A PROPOSITO DI VOLER SEMPRE SPIEGAZIONI… (commento omiletico)

              COMMENTO OMILETICO DOMENICA TERZA DI QUARESIMA 2013 (Lc. 13, 1 – 9)

La tendenza dell’essere umano a voler “spiegare” tutto quello che gli capita di vivere o di osservare nella vita dei suoi simili  è bella e lodevole perché fa parte del profondo bisogno di conoscenza che caratterizza appunto la mente umana. Se però questa tendenza a “spiegare” viene eretta a sistema unico di conoscenza per cui tutto quello che non si riesce a ”spiegare” razionalmente   viene sbrigativamente qualificato come “non scientifico”, allora non ci siamo!

Non ci siamo, perché già in antichità si trova chi ha fatto i conti con questa realtà dei limiti della capacità conoscitiva… Diceva Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”   e più recentemente c’è chi ha affermato: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” per arrivare al paradosso di don Pronzato: “Se si toglie il mistero non si capisce più nulla”. Bastano questi pochi cenni per capire come mai , nel racconto di Luca di questa domenica, Gesù risponda senza dare “spiegazioni”  a chi gli riferiva scandalizzato di eventi tragici (una  colpa l’ avranno pure avuta quei Galilei fatti uccidere da Pilato proprio mentre offrivano sacrifici…. e una colpa l’ avranno anche avuta quei 18 che morirono schiacciati sotto la torre di Siloe… se no non si spiega!). E sembra irritato e minaccioso il suo tono nel rispondere… quasi a dire di non attardarsi a cercare spiegazione, ma di affrettarsi alla conversione (“Se non vi convertirete, perirete tutti!”). Con questa frase minacciosa Gesù passa del livello “razionale” al livello “spirituale” della questione mettendo in chiaro che la “conversione” e prioritaria rispetto alla attesa di spiegazioni per poi potersi convertire… se conviene.

 E sembrerebbe finita così, senonchè Luca, con maestria didattica, inserisce a questo punto la breve parabola del fico che non da frutto (dopo tre anni di attenta coltivazione)  provocando l’irritazione del proprietario del campo… irritazione che il contadino riesce a placare con  un appello alla misericordia paziente: “Signore, lascialo ancora per quest’anno. Voglio zappare bene attorno a questa pianta e metterci del concime. Può darsi che il prossimo anno produca dei frutti; se no lo farai tagliare”.

Sembra di poter ricavare, dal brano liturgicamente così ben assortito di oggi, che a Gesù interessi in primo luogo la sollecita conversione personale (senza perder tempo a  ricercare  spiegazioni di eventi capitati ad altri… per natura loro “misteriosi”), ma anche interessi ricordare la infinita “pazienza” del Padre sempre in attesa di questa conversione… Anche perché non sembra fuori luogo vedere nel “contadino” che per “tre anni” ha amorevolmente accudito al fico lo stesso Figlio… E potrà mai un Padre del genere perdere la pazienza?

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