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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

COMMENTO OMILETICO

                    COMMENTO OMILETICO  (Santa Trinità, Gv.16, 12 – 15)

   Risulta difficile trovare situazioni concrete dell’esistenza dalle quali partire per “meditare” su questo brano di vangelo allo scopo di trarne qualche dritta per migliorare lo stato di salute dell’anima… momentaneamente in libera uscita dall’eternità. Difficile cioè trovare delle analogie tra la situazione descritta da Giovanni evangelista (Gesù alle prese con l’addio dai suoi…) e una qualsiasi altra dinamica della vita terrena simile a questa. A meno che non si prenda in blocco tutto il brano (così ci suggerisce l’intelligente liturgia della Chiesa Madre e Maestra), non a caso collocato a fine ciclo dell’avventura terrena di Gesù, e non lo si legga in chiave di metafora esplicativa della totalità e integralità del mistero cosmico della vita che non è fatta di “passato, presente e futuro”, ma di dimensione “altra”… di eternità. Ma è proprio questa difficoltà a trovare analogie, a disvelare qualcosa e a fornire la cura per le inquietudini dell’anima e per le ansietà croniche che la prendono alla gola.  E questa cura, questo “qualcosa” è paradossalmente “Qualcuno”, anzi “Qualcuno Trino”. E’ la Trinità,  la Trinità da sempre in cerca di compagnia con l’essere umano e per questo capace di far  contattare  Tempo e Eternità sul palcoscenico del Presente. Palcoscenico sul quale si sono avvicendati, si avvicendano e si avvicenderanno a turni il Creatore (che avrà modo di rivelare piano piano alla sua creatura di essere Lui il Padre), il Salvatore (che ha avuto modo di rivelare di essere Figlio Unigenito e Preferito e Ubbidientissimo del Padre) e lo Spirito Santo a cui spetta il lavoro di Santificazione (rifinitura?). Il tutto però in perfetta armonia e condivisione del progetto d’insieme. Le medesime scienze sociologiche hanno “scoperto” che per un buon funzionamento di un gruppo servono essenzialmente “fiducia reciproca” e “condivisione chiara degli obiettivi”… se no non si va da nessuna parte!

A leggere e rileggere questo brano di Giovanni si nota un Gesù teso a rassicurare i suoi, a tonificare i muscoli dell’anima, a sostenere e rinvigorire gli animi in vista dello stress emotivo e spirituale dello sconforto che avrebbero dovuto subire di lì a poco. Si avverte un Gesù quasi in difficoltà a farsi capire da gente non in possesso del decoder “eternità”, codice invece posseduto ed esperimentato da Gesù. Ecco allora che Gesù mette le mani avanti chiamando in scena lo Spirito che “vi spiegherà piano piano tutto… anche le cose future…”. Sembrerebbe sentirlo dire: “Lo spirito Santo è più bravo di me” e invece no,  perché subito dopo torna a bomba riconoscendo che sarà proprio Lui a “glorificarmi”,  con il sorridente beneplacito del Padre… Proprio una bella famiglia, la famiglia trinitaria. Non c’era altro modo di far capire a chi non possedeva il codice “eternità” che divisione di ruoli non significa competitività o altro, che stare insieme non significa “però ognuno per i fatti suoi”,  che Trinità non è spartizione di potere, ma condivisione di un progetto d’Amore. Non c’era altro modo di far capire che non si può capire tutto fintantoché tutto è ancora in fieri, ma di stare comunque sereni perché tutto è nelle mani di Dio: passato (creazione),  presente (Redenzione).  Futuro (santificazione). Non c’era altro modo di far intuire cosa fosse Trinità (mistero integrale) a chi a malapena aveva esperienza di un frammento di mistero… “rispecchiato confusamente” direbbe san Paolo, dallo specchio del tempo.  Sarebbe come voler fare esperienza di matrimonio senza volervi entrare (convivenza) o voler fare esperienza della morte facendo un lungo sonno o descrivere il gusto di una mela a chi non ha mai avuto esperienza di cosa è la frutta. Il mistero della Trinità è Altro da tutte le altre forma di Relazione, è un mistero nel quale l’anima è dentro fino al collo… anche se il corpo è momentaneamente fuori, nell’attesa di venirvi tuffato dentro anche lui…

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CALMA A SPARARE GIUDIZI… O IMPRESSIONI!

“UN GIORNO, CAMMINANDO IN MONTAGNA HO VISTO DA LONTANO UNA BESTIA. AVVICINANDOMI MI SONO ACCORTO CHE ERA UN UOMO. GIUNGENDO DI FRONTE A LUI HO VISTO CHE ERA MIO FRATELLO”.

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“SE TI MORDE UN LUPO… PAZIENZA! QUELLO CHE

“SE TI MORDE UN LUPO… PAZIENZA! QUELLO CHE SECCA E’ QUANDO TI MORDE UNA PECORA”!  (E. Bloch)

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di | 19 Maggio 2013 · 08:13

“SE VOLETRE RISOLVERE ALCUNI PROBLEMI…”

SE VOLETE RISOLVERE  ALCUNI PROBLEMI…

“Cercate prima di tutto il Regno di Dio, il resto vi verrà dato in sovrappiù”; “Senza di me non potete fare nulla”; “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

                                                                                                             di Gigi Avanti

Tolta la prima frase, a parlare così è Gesù… e da quando mi è venuta in mente di associare a caso alcune espressioni del vangelo per vedere cosa ne usciva fuori (non più di tre alla volta però, per non esagerare) ho scoperto che il risultato era sempre sorprendente… sia sul piano spirituale  (e ci mancherebbe) sia su quello più semplicemente psicologico (a meno che certe idee o precomprensioni  già ingombrino la mente costituendo ostacolo per l’anima assetata, per il suo DNA, comunque di Dio).

Come nel caso di queste  tre espressioni di Gesù che associate a caso potrebbero  configurarsi come strategia conveniente per “risolvere” certi problemi o perlomeno come metodologi a da privilegiare per conviverci  o per non morirci dentro..

E per limitarci al contesto della vita familiare, chi potrebbe dire di non avere problemi? Anche se va precisato subito che quando a Dio prese desiderio e volontà di “creare” l’uomo non aveva certo in animo di “crearci” dei problemi , bensì di offrirci delle possibilità e delle opportunità di vivere in amore nutrendo fiducia nell’intelligenza della sua creatura. Infatti il primo comandamento che da alla coppia “originale” è “crescete” (che etimologicamente deriva dal verbo “creare”, quasi a voler dire “portare avanti  ciò che è stato creato”) Soltanto che, anziché ubbidire accettando la “realtà” del progetto di vita che consisteva nel fare tutto il bene possibile non provandoci nemmeno a fare il male (anagramma di “mela”), Adamo ed Eva  (volendo essere “originali”) disubbidirono credendo che  anche il male si potesse fare bene… “creandosi” così un grossissimo problema trasmesso fino ad oggi…

Ma torniamo al nostro tema. Chi non ha “problemi” in famiglia? Chi non ha a che fare con mariti taciturni  o espansivi, con mogli petulanti  o perfezioniste, con figli riottosi  come capre,  con adolescenti dall’umore intermittente, con parenti “serpenti”, con suocere (basta la parola… e ci sarà una ragione!), con cugini rompiscatole,  con nonni lamentosi e, perché no, con preti  dalle omelie che non

 

finiscono mai, con catechiste che non vedi l’ora di fare la prima Comunione per togliertele di torno, con suore inclini  all’accanimento educativo…

Ebbene, potrebbe rappresentare  una svolta nella propria vita se, volendo risolvere alcuni problemi o decidendovi di conviverci  accettandoli “realisticamente”, si facesse costante riferimento a quelle tre espressioni di Gesù. Si potrebbe cioè guadagnare in serenità di vita relazionale (tanto, alternativa non c’è… checchè ne dicano alcuni psicologi  non ancora sufficientemente sensibili alle istanze della “psicologia dello spirito”) qualora si cercasse, nel qui ed ora della quotidianità più semplice, “prima di tutto il Regno di Dio”, se soltanto si contasse veramente sulla sacramentalità della “fraternità” non dimenticando il fatto che quella sera magica del giovedì santo l’invenzione  dell ‘Eucaristia è avvenuta parallelamente alla trovata della “lavanda dei piedi” (che rispetto all’esperienza piacevole del “cenare insieme a Gesù nutrendosi  di  Lui” presentava aspetti poco piacevoli… se non addirittura di cattivo gusto,  nel bel mezzo di una cena…). Questo potrebbe voler dire che “eucaristia e fraternità” sono inseparabili… se no si creano problemi nei rapporti, così da far dire al solito pensatore paradossale: “Ogni  incontro con Dio è preghiera, ma non ogni  preghiera è incontro con Dio”. Si risolverebbero cioè tanti “problemi relazionali” (fuori e dentro la famiglia) se non si lasciasse mai Gesù fuori dalla porta o all’angoletto e se si mettesse la linfa della mitezza e dell’umiltà in tutti i nostri comportamenti

Se invece prima del Regno di Dio mettiamo, più o meno consapevolmente altro (sistemazione,  prestigio, carriera… insomma il proprio “io” al posto di Dio) o se ascoltiamo di più il tentatore (che direbbe “imparate da me che sono “bravo” e quanta antipatia dovrebbe suscitare chi parla così… anziché seguire  Gesù che dice “imparate da me che sono mite e umile di cuore”) o se nutriamo di più l’amor proprio che non l’amore fraterno, allora sì che si peggiorerebbe la situazione relazionale…

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A PROPOSITO DI “TENEREZZA”…..

Una condivisione di emozioni spirituali a proposito di “tenerezza”… Ho avuto la fortuna di aver incontrato molti anni fa padre Luciano Cupia (Oblato Maria Immacolata e  fondatore nel 1966 del Centro  LA FAMIGLIA  a Roma) che indicava i tre pilastri per un buon matrimonio:: Trasparenza, Tolleranza, Tenerezza… A queste tre T mi venne spontaneo aggiungere dopo alcuni anni,  tre C (Comunicare, Condividere, Convivere) che rappresentano l’ossatura di questi tre pilastri. Come dire che per una sana vita relazionale serve Comunicare con Trasparenza, Condividere con Tolleranza e Convivere in Tenerezza…Poi, più avanti negli anni ho incontrato Don Carlo Rocchetta che nei pressi di Perugia ha fondato l “Casa della Tenerezza”… che recentemente mi ha regalato il suo ultimo libro (ne ha scritti un sacco e tutti bellissimi) dal titolo ABBRACCIAMI, per una terapia della tenerezza (saggio di antropologia teologica) edizioni EDB.  Questi incontri dislocati negli anni sono stati legati curiosamente (lo Spirito Santo è spiritoso!!!) e concretizzati nel senso di un servizio alla causa del Regno di Dio grazie ad  un caro amico fratello prete (adesso monsignore e vicario episcopale ad Albano) don Carlino Panzeri.  Adesso sento Papa Francesco con soavità sorridente parlare di “tenerezza”…. Ditemi che sono fortunato, che sono un privilegiato, che mi sono montato la testa,… ditemi quello che volete, ma continuerò a volervi bene e a chiedervi di fare altrettanto con me. Ciao

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CHE DIFFERENZA C’E’ TRA “andare contro” e “andare oltre” l’ostacolo?

(Metafora notturna per politici intelligenti… esclusi alcuni))

In una corsa ad ostacoli dove lo scopo è il raggiungimento del traguardo, cosa direste se i concorrenti si accanissero ad “andare contro gli ostacoli” o peggio se perdessero tempo ad “andare” gli uni “contro” gli altri?

Lettura psico-emotiva del “contro” (per tutti… esclusi alcuni psicologi): molti psicologi sostengono che andando “contro”  qualcuno, paradossalmente, lo si rinforza.

Lettura spirituale del “contro” (soltanto per credenti intelligenti…nessuno escluso):  ad inaugurare l’andare “contro” è stato Satana. Dio non va contro nessuno, ecco perché “va” alla grande!  Dio è “oltre” e là lo si trova… Se soltanto lo volesse, potrebbe azzerare tutto quanto gli rema contro, ma non può volerlo, essendo stata  la sua “opzione fondamentale creatrice” quella dell’agire “per”.  Su questo crinale è situato stabilmente il mistero della liberta.

Cari amici, quando certi pensieri spingono per voler uscire dal carcere della mia piccola testa… io li lascio uscire. Anche per far posto ad altri!

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RADIOSA E GIOIOSA PASQUA…

UNA CHICCA TROVATA CHISSA’ DOVE… COME AUGURIO DI PASQUA.

Nel botta e risposta tra Pilato e Gesù di molti o pochi anni fa su cosa fosse la Verità, qualcuno, che probabilmente legge la Settimana Enigmistica, ha trovato che la domanda, in lingua latina, di Pilato a Gesù: “QUID EST VERITAS” (tradotto… cosa è la verità) contiene ANAGRAMMANDOLA, la risposta e cioè, sempre in latino  “EST VIR QUI ADEST” (tradotto,,, è l’uomo qui presente). Fantastico! 

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CURIOSITA’sul Convegno LA DISPENSA DEGLI AFFETTI

Alla scuola elementare “Cecconi” di Via dei Glicini a Roma (Dirigente dott. Andrea Caroni e collaboratrice Maria Vera Caruso) in un contesto di “cultura spettacolo” che ha coinvolto suonatori, relatori, lettori di brani è stato presentato anche il libro di Sandro Montanari e di Gigi Avanti. Una mia meditazione particolare (essendo il coautore insieme a Sandro) prende il via dalle considerazioni del professor Alessandro Fusi riguardo al sottotitolo nel quale figura la parola “dieta”. Il concetto di dieta, nell’immaginario inconscio collettivo, evoca concetti di “temporaneità” (nessuna dieta si protrae in eterno… domani mi metto a dieta), di “rinuncia” (non si deve mangiare questo o quello), di “solitudine” (talvolta chi non è a dieta, per rispetto a chi lo è, mangia qualcosa in segreto per non ingolosire l’altro…). L’esatto contrario del vero significato originario di dieta inteso come  “stile di vita” … secondo l’antico detto “mens sana in corpore sano”. Infatti non si possono certo gestire gli “affetti familiari” temporaneamente (la parola “amore” ha una etimologia particolare, quella di “a – mors” e cioè “non – morte”) e neppure al risparmio o in solitudine… Evidenti le conseguenze sul piano dei comportamenti…

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TORNIAMO A EDUCARE… come Dio comanda!

TORNIAMO A EDUCARE (considerazioni per genitori con figli adolescenti e non…)
1) La gioia di educare (ovvero come tenere a bada l’ansia educativa).
2) La metamorfosi dell’adolescente … e quella del genitore (ovvero come affiancarsi al figlio nella fase di passaggio dell’adolescenza).
3) Dare comandi è più sbrigativo, ma… (ovvero come intercettare per tempo i veri bisogni dei figli).
4) La fiaba del piccolo gambero (ovvero come riconoscere ed accettare il destino di libertà dei figli).
5) Alle prese con figli dal carattere difficile (ovvero come preferire la pazienza educativa al rimprovero o alla minaccia).
6) Il binario educativo (ovvero perché e come tenere in equilibrio la rotaia dei “no” con quella dei “sì”).
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SI TRATTA DI SEI BREVI INTERVENTI DI Gigi Avanti IN VIA DI PUBBLICAZIONE SULLA RIVISTA “Vita Familiare” dell’Istituto Pro Familia di Brescia.

1) LA GIOIA DI EDUCARE (come tenere a bada l’ansia educativa)
Iniziando insieme questo percorso il mio pensiero va immediatamente al mio percorso educativo di genitore (ormai nonno…) e ai molti incontri avuti con genitori alle prese con problemi educativi. E, senza perdermi dietro a recriminazioni e sospiri per gli immancabili errori commessi, voglio subito condividere una considerazione di fondo che, lungo il corso di questi anni, ha preso corpo nella mia mente. E’ una considerazione quasi sconvolgente, seppur veritiera, almeno in parte.
E’ vero o no che tanti genitori, non tutti per fortuna, “bruciano” più o meno quarant’anni della loro vita educativa dibattuti o preda di due atteggiamenti o stati d’animo non propriamente adatti a favorire la crescita dei figli? E’ vero o no che per i primi vent’anni vivono nella “preoccupazione ansiosa” di far crescere bene i loro figli e che nei vent’anni successivi vivono magari nella “delusione triste” per come se li ritrovano cresciuti?
Ansia e delusione, preoccupazione e tristezza non sono proprio quello che ci vuole per una relazione educativa che voglia qualificarsi come sana, equilibrata, realistica. Da questa considerazione, magari anche esagerata, prendo spunto per questa prima riflessione promettendo di evitare il più possibile, per quelle successive, toni di sermone o di ammonizione (così noiosi per i nostri figli…) e di privilegiare invece l’uso di “storielle”, leggendo con umile attenzione le quali, ogni genitore comprenderà da sé se e cosa ritoccare nel suo approccio educativo con i figli in generale e con i figli adolescenti in particolare.
Per questa prima riflessione mi piace ricordare i tre atteggiamenti educativi fondamentali e positivi (e ciò giustifica il titolo) ribaditi da Papa Benedetto XVI (in età di nonno e pertanto più autorevole) nella sua lettera sulla emergenza educativa indirizzata ai genitori della Diocesi di Roma. Egli parla di “fiducia”, di “coerenza”, di “presenza”. Consideriamoli in dettaglio:
FIDUCIA: naturalmente nel proprio figlio, nutrendo la consapevolezza di fede che egli è anche e soprattutto figlio di Dio. Tale consapevolezza ispira al poeta Gibran il celebre brano dal titolo “I vostri figli non sono figli vostri” nel quale mette in guardia contro il rischio della “possessività” e indica anche l’atteggiamento basilare da tenere per facilitare la loro crescita, quello della “tensione gioiosa”, l’esatto opposto della “tensione nervosa”, e ansiosa, presente non di rado in tante relazioni educative. Ecco le sue parole: “Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere perché Egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo”. E’ vero o no che la fiducia nasce dalla certezza di essere nelle mani di Dio?
COERENZA: considerando il principio base della psico-pedagogia evolutiva secondo il quale il cucciolo d’uomo cresce per via imitativa, è facile concludere che la trasmissione dei valori da genitore a figlio avviene, seppur non magicamente, se quei valori sono vissuti dai genitori pur tenendo conto di limiti e imperfezioni insitI nelle umane cose. Già ammoniva sant’Agostino. “Da’ ciò che comandi”. Coerenza chiama però misericordia… Se Dio usa misericordia delle imperfezioni educative dei genitori, questi dovranno parimenti averne per le imperfezioni e le lentezze di apprendimento dei figli.
PRESENZA: va da sé che perché i figli sentano il calore della “fiducia” dei genitori e vedano la “coerenza” dei loro comportamenti occorre la “presenza”. Una presenza di qualità, però, affettiva più che autoritaria, fatta di parole essenziali, di esempi concreti, ma non ostentati o pesanti e soprattutto di silenzio sorridente. Un po’ come si è comportato Dio nei confronti dell’umanità: dapprima usando la parola, poi con la Parola fatta Carne ed infine con il silenzio Eucaristica… Parola, Carne e Pane… Dire, Fare, Essere: i tre comportamenti vincenti con predilezione per l’essere quando i figli sono in adolescenza e di parole ne hanno già sentite tante e di esempi ne hanno già collezionati tanti.

2) LA METAMORFOSI DELL’ADOLESCENTE…. E QUELLA DEL GENITORE (ovvero come affiancarsi al figlio nella fase di passaggio dell’adolescenza)
“L’adulto è un bambino cresciuto bene” affermano le scienze pedagogiche e il periodo dell’adolescenza è quel periodo intermedio delicatissimo durante il quale avviene tale crescita. E tale crescita va a buon fine se l’adolescente è in grado di elaborare i cosiddetti “tre lutti” che caratterizzano tale periodo, a volte lungo e travagliato e a volte più lineare e breve (come avviene in genere per la prima nascita…): il lutto della “perdita del corpo bambino”, quello della perdita del “ruolo o comportamento dell’infanzia” e quello della destrutturazione e della ristrutturazione delle “figure genitoriali” fino ad allora considerate “mitiche”. Questa separazione graduale dall’infanzia è una legge di natura e se l’adolescente la saprà assecondare nei suoi tempi la sua crescita andrà a buon fine (da notare che, etimologicamente il verbo “crescere” è imparentato con il verbo “creare” e significa proprio “portare a buon fine ciò che è stato creato”).
Ma, se per portare a compimento ciò che Dio ha creato l’adolescente non potrà molto contare sul mondo esterno della cultura degli adulti (fatta più di apparenza che di sostanza…), potrà invece contare sul mondo interno delle relazioni familiari. A patto però che questi “adulti” (genitori, educatori, catechisti, istruttori e quant’altro…) lo siano di fatto e non di nome e non si facciano venire le vertigini per le continue oscillazioni dei loro adolescenti tra paure e desideri, angosce e sogni, tormenti ed entusiasmi, cadute e ripartenze e soprattutto si ricordino, ogni tanto, della loro propria adolescenza. A patto, quindi, che i genitori stiano rocciosamente fermi nella loro postazione affettiva convinti fortemente che quanto oscilla prima o poi torna al suo equilibrio di base… per la legge universale della omeostasi. Oppure facciano come fa l’istruttore di cui parla questa storiella piena zeppa di messaggi da cogliere:
In molte tribù degli indiani d’America i ragazzi, raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti ad una serie di prove iniziatiche, quali dormire fuori dalla loro tenda lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi vere: asce, archi, frecce, cucire scarpe e vestiti con pelli d’animali da loro stessi catturati, sottoporsi a lunghi momenti di istruzione da parte degli anziani.
Si racconta che durante una di queste istruzioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati. Allora uno dei giovani lì distesi cominciò a pulirsi le unghie adoperando un bastone invece del suo grattatesta. Ad un tratto esclamò: “Guardate! Mi crescono delle penne sotto le unghie!”. Alcuni suoi compagni provarono anch’essi e presto tutti lo imitarono. E videro spuntarsi addosso delle penne, che crescevano fino a diventare ali. “Cosa diventerai?” si chiedevano reciprocamente. Uno disse: “Diventerò un’anatra selvatica. E tu?”. “Io diventerò un’oca”. Un altro volle diventare anche lui un’anatra selvatica, altri due invece vollero diventare gru.
L’istruttore non disse nulla. Ma quando finirono per emettere non più parole, ma gridi, pensò: “Bene, farò così anch’io. Sarò l’aquila”.
Allora, molti degli abitanti del villaggio che stavano fuori nei pressi della sacra tenda, cominciarono a sentire un gran rumore e dall’apertura del fumo videro uscire prima una grossa anatra selvatica, poi delle oche, poi ancora delle gru e infine un’aquila…
Alcuni degli abitanti del villaggio, compreso qualche genitore, si misero a gettare secchi d’acqua gridando: “Tornate indietro, vi state trasfigurando”. Ma essi volarono via.
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3) DARE COMANDI E’ PIU’ SBRIGATIVO, MA… (ovvero come intercettare i veri bisogni dei figli)
Alcuni anni fa la rivista Dimensioni Nuove dei salesiani pubblicava i risultati di una indagine fatta agli adolescenti sui veri bisogni della persona umana. Questa indagine era strutturata in due semplici domande alle quali gli adolescenti dovevano rispondere a caldo. La prima domanda chiedeva di scrivere “quello che ci siamo sentiti dire da bambini” e la seconda chiedeva “quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini”.
Considerando la stretta interdipendenza esistente tra la realtà della “comunicazione” e quella della “relazione interpersonale” (dimmi come parli e cosa dici e ti dirò che atmosfera relazionale vivi…) è facile dedurre quale risultato volessero raggiungere i ricercatori.
Ecco alcune delle risposte alla prima domanda: stai fermo, muoviti, sbrigati, lavati i denti, hai fatto la cacca, mangia tutto, chiedi scusa, saluta, non piangere, non devi avere paura, peggio per te, farai tardi, non correre, non sudare, non t’arrabbiare, prima devi finire i compiti… Ed ecco alcune risposte alla seconda: sono felice di averti, parliamo un po’ di te, sei triste?, cosa ti ha fatto arrabbiare?, mi piace stare con te, dimmi se ho sbagliato, puoi piangere se vuoi, perché non hai voglia di fare i compiti?, raccontami, cosa ti fa soffrire?.
Facile concludere. La via pedagogica da preferire per favorire la crescita dei figli non è tanto quella del “dare ordini” quanto quella del “dare carezze”. Dare ordini è più sbrigativo (e nasconde anche un pizzico di sindrome onnipotentistica nel senso che si è convinti che basti dire al figlio di “non avere paura” perché la paura passi), ma cozza contro uno dei principi della psico-pedagogia che è quello della intercettazione dei veri bisogni del figlio. Chi piange, ad esempio, ha bisogno di “consolazione” e non di negazione del suo dolore…
Dare carezze è certamente più faticoso, ma a lungo andare ripaga. Molto più sbrigativo dire “sbrigati”, ma molto più in linea con il principio già ricordato che il cucciolo d’uomo cresce prevalentemente per via imitativa dire invece “io sono pronto”. Molto più immediato ordinare “lavati i denti” che dire “io vado a lavarmi i denti”. Nessuno garantisce risultati magici ed immediati a chi predilige tale approccio, ma questo attiene al mistero di libertà di ogni essere umano, figli compresi. C’è inoltre da sottolineare un aspetto: le due vie non sono antitetiche e non vanno considerate con la filosofia dell’aut aut (o questa o quella), bensì sono da considerare con la filosofia dell’et et (e questo e quello), nel senso che un comando può anche avere anima di affetto e, paradossalmente, potenziare la “coerenza” del genitore riguardo ai valori che vuol trasmettere, come già annotava sant’Agostino quando diceva: “Da’ ciò che comandi”.
Una curiosità tecnica: l’uso dei “tu”, magari coniugato con il verbo “essere”, nei modi di comunicare veicola più facilmente giudizi e comandi, tende a fare di ogni erba un fascio, a non fare distinzione tra persona e comportamento o, come si suol dire, a buttar via il bambino insieme all’acqua sporca (un conto è dire “sei cretino” e un altro è dire “hai fatto una cretinata… e te lo dico perché ti viglio bene”) mentre l’uso disarmato dell’io (“io sono arrabbiato per questo tuo comportamento”…) non fa sentire la frecciata nascosta del giudizio e talvolta anche dell’insulto e lascia libero l’altro di gestire con i suoi tempi la soddisfazione dei suoi bisogni e la manifestazione dei suoi sentimenti. In definitiva si cresce più contenti per via affettiva che per via normativa, sebbene i risultati forse non saremo noi a vederli. Così come accade alla radici che, per strano destino, non vedranno mai il frutto della pianta che stanno alimentando. E a proposito di radici… c’è un proverbio che dice “senza radici non si vola” a proposito di adolescenti che si apprestano a volare via.

4) LA STORIELLA DEL PICCOLO GAMBERO (ovvero cosa succede se non si accetta il destino di libertà dei figli)
La storiella del piccolo gambero offre molto materiale pedagogico. Ce n’è per tutti e lascia a ognuno la fantasia e la bontà di derivarne le eventuali modifiche del suo attuale atteggiamento educativo. Faccio subito notare che il piccolo gambero della storiella non è il figlio riottoso e cocciuto dal brutto carattere da correggere (questo sarà oggetto del prossimo intervento) ma più semplicemente un essere segnato alla nascita, misteriosamente, da un proprio destino di libertà. Accettare il mistero di libertà d’un figlio è più proficuo che volerlo razionalizzare, o peggio, opporvisi.
C’era una volta una comunità di gamberi che viveva nelle acque di un fiume. In questa comunità di gamberi un giorno nacque un piccolo gambero che invece di camminare all’indietro andava avanti… con grande disperazione dei suoi genitori per questo scherzo del destino. Essi infatti cercavano di persuaderlo a camminare come tutti gli altri, ma senza riuscirvi. Crescendo, arrivò il giorno che il piccolo gambero fu iscritto alla scuola. Ed anche a scuola veniva preso in giro dai compagni, rimproverato dai maestri, minacciato di espulsione dal direttore. E, una volta tornato a casa, i genitori continuavano a lamentarsi: “Figlio, che t’abbiamo fatto? Perché cammini avanti mentre tutti noi camminiamo all’indietro?”. Il piccolo gambero alzava le spelle rassegnato e rispondeva: “Non ci posso fare niente. A me piace camminare avanti”.
Col passar del tempo la situazione diventava sempre più pesante, fintantochè un giorno gli insegnanti decisero di convocare i genitori e li rimproverarono: “Voi vi disinteressate di vostro figlio e non fate nulla perché cammini come tutti gli altri”. E loro giù a piangere e a rifarsi contro il figlio. Le provarono tutte, comprese le botte e le punizioni più brutte, per persuaderlo a camminare all’indietro.
Mano a mano che il tempo passava, anche gli altri componenti della comunità dei gamberi presero a bersagliare questo povero piccolo gambero. La situazione divenne talmente insopportabile che i genitori furono convocati di fronte al Consiglio degli anziani. I gamberi anziani cominciarono a redarguire i genitori: “Voi avete educato male vostro figlio, vedete come si comporta, invece di camminare all’indietro va avanti. Vi diamo ancora qualche tempo per rimediare; se la situazione non dovesse cambiare saremo costretti ad espellerlo dalla nostra comunità perché non costituisca elemento di scandalo”.
I genitori messi alle strette da questa minaccia insistevano con il piccolo gambero piangendo: “Figliolo, ti preghiamo, cerca di cambiare”. E lui rispondeva semplicemente: “A me piace andare avanti e continuo ad andare avanti”. Non ci fu proprio niente da fare.. Arrivò quindi il momento in cui la comunità decise di espellere il piccolo gambero. Tutti si radunarono in riva al fiume e questo gamberetto con il suo sacchetto in spalla fu cacciato via. Genitori che piangono, compagni che lo deridono, anziani che scuotono la testa… Tutto il gruppo dei gamberi lo vede allontanarsi. E lui sene va, solo con il proprio destino; si tuffa nell’acqua del fiume e siccome questa va avanti, egli continua ad andare avanti… I genitori lo salutano, lui accenna ad un saluto e se ne va fino a scomparire alla vista di tutti.
Ad un tratto, mentre continua a camminare avanti, verso il mare, si imbatte in uno scoglio. Su quello scoglio intravvede una figura muoversi. Man mano che si avvicina si accorge che è un vecchio gambero, tutto sgangherato, che lo guarda e lo chiama. Il piccolo gambero si avvicina e il vecchio gambero gli dice: “E così anche tu hai scelto di andare avanti; anch’io avevo fatto la stessa scelta, poi mi sono stancato e mi sono fermato. Ecco il risultato, sono qui, solo, a morire su questo scoglio. Tu non fare come me, vai avanti, segui la tua strada”.
Il piccolo gambero, con le lacrime agli occhi, salutò il vecchio gambero e continuò ad andare avanti verso il mare… in quell’immenso mare dove andare avanti o indietro non aveva più ormai alcuna importanza…
Tuttavia, egli, il piccolo gambero, era riuscito a raggiungere il traguardo della sua vita.

5) ALLE PRESE CON FIGLI DAL CARATTERE DIFFICILE (ovvero perché preferire la pazienza educativa al rimprovero o alla minaccia)

Se è vero che “il buon giorno si vede dal mattino” potrebbe essere anche paradossalmente vero che “il cattivo giorno non si vede dal mattino”. Questo per dire che la sorpresa di trovarsi di fronte ad un adolescente che crea problemi è sempre dietro l’angolo. Leggendo con cura la storiella di Emily Dickinson ogni genitore scoprirà da sé quale è l’atteggiamento da privilegiare quando intende intervenire e come per correggere alcuni brutti comportamenti del proprio figlio.
C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno. Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno. Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia. Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza. I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata. Il padre conduce il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà. Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica.
Qualcuno, magari a corto di speranza e carico di delusioni, potrà pensare che certe cose accadono soltanto nelle favole e che la vita è un’altra cosa. A questo qualcuno mi vien da dire, invece, che è proprio questo il momento da sfruttare subitamente e umilmente per risvegliare quel germe di speranza e di fiducia ancora presente nel fondo della propria coscienza genitoriale. Cambiare marcia, quando si è in salita, è più conveniente e salutare anziché insistere ad accelerare finendo col soffocare il motore.
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6) IL BINARIO EDUCATIVO (ovvero come e perché tenere in equilibrio la rotaia dei “no” e quella dei “sì”)
Sono note a tutti i genitori, o quasi, le varie diatribe riguardanti la faccenda dei “no” , delle proibizioni, dei castighi, degli sculaccioni e dei “sì”, dei permessi, delle autorizzazioni, degli incoraggiamenti da dare ai figli… Così come sono ormai a conoscenza di tutti taluni atteggiamenti educativi discutibili evidenziati dalle seguenti espressioni verbali: “A mio figlio non deve mancare nulla… impareranno da soli quanto è dura la vita.. non lo faccio battezzare perché quando sarà grande sceglierà lui” e via di seguito.
E proprio da qui prende il via l’ultima riflessione di questo percorso dal significativo e provocatorio titolo “Torniamo a educare”. E prendi il via alla larga…
Quasi tutti i pedagogisti si sono alla fine trovati d’accordo nel riconoscere che due sono, alla fin fine, i bisogni fondamentali da soddisfare per un benessere integrale esistenziale, il bisogno di protezione e quello di incoraggiamento. E sono bisogni da soddisfare quotidianamente, allo stesso modo del bisogno di nutrimento per poter crescere.
Soltanto che, nella fase della prima infanzia, la soddisfazione di questi bisogni paralleli avviene principalmente ad opera dei genitori, mentre nel prosieguo della vita dovrà essere la singola persona a soddisfarli autonomamente… Un apprendistato, questo, la cui durata sembra essere anche simbolicamente indicata da un episodio della vita di Gesù dodicenne rimasto a Gerusalemme… senza aver avvertito i genitori.
Un autore, Erich Fromm, taglia corto al riguardo affermando che “si diventa adulti quando si è in grado di fare da padre e da madre a se stessi”.
Questa legge di natura (pericolosissimo sottovalutarla o ignorarla) è silenziosamente e curiosamente presente nell’evento naturale della gravidanza e del parto. E’ curioso e sorprendente infatti constatare il fatto che durante la gravidanza l’essere umano vive, a sua insaputa, l’esperienza di un habitat estremamente “protetto” che gli garantisce un benessere a 360 gradi (caldo e tenero è l’habitat uterino…) mentre nell’evento parto per la nascita vive, sempre a sua insaputa, l’altra esperienza del distacco da questo habitat grazie alle spinte “incoraggianti” della madre… Fermezza e decisione occorrono per lasciare questo habitat nel quale era pur comodo rimanere.
Queste due “esperienze” (quella dell’attaccamento uterino e quella del distacco) segnano il DNA psico-emotivo dell’essere umano a tal punto che egli non potrà più fare a meno di “protezione” e di “incoraggiamento” per una vita sana e completa.
Da qui il seguente assioma dei soliti studiosi di questi eventi: “Il bambino si forma grazie ad un viscerale attaccamento alla madre, l’adulto si forma in ragione di un graduale e realistico distacco dalla stessa”.
Bisogno di “tenerezza protettiva” (l’utero protegge appunto perché tenero e caldo e quindi ciò induce a dire che i “no”, per essere protettivi vanno pronunciati con “tenerezza”) e di “fermezza incoraggiante” (il distacco dall’utero avviene con un taglio netto e deciso e ciò induce a pensare che i “sì”, per essere incoraggianti, devono essere fermi e decisi) costituiscono quel cosiddetto “binario educativo” sul quale corre o scivola la locomotiva della propria vita. Superfluo, e anche banale, ricordare che le due rotaie vanno tenute sempre in equilibrio pena il deragliamento della locomotiva e… che dopo la prima spinta dei genitori il figlio impari a muoversi autonomamente su questo binario.
E’ opportuno ricordare che essendo, questa, una “legge di natura”, ignorarla o applicarla facendo di testa propria porta a risultati deleteri. Così infatti asserisce la psicologa Anna Terruwe nel suo libro “Amare e curare i nevrotici”: “Se Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai: Se non la rispetti essa ribatte il colpo e prima o poi te la fa pagare”. E quando si parla di “natura” si intende qui la natura delle “relazioni interpersonali”. E’ un discorso ecologico applicato al mondo delle relazioni interpersonali. E’ così fuori luogo parlare di “ecologia relazionale”? Non dovrebbe suonare, tale espressione, come musica armoniosa alle orecchie, spesso otturate, dell’uomo d’oggi? In un mondo dove la “relazione interpersonale” soffre di patologie gravi e dove tanti terapeuti e spiritualisti si danno da fare per curarla sarebbe bene ricordare: “La relazione con gli altri è come la cucina, in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.
Mettere tenerezza e incoraggiamento nel rapporto educativo con i propri figli non è cosa che si possa improvvisare, ma cosa che richiede tirocinio talvolta quasi ascetico, manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio mondo interiore… da trattare, appunto, con tenerezza e decisione… (mente, cuore e anima… e anche corpo, perché il corpo parla senza uso di parola).
Che poi i risultati non si vedano sempre attiene al mistero della vita (ma è pericoloso anche, sull’altro versante, attribuire a se stesso il merito per gli eventuali risultati positivi …), mistero d’amore.
Mistero d’amore che i genitori dovrebbero sapere come godere essendo, il modo di agire misterioso d’amore, il modo del collega Padre Dio che se ne intende dei suoi figli più di quanto non si pensi. Ed è proprio Lui ad assicurare ai genitori umani che alla fine “tutto filerà liscio” in barba ai nostri desideri e alle nostre aspettative di piccoli padri umani… Siamo o non siamo nelle mani di Dio, tutti quanti, genitori e figli? Nelle mani di quel Dio che, misteriosamente, non darà sempre soddisfazione ai nostri desideri, ma manterrà sempre, per amore, le sue promesse… Basta dargli tempo ( fosse anche un’eternità…)… così come sarebbe conveniente fare con i nostri figli…
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A PROPOSITO DI VOLER SEMPRE SPIEGAZIONI… (commento omiletico)

              COMMENTO OMILETICO DOMENICA TERZA DI QUARESIMA 2013 (Lc. 13, 1 – 9)

La tendenza dell’essere umano a voler “spiegare” tutto quello che gli capita di vivere o di osservare nella vita dei suoi simili  è bella e lodevole perché fa parte del profondo bisogno di conoscenza che caratterizza appunto la mente umana. Se però questa tendenza a “spiegare” viene eretta a sistema unico di conoscenza per cui tutto quello che non si riesce a ”spiegare” razionalmente   viene sbrigativamente qualificato come “non scientifico”, allora non ci siamo!

Non ci siamo, perché già in antichità si trova chi ha fatto i conti con questa realtà dei limiti della capacità conoscitiva… Diceva Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”   e più recentemente c’è chi ha affermato: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” per arrivare al paradosso di don Pronzato: “Se si toglie il mistero non si capisce più nulla”. Bastano questi pochi cenni per capire come mai , nel racconto di Luca di questa domenica, Gesù risponda senza dare “spiegazioni”  a chi gli riferiva scandalizzato di eventi tragici (una  colpa l’ avranno pure avuta quei Galilei fatti uccidere da Pilato proprio mentre offrivano sacrifici…. e una colpa l’ avranno anche avuta quei 18 che morirono schiacciati sotto la torre di Siloe… se no non si spiega!). E sembra irritato e minaccioso il suo tono nel rispondere… quasi a dire di non attardarsi a cercare spiegazione, ma di affrettarsi alla conversione (“Se non vi convertirete, perirete tutti!”). Con questa frase minacciosa Gesù passa del livello “razionale” al livello “spirituale” della questione mettendo in chiaro che la “conversione” e prioritaria rispetto alla attesa di spiegazioni per poi potersi convertire… se conviene.

 E sembrerebbe finita così, senonchè Luca, con maestria didattica, inserisce a questo punto la breve parabola del fico che non da frutto (dopo tre anni di attenta coltivazione)  provocando l’irritazione del proprietario del campo… irritazione che il contadino riesce a placare con  un appello alla misericordia paziente: “Signore, lascialo ancora per quest’anno. Voglio zappare bene attorno a questa pianta e metterci del concime. Può darsi che il prossimo anno produca dei frutti; se no lo farai tagliare”.

Sembra di poter ricavare, dal brano liturgicamente così ben assortito di oggi, che a Gesù interessi in primo luogo la sollecita conversione personale (senza perder tempo a  ricercare  spiegazioni di eventi capitati ad altri… per natura loro “misteriosi”), ma anche interessi ricordare la infinita “pazienza” del Padre sempre in attesa di questa conversione… Anche perché non sembra fuori luogo vedere nel “contadino” che per “tre anni” ha amorevolmente accudito al fico lo stesso Figlio… E potrà mai un Padre del genere perdere la pazienza?

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