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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

VOLEVO… (cosa succede se invece dei bisogni si corre a soddisfare i desideri dei figli…) I BAMBINI IMPARANO CIO’ CHE VIVONO…

VOLEVO LATTE, E HO RICEVUTO IL BIBERON…

VOLEVO DEI GENITORI , E HO RICEVUTO GIOCATTOLI…

VOLEVO PARLARE, E HO AVUTO IL TELEVISORE…

VOLEVO IMPARARE, E HO RICEVUTO PAGELLE…

VOLEVO PENSARE, E HO RICEVBUTO SAPERE…

VOLEVO ESSERE LIBERO, E HO RICEVUTO DISCIPLINA…

VOLEVO AMARE, E HO RICEVUTO LA MORALE…

VOLEVO LA FELICITA’, E HO RICEVUTO DENARO…

VOLEVO SPERANZA, E HO RICEVUTO PAURA…

———————————————-

                        I BAMBINI IMPARANO CIO’ CHE VIVONO…

Se il bambino vive criticato, impara a condannare.

Se vive nell’ostilità, impara ad aggredire.

Se vive deriso, impara la timidezza.

Se vive vergognandosi, impara a sentirsi colpevole.

Se vive trattato con tolleranza, impara ad essere paziente.

Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.

Se vive nell’approvazione, impara ad apprezzare.

Se vive nella lealtà, impara la giustizia.

Se vive con sicurezza, impara ad avere fede.

Se vive volendosi bene, impara a trovare amore ed amicizia nel mondo.

(tradotto dall’inglese da Eva Lewin)

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LA METAMORFOSI DELL’ADOLESCENZA (ovvero come si deve comportare l’educatore-istruttore saggio…)

In molte tribù degli indiani d’America, i ragazzi, raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti ad una serie di prove iniziatiche, quali dormire fuori dalla loro tenda lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi  delle armi vere: asce, archi, frecce… , cucire scarpe e vestiti con pelli d’animali da loro stessi catturati, sottoporsi a lunghi momenti di istruzione da parte degli anziani.

 Si racconta che durante una di queste iniziazioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati. Allora uno dei giovani li distesi cominciò a pulirsi le  unghie adoperando un bastoncino invece del suo solito grattatetesta. Ad un tratto esclamò: “Guardate! Mi crescono delle penne sotto le unghie”.  Alcuni suoi compagni provarono anch’essi e presto tutti lo imitarono. E videro spuntarsi addosso delle penne, che crescevano fino a diventare ali.

“Cosa diventerai?” si chiedevano reciprocamente. Uno disse: “Diventerò un’anatra selvatica. E tu?”. “Io diventerò un’oca”. Un altro volle divenatre anche lui un’anatra selvatica, altri due invece vollero diventare grù.

L’istruttore  non disse nulla. Ma quando finirono per emettere non più parole, ma gridi, pensò: “Bene, farò così anch’io. Sarò l’aquila”.

   Allora molti degli abitanti del villaggio che stavano fuori nei pressi della sacra tenda, cominciarono a sentire un gran rumore e dall’apertura del fumo videro uscire prima una grossa anatra selvatica, poi delle oche, poi ancora delle grù e infine un’aquila. Alcuni degli abitanti del villaggio, compreso qualche genitore, si misero a gettare secchi d’acqua gridando: “Tornate indietro, vi state trasfigurando!” Ma essi volarono via…

(Carlos Castaneda)

   erano stancati e si erano addormentati. Allora uno dei giiovani lì distesi cominciò a pulirsi le unghie adoperando un legnetto invece del suo grattatesta. Ad un tratto esclamò: "Guardate 

 

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LA VITA IN DIRETTA (per la cura dell’inquietudine…1995)

Dio fa ogni cosa da Dio, non soffre il mal di denti, non ha pensieri per il domani e vive da sempre in diretta… Noi, anche se non riusciamo ad agire da Dio, sebbene spesso ci crediamo dei padri eterni, e siamo soggetti al mal di denti e preoccupati per il domani, una cosa possiamo fare come lui, quella di vivere in diretta… Soltanto questo, in ultima analisi, possiamo fare…

   Se non accettiamo visceralmente di vivere il bello della diretta del mistero della vita nel suo “qui ed ora” possiamo finire stritolati da tante cose… oltre che dal mal di denti. Possiamo finire stritolati dal “mal di vivere”, quel sottile male che prende all’anima più che al corpo (ma che potrebbe far ammalare anche alcuni organi del corpo)… Quel sottile male dell’inquietudine e della insoddisfazione per tutto quanto ci capita “qui ed ora” in quanto che la nostra attenzione  è rivolta al dopo, al domani, a quando saremo all’altezza, a quando non avremo più pensieri e problemi, a quando avremo sistenmato tutto..-

   Questa tendenza  a rimandare a dopo di vivere in pace, questa tendenza a vivere in “differita” , questa illusione di interpretare la vita come  fosse un tappeto arrotolato da srotolare a nostro piacimento… con tanto di moviola  è una tendenza piena di insidie.

   E’ una tendenza pericolosa anche per la salute e nasce a cominciare dal periodo dell’adolescenza quando si ha la fretta (o viene messa fretta) di voler diventare grandi consumando le energie dell’oggi in funzioni di un domani… di un domani che sarà sempre, paradossalmente parlando, un oggi esso stesso.

   A caratterizzare invece il vivere l’oggi di Dio nel “qui ed ora”, a vivere in diretta,  è invece l’attenzione al presente fatta di pacatezza, di serenità, di sobrietà, di contemplazione, di sorriso, di silenzio, intimamente convinti che alternativa non c’è.  Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto  tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai accadute”.

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LA VOCE DEL SILENZIO…(considerazioni del 1995)

“Il silenzio era diventato la sua lingua madre”. Ho riletto questa frase in treno di ritorno da uno dei miei soliti giri per incontrare i giovani. Ho riletto questa frase ed immediatamente mi sono sentito a disagio per le migliaia di parole dette, urlate, sussurrate, scritte, inviate, spedite…Mi sono sentito a disagio perchè ho intuito immediatamente l’inadeguatezza delle parole a comunicare o anche semplicemente a condividere o testimoniare il  grande mistero del vivere…

   E dentro a questo senso di indìadeguatrezza, che rivivo anche ora mentre sto scrivendo,  ho avvertito un forte e affascinante richiamo di silenzio, di quiete quali forse soltanto le oasi di preghiera dei conventi e dei monasteri o di quanto ad essi assimilabile possono soddisfare…

   Questo forte richiamo di silenzio e di quiete dell’anima può essere dovuto alla mia età, al livello di guardia a cui è arrivata in me la piena dei rumori e dei frastuoni del vivere odierno, alla oggettiva e martellante invadenza di spettacoli, convegni, dibattiti, pubblicità. Può sembrare, quindi, questo richiamo di silenzio, la tentazione di fuggire dal mondo, di sottrarmi alle mie rrsponsabilità di sposo, di padre di famiglia, di amico… una tentazione, pertanto, da rintuzzare e da vincere…

    Ma questa tentazione potrebbe anche nascondere un invito, un suggerimento.. quello di continuare a vivere facendo io sempre meno chiasso, essendo sempre più seminatore silenzioso di mistero più che non presuntuoso strumento di spiegazione, essendo cioè più voce che parola…

   Tale infatti sembra essere anche la lingua madre della natura e di Dio stesso, la lingua madre della voce del silenzio, degli immensi silenzi cosmici da ascoltare, da interpretare, da godere, di cui nutrirsi…

   Il silenzio della natura: la quiete intensa delle rocce, il respiro silenzioso degli alberi, il vagare muto degli astri, il formarsi lento della vita nel grembo delle madri…

   Il silenzio di Dio: un’eternità di silenzio reso un po’ più comprensibile grazie alla variante della “parola rivelata” e confinata nelle cinquecento paginette della Bibbia e grazie anche al brevissimo tempo dell’Incarnazione durante il quale il Figlio del Silenzio ha raccontato, nella sua Carne, del Padre, di Sè e dell Spirito per poi  subitamente ricomporsi nel silenzio del Pane e del Vino “eucaristici”… un silenzio così pregnante, così ammiccante, così tollerante, così benefico, così nutriente da bastare all’uomo fino a che Egli ritornerà… Da bastare all’uomo capace e desideroso di apprendere  la medesima lingua, una lingua senza lettere nè grammatica, senza verbi irregolari nè perifrastiche, senza periodi ipotetici nè sintassi… una lingua fatta appunto di silenzio e comunicabile attraverso il sorriso…

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LA CHIAVE DELLA FELICITA’ (tema di una ragazza di 16 anni – Roma

Questo il titolo del tema: “Abbiamo sprangato la porta del mondo, lasciando sul marciapiede milioni di uomini… Chi ha buttao la chiave?”

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Sono partita, un giorno, per un lungo viaggio. Arrivata in un piccolo paese cominciai a percorrere il labirinto delle sue strade e stradine alla ricerca del mio mondo, della casa della felicità. Chiesi ad un passante dove fosse l’entrata e questi, sgarbatamente e con indifferenza, mi indicò un  grande portone di legno e ferro completamente chiuso. Alla sua vista il mio cuore ebbe un sussulto, ma la volontà di poter entrare in quel mondo era determinata.

   Quel passante, accortosi in qualche modo della mia sorpresa, subito mi precisò con fare rassegnato, che nessuno era mai riuscito ad oltrepassare quell’ostacolo insormontabile. Cionostante non mi arresi. Ero decisa a intraprendere qualunque iniziativa pur di entrare nello spazio della mia felicità. Comincia a girovagare nei presssi di quel portone, ma scoprii che tutta la gente del luogo mi osservava con diffidenza…

   All’improvviso scorsi un bambino oscillare sull’altalena… era contento, sebbene i suoi occhi sembrassero coperti da un velo di tristezza. Vedendolo solo gli domandai dove fossero gli altri bambini. Mi rispose che non ce n’erano e che forse alcuni erano dietro quel portone. Lo invitai, allora, lui che era del posto, ad andare a verificare se questa sua ipotesi era esatta, ma lui si rifiutò asserendo un po’ turbato che nessuno avrebbe mai potuto aprire quel portone perchè era stata buttata via la chiave… Quasi del tutto scoraggiata mi allontanai avviandomi sulla strada del ritorno.

   Dopo qualche passo incontrai un vecchio barbone sdraiato su una panchina. Accanto, un fiasco di vino e i resti di un fuoco con cui si era riscaldato. Mentre gli passai vicino si svegliò, mi guardò fisso nelle pupille e mi chiese un po’ di carità, solamente per mangiare.

   Non avevo quasi nulla con me, solo pochi spiccioli, ormai quasi superflui per via della incertezza del viaggio. Glieli donai sicura che a lui fossero più necessari che a me.

   Il vecchio li accettò sorridendo e, con un gesto inatteso, mi donò la chiave.

(Antonella De Andreis – 1996 – Roma)

 

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LA STORIELLA DEL TANDEM ARANCIONE (l’unica storiella mia pensata per dimostrare che: “L”amore non muore mai di morte naturale”)

  Viveva molto tempo fa in un sobborgo lontano un anziano biciclettaio. Dalle sue mani uscivano le più belle biciclette che mai si fossero viste sulla faccia della terra. Ne costruiva di tutte le grandezze e di tutte le forme, colorandole con tinte così belle da lasciare estasiati grandi e bambini. La gente veniva da tutte le parti del mondo per ammirarle ed acquistarle. I bambini del sobborgo restavano ore ed ore a bocca aperta, fuori dalla porta del suo laboratorio, ad osservare stupiti la magia del suo lavoro. L’anziano biciclettaio era di poche parole, ma rispondeva volentieri alle curiosità dei bambini; anzi, di tanto in tanto li invitava ad aiutarlo, ricompensandoli poi con una bella gita  in bicicletta. Non c’era bambino in quel sobborgo che non sapesse andare in bicicletta.

   La specialità dell’anziano biciclettaio consisteva però nella costruzione del  tandem, quella caratteristica e curiosa bicicletta a due selle. Nel sobborgo correva voce che la costruisse addirittura con maggior cura rispetto alle biciclette semplici. Ti tandem ne costruiva tantissimi ed aveva una strana e misteriosa abitudine: quella di regalarli a tutti quegli innamorati che gliene avessero fatto richiesta. Questa storia del regalo richiamava in quel sobborgo gli innamorati di tutto il mondo.

   Ad essi l’anziano biciclettaio chiedeva in cambio soltanto due promesse: quella di non montare mai sul tandem da soli, uno per volta e quello di farlo riconsegnare a lui una volta che entrambi fossero morti… Questa seconda promessa aveva il potere di oscurare per un attimo l’incantesimo di quel momento, perchè subito lo sguardo sorridente e penetrante del biciclettaio bastava a rasserenare gli innamorati.

   In quel sobborgo, un giorno all’anno, si faceva una grande festa. Veniva chiamata la festa del tandem arancione.

In un tiepido giorno di primavera, quando il tramonto accompaagnava le prime ombre della sera ad invitare la notte, l’anziano biciclettaio offriva a tutti lo spettacolo del tandem arancione. Bastava che egli poggiasse a terra il tandem, che questo sfrecciava da solo per tutte le strade ed i viottoli del sobborgo. Nessuno pedalava sul tandem arancione, purtuttavia esso viaggiava in perfetto equilibrio, sterzava a desta e a sinistra, accelerava e rallentava, talvolta si fermava e di tanto in  tanto si udiva perfino scampanellare. Si potevano osservare i pedali muoversi in perfetta sincronia ed i riflessi colorati dei raggi delle ruote in movimento sembravano scrivere messaggi nella fantasia della gente.

Terminata la festa, l’anziano biciclittaio riponeva il tandem in un luogo segreto del suo laboratorio da dove l’avrebbe prelevato l’anno successivo. Tanti avevano provato  a carpire il segreto del tandem arancione che si muoveva da solo, ma senza riuscirvi.

Un altro segreto era custodito nel cuore dell’anziano biciclettaio, quello delle tre soffitte:  in una di queste custodiva tutti quei tandem che gli venivano restituiti dai parenti degli innamorati e dei coniugi morti; in un altra soffitta, meno spaziosa,  riponeva invece tutti quei  tandem riportati indietro mestamente da entrambi gli innamorati o da uno dei due; nella terza soffitta, invece, raccoglieva tutti quei tandem che egli stesso, una volta l’anno, andava a recuperare, si diceva, con le lacrime agli occhi, per le strade di tutto il mondo…

   Nessuno aveva mai capito il perchè di tale raccolta, ma quel che maggiormente stupiva era il fatto che nessun tandem risultava guasto, nè rotto, nè malconcio. Tutti risultavano ancora nuovi e purtuttavia l’anziano biciclettaio, così si diceva, trascorreva molte ore della notte a spolverare e a tenere lucidi i tandem conservati nelle tre soffitte e si racconta che ognuno di questi, a turno, gli narrasse la propria storia d’amore. (Gigi Avanti 1991)

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L’ATTACCAMENTO TRA MADRE E FIGLIO…(non scongiura tutti i pericoli…)

Una madre divina, Teti, afflitta, come le madri terrene, dall’ansia di proteggere il figlio, volle immergere Achille nelle magiche acque dell’immortalità. Prese il piccolo per un piede e lo tuffò nel fiume Stige. Quel bagno rese l’eroe invulnerabile: frecce, pugnali e armi di ogni tipo nulla avrebbero potuto contro di lui. Ma il Fato non è sensibile  alle struggenti manovre delle madri.

Achille fu ferito mortalmente mentre, piegato su una fonte, cercava ristoro alla sua sete. Paride, aiutato da Apollo, scoccò una freccia e lo colpi a un tallone, l’unica parte del suo corpo divino che – trattenuta dalla mano materna – non era stata bagnata dall’acqua degli dei.

E proprio da lì, dal punto in cui il distacco non era stato completo, la morte riuscì a ghermirlo.

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IL “padre nostro” DETTO DA DIO…

Figlio mio, che sei in terra, preoccupato, solitario e tentato, conosco bene il tuo nome e lo pronuncio, santificandolo, perchè ti amo.

Non sarai mai solo, io abito in te e insieme spargeremo il regno della vita che ti darò in eredità.

Ho piacere che tu faccia la mia volontà, infatti io voglio la tua felicità.

Avrai il pane ogni giorno, non ti preoccupare; però ti chiedo di spartirlo con i tuoi fratelli.

Sappi che ti perdono tutti i tuoi peccati anche prima che tu li commetta, ma ti chiedo che anche tu perdoni le sgarberie e le cattiverie a quelli che ti offendono.

E per non soccombere alla tentazione, afferra con tutta la tua forza la mia mano e ti libererò dal male, mio povero e caro figlio.

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PAPA’ SOTTO IL LETTO…(commovente per capire l’amore dei figli…)

Quando ero piccola un padre era per me come la luce nel frigorifero. Ogni casa ne aveva uno, ma nessuno sapeva cosa facevano realmente sia l’una che l’altro, dopo che la porta era stata chiusa. Mio padre usciva di casa  ogni mattina e ogni sera, quando tornava, sembrava felice di rivederci. Lui solo era capace di aprire il vasetto dei sottaceti, quando gli altri non riuscivano. Era l’unico che non aveva paura di andare in cantina da solo. Si tagliava facendosi la barba, ma nessuno gli dava il bacino o si impressionava per questo. Quando pioveva, ovviamente, era lui che andava a prendere la macchina e la portava davanti all’ingresso. Se qualcuno era ammalato, lui usciva a comperare le medicine. Metteva le trappole per i topi, potava le rose in modo che ci si potesse affacciare alla porta d’ingresso senza rischiare di pungersi. Quando mi regalarono la prima bicicletta, pedalò per chilometri accanto a me, finchè non fui in grado di cavarmela da sola. Avevo paura di tutti gli altri padri, ma non del mio. Una volta gli preparai il tè. Era solo acqua zuccherata, ma lui era seduto su una seggiolina e lo sorbiva dicendo che era squisito. Ogni volta che giocavo con le bambole, la bambola mamma aveva un sacco di cose da fare. Non sapevo invece che cosa far fare alla bambola papà, così gli facevo dire: “Bene, adesso esco e vado a lavorare”, poi la buttavo sotto il letto.

Quando avevo nove anni, un mattino mio padre non si alzò per andare a lavorare. Andò all’ospedale e morì il giorno dopo. Allora andai in camera mia e cercai la bambola papà sotto il letto. La trovai, la spolverai e la posai sul mio letto. Mio padre non fece mai nulla. Non immaginavo che la sua scomparsa mi avrebbe fatto tanto male. Ancora oggi non so perchè. (Erma Bombek)

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E se invece di dare ordini dessimo esempi… (Commento omiletico del Giovedì Santo)

 

A chi insegna o tiene conferenze o partecipa a tavole rotonde, capita talvolta di dover trovare qualche escamotage per risultare convincente, persuasivo. E allora ricorre magari a  peripezie dialettiche oppure ad aforismi fulminanti per convincere gli altri delle sue idee. La cosa potrebbe complicarsi quando  al posto di convincere gli altri a cambiare le proprie idee, chi insegna o educa sente come missione quella di convincere gli altri a cambiare la propria condotta di vita. E questo lo si può fare se si è onesti con se stessi e se si dà  il cosiddetto buon esempio… senza ostentazione, beninteso.  Come ebbe a dire Sant’Agostino con una delle sue sobrie regole di vita: “Da’ ciò che comandi!” La cosa potrebbe complicarsi perché, in questo caso, ne andrebbe della propria credibilità qualora non si confermasse con la vita quanto detto a parole… anche se talvolta ne potrebbe andare della vita per sostenere la credibilità delle proprie parole.

