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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

ALLA MORTE DEL NONNO (Valmasino 5.10.1999)

…    E volando vai nelle nevi e sui ghiacciai rischiarando… …Io non so ove tu sia adesso… Forse è un’illusione ed un  pueril sognar che mi spinge a scorgerti volar… E sulle inaccessibil cime delle montagne tue…nella notte…voli. …E qualcuno laggiù ti piange, piange la tua assenza e freddo sarà il suo letto senza te, fredda la sua anima.    E intanto volando vai a rincorrer gli ultimi raggi dorati    e d’albe dorate ti vestirai…

Sorridente e dolce mi piace immaginarti…

E a quel tuo amico che ti pianse…e che mesto davanti al tuo giaciglio ti salutò…riscalderai l’inverno con i tuoi ricordi. Bruciano infatti più dolcemente i ricordi nella fredda ed ancestrale notte novembrina.

Tu lo riscalderai con fiamma di memoria quando nel freddo mese solo se ne starà davanti al suo camino e scorerrano le lacrime sul vetusto viso.

E la donna tua che piangendo ti preparò e scelse con amore la bella ed estrema veste guarderai dalle finestre…fluttuando te ne andrai tra le nebbie…e ad ella che col capo chino nel solaio andrà a prendere un altro pezzo di legna per scaldare il vuoto, tu le rivolgerai parole d’amore…e con occhi colmi di gioia la lascerai  “a presto”… sussurrandole. E poi ancora sù, tra le nevi perenni sulle cime…che rosee al tramonto divengono… e giù nei boschi baciati dalle prime nevi…sugli alberi spogli e nelle caverne ventose… nel tuo fiume …nelle tue valli…voli…sì…io è così che voglio immaginarti adesso… che volando vai nelle nevi e sui ghiacci rischiarando… (Francesco, 18 anni)

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DONNA MARIA…AHI AHI AHI!!!

 

In un palazzo di Napoli vive Donna Maria, una signora molto apprezzata per la sua bellezza, moglie di un medico, colta ed elegantissima. Gennaro, il custode la desidera pazzamente e una mattina, mentre la signora gli passa davanti, si lascia scappare, sia pur sottovoce: “Madonna, che bella femmina! Non so cosa darei per averla”.  La signora se ne accorge, torna sui suoi passi e dice: “Come avete detto?”. “Niente, signora, perché?”. Lei lo incalza: “Su, Gennaro, non fate il furbo! Vi ho sentito benissimo…abbiate il coraggio di ripetermelo in faccia”. E l’uomo:  “Ma veramente… ecco non volevo essere scortese, ma… voi… siete così bella che io.. io… sto uscendo pazzo, signò! “  E lei: “Ah sì? Ma bene! Allora sapete cosa dovete fare?” “Si, signò, mo mi faccio una doccia fredda e scusate tanto…”. “Ma no, Gennaro, non fate così…vi piaccio proprio tanto?”. “Da impazzire… non so cosa pagherei…oh,  mi scusi,  ma vede, non ragiono…”. “Gennaro, volete togliervi lo sfizio”. “Signò, che dite?” . “Dico che se volete togliervi il capriccio, venite domani mattina alle undici, con in mano tremila euro ed io soddisferò ogni vostro desiderio…”. “Tremila euro?…Ma, signò, dove li trovo tremila euro?… Non ho tutti quei soldi”. “Eh, Gennaro, ma se si vuole togliere lo sfizio… uno deve fare una pazzia”. “Ha ragione…ma,  vede, io non saprei come trovare quei soldi…”. “Mi dispiace, Gennaro… comunque la proposta è  sempre valida: venite con tremila euro e non ve ne pentirete!”. “Sì, certamente…grazie signò, grazie tante lo stesso!”. Ma l’indomani mattina Gennaro si presenta puntuale con tremila euro, con sorpresa della stessa signora: “Gennaro, ma allora siete proprio pazzo di me, se siete arrivato a svenarvi…!. E così la signora si concede a Gennaro facendogli provare emozioni indescrivibili. Dopo un paio d’ore rientra il marito: “Ciao, Marì, come stai?”.”Bene, grazie e tu?”. “Io bene… senti…è benuto su Gennaro?” “Co… cosa? Non ho capito”. “Avanti, su!… ti ho detto, è venuto su Gennaro verso le 11 ?”. “Sì, sì…è venuto…”. “E ti ha portato tremila euro?”.  “Sì, ma guarda che…”. “Basta così, volevo solo avere la conferma”. “Ma caro, ti posso spiegare…”. “Non c’è nulla da spiegare… Gennaro è un vero uomo!  Un uomo di parola”. La moglie rimane allibita. “Ma caro, non capisco…”. “ Sai, ieri pomeriggio mi incontra e mi dice: dottore, prestatemi tremila euro che domani alle 11, quant’è vero Iddio, ve li riporto!”

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FAMIGLIA, DIALOGO CHE SI FA CIBO QUOTIDIANO

Per non farla troppo lunga (lamentela che si ha modo di sentire quando qualcuno parla troppo o scrive troppo!) tralascerei di iniziare con citazioni più o meno ricercate di natura etimologica a semantica del vocabolo “dialogo” optando per un “incipit” magari un po’ fantasioso, ma proprio per questo anche più congruo con il carattere  di questa rivista… che essendo “spirituale” non può esimersi del tutto di essere talvolta “spiritoso”.    Per non farla troppo lunga mi sono messo ad immaginare il momento  nativo del dialogo e davanti agli occhi stupefatti della mia anima si è presentato questo scenario: il Padre che comunica al Figlio: “Vorrei creare qualcosa di nuovo e di diverso, che ne dici? E tu da che parte stai?” “Dico che va bene e sto sempre comunque dalla tua parte” . E questo sarebbe il momento nativo dello Spirito… Basta così con la fantasia, pena una certa euforia misticoide perniciosa per l’anima… Basta così, ma tanto basta a cogliere subito una prerogativa del “dialogo”,  che è quella di evidenziare e di esplicitare la natura-struttura dell’intera creazione, la natura Relazionale (Dio infatti viene definito dalla Teologia come “Relazione” e quando crea non può fare a meno di imprimere questo marchio “relazionale”… in ogni cosa, al punto da poter parafrasare l’evangelista Giovanni dicendo “In principio era la Relazione…”).  Tale timbro “relazionale” diventa fondativo  di ogni dinamica di rapporto io-tu garantendone la sussistenza in vita e la crescita. A patto che ogni “relazione” venga vissuta nel  pieno rispetto della dinamica  intrinseca di ogni relazione, compresa ovviamente quella di uomo e donna e quelle familiari che da questa derivano. Come mai, allora, capita di trovare sul mercato delle relazioni coniugali e familiari tanta merce sofisticata, se non avariata? Come mai tante e tante relazioni uomo-donna sono più devastanti che appaganti? Come la mettiamo con la storia del “dialogo tra sordi” e “non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”?  Come spiegare che in certe famiglie sia più protagonista la cronica litigiosità che non un dialogare fresco di giornata?

MODALITA’ RELAZIONALE GIUDICANTE O VALUTATIVA? Quando piove e si dice che “il tempo è brutto” si esprime un giudizio. Quando piove e si dice che “il tempo è piovoso” si descrive la natura di una realtà. Ecco la differenza tra “relazione giudicante” (da accostare alla dinamica in uscita di una etichettatrice pronta ad appiccicare etichette  o di una mitragliatrice pronta a sparare giudizi) e “relazione valutativa” (da accostare alla dinamica in entrata di una macchina fofografica sulla cui negativa va a posarsi la fantasia dei colori, negativa dalla quale viene sviluppato il positivo). Le persone inclini al “giudizio” sono frettolose nel vivere i rapporti, pretendono, a loro insaputa, di imbrigliare in una personalissima sommaria idea il dato reale di una persona, di una situazione. Le persone inclini al giudizio soffrono sovente di malattie nervose. Sentirsi continuamente sotto osservazione da parte di queste persone non deve essere, in famiglia e fuori, una situazione relazionale beneficante.  Le persone inclini alla valutazione del positivo del “qui ed ora” invece, sono  capaci di cogliere quanto vedono, odono, odorano, toccano e gustano (queste sono infatti le sensazioni – azioni fatte dai sensi –  sensi regalati dal Creatore alla sua creatura) avendo l’avvertenza di frenare o di sospendere la fregola della mente umana di spiegare, interpretare, dedurre, ipotizzare, precisare… tutte varianti dell’attitudine al giudicare. Le persone inclini alla relazione valutativa sono di norma pacate nel vivere le relazioni, più osservative del bello della diretta della vita, più saggiamente contemplative.  Laddove il metereologo prevede “tempo brutto” (e se l’acqua si offendesse per essere descritta brutta e non piovesse più!) un San Francesco vede l’acqua “utile, umile, pretiosa, casta”. Cosa ricavarne per la dinamica delle relazioni familiari? Se ne ricava che il dialogo riflette inesorabilmente la natura della relazione instaurata. Se l’imprinting “relazionale valutativo”” impresso dal Creatore viene rispettato e assecondato ne consegue una vita relazionale familiare serena e un dialogo nutriente la medesima.  Una volta Gesù affermò: “Mio cibo è fare la volontà del Padre”.  Un’altra volta insegnerà a pregare: “Dacci oggi il nostro pane (cibo) quotidiano”.  Se si ricorda che la “volontà del Padre” e che ci amiamo come fratelli, ne consegue che quando si chiede il “cibo quotidiano” di cui nutrirsi si chiede il nutrimento quotidiano della fraternità delle relazioni tra le pareti domestiche (altro che ”parenti serpenti” o “fratelli coltelli”!) . E quando si pensa che l’Eucaristia è il sacramento preferito da Gesù e  inventato proprio quel Giovedì Santo a ridosso del sacramento della fraternità in esso incluso, ne deriva che  non c’è fraternità di relazione senza Eucaristia così come anche una Eucaristia senza fraternità assomiglierebbe ad un pernicioso solipsismo mistico. I mistici stessi vivevano viscerali relazioni fraterne nelle loro comunità. Le conseguenze, sul piano del dialogo da fare in famiglia, sono evidenti: ci si nutre reciprocamente alla mensa della relazione valutativa e non giudicante…

ALCUNI DETTAGLI PER UN DIALOGARE FAMILIARE RECIPROCAMENTE NUTRIENTE Il dialogo risente quindi del tipo di relazione ed è reciprocamente nutriente a patto che rispetti la natura “creata” della medesima.  Il dialogo, si sente dire da anni, da più parti e a diversi livelli,  è finalizzato alla crescita della persona attraverso uno scambio reciproco. Per poter parlare di crescita integrale delle persone in dialogo occorre però un dialogo a tutti i livelli.  I livelli del dialogo (e quindi della relazione)  sono 5: superficiale (lo dice la parola… sarebbe quello di chi dice di conoscere il mare soltanto perché è capace di fare il morto a galla) informativo ( lo dice anche qui la parola… ed è quello dove si scambiano informazioni sull’orario dei treni,  sullo stato di salute che solitamente e sbrigativamente si compendia in un asettico “non c’è male”) opinionale: (dove lo scambio è quello del come la si pensa in politica, sport, religione e dove hanno inizio i “litigi” per la  dinamica diabolica del “leggere” come “avverso a sé” – pertanto da combattere – chi ha semplicemente opinioni “diverse”!) emozionale: (dove ci si confida cuore a cuore gioie, dolori, paure, collere sicuri di venire accoclti al caldo dell’altro cuore e non al freddo cerebrale di giudizi o rimproveri per il proprio personalissimo soffrire o gioire) intimo: (è quello delle anime dove basta un cenno per sentirsi capiti e accolti. Le anime sono annodate dall’eternità e nascono simpatiche tra loro. A complicare le cose sul piano del dialogo sono le “maschere” personali con cui il Creatore si diverte a vestirle (l’etimologia greca di persona è infatti maschera) . Va da sé che il livello ottimale per un dialogo intrafamiliare che voglia essere appagante e nutriente è quello profondo… intimo… per il quale è più indicato un habitat di silenzio. Questo è anche il livello al quale sgorga la preghiera, preghiera coniugale e familiare altresì, fatta più di ascolto e contemplazione e sorriso e gemito dell’anima che non di frastuono vocale o di cicaleccio petulante e lamentoso di ciò che in casa non va…  Mario Luzi scriveva: “La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro” Magari il linguaggio della tenerezza silente…delle anime oranti… Un’altra attenzione da avere per vivere una atmosfera relazionale dialogante intima  è quella  che suggerisce di tenere sempre separata la persona dai suoi comportamenti. La persona è sempre amabile pur in presenza di “comportamenti” non amabili. Da qui la delicatezza, in famiglia e fuori, di non giudicare  “cretina” l’intera persona per aver avuto un comportamento “cretino”, così come ci si guarda bene dal giudicare una pianta marcia per aver  prodotto qualche frutto marcio, come ci si guarda bene dal “buttar via il bambino insieme all’acqua sporca”. Nella fretta con cui si vivono oggi le relazioni succede infatti spesso di non ricordarcene cadendo nella trappola dell’uso del “tu” riferito alla persona intera anziché limitato ad un suo comportamento… Ed ecco allora sentire in atmosfera espressioni della serie: “Sei proprio un deficiente” laddove si potrebbe ovviare con un rilassante e più veritiero: “Sei il mio amore, ma ti posso dire che hai commesso proprio una deficienza?”  Ci vorrà più tempo, ma chi ha detto che risparmiar tempo allunga la vita? E poi a cosa vale tutta quella nervosità frettolosa  che caratterizza tante e tante conversazioni se dalla vita non si esce vivi? E da ultimo, una indicazione psicologico-spirituale per vivere una relazione intrafamiliare capace di farsi preghiera quotidiana fatta di complimenti e di applausi a Dio  per averci messo insieme nella nostra famiglia, così diversi, con quel fratello che non si sa da dove sia  uscito, con quel marito che se non avesse quel carattere sarebbe l’uomo migliore del mondo, con quella moglie che per essere perfetta le manca solo un difetto, con quel figlio che non si sa da chi abbia preso, con quella suocera che più suocera non si può, con quel cognato che te lo raccomando, con quel cugino intermittente che si fa vivo solo quando c’è un morto da seppellire ed anche con quel parroco che non ce ne potevano mandare uno meglio, con quel Vescovo che tutto pare se non un pastore, con quel Cardinale che pare gli sia cascato il sorriso sulle pagine di troppi libri letti, con quel Papa che quello di prima era meglio…..  L’indicazione è quella di pensare seriamente che alternativa a tutto questo non esiste; e se alternativa non esiste, c’è soltanto una possibilità di vita relazionale e dialogica reale da affrettarsi a mettere in pratica ed è quella di coltivare l’attitudine a vivere “il presente” senza evasioni nostalgiche nel passato  morto e sepolto e senza fughe ansiose nel futuro inesistente. Questo, a livello di dialogo spicciolo, proibisce di uscirsene ogni tanto con quelle nefaste espressioni del tipo “Te l’avevo detto” oppure “Vedrai che ti succederà” capaci in un istante di rendere irrespirabile l’atmosfera. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai successe”. L’indicazione è quella di ricordarci che il presente è il punto di contatto tra l’eternità e ii tempo ed è proprio lì che Dio si fa trovare… Sarà per questo che la tentazione a cui ricorre sempre Satana è quella del catapultare l’uomo fuori dal presente, quella di farlo pentire del passato che poteva essere meglio o di farlo preoccupare  per il suo futuro o di farglielo desiderare più promettente del presente?   “Sarete come Dei” sibilò il serpente nelle orecchie dell’anima di Adamo ed Eva. E ci cascarono…Si fossero accontentati di quel che già erano! Ogni tentazione viene declinata al futuro… ecco perché il presente sfugge di mano!  Ma è una storia che può ripetersi ogni giorno, in tante famiglie, se non si impara a nutrirsi del pane fresco di giornata della fraternità relazionale e a sostanziare questa con il Pane che da la vita eterna cioè la stabilità relazionale definitiva e per sempre- E se, a causa di malanni relazionali inguaribili o  di virus capaci di attentare al tessuto delle relazioni familiari, succede all’animo gravato di angoscia di esplodere in lamentazioni per un destino “cattivo” toccato in sorte e all’anima di gemere in un pianto che strappa la carne si abbia ancora il dono di ricordare, in quei momenti che “le nuvole passano, il cielo rimane” e se questo non basta, di ricordare il rimbrotto di Dio Creatore rivolto al lamentoso Giobbe— “Ma mi vuoi dire dove eri mentre ero Io indaffarato a mettere le fondamenta del mondo?”.

In conclusione, questo brano poetico di Helen Mallicoat: Mi rammaricavo del mio passato e temevo per il mio futuro quando, improvvisamente, il mio Signore parlò: “Il mio nome è IO SONO”. Fece una pausa. Io attesi. Poi continuò: “Se tu vivi del passato con i suoi errori e i suoi dispiaceri vivi nel dolore. Io non sono nel passato. Il mio nome non è IO ERO. Se tu vivi del futuro con i suoi problemi e le sue paure, vivi nel dolore. Io non sono nel futuro. Il mio nome non è IO SARO’. Se tu vivi questo momento, vivi nella pace, Io sono nel presente. Il mio nome è IO SONO”.

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QUI CI VORREBBE UN MIRACOLO! (Commento omiletico di Mc. 5, 21-43)

    Ci sono in circolazione espressioni di uso comune in grado di fotografare nitidamente o di definire con precisione una situazione emotiva o una sensibilità particolare. Ad esempio l’espressione “qui ci vorrebbe un miracolo” descrive molto realisticamente il senso di impotenza che attanaglia sovente il cuore in certe situazioni giudicate senza via d’uscita. Ma, a  ben considerare, è una espressione vaga, eterea, quasi un tenue sfogo di rassegnato fatalismo fine a se stesso di fronte all’enigma o al non senso di taluni accadimenti nei quali si è finiti intrappolati. “Ci vorrebbe proprio un miracolo”,  è una espressione che sottende sì  un barlume di fede, barlume tuttavia non sufficiente ad illuminare il buio del dolore. Non sufficiente, questo anelito del cuore e dell’anima, perché privo di parametro di riferimento, privo cioè della consapevolezza (e magari anche dell’umiltà) di poterlo chiedere a “qualcuno” questo aiuto fuori dal normale. Un’altra espressione di uso comune è “basta il pensiero”, con la quale espressione si intende dar più valore all’interiorità che non alla esteriorità, si intende privilegiare l’anima delle azioni più che non le azioni medesime… Ebbene, dal coniugio curioso delle due espressioni ne scaturisce una terza che dà l’abbrivio al commento omiletico del brano di vangelo di Marco… Infatti “qui ci vorrebbe un miracolo” dovrebbe aver pensato il caposinagoga Giairo corso incontro a Gesù per richiedergli in extremis il salvataggio della figlia morente… E “basta il  pensiero” deve aver pensato la sfortunata donna che da anni perdeva sangue e… anche  soldi  per fermare il sangue.  Quindi, si potrebbe concludere che “basta il pensiero per ottenere un miracolo”. Pensiero rivolto a chi, però? Per ottenere un miracolo da chi, però? E in questo specifico caso, sia Giairo che la donna perdente sangue, disperati, per ragioni diverse, sulla strada della vita e con il cuore in apnea, avevano le idee chiare a riguardo; hanno avuto cioè la capacità (è per dono e non per bravura sapersi accorgere di possedere un dono, una capacità…) di attingere al fondo dell’anima la dinamica travolgente della fede… ben consapevoli a Chi chiedere l’impossibile (Giairo), anche soltanto con un pensiero (la donna afflitta  da emorragia). Come siano andate a finire le cose è risaputo. E’ risaputo cioè che a Gesù basta che si creda veramente, senza se e senza ma (tanto per usare un altro evanescente modo di dire…), che non si perda tempo dietro a sospiri o lamentazioni…E i miracoli accadono, meglio, vengono profusi in abbondanza. C’è un altro dettaglio curioso da meditare… quello che oserei definire il dettaglio dei miracoli di strada… E’ infatti per strada, cammin facendo,  che ci si imbatte facilmente, e sovente imprevedibilmente, in Gesù. Con ciò non si vuole sminuire il valore del luogo santo del tabernacolo dove lo si può trovare sempre e comunque sotto la forma da Lui inventata e da Lui preferita (l’Eucaristia),  forma ancora inesistente prima del fatidico Giovedì Santo, ma si vuole semplicemente insinuare che quando l’anima lo cerca veramente per fede Lui c’è. Mi sovviene la notissima paradossale espressione di Sant’Agostino: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.  E la sua risposta è immediata, “subito”, annota l’evangelista. Sarà anche per questo che un giorno se ne uscirà dicendo di se stesso “Io sono la Via”. Come è anche curioso annotare che nell’utero di un miracolo (stava recandosi a casa di Giairo) c’è spazio anche per un miracolo gemello (quello della guarigione della emorragia della donna), quasi una esagerazione! Gesù non perde tempo a sanare e salvare quando chi lo cerca e lo trova fa richieste mirate motivate da fede certa. Che poi la sua risposta non sia sempre del medesimo livello o della medesima pasta della domanda attiene al rassicurante mistero della fantasia del Padre. www.gigiavanti.com

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A PROPOSITO DI “spirito e anima”…TANTO PER CAPIRCI UN PO’…

E’ opportuno ricordare che tutte le difficoltà di comprensione del “mistero cosmico della vita” derivano dalla congenita incapacità della mente umana di “immaginare” l’infinito, incapacità fondata sui limiti finiti e circoscritti di spazio-tempo in cui è abilitata a muoversi, limiti che parimenti costituiscono tuttavia l’unica risorsa alla quale attingere per provare a capirci qualcosa. Il più vistoso di questi limiti-risorsa è quello del linguaggio umano, così mutevole nel tempo… e così variegato da affibbiare alla medesima “parola” significato diversi… mai però contrastanti (da qui il concetto di “accezione”, significante le diverse chiavi di accesso alla parola in grado di introdurre nel mistero di una realtà-Verità succintamente vestita o mascherata di termini, vocaboli…). La Verità è nuda…e se è spirituale… pur continuando ad essere nuda … necessita di un abito. Da qui nascono le “parole”, tutti diversi abiti… Da qui, forse, la possibilità di capirsi, ma anche il rischio dell’incomprensione, del contrasto in luogo del confronto, del litigio in luogo dello scambio… Gibran scriveva. “Dio ha creato la Verità con molte porte per accogliere ogni credente che bussi”. Un Dio tollerante delle opinioni?                                                                                  Questo pensiero di Gibran ne richiama un altro di Rumi (mistico sufi dei tempi di Dante Alighieri): “La Verità era uno specchio che cadendo andò in frantumi e ognuno, prendendo un frammento e vedendosi rispecchiato dentro, pensò di possedere tutta la Verità”. Alla domanda, pertanto, in che rapporto stanno le parole “spirito” e “anima” la mia opinione è la seguente.

La Spirito sta all’anima come la Verità sta alle singole opinioni… Lo Spirito sta all’anima come l’Amore sta alle singole limitate amanti.  L’anima sarebbe la porzione (e mi si perdoni la “materialità” del concetto) particolare della Spirito- Verità-Dio in libera uscita nel tempo-spazio. Ma siccome le anime sono della stessa natura di Dio-Spirito, quindi invisibili… per renderle riconoscibili nello spazio-tempo vengono “mascherate”, vengono , per così dire, “impersonificate” (nella lingua greca “persona” equivale a “maschera”…  e i “personaggi” delle tragedie greche… recitavano appunto in maschera).

Un altro spunto di riflessione, che può offrire un’altra chiave di lettura del rapporto “Spirito-anima” viene da una espressione molto in uso dalla liturgia della Chiesa Cattolica, quella di “Corpo e Sangue, Anima e Divinità”… da cui potrebbe derivare che “il Sangue sta al Corpo come la Divinità sta all’Anima”… Comprensibile allora l’espressione di Gesù: “Chi non mangia la mia Carne e non beve il mio Sangue, non avrà la Vita Eterna”. Come si può notare ci si muove con un curioso intreccio di  concetti legati a “spazio-tempo-materia” per rendere comprensibili realtà extra… e l’anima a fare da ponte di collegamento per la Realtà Principe dello Spirito dalle diverse funzioni (creatore, vitale, d’amore, vivificatore, paraclito, di pace…)

La categoria scientifica più conveniente da usare per dare il più possibile sazietà alla mente umana assetata di verità è, pertanto,  quella del mistero… Scriveva già Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. A cui fa eco il moderno Runbek: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”. Laddove la mente, seduta a tavolino al chiuso di una stanza, cerca di capire, l’anima, affacciata alla finestra dell’universo, si accontenta di “contemplare”…

E per concludere, una citazione poetica: “La preghiera comincia dove termina la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro”. (Mario Luzi)

                                                                              ( Gigi Avanti)

 

 

 

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A PROPOSITO DELL’ANTICO “mens sana in corpore sano”

LE RICERCHE SCIENTIFICHE DIMOSTRANO CHE LE QUALITA’ POSITIVE (virtù, atteggiamenti, inclinazioni, dinamiche emotive) POSSONO DARE TANGIBILI BENEFICI AL CORPO E ALLA PSICHE, COME AD ESEMPIO….

IL BUONUMORE porta benessere, LA GENTILEZZA rafforza il sistema immunitario, LA FIDUCIA rende longevi,  LA GRATITUDINE AUMENTA l’efficienza, L’OTTIMISMO migliora addirittura le prestazioni sportive e aiuta a fare carriera politica

(Da SAPER VIVERE,  Vivien Reid Ferrucci, E.P.)

