Archivi del mese: giugno 2012

MOLTO VARIE … CON ORAZIONE UMILE

                                                   V A R I E   per amici molto diversi…

“Se è pace che vuoi, cerca di cambiare te stesso, non gli altri. E’ più facile proteggersi i piedi con delle pantofole che ricoprire di tappeti tutta la terra”.(De Mello)

“Se l’aver mangiato un frutto ha rovinato l’umanità, la salvezza sarà nell’atteggiamento contrario: nel guardare un frutto senza mangiarlo”. (Weil)

“Cosa succederebbe se scoprissi che il mio stesso nemico si trova all’interno di me stesso, che sono io pertanto ad avere bisogno dell’elemosina della mia amabilità, che sono io il nemico da amare?” (Jung)

“Che cosa è Dio” domanda il bambino. La madre lo stringe fra le braccia e gli chiede: “Che cosa provi?” “Ti voglio bene”  risponde il bambino”. “Ecco, Dio è questo!” (Kieslowski)

“Per un pipistrello il paradiso è pieno di pipistrelli”.

                                PERDONAMI, SIGNORE

Perdonami Signore se durante la vita mi sono dato troppo da fare per piantare grossi tronchi, per costruire grandi edifici. Perdonami se ho gridato per  farmi ascoltare da tutti, se ho calcolato con precisione ogni cosa per non sbagliare… Fammi capire, finalmente, che da un piccolo seme nasce un grande albero, che solo costruendo sulla roccia dura può sorgere un grande edificio. Fammi capace di ascoltare il silenzio che fa crescere le foglie e lentamente dipinge i fiori Con i colori del cielo.

                  (Giovanni Ferrotti da “LA PAROLA E IL SILENZIO” – Ed. Gabrieli)

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POESIE DI FRANCESCO

  HO SOGNATO IL SOLE

Ho guardato il sole ed ho visto i tuoi occhi.  Ho guardato l’immensità del cielo ed ho visto le tue labbra. Ho pensato al mare ed ho visto il tuo sguardo. Ho sognato prati in fiore e fiumi d’acqua pura e ho visto il tuo cuore.    Ti ho pensato mentre sognavo    e mi sono convinto che non esisti,    ma svegliandomi e vedendo il sole    ho capito che ci sei.                                       (Francesco Avanti, 13 anni)

                  HO RUBATO UNA STELLA   Ho rubato una stella all’universo per metterla al tuo fianco. Ho cercