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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

IL BOOMERANG DELLA VENDETTA (tema di un ragazzo di 13 anni, Francesco, di Roma – anno 1994)

Quella sera il fuoco ardeva mentre tutti cantavamo e ballavamo. La luna era quasi scomparsa nell’oscurità del cielo mentre gli alberi si muovevano al ritmo del grande dio Vento. L’indomani saremmo andati a cacciare il bisonte. La nostra tribù è molto fiera della nostra storia. Abbiamo duecento lune di vita… Domani sarà il grande giorno e sarò pronto. Ci svegliammo con l’ululato del lupo solitario che incombeva nel cielo amcora oscuro. Partimmo con i nostri cavalli mentre il sole cominciava ad affacciarsi dalla montagna ad est… Sentivo l’alito freddo del grande dio Vento soffiarmi alle spalle. Attraversammo il deserto. Domandai al grande capo Alce Nero quanto mancava a raggiungere il luogo. Mi rispose: “Mancano ancora due soli e due lune, Shima”. Continuammo a percorrere il caldo deserto… Era la prinma volta che provavo ad andare così lontano e vidi molti animali strani in quell’arido luogo. Ci fermammo a dormire così da affrontare, l’indomani, un nuovo giorno.

Giunta l’alba iniziammo ad attraversare la foresta. Il sole era minacciato da alcune nuvole che ritardavano l’aurora. “Come va, Jhon?”. “Bene, Shima, sono un po’ stanco, speriamo di fare una buona caccia”. Jhon era un mio grande amico. Lo conoscevo dalla mia infanzia… Di lì a poco ci trovammo davanti al grande fiume.  Alce Nero si fermò a osservarr l’acqua che scorreva placida verso il grande lago infinito. Si girò e disse: “Proseguite senza di me, sono ormai vecchio e andrò vagando fra queste terre aspettando il grande Sonno…”. Poi riprese a camminare lentamente fino a scomparire alla nostra vista. Noi continuammo il percorso arrivando così a destinazione.

E cominciò la caccia. I bisonti correvano nella prateria come fossero impazziti, io inseguivo in particolare un bisonte, il più grande, e qualora fossi riuscito a catturarlo ne avrei ricevuto molti onori. Tesi fortemente il mio arco e lasciai partire la mia freccia che lo colpì. Subito mi sentii grande e invincibile. Scesi con un balzo dal mio cavallo e gli diedi il colpo di grazia. Anche Jhon aveva preso un bisonte, ma più piccolo del mio. Terminata la caccia partimmo per il ritorno. A circa mezzo sole dalla prateria vedemmo un  grande polverone all’orizzzonte e tante piccole divise blù… Erano loro, i visi pallidi. Noi andavamo in pace, pieni di buon animo sotto la pelle… Arrivammo vicini e per dimostrare la nostra disponibilità gli offrimmo un bisonte. In risposta, non so da dove, partì uno sparo che colpì proprio Jhon uccidendolo all’istante. Avevano ussico il mio amico. Dentro di me nacque un grande odio…

   Da quel giorno trascorsero cinquant’anni ed io divenni capo Alce Nero. Il mio odio era cresciuto dentro di me fino al punto da meditare la vendetta. Un giorno partii alla ricerca dei visi pallidi, attraversando praterie, foreste e fiumi… Non appena fui a tiro dei visi pallidi lasciai partire una freccia dal mio arco. Uno di loro cadde e un suo amico lo soccorse… Feci appena in tempo a scorgere nei suoi occhi la medesima espressione che avvertii in me quando, quel giorno, soccorsi Jhon.

   Come per incanto capii che odiare non serviva a niente e con la voce della coscienza dissi: “E’ stata fatta vendetta, ma ho sbagliato. Ora potete anche uccidermi, così, senza onore”. I visi pallidi, inspiegabilmente, si voltarono e andarono via lasciandomi solo con il mio rimorso… Rimasi immobile per tutta la notte a contemplare le stelle e a confidarmi con loro…

Quando l’ndomani il sole cominciò a spuntare all’orizzonte,  il lupo solitario ululò… Sembrava che aumentassero la mia pena. Allora mi alzai e cominciai ad inoltrarmi nella foresta coperta di neve aspettando il grande Sonno…

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“SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE…”

E’ il tema svolto a 16 anni, nel 1992 da Chiara Avanti, alunna del liceo psicopedagogico delle Immacolatine di Via Monza  (Roma).

   Sento in giro che devo fare un lungo viaggio… sto qui dentro da nove mesi e non vedo proprio il motivo di uscire. Le voci di papà e mamma, che ormai riconosco perfettamente, non fanno altro che confermare quello che prima era un presentimento e che ora è certezza… la mia uscita da qui. Non so quello che c’è fuori, non mi interessa scoprire cose nuove, so soltanto che questo mio letto all’interno di mia madre ha tutto quello di cui ho bisogno. Mi piace moltissimo quando la mamma si ferma e mi accarezza… desidererei tanto vederla, capire come è ed in quale zona di lei mi trovo; anche papà deve essere simpatico, strano che lo sento solo poche volte… lavora, dice, e torna tardi. Ora c’è silenzio, mamma è ferma da più di due ore, credo che dorma. E’ bello quando dorme, posso scalciare contro le pareti della mia stanza senza che le mani di tutti si posino su di me… Che ci troveranno di tanto strano in due o tre calci? E poi… mica lo faccio sempre apposta, certe volte m’intreccio tutta e mi slitta qualche piede. Una che non mi sta tanto simpatica è “stai per diventare nonna”; telefona tutti i minuti ed ogni volta vuole sapere quando uscirò; secondo me è lei che ha fatto in modo che io lasciassi la mia casa, avrà parlato con qualche direttore e sarà riuscita con l’inganno ad ottenere lo sfratto. Comunque, uscire da dove sono, non mi sembra difficile, il problema secondo me è entrare nella nuova casa…Quando sono arrivata qui dentro sicuramente dormivo, perchè non ricordo nulla, ma questa volta terrò gli occhi bene aperti, voglio gustarmi tutta la scena.

Adesso la mamma si è alzata; ci credo è arrivata quella rompiscatole di “staiperdiventarenonna”… deve essere anche cieca, continua a chiamarmi passerotto, cuccioletto, micino…Ah, me ne sono accorta io della differenza tra la voce del passerotto e quella del micino; non vedo come non possa riuscirci lei; d’altronde sarò anche piccola, ma credo di essere una cosa sola, magari un cuccioletto… anche perchè è l’unico che non ho mai sentito! Ma, non capisco cosa sta succedendo, è la prima volta che fa così freddo… così all’improvviso mi è arrivata una folata di vento gelido… ma cosa succede?… ora traballo, come una palla…sta correndo, mamma sta correndo ed io mi sento tutta sottosopra: Sento urlare da tutti_ “E’ il momento, sta per nascere”. Forse sto per uscire, ma sì, nascere ed uscire è la stessa cosa. Oddio, dove andrò, no, non voglio andar via, mamma…

E’ una notte d’inverno ed è incominciato il mio viaggio; sono un viaggiatore, ho appena il tempo di salutare la mia stanza, di prendere le mie cose, di riordinare tutto… sento che mi mancherà tantissimo questo posto… ma ora è tempo di andare. Pian piano comincio a scendere, sono a testa in giù, il corridoio è lungo, strano che non mi sia mai venuto in mente di visitarlo, era sempre parte della mia casa, peccato! Ora qualcosa mi ha preso la testa, mi tira, la mia mente sta per svenire, non ricordo più nulla, chi sono, cosa…uè, uèè,uèè…

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RISPETTARE LA NATURA… E’ NATURALE E CONVIENE

   Da un po’ di tempo il ritornello “rispetta la natura” rimbomba nelle orecchie di tanti tirandosi appresso una sotterranea conclusione dal sapore di minaccia, come a dire che se non si rispetta la “natura” questa prima o poi ci frega e ce la fa pagare.  Ed è talmente vera la possibilità di questa minaccia che se ne vedono già le conseguenze di questo scarso rispetto (se non vero e proprio disprezzo) per la natura. Basta porre mente al cosiddetto degrado ambientale inteso nel senso più largo immaginabile o all’impero dell’artificiale rispetto al genuino o all’inganno del virtuale rispetto al reale…Tanto per fare un esempio: nell’occasione di una alluvione ho sentito una anziana donna di montagna esclamare sofferente: “ L’acqua ha memoria”… come a  dire che ritorna, prima o poi, da dove è stata deviata. E magari torna arrabbiata…

A fronte di tutto questo scarso o nullo rispetto degli equilibri del creato, esiste invece la riscossa del ritorno alla natura, della riscoperta della genuinità di cibi e risorse, dell’ecologia intesa nel  senso più  ampio possibile. La vita, nel suo insieme, è infatti un universo di continui equilibri. E quando viene meno il rispetto di questi equilibri creaturali naturali se ne pagano le conseguenze, tutti quanti, perché siamo tutti sulla stessa barca…e soffriamo tutti il mal di mare!

Già da tempo gli studiosi delle relazioni umane hanno scoperto l’acqua calda (è un destino paradossalmente curioso quello che spetta ai ricercatori… il destino di “scoprire” quello che già esiste!). Ecco la considerazione della psicoterapeuta Anna Terruwe nel suo libro (datato ma modernissimo) AMARE E CURARE I NEVROTICI: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”.

L’attenzione, a questo punto, si sposta facilmente ad osservare un altro scenario, quello delle relazioni umane, delle relazioni al naturale, come Dio comanda… si direbbe.  Perché la “relazione”, lo si gradisca o no, è il materiale genuino e naturale  di costruzione usato da Dio per dar esistenza al mondo (essendo Lui Relazione d’Amore).

 L’essere umano, infatti, nasce e cresce in un ambito relazionale naturale di tenerezza (utero… calore familiare) come se la natura ci volesse dire, con il suo linguaggio discreto, che questa è la “modalità” unica del vivere le relazioni in maniera tale che quel bisogno “naturale” di amore seminato dal Creatore in quel punto del nostro essere dove il cuore confina con l’anima possa venire soddisfatto e appagato. Questo e nessun altro modo di relazionarsi porta giovamento e quiete. C’è qualcuno che ha definito la nostra epoca come l’epoca delle ”passioni tristi”. L’uomo moderno sorride poco, la sua anima abita di più gli spazi della melanconia per ciò che ha perso più che quelli della gioia per quello che ancora possiede. L’uomo moderno sorride poco perché più preoccupato del futuro suo e dei suoi figli che non sereno per il suo presente e per cui dire grazie e basta. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai accadute”

Ritornare alla natura delle relazioni interumane è quindi semplicissimo seppur non facile (ma “tutto è difficile prima di essere facile” ammonisce lo psicologo di turno), è sufficiente vivere il presente del relazionarsi  cogliendo il “positivo” e basta, consapevoli che alternativa non c’è e che se  si scopre che “qualcosa non va” nelle relazioni  umane, in famiglia e fuori, forse è  il caso di meditare e riflettere su queste due considerazioni: “Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo” (Kaufmann). Oppure quest’altra… più al naturale: “La relazione con gli altri è come la cucina; in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.

E se nelle relazioni interpersonali ci si mettesse più sorriso che lamento, più silenzio che chiacchera, più calma che frettolosità, più tensione gioiosa che tensione nervosa? In fondo è questa l’ecologia relazionale…ideata dal Creatore della natura, compresa la natura umana.

                                                                                                                                

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IL PASSEROTTO BEIGE E MARRONE (per una cura radicale dell’ansia per il domani)

C’era una volta un passerotto beige e marrone che viveva la sua esistenza come una successione di ansie e di punti interrogativi. Era ancora nell’uovo e si tormentava: “Riuscirò mai a rompere questo guscio così duro? Non cascherò dal nido? I miei genitori provvederanno a nutrirmi?” Fugò questi timori, ma altri lo assalirono, mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo volo: “Le mie ali mi reggeranno? Mi spiaccicherò al suolo? Chi mi riporterà quassù?”

Naturalmente imparò a volare, ma cominciò a pigolare: “Troverò una compagna? Potrò costruire un nido?” Anche questo accadde, ma il passerotto si angosciava: “Le uova saranno protette? Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire tutta la mia famiglia… E se verrà il falco e divorerà i miei piccoli… Riuscirò a nutrirli?”

Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si lagnava: “Troveranno cibo a sufficienza? Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?”

Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò il Maestro. Additò il passerotto ai discepoli e disse: “Guardate gli uccelli del cielo: essi nion seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai… eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre!”

Il passerotto beige e marrone improvvisamente si accorse che aveva avuto tutto…E NON SE N’ERA ACCORTO.          (Bruno Ferrero)

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E SE IMPARASSIMO AD ACCONTENTARCI (storiella del club del novantanove…)

C’era un volta un re molto triste che aveva un servo molto felice che circolava sempre con un grande sorriso sul volto. “Paggio –  gli chiese un girono il re – qual è il segreto della tua allegria?” “Non ho nessun segreto, Signore, non ho motivo di essere triste. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che ci è stata assegnata dalla corte. Ho cibo e vestiti a sufficienza e qualche moneta di mancia ogni tanto”.

 Il re chiamò il più saggio dei suoi consiglieri e gli disse: “Voglio scoprire il segreto della felicità del paggio”! “Non puoi capire il segreto della felicità del paggio, ma se vuoi puoi sottrargliela” gli rispose il consigliere. “Come?” chiese il re: “Facendo entrare il tuo paggio nel club del novantanove”. “Che cosa significa?” “Fa  quello che ti dico.”

Seguendo le indicazioni del consigliere, il re preparò una borsa che conteneva  novantanove monete d’oro e la fece dare al paggio con un messaggio che diceva: “Questo tesoro è tuo e non dire mai a nessuno come lo hai trovato”.l

Il paggio non aveva mai visto così tanto denaro e pieno di eccitazione cominciò a contare le monete: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, novantanove… Deluso, indugiò con lo sguardo sopra il tavolo alla ricerca della moneta mancante. “Maledetti, qualcuno me l’ha rubata, maledetti”! Cercò di nuovo sopra il tavolo, sotto, per terra, nella borsa, nelle tasche, sotto i mobili…Ma non trovò quello che cercava.” Novantanove non è un numero completo – pensava – Cento è un numero completo. Ti pare che qualcuno mi regali novantanove monete d’oro?”

La faccia del paggio non era più la stessa e lo stato d’animo non era più quello felice di poco prima. Aveva la fronte corrugata, i lineamenti irrigiditi, gli occhi stretti e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia mostrando i denti.

Calcolò quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per guadagnare la centesima moneta e avrebbe fatto lavorare anche sua moglie e i suoi figli… magari per qualche anno, ma ce l ’avrebbe fatta!

Il paggio era entrato nel club del novantanove.

Non trascorse molto tempo che il re lo licenziò. Non era piacevole avere al suo servizio un paggio sempre di cattivo umore.

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QUALCOSA SUL TRASCORRERE DEL TEMPO…

Il tempo è troppo lento per chi aspetta, troppo rapido per chi  ha paura, troppo lungo per chi soffre, troppo breve per chi gioisce. Ma per chi ama non c’è tempo!

                                                                                                                          (Van Dyke)

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IN CIELO C’E’ POSTO PER TUTTI… PROPRIO PER TUTTI

(anche perchè i posti sono numerati…)

Si racconta, nei Libri Sacri, che un giorno il Signore venne a visitare la grande sala del Cielo dove si riunivano tutti i beati. Era uno spettacolo abbagliante, persino per il Signore che ne aveva visti d’altri. C’era gente di tutte le razze, vestita di abiti multicolori. La conversazione si svolgeva rumorosamente e scoppiavano risate da tutte le parti. Nessuno sembrava annoiarsi. Alcuni diedero il benvenuto al Signore come se si trattasse di un nuovo arrivato, dando così la prova di non conoscerlo nemmeno!

Il Signore cominciò ad inquietarsi e pensò tra sé e sé che le condizioni di ammissione alla grande sala del Cielo non erano abbastanza rigorose. Con la sua voce che può far paura al tuono, fece tacere l’immensa folla ed annunciò che il suo angelo avrebbe fatto la lettura dei comandamenti… per una verifica.

L’angelo prese le tavole della Legge e lesse ad alta voce il primo comandamento. Il Signore chiese allora a quelli e a quelle che avevano disobbedito a questo comandamento di alzare la mano. Parecchi lo fecero perché era impossibile mentire davanti al Signore. Così il primo gruppo fu spedito a casa del Diavolo che aveva il suo salone di ricevimento non lontano da lì.

Al secondo comandamento, il Signore vide partire un altro contingente che aveva un’aria piuttosto pietosa.

Al quarto comandamento, i beati (soltanto di nome!) sapevano già che fare. Non si presero neppure più la pena di alzare la mano e si avviarono dritti dritti a casa del Diavolo.

Al sesto comandamento, si vide un immenso contingente di uomini e donne di ogni età abbandonare i cieli per recarsi nella sala di ricevimento del Diavolo.

Fu a questo punto che il Signore alzò gli occhi e vide che nell’immensa sala non c’era più nessuno, tranne un signore ben messo e distinto che inalberava un certo sorriso di trionfo.

Il Signore allora esclamò: “Com’è vuoto e noioso questo posto senza tutte quelle voci e quelle risate!” Si girò verso il suo angelo e gli comandò di richiamare tutti i beati che erano stati trovati in fallo. Cosa che l’angelo fece per mezzo di una tromba speciale.

Nella sala nuovamente piena zeppa di gente rumorosa e festante, uno solo non era felice. Era quel signore ben messo e distinto che aveva perso quel sorriso trionfante, anzi era furioso e risentito di dover constatare che quelli che avevano commesso delle colpe avevano diritto agli stessi riguardi e al medesimo trattamento di lui che aveva sempre osservato la Legge alla lettera. Egli si isolò allora in un angolo del salone di ricevimento.

 Trascorso  un po’ di tempo, i beati notarono quell’uomo ben messo e distinto che aveva però un’aria decisamente infelice. Decisero di proporgli di unirsi a loro anche lui ai festeggiamenti.

“Dopo tutto – dicevano tra loro – quest’uomo non dovrebbe essere punito per il semplice fatto di non aver commesso peccati. Mica è un peccato non commettere peccati”!

Dopo essersi fatto  un po’ pregare (il Cielo è luogo adatto per questo…) l’uomo si arrese di buona grazia (il Cielo è luogo propizio per queste) e raggiunse tutti gli altri perdendosi in mezzo alla folla di gente forse non troppo ben messa, ma immensamente felice.

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ALCUNI SPUNTI DI ANDRAGOGIA (apprendimento degli adulti)

ANDRAGOGIA: è l’arte e la scienza per l’apprendimento degli adulti. Molti programmi di addestramento o di formazione degli adulti falliscono perché sono costruiti sulle basi della pedagogia che è l’arte e la scienza per l’apprendimento dei non adulti.

GLI ADULTI, infatti, apprendono in modo completamente diverso rispetto ai non adulti.Questo modo è basato sul fatto che l’adulto vuole controllare e dirigere (e non subire) il processo di apprendimento.Questo fatto richiede un approccio relazionale di “docenza” del tutto diverso.

Le idee fondamentali su cui si basa l’andragogia sono le seguenti:

1)  Gli adulti imparano quello che fanno (e non quello che gli viene detto).

2)  L’applicazione di quanto appreso è immediata (non differita); esempi ed esercizi sono realistici e pertinenti.

