MAMMA MIA, CHE PAURA!

                                        IL MAGO DELLE PAURE

   C’era una volta, una volta sola, in uno dei paesi del nostro mondo, un uomo che tutti chiamavano il Mago delle Paure.

   Bisogna sapere, prima di proseguire, che tutte le donne, tutti gli uomini e tutti i bambini di questo paese erano tormentati da innumerevoli paure.

   Paure molto antiche, uscite dal fondo dell’umanità, quando gli uomini non conoscevano ancora il sorriso, l’abbandono, la fiducia e l’amore.          

   Paure più recenti, uscite dall’infanzia di ciascuno, quando l’incomprensibile della realtà va a urtare contro l’innocenza di uno sguardo, lo stupore di una parola, la meraviglia di un gesto o l’esaurirsi di un sorriso.

   Comunque di certo, ognuno, non appena sentiva parlare del Mago delle Paure, non esitava ad intraprendere un lungo viaggio per incontrarlo, sperando così di far sparire e sopprimere le paure che portava nel suo corpo e nella sua testa.

   Nessuno sapeva come si svolgesse l’incontro. In  quelli che tornavano dal viaggio, c’era molto pudore nel condividere quello che avevano vissuto.

   Un giorno un bambino rivelò il segreto del Mago delle Paure. Quello che disse parve così semplice, così incredibilmente semplice, che nessuno gli credette.

   “E’ venuto verso di me”, raccontò, “ha preso le mie mani nelle sue e mi ha sussurrato: “Dietro ogni paura c’è un desiderio”. C’è sempre  un desiderio sotto ogni paura, per quanto piccola o terrificante essa sia! C’è sempre un desiderio, sappilo”. Aveva  la bocca vicinissima al mio orecchio e sapeva di pan pepato”, confermò il bambino, il che fece sorridere quelli che ascoltavano.

   “Mi ha anche detto: “Passiamo la vita a nascondere i nostri desideri ed è per questo che ci sono tante paure nel mondo.

   Il mio lavoro, e il mio solo segreto, è di permettere a ciascuno di osar ritrovare, do osar ascoltare e di osar rispettare il desiderio che c’è sotto ognuna delle sue paure”.

   “Allora ognuno tra noi può diventare un Mago delle Paure”. Certo, è possibile, se ognuno si impegna a scoprire il desiderio che ha in sé, coperto da ciascuna della sue paure!

   Sì, ognuno di noi può scoprire, dire o proporre i propri desideri, alla sola condizione, però, di accettare che non siano sempre esauditi…

   Ciascuno deve imparare la differenza tra un desiderio e la sua realizzazione.

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(Da PARLARE, CAPIRE, COMUNICARE di Jacques Salomè – LDC) 

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E DIO CREO’ IL PADRE

                                                                                             E DIO… CREO’ IL PADRE

   Quando il buon Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta. Allora un angelo che era lì vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Se i bambini li farai alti come un soldo di cacio, perché hai fatto il padre così grande? Non potrà giocare con le biglie senza mettersi in ginocchio, rimboccare le coperte al suo bambino senza chinarsi e nemmeno baciarlo, senza quasi piegarsi in due!”.

   Dio sorrise e rispose: “E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”. Quando poi fece le mani del padre, Dio le modellò abbastanza grandi e muscolose. L’angelo scosse la testa e disse: “Ma… mani così grandi non possono aprire e chiudere spille da balia, abbottonare e sbottonare bottoncini e nemmeno legare treccine o togliere una scheggia da un dito”.

   Dio sorrise e disse: “Lo so, ma sono abbastanza grandi per contenere tutto quello che è nelle tasche di un bambino e abbastanza piccole per stringere nel palmo il suo visetto”.

   Dio stava creando i due più grossi piedi che si fossero mai visti, quando l’angelo sbottò: “Non è giusto: credi davvero che queste due barcacce riuscirebbero a saltar fuori dal letto la mattina presto quando il bebè piange? O passare fra un nugolo di bambini che giocano, senza schiacciarne per lo meno due?”.

   Dio sorrise e rispose: “Sta’ tranquillo, andranno benissimo. Vedrai: serviranno a tenere in bilico un bambino che vuol giocare a cavalluccio o a scacciare i topi nella casa di campagna, oppure a sfoggiare scarpe che non andrebbero bene a nessun altro”.

   Dio lavorò tutta la notte, dando al padre poche parole, ma una voce ferma e autorevole, occhi che vedevano tutto, eppure rimanevano calmi e tolleranti. Infine, dopo essere rimasto un po’ sovrappensiero, aggiunse un ultimo tocco: le lacrime.

Poi si volse all’angelo e domandò: “E adesso sei convinto che un padre possa amare quanto una madre?”.

(Erma Bombeck)

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REGALA SORRISI… DIVENTERAI RICCO!

                                                     IL SORRISO DEI NONNI

                                   “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra

                                     e non ti affannare a cercare quello che ti nasconde”.

                                                                   (A. Dumas)

   Io non ho goduto dei nonni: quelli paterni se ne erano già andati prima che nascessi, quelli materni abitavano lontano e per di più la nonna era inferma.

   Ho imparato a non rincorre più nostalgie, però mi sarebbe piaciuto averne goduto. In compenso, con lo scorrere degli anni e grazie ai contatti con le più diverse realtà familiari, ho potuto fare esperienza di molti modi di fare i nonni.

   Grazie a questa esperienza sono in grado di mettere insieme un identikit del “nonno riuscito” precisando subito che “riuscito” non significa assolutamente “perfetto”. La mania di perfezione è una forma di patologia che sovente ci impedisce di godere anche delle cose più semplici, normali, “non perfette” della vita.

   Dico “riuscito” per indicare che con un po’ di buona volontà e giocando d’anticipo sul tempo ci si riesce a diventare nonni riusciti…

   Lasciando in disparte il fattore “buona volontà”, voglio concentrare maggiormente l’attenzione sul fattore “tempo” inteso come “preparazione remota” a vivere tale ruolo di nonno…. quand’anche ciò non dovesse capitare per via di consanguineità.

   Infatti c’è anche la possibilità di essere “adottati” come nonni da qualche pronipote “adottante”…

   E’ determinante il fattore “tempo” perché nulla si improvvisa nel mondo umano, tanto più ad una certa età, quando i cambiamenti di atteggiamento interiore sono resi più difficili per via dell’avvenuta strutturazione della personalità e delle abitudini.

   Paradossalmente parlando si potrebbe anche arrivare a sostenere che la preparazione remota sia più importante di quella prossima, di quella cioè che ci si affretta a comporre alla nascita di un nipotino, buttandosi magari nella lettura di libri sulla terza età e così via…

   Su cosa basare invece l’importanza della preparazione remota. Innanzitutto  su un convincimento di fondo molto forte: ognuno diventa ciò che è.

   Forti di questo convincimento si può tranquillamente dedurre che si diventa nonni riusciti  a partire dall’essere oggi persone riuscite, persone cioè decentemente mature o umilmente in maturazione permanente.

   E’ un po’ come il buon giorno che si vede dal mattino. Perché il tramonto della propria vita sia caldi di affetto per i nipotini occorre essersi  adoperati per tempo a tenere lontani nuvoloni e tempeste fin dall’aurora..

   E per tenere lontani, per tempo, questi nuvoloni di tristezza, o di risentimento occorre (ed è conveniente) coltivare con cura quattro atteggiamenti interiori, simultaneamente, nello scorrere normale della ferialità: il senso del positivo, il senso della speranza, il senso del mistero, il senso del sorriso.

   Il senso del positivo consiste in quella particolare sensibilità a cogliere senza troppa fatica il lato buono delle persone, delle cose e delle situazioni  di vita o quanto meno a sospendere, se proprio non ce la si fa, il giudizio frettoloso e non di rado definitivo sulle stesse. L’inclinazione a vedere subito una “macchia” su una parete al 99% pulita ci porta molto spesso a giudicare “cattiva” o “antipatica” l’intera persona per via di un comportamento “cattivo”.