Sembra esserci una analogia tra questa situazione e quel che accadde la sera di quel giovedì in quel di Gerusalemme attorno ad una tavola  (non rotonda…) con Gesù a capotavola.

 Il sobrio racconto di Giovanni ci dice ripetutamente che Gesù “sapeva” quel che gli sarebbe successo  l’indomani, “sapeva” tutto per filo e per segno. Purtuttavia non si dette alla fuga, ma sfruttò fino in fondo l’occasione giocando l’ultima carta (era l’ultima cena…) quella del dare esempio di come si ama veramente… che più di così non si può (“li amò fino in fondo”…). Amare a parole non è convincente…  Si cinse un grembiule attorno ai fianchi  e iniziò a lavare i piedi ai dodici (anche di cattivo gusto,  nel bel mezzo di una cena!) e poi cominciò a parlare di morte e di tradimento di amici (argomenti sempre indigesti mentre si mangia in compagnia) per concludere con un velato rimprovero e con un breve sermone: “Voi adesso non potete capire”… “Se io che voi chiamate Maestro, e lo sono, ho fatto questo…”. Non dovrebbe essere difficile concludere.

 In quella serata Gesù inventò due sacramenti, quello della “fraternità” e quello della “eucaristia”… che poi la Chiesa, nella sua saggezza, unificò in uno, quello appunto dell’Eucaristia. Quasi a voler ribadire che non ci si può nutrire alla mensa della fraternità universale senza alimentare l’anima alla mensa eucaristica. La filantropia, lodevole e apprezzabile fin che si vuole, è altro dalla “fraternità”.  Da quel momento tutto cambia nei rapporti uomo – Dio… Quel Dio, in libera uscita dall’eternità sotto le sembianze di Gesù per redimere il tempo, ha voluto indicare la modalità “ concretamente salvifica” del vivere i rapporti umani. E lo ha fatto nel bel mezzo di una cena quasi a voler suggerire che, così come le “buone relazioni” ci fanno star bene e ci fanno crescere nell’amore,  allo stesso modo la “relazione intima con Lui” è l’anima di queste buone relazioni. E’ anzi questa a fondare quelle…

 E’ bello ricordare, a questo punto, quando Gesù confidò il principio che governava la sua condotta di vita: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” e quando un giorno insegnò a pregare, sotto esplicita richiesta dei suoi: “ Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E’ bello ricordarlo perché un filo strettissimo lega le due espressioni: la volontà del Padre è che ci si ami come fratelli… nella quotidianità più semplice delle relazioni… anche quando sembrano casuali (“Il caso è Dio che gira in incognito”, sosteneva Einstein) anche quando non si è seduti a tavola con amici o inginocchiati alla mensa eucaristica,  ma in piedi per le strade del mondo…. Ed anche quando questa “comunione fraterna”, da seduti o in pedi,  dovesse costituire più un  problema da risolvere che non una  realtà da vivere (Dio non crea problemi, bensì regala doni…) si rammenti questa simpatica osservazione: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”. Il che non vuol dire cambiare posto a tavola o cambiare strada o cambiare chiesa… ma più semplicemente cambiare modo di stare seduti, cambiare modo di camminare e, quel che conta maggiormente “cambiare atteggiamento” nel rapporto di carità con i fratelli… scendendo dal piedistallo del proprio io,  proprio come ebbe una volta da dire il Maestro in un’altra circostanza: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

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