3)      Gli adulti vogliono ( e non devono) imparare e quindi accettano la responsabilità di gestire il loro apprendimento, di dirigerlo, di controllarne i risultati; il miglior risultato si ha quindi quando l’adulto è insoddisfatto del suo livello di competenza ed è motivato a  migliorarlo.

4)  L’apprendimento è centrato sui problemi (non sugli argomenti o sulle opinioni).

5)  Gli adulti apprendono meglio se possono costruire su ciò che già conoscono.

6)  Gli obiettivi sono discussi e concordati (non imposti dall’istruttore).

7)   L’apprendimento avviene meglio in un ambiente informale e collaborativi in  cui suggerimenti e feedback sono scambiati liberamente e apertamente.

8)  La valutazione viene fatta da colui che apprende (e non dall’istruttore).

9)  L’istruttore è un facilitatore che crea le condizioni favorevoli all’apprendimento,un collega che condivide la propria esperienza e non un professore che parla dalla cattedra.

10)  Ogni partecipante all’attività di addestramento è una sorgente di esperienza e di  conoscenza (e non soltanto l’istruttore).

                                                                                 ( Appunti di Antonio Raspanti (1953-1992) psicoterapeuta e trainer della SICOF del Consultorio LA FAMIGLIA di Via della Pigna 13/A, Roma rielaborati da Gigi Avanti nel 1991)

   

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DA UNA SEMPLICE MATITA SI PUO’ IMPARARE MOLTO…

 

Il bambino guardava la nonna scrivere la lettera. Ad un certo punto chiese: “Stai scrivendo una storia su di noi? E’ per caso una storia su di me?” La nonna smise di scrivere, sorrise e disse al nipote: “In effetti, sto scrivendo su di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita che sto usando. Mi piacerebbe che tu fossi come lei, quando sarai  grande”. Il bimbo osservò la matita, incuriosito e non vide niente di speciale. “Ma è identica a tutte le matite che ho visto in vita mia”.

“Tutto dipende dal modo in cui guardi le cose. Ci sono cinque qualità in essa che, se tu riuscirai a mantenere, faranno sempre di te un uomo in pace con il mondo.

 Prima qualità: tu puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. Questa mano noi la chiamiamo Dio, e Lui ci dovrà sempre indirizzare verso la sua volontà.

Seconda qualità: di quando in quando io devo interrompere ciò che sto scrivendo, e usare il temperino. Questo fa sì che la matita soffra un poco, ma alla fine essa sarà più affilata. Pertanto, sappi sopportare un po’ di dolore, perché ciò ti renderà una persona migliore.

Terza qualità: la matita ci permette sempre di usare una gomma per cancellare gli sbagli. Capisci che correggere qualcosa che abbiamo fatto non è necessariamente un male, ma qualcosa di fondamentale per mantenerci sulla retta via..

Quarta qualità: ciò che è davvero importante nella matita, non è il legno o la forma esteriore, ma la grafite che è all’interno. Dunque fai sempre attenzione a quello che succede dentro di te.

Infine la quinta qualità della matita: lascia sempre un segno. Ugualmente, sappi che tutto ciò che farai nella vita lascerà tracce; cerca pertanto di essere consapevole di ogni singola azione.

                                                                                                                                           (Paolo Coelho)

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IL DESIDERIO induce ad AVERE…IL BISOGNO aiuta a CRESCERE

(Con il denaro si possono soddisfare i desideri, ma non i bisogni)

Con il denaro  si può comperare il letto,  ma non il sonno; il cibo, ma non l’appetito; il libro, ma non l’intelligenza; il lusso, ma non la bellezza; una casa, ma non il calore familiare; la medicina, ma non la salute;  la convivenza, ma non l’amore; il divertimento, ma non la felicità; il Crocifisso, ma non la  fede; un posto nel cimitero,  ma non un posto in Paradiso.

PREOCCUPATI PRIMA DI TUTTO PER LE COSE DI DIO E DEI TUOI VERI BISOGNI…Non sempre soddisferà i tuoi desideri, ma sempre darà la vera risposta  ai tuoi bisogni.

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