Avere e coltivare il senso del positivo consiste essenzialmente nel controllare l’istintiva puntigliosità di aver sempre da ridire, da precisare, da chiarire, la tendenza a cercare il pelo nell’uovo non accorgendosi dell’uovo… Coltivare il senso del positivo ha a che fare, andando avanti negli anni,  con la necessità di tenere lontana la tristezza, magari ricordando questo detto: “ Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volare sopra il tuo capo, ma puoi certamente impedire loro di farsi il nido tra i tuoi capelli”.

   Il senso della speranza è quella particolare predisposizione dell’animo umano e dell’anima a sviluppare in senso buono e futuro il fotogramma del positivo del presente. E’ una sorta di conseguenza naturale dell’atteggiamento precedentemente illustrato. Il senso contrario alla speranza è rappresentato dalla lamentosità, dalla sospirosità, dal catastrofismo… da tutto quanto cioè consiste nel curioso tentativo di “mettere le nuvole di domani davanti al sole di oggi”.

   Il senso del mistero è quella particolare predisposizione dell’anima ad accogliere il senso generale della vita al di là di ogni pretesa di spiegazione preventiva. Favorisce lo sviluppo di tale predisposizione la capacità di godere del  presente con tutti i suoi doni, magari ringraziando il Donatore. Scriveva A. Dumas: “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra e non ti affannare a cercare tutto quello che ti nasconde”. Contraria a questa predisposizione naturale dell’anima che la vita abbia comunque senso soni i virus dell’arroganza intellettuale, dell’ossessività ideologica, del razionalismo a tutti i costi. Non è male ricordare, a tale proposito, qualche massima. “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”. Ed anche, come scriveva Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”.

   Il senso del sorriso da intendere, forse, come unico mezzo fisico a disposizione per rendere manifesti e visibili i tre atteggiamenti interiori appena descritti. Se è vero, come scriveva il teologo Romano Guardini che “L’uomo è interiorità che si manifesta” volti cupi, corrucciati, troppo pensierosi o addirittura piagnucolosi rendono  un cattivo servizio a quella interiorità positiva fino a celarla del tutto.

   Con questo corredo interiore sarà possibile, se e quando chiamati in causa, intraprendere il cammino di “nonno riuscito” magari anche pensando che Dio stesso possa essere un grande e simpatico Nonno.

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(www.gigiavanti.com)

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Da quale parte conviene stare?

                                        CULTURA DELLA PAURA E CULTURA DELLA GIOIA

   Nella letteratura delle scienze umanistiche la parola “carezza” sta a significare tutto quanto sa di lode, di complimento, di felicitazione, di gratificazione e quanto sia benefico  dare soddisfazione ai bisogni primordiali di ogni essere umano:

  • Il bisogno di stimoli
  • Il bisogno di contatto
  • Il bisogno di riconoscimento
  • Il bisogno di riconoscimento dell’identità sessuale
  • Il bisogno di indipendenza
  • Il bisogno di struttura del tempo

   In una parola, sta a significare quanto sia benefico dare soddisfazione quotidiana al bisogno di dare e ricevere amore. Cosa che invece viene, più o meno coscientemente, ostacolata da quella che si potrebbe definire la “cultura della paura”.

La cultura della paura è caratterizzata da queste ingiunzioni:

  • Non accettare carezze  (“Perché non si sai mai cosa c’è sotto.”)
  • Non dare carezze  (“Perché potresti essere frainteso.”)
  • Non chiedere carezze  (“Perché tu non hai bisogno di nessuno!”)
  • Non darti carezze  (“Perché ti crogioli nell’autocompiacimento.”)
  • Non rifiutare carezze tossiche (“In fondo me lo merito qualche schiaffo.”)

La cultura della gioia è caratterizzata invece dalla cancellazione di tutti i NON:

  • Accettare carezze (“Mi piacciono.”)
  • Dare carezze (“Fanno stare bene chi le riceve e chi le fa.”)
  • Chiedere carezze (“Non mi vergogno di dire i miei bisogni.”)
  • Darsi carezze (“Sono OK e non sono niente male.”)
  • Rifiutare carezze tossiche (“Mi fanno star male.”)

“La terra è un paradiso, l’inferno è non accorgersene”. (Jorge Luis Borges)

“Dio ci chiederà conto di tutti quei piaceri leciti di cui non abbiamo saputo godere”. (Talmud)

“Ho sofferto tante disgrazie nella vita… che non mi sono mai accadute”. (Twain)

“Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”. (Anonimo nervoso)

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IN PREPARAZIONE PER GIUGNO…

                                     A NAZARET VIVEVA UN TRIO

                                                    (Cosa può imparare una famiglia d’oggi)

   E viveva talmente bene che se non fosse stato per quell’invito a nozze ricevuto da certi amici di Cana, chissà per quanto tempo ancora avrebbe continuato.

   Una tranquilla vita di famiglia, papà artigiano, mamma casalinga e un figlio “unico”, senza tanti grilli per la testa, tutto casa e sogni. Una tranquilla vita di famiglia durata trent’anni, un tempo abbastanza lungo nell’arco di una esistenza. E come mai allora si sa così poco dal vangelo?

   Forse il primo insegnamento che può ricavarne la famiglia d’oggi è proprio questo: gli affetti umani veri non fanno notizia e chiasso. La quiete di una esistenza familiare nella quale il travaglio del vivere  non ne spegne la gioia è la prima indicazione del trio di Nazaret per le affannate famiglie – albergo di oggi.

   Ma quale è la radice di questa quiete e di questo benessere familiare? La radice di questa pace è Dio in persona.

   La famiglia di Nazaret è abitata dal mistero di Dio. Sulla porta d’ingresso alla abitazione di Nazaret si sarebbe potuto tranquillamente scrivere: “Qui abita il mistero”.

   Allora il mistero non è un rebus da risolvere, ma una realtà da vivere e da godere. Allora la vita familiare non va considerata come una complicata operazione finanziaria dove ci si affanna a far quadrare i bilanci del dare e dell’avere affetto, ma come una  operazione di gratuita moltiplicazione, la moltiplicazione gratuita dell’amore. E questa operazione va fatta da tutti i componenti, a cominciare dai genitori. E va fatta affidandosi alla forza dello Spirito del Signore. Fu Lui infatti a dare il via a quella stupenda avventura d’amore con la Vergine di Nazaret da cui nacque l’Uomo nuovo Gesù, Figlio del Padre.

   Questa improvvisa ed inaspettata intrusione del mistero di Dio nella umana storia d’amore di due innamorati insegna alla coppia e alla famiglia di lasciarsi invadere con fiducia dall’agire imprevedibile di Dio, insegna alla famiglia a non fare i conti senza Dio, insegna alla famiglia a vivere con naturalezza il mistero (chi si sarà accorto in quei trent’anni di qualcosa di strano?), insegna alla famiglia il contesto vero di una sola spiritualità che, come afferma San Paolo  nella lettera ai Galati, deve essere composta dai frutti dello Spirito che sono appunto: “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. (Gal. 5, 27). Ed un altro insegnamento possono trarre dal trio di Nazaret i papà, le mamme e i figli di tutto il mondo.

   Se i papà vogliono imitare il modello di Giuseppe hanno una sola possibilità: mettersi nel cuore il proprio figlio, custodirne la crescita, essere un po’ sognatori. Giuseppe fece le scelte più importanti della sua vita dopo aver sognato. Nel sogno è Dio ad agire e l’uomo ad ubbidire. Giuseppe non ha generato fisicamente Gesù e purtuttavia gli è stato padre. Ciò vuol dire che la vera paternità è di tipo spirituale e che non sono tanto le cellule fisiche a generare la vita quanto la bontà del cuore. Giuseppe custodisce la vita del figlio, mettendola al riparo dal  male. Ciò vuol dire che per un vero padre il primo compito educativo consiste nel far espandere la vita del figlio…e non nel fare del figlio la fotocopia di sé.

   Ed ora tocca alle mamme. Se le mamme del mondo vogliono imitare Maria di Nazaret devono percorrere la strada dello stupore silenzioso e contemplativo davanti al mistero del proprio figlio come dono di Dio. Stupore silenzioso e contemplativo inteso alla maniera del Vangelo: “Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Che sorprendente indicazione pedagogica questa meditazione interiore! E che smacco per tutte quelle mamme piene di chiacchere, consigli, raccomandazioni e sermoni e magari anche ricatti affettivi.

   Ed ora tocca ai figli. Se tutti i figli del mondo vogliono scegliere Gesù  come modello di figlio, devono saper godere la vita familiare senza affogare tra le quattro mura. Il loro cuore ami pure visceralmente papà, mamma e fratelli, senza perdere d’occhio però lo scenario del mondo intero. Imparino da papà e mamma ad avere cuore per ogni cosa, ma imparino anche a mettere cuore nei loro sogni.

   Se si riuscisse ad imparare almeno questo si sarebbe già percorso  una buna fetta di strada. Una strada certamente in salita e con un Calvario di mezzo, ma, si sa, il Calvario è di passaggio.

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(www.gigiavanti.com)

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LA SOAVE MAGIA DEL SORRISO

                                                              LA SOAVE MAGIA DEL SORRISO

            (“Non bisogna fidarsi delle persone che non sorridono mai… non sono persone serie”)

C’era una volta un sorriso che se ne andò a spasso per il mondo. Era un sorriso cordiale, allegro affettuoso. Era felice come può esserlo un sorriso e ogni tanto fischiettava.

   Arrivò un giorno in una città dove gli abitanti e il traffico erano particolarmente nervoso. Stava giudiziosamente aspettando il verde ad un semaforo, quando due auto si urtarono. Si arrestarono stridendo sul ciglio della strada, le portiere si aprirono e dalla prima auto balzò fuori un uomo con un cipiglio feroce.

   In modo fulmineo il sorriso si attaccò alla sua bocca e gli illuminò il volto con una luce arrendevole, disponibile, amichevole. La signora irritata che stava venendo fuori dall’altra auto con i pugni chiusi, rimase interdetta, sorpresa e stupita. Poi sorrise anche lei.

“Chiedo scusa, è colpa mia” disse subito.

“Capita, pazienza…” rispose l’uomo.

“Prendiamo un caffè insieme?”.

Il sorriso riprese il suo cammino.

Fece sorridere l’impiegato dell’ufficio postale e tutta la fila di gente in attesa fiorì di chiacchere.

Passò sul viso di un insegnante e gli studenti cominciarono a stare attenti.

Si fermò sulla faccia di un professore del policlinico e gli ammalati si sentirono meglio.

Poi toccò ad un capoufficio, alla cassiera del supermercato, ad un marito che tornava a casa. A due ragazzini che si erano sempre detestati.

Alla sera il sorriso ripartì. Era un po’ stanco, ma la città era più felice.

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                (Bruno Ferrero, I FIORI SEMPLICEMENTE FIORISCONO, LDC) 

                                                 CI LAMENTIAMO TROPPO…

“In generale noi uomini ci lamentiamo troppo. Accusiamo la sorte o la natura o la società come se tutta la nostra vita trascorresse nel subire disgrazie.

Eppure quanti momenti felici e lieti, inconsapevolmente felici davanti alla primavera, al sole mattutino.

Quante ore belle, quante belle giornate di cui godiamo senza parlarne. Si soffre rumorosamente e si gioisce in silenzio” . (Sainte-Beuve)

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Più che una ricetta

1)  NON COSTRUIRE MURI, PERCHE’ SONO PERICOLOSI.

     IMPARA A OLTREPASSARLI.

2)  VIVI NEL PRESENTE, PERCHE’ OGNI ISTANTE E’ PREZIOSO

      E NON PUO’ ESSERE SPRECATO

3)  PRIMA DI OGNI ALTRA COSA, ABBI CURA DI TE STESSA.

4)  NON ASCOLTARE IL TUO EGO. SII SPONTANEA.

      E PROVA A VEDERE COSA SUCCEDE.

5)  TUTTO E’ POSSIBILE, SEMPRE.

6)  QUANDO QUALCUNO TI DA QUALCOSA, RICEVERE E’ UN ATTO

      DI GENEROSITA’.PERCHE’ NELL’ATTO STESSO DI DARE SI RICEVE QUALCOSA.

          (Dal libro, DIO SU UNA HARLEY, di Joan Brady)

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XXV° del Centro di Consulenza Familiare di Viale Primavera, Roma

   Il 6 aprile 1997 sorgeva per volontà di padre Luciano Cupia (O.M.I.) Il Centro di Consulenza Familiare di Viale della Primavera, 43 presso i locali gentilmente concessi dai Religiosi Figli della Sacra Famiglia di San Giuseppe Manyanet.  

   Tutto è iniziato nascostamente e in silenzio, come si conviene ad un seme, un seme lentamente sbocciato e poi fiorito.

   Di tutto questo dobbiamo riconoscenza e grazie prima di tutto a Dio e subito dopo ai Religiosi dei Figli della Sacra Famiglia (segnatamente a padre Antonio Ortenzio, a padre Sergio Cimignoli, a padre Vincenzo Mattia e al compianto padre Everino Miri) che hanno creduto in questo progetto di servizio professionale nei riguardi di persone e famiglie in sofferenza relazionale. Tutto nel contesto dell’operosità per la causa del Regno di Dio.

   A Lui, nell’occasione del XXV° di fondazione, chiediamo benedizione e grazia per la continuazione di questo servizio.

                                                                                           L’Equipe del Centro di Consulenza Familiare  

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FA PENSARE…

                   IL PIANETA DALLE MANI CHIUSE

   C’era una volta un pianeta molto bello, con praterie sempre in fiore, boschi pieni di alberi e torrenti d’acqua limpida.

   Era un pianeta dove   anche gli animali vivevano in mansuetudine e dove ognuno avrebbe desiderato abitare.

   Questo pianeta non era abitato da molte persone, ma, non si sa come, tutte avevano una strana caratteristica: ognuna, uomo o donna, anziano o bambino, ragazzo o adulto aveva le mani chiuse, a pugno.

   Tra le perone di questo pianeta c’era anche una vecchietta solitaria e sognatrice che ricordava storie antiche e tempi migliori e che, osservando quanto succedeva oggi, scuoteva tristemente il capo.

   E non le si poteva dare torto. Con le mani chiuse a pugno, infatti, non si può salutare nessuno, non si possono stringere le mani…

    Per questo quindi non esisteva amicizia sul pianeta, nessuno riceveva doni o faceva regali, la gente era facile a litigare, a respingersi, ad allontanarsi.

    “Come è triste la vita su questo pianeta – diceva tra sè e sè la vecchietta – la gente non sorride mai, ha sempre il volto cupo”.

   Inoltre, tenendo le mani chiuse lungo il corpo , la gente le sentiva pesanti al punto da fare quasi male e, quando le usava, le adoperava come mazze per arraffare le cose e per allontanare gli altri…“Non cambierà mai nulla su questo pianeta” pensava la vecchietta.

   Un giorno, però, un bellissimo giorno, sul pianeta dalle mani chiuse arrivò un giovane. Era simile a tanti altri giovani, ma aveva una caratteristica, aveva le mani aperte. Sì,  a differenza degli altri, questo giovane aveva le mani aperte, tendeva le mani a tutti, sorrideva a tutti, voleva fare amicizia con tutti…

   Quello che aveva non lo teneva per sé, ma lo donava agli altri. E poteva farlo semplicemente perchè aveva le mani aperte. La vecchietta osservava meravigliata e pensava: “Come sarebbe bello se tutti avessero le mani aperte!”

   Il giovane cominciò a parlare alla gente, a suggerire loro di aprire le mani, a spiegare che era bello avere le mani aperte: ci si poteva salutare, scambiare doni, i bambini potevano giocare a palla, i ragazzi suonare la chitarra, gli innamorati accarezzarsi, i nonni prendere in braccio i nipotini…

   Furono proprio i ragazzi, i giovani che, di lì a qualche giorno, iniziarono a seguire l’esempio dell’uomo dalle mani aperte.

   Cominciarono anch’essi ad aprire le mani e sembrò loro di rinascere. Si accorsero anche che le mani non erano più pesanti e che non facevano più male.

   La vecchietta era felice, ma anche trepidante per lo strano comportamento dei grandi. “Chissà perchè gli adulti non si decidono ancora ad aprire le mani” pensava tra sè e sè.       Infatti gli adulti si mantenevano sospettosi a distanza e nessuno di loro aveva ancora aperto le mani.

   Anzi, un giorno, temendo che il giovane dalle mani aperte potesse sconvolgere l’ordine e la tranquillità del pianeta, tramarono per ucciderlo.

   La sera di un piovoso giorno d’autunno lo presero e gli dissero a brutto muso: “Tu dici di aprire le nostre mani come tu hai aperto le tue. Così facendo sappiamo come si incomincia , ma non sappiamo come va a finire. Quindi tieniti per te l’invito. Anzi, dal momento che per te è così importante avere le mani aperte faremo in modo che tu non le possa richiudere più”.

   E così dicendo cominciarono a spintonarlo, ad insultarlo, a picchiarlo e finirono poi per inchiodarlo a braccia allargate a mani aperte su un pezzo di legno.

   Dopo di che lo innalzarono per farlo vedere a tutti proprio sulla collinetta vicino al prato dove abitava la vecchietta… Infine alla folla attonita e sgomenta dissero: “Ecco, ora sarà soddisfatto. Avrà sempre le mani aperte”.

   E così dicendo se ne andarono via. La vecchietta piangeva sconsolata. Aveva cominciato a voler bene al giovane dalle mani aperte e diceva tra sè e sè: “Perchè lo hanno fatto? Non faceva niente di male!”

   Di lì a poco gli adulti del pianeta si riunirono in assemblea e proibirono ai giovani e ai ragazzi di avere le mani aperte e decretarono severe punizioni per i trasgressori.

   Tutto sembrava tornato come prima. La vecchietta piangeva e pensava: “Non cambierà mai nulla su questo pianeta!”.

   Una sera, il sole era appena tramontato, la vecchietta vide arrivare una ragazza sotto il legno dove era appeso il giovane dalle mani aperte.

   La vide guardarsi attorno sospettosa e poi timidamente rivolgere lo sguardo verso il giovane, aprire le sue mani, mostrargliele, sorridere, salutare e scappare via.

   Da quella sera altri giovani e ragazzi  fecero la stessa cosa. Ogni sera qualche giovane arrivava sotto il legno dove era appeso il giovane dalle mani aperte e se ne tornava via sorridendo con le mani aperte.

   La vecchietta aveva smesso di piangere, si sentiva serena ed un giorno fu vista partire per un altro pianeta…

   NON SI SA COME ANDO’ A FINIRE LA STORIA SU QUESTO PIANETA. SE L’EBBERO VINTA I GRANDI DAI PUGNI CHIU E DAL VOLTO CUPO O I RAGAZZI E I GIOVANI DALLE MANI APERTE E DAL VISO SORRIDENTE.

LA RISPOSTA STA NEL PROFONDO DEL CUORE DI OGNUNO DI NOI…. 

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XXV° del Centro di Consulenza Familiare di Viale della Primavera, 43, Roma

                                              LA CUSTODIA DELLA MEMORIA

Era il 6 aprile 1997. Sono trascorsi 25 anni da quel giorno, ma sembra ieri. Tutto è iniziato nascostamente e in silenzio, come si conviene ad un seme.

Un seme lentamente sbocciato e poi fiorito. Di tutto questo dobbiamo riconoscenza e grazie prima di tutto a Dio e subito dopo ai religiosi dei Figli della Sacra Famiglia (segnatamente a padre Antonio Ortenzio, a padre Sergio Cimignoli, a padre Vincenzo Mattia) che hanno creduto in questo progetto di servizio professionale nei riguardi di persone e famiglie in sofferenza relazionale. Tutto nel contesto dell’operosità per la causa del regno di Dio. A Lui continuiamo a chiedere benedizione e grazia per la continuazione di questo servizio.

                                                                                              L’Equipe del Centro di Consulenza Familiare  

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