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I MISTERI CURIOSI… DELLA VITA

Sono tutti quegli eventi o quelli accadimenti, più o meno “casuali” e di diversa importanza che contrassegnano il nostro cammino terreno e ai quali siamo proprio  noi ad  affibbiare la qualifica di “curiosi”. Unire poi questa qualifica ad un termine di tutto rispetto quale quello di “mistero” incuriosisce ancora di più… Ecco l’origine di questa riflessione.                                                                                                     

Anche chi non bazzica tanto per chiese, conventi e santuari ha certamente sentito parlare di “rosari”. Chi vi bazzica invece un po’ di più, sa benissimo in cosa consiste esattamente il rosario, quella “curiosa” preghiera alla Madonna fatta di una cinquantina di “Ave Maria” recitate dieci alla volta e durante la recita delle quali “decine” l’anima si sofferma a riflettere, considerare, meditare su alcuni episodi salienti della vita di Gesù, vita ovviamente inseparabile da quella della sua Mamma… E sa benissimo che questi episodi da “contemplare” sono una ventina e sono messi in fila in una successione  logica tale già di per sé indicativa di come dovrebbe essere vissuta una vita di fede.

 Sono messi in fila a iniziare dai “gaudiosi” (situazione emotiva e spirituale congrua alla nascita di un bambino e ai suoi primi anni di vita), per seguitare poi con quelli “luminosi” (l’irradiazione di quell’iniziale venuta alla luce rappresentata dalla vita adulta di Gesù), e poi con quelli ”dolorosi” (non esiste vita  adulta senza risvolti drammatici e senza il finale tragico della morte), per finire con quelli  “gloriosi” (ed è un finale esclusivo toccato come primizia a Gesù e garantito anche per tutti noi, seppur ancora in incubazione per il momento).

Questi venti episodi, di natura così diversa tra loro (alcuni sono eventi del tutto naturali, come nel caso di  una nascita, mentre altri hanno caratteristiche  supernaturali, come nel caso della risurrezione e della conseguente ascensione) sono tutti quanti curiosamente chiamati “misteri” e misteri da “contemplare”.

La combinazione casuale di questi due termini,  mistero e contemplare, con la parola “curioso” (che fa rima con gaudioso, luminoso, doloroso, glorioso) ha provocato, nella mia anima, tutta una serie di considerazioni… A cominciare col riconoscere che tutto quanto ci capita nella vita, proprio tutto quanto, va vissuto come mistero da “contemplare” più che come enigma da “risolvere” . Nel romanzo “Il vangelo secondo Pilato “ di E.E. Schmitt si legge: “Non c’è nulla di più rassicurante di un enigma: è un problema in provvisoria attesa della sua soluzione. Non c’è nulla di più angosciante di un mistero: è un problema definitivamente privo di soluzioni. Fa pensare, immaginare…”. Pensare e immaginare  (contemplare potrebbe essere la sintesi delle due cose) resistendo alla curiosa tentazione  di voler capire tutto fino in fondo, di  esigere spiegazioni, di pretendere  dimostrazioni. Il bisogno di capire è esso medesimo un bisogno iscritto dal Creatore nel profondo dell’anima ed è quindi legittimo assecondarlo, ma nei limiti consentiti… come accade per tutti i bisogni. Quando si esagera nella soddisfazione di un bisogno, infatti, è segno che si è caduti nella tentazione di voler strafare… Nel caso dei “misteri curiosi” dai quali è contrassegnata ogni vita si scivola facilmente nella tentazione di voler “capire” laddove invece sarebbe più conveniente e gustoso  lasciarsi andare a “contemplare”. Lo stesso Einstein affermava: “Chi non accetta il mistero, non è degno di vivere”. Il mistero curioso (curioso, etimologicamente, significa avere cura di conoscere…anche se va ricordato che la “curiosità morbosa” è stigmatizzata come malanno psicologico) di essere stati pensati e voluti proprio così come ci troviamo, di essere stati collocati nell’utero del tempo-spazio in quel momento, in quella postazione geografica, con quelle caratteristiche, con quella  pelle, con quella cultura, il mistero dei tantissimi incontri  apparentemente casuali (“Il caso è Dio che gira in incognito” dice ancora Einstein), il mistero della fecondità fisica o della fecondità non legata alla fisicità, il mistero delle mille vicende nelle quali quotidianamente siamo coinvolti pur non avendole causate… per finire con il gigantesco mistero del male…

C’è solamente un modo, più conveniente  di altri, di convivere con il mistero… ed è quello di accovacciarvisi dentro e sognare.

 

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PER NON FERIRLI… i bambini

Dite: è faticoso frequentare i bambini. Averte ragione.

Poi aggiungete: perchè bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

NON E’ QUESTO CHE PIU’ STANCA. E’ PIUTTOSTO IL FATTO DI ESSERE OBBLIGATI AD INNALZARSI FINO ALL’ALTEZZA DEI LORO SENTIMENTI. TIRARSI, ALLUNGARSI, ALZARSI SULLA PUNTA DEI  PIEDI PER NON FERIRLI.   (Janusz korczak)

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UNA ORAZIONE (portata a Medjugorie da Federica)

“Ti prego, o Vergine Santa, Regina della pace e Madre di Dio di intercedere presso di Lui perchè abbia la bontà di avere un occhio di riguardo (e Lui sa perchè) per la mia famiglia, per tutti gli amici e per tutte quelle persone che, ad oggi, hanno visto il mio volto, ascoltato la mia voce, letto un mio scritto, cosicchè avvenga di loro secondo il beneplacito della Sua santa e misericordiosa volontà per la maggior gloria Sua. E inoltra questa intercessione per i meriti del Suo e del Tuo amatissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo. Grazie, Mamma”.

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C’E’ POCO DA RIDERE…alle spalle degli altri! (S.A.D.A.E ovvero Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata Dall’Eta’)

E’ una malattia che si manifesta solitamente così…

Decido di lavare la macchina. Mentre mi avvio al garage vedo che c’è postra sul mobiletto dell’entrata. Decido di controllare prima la posta. Lascio le chiavi della macchina sul mobiletto per buttare le buste vuote e la pubblicità nella spazzatura e mi rendo conto che  il secchio è strapieno. Visto che tra la posta ho trovato una fattura decido di approfittare del fatto che esco a buttare la spazzatura per andare fino in banca (che sta dietro l’angolo) per pagare la fattura con un assegno. Prendo dslla tasca il porta assegni e vedo che non ho assegni. Vado su in camera a prendere l’altro libretto, e sul comodino trovo una lattina di coca cola che stavo bevendo poco prima e che me l’ero dimenticata lì. La sposto per cercare il libretto degli assegni e sento che è calda… allora decido di portarla in frigo. Mentre esco dalla camera vedo sul comò i fiori che mi ha regalato mio figlio e mi ricordo che li devo mettere in acqua. Poso la coca cola sul comò e lì trovo gli occhiali da vista che è tutta la mattina che cerco. Decido di portarli nello studio e poi metterò i fiori nell’acqua. Mentre vado in cucina a cercare un vaso e portare gli occhiali sulla scrivania, con la coda dell’occhio improvvisamente vedo un telecomando. Qualcunoi deve averlo dimenticato lì (ricordo che ieri sera siamo diventati pazzi cercandolo). Decido di portarlo in sala (al posto suo!), appoggio gli occhiali sul frugo, non trovo nulla per i fiori, prendo un bicchiere alto e lo riempio di acqua… (intanto li metto qui dentro). Torno in camera con il bicchiere in mano, poso il telecomando sul comò e metto i fiori nel recipiente, che non è adatto naturalmente… e mi cade un bel po’ di acqua… (mannaggia…), riprendo il telecomando in mano e vado in cucina e prendere uno straccio. Lascio il telecomando sul tavolo della cucina… ed esco… e cerco di ricordare che dovevo fare con lo straccio che ho in mano…

CONCLUSIONE:

SONO TRASCORSE DUE ORE – NON HO LAVATO LA MACCHINA – NON HO PAGATO LA FATTURA – IL SECCHIO DELLA PSAZZATURA E’ ANCORA PIENO – C’E’ UNA LATTINA DI COCA COLA CALDA SUL COMO’ – NON HO MESSO I FIORI IN UN VASO DECENTE – NEL PORTA ASSEGNI NON C’E’ UN ASSEGNO – NON TROVO PIU’ IL TELECOMANDO DELLA TELEVISIONE NE’ I MIEI OCCHIALI – C’E’ UNA MACCHIACCIA SUL PARQUET IN CAMERA DA LETTO – E NON HO IDEA DI DOVE SIANO LE CHIAVI DELLA MACCHINA.

 MI FERMO A PENSARE: come può essere? Non ho fatto nulla tutta la mattina, ma non ho avuto un momento di respiro… mah! Fammi un favore, manda questo messaggio a chi conosci perchè io non ricordo più a chi l’ho mandato. E non ridere alle mie spalle perchè se ancora non ti è successo… ti succederà molto prima di quanto tu non creda!

 

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