienza avente carattere di “irrepetibilità”, è una sorta di punto di non ritorno.

   Il brano di vangelo di questa domenica introduce però un “elemento” nuovo, quello della “conversione” rispetto alla esperienza di vita precedente. Il battesimo cristiano è sì un rito iniziatico, ma finalizzato ad un cambiamento radicale di vita. Ci si butta in un’altra dimensione di vita dove quel che conta e di “convergere” sistematicamente verso Dio nel proprio agire quotidiano. Il racconto dell’evangelista Marco ci permette di cogliere questa “novità” di significato molto nutriente per l’anima!  La sobrietà del suo narrare fa risaltare meglio la straordinarietà di quella esperienza ordinaria della “conversione”. Straordinaria perché non avviene per presuntuosa scelta personale, ma per umile e misteriosa accettazione, da parte dell’anima, di tutto un segretissimo processo interiore di impulsi capaci di trascinare gradualmente l’intera persona al momento e al punto della “conversione”. Ordinaria perché questo momento di “conversione” dovrà spalmarsi nel fluire ordinario del giorno dopo giorno.

 La narrazione di Marco consente pertanto di cogliere quest’atmosfera di “adultità” e di “maturità” caratterizzanti l’evento, quasi a voler suggerire che l’esperienza cristiana non è cosa per animi molli, pettegoli o infantili.  E’ Gesù, l’adulto, infatti a decidere consapevolmente di andare dal cugino Giovanni a farsi battezzare; è Lui a decidere di uscire allo scoperto per iniziare la sua splendida e tragica missione di far cambiare rotta all’umanità peccatrice facendola “convergere” verso Dio; e compie questo atto di sottomettersi al “battesimo” sebbene non ne avesse avuto bisogno non essendo né peccatore, né bisognoso di “convergere” verso Dio; e tutto questo avviene lasciandosi guidare dallo Spirito (e non dalle “sue” idee o precomprensioni), lo stesso Spirito che di lì a poco lo indurrà ad andare nel deserto per essere istigato dal diavolo a “leggere” la sua futura missione in maniera autocentrata e vanitosa, quindi “divergente” rispetto alla volontà del Padre.

 Ed è a questo punto che scoppia l’applauso di Dio per il suo Figlio preferito, il più riuscito di tutti, si direbbe con linguaggio umano. Un Dio rimasto in attesa trepidante di questo momento e che finalmente da libero sfogo alla sua commozione fa veramente tenerezza! Essere “battezzati” diventa a questo punto essere quotidianamente “convergenti” verso Dio nei  pensieri, nelle parole, nei sentimenti, nelle azioni. Vivere da “battezzati” significa vivere per la causa del Regno di Dio da “adulti” (a tal proposito verrà regalato all’anima il pacco-regalo dei doni dello Spirito con il sacramento della Cresima).

 L’anima è già “tarata” dall’eternità su questo programma, per  questa missione… Tocca alla persona “adulta” e “matura”, per grazia e nel giorno dopo giorno accorgersi per tempo e assumere in tutto e per tutto tale compito assegnato all’anima da Dio fin dall’eternità. L’anima è una sorta di nave in libera uscita dal porto dell’eternità a cui è stato concesso di navigare nello spazio limitato del tempo perché poi vi possa fare ritorno portandosi appresso la persona con la quale Dio, nella Sua Somma fantasia, l’ha voluta “mascherare” (nella lingua greca “persona” equivale a “maschera) sul palcoscenico spazio-tempo della storia.

 Il corpo, la mente e il cuore costituiscono quindi questa “maschera” della persona e  possono essere paragonati a tre navicelle alle quali conviene moltissimo seguire la scia della “nave-pilota” aperta  dall’anima. Conviene moltissimo alla persona seguire la rotta dell’anima, una rotta che essa conosce benissimo. Quando questo non avviene (persone che smarriscono la rotta, persone che ostacolano ad altri di seguire la rotta veritiera e unica segnata dall’anima, persone che si lasciano ingannare da altri indicatori di rotta…) sorgono conflitti e incomprensioni, tragedie e burrasche tra le persone. E’ l’inganno del nemico numero uno dell’anima. Affinché tale inganno non ci porti a naufragare nel peccato e si possa invece navigare insieme (anima e persona) verso lo spazio infinito dell’oltre temp resistendo alle intemperie e alle tempeste, è a disposizione la potenza dello Spirito che nel battesimo (di acqua, di fuoco, di spirito, di desiderio, di sangue…) di Gesù ha scquarciato i cieli perché ci giungesse più forte l’applauso di Dio… Quanto è bello e  salutare per l’anima poter dare a Dio quotidianamente questa soddisfazione nel vederci vivere da persone battezzate, mature! Quanto deve essere bello e appagante per Dio vedere la sua creatura, la persona creata, i suoi figli meno riusciti ( non certo per causa sua) accodarsi agli inviti dell’anima per corrergli incontro approdando al porto della felicità per sempre e totale. Se questa è la gioia di Dio, vivere nella gioia della fede ne è la conseguenza per i “battezzati”. Se il Paradiso di Dio è la sua gioia nel vedere le sue “anime”, ad una ad una, ritornare a casa, il Paradiso della persona incomincia in quel momento in cui essa, togliendosi la “maschera” gli dirà: “Mi hai riconosciuto?”. Ed entrambi, Dio e la sua anima, si abbracceranno e sarà emozione eterna. E perché non potrebbe essere possibile una anticipazione, nel tempo-spazio, di questa emozione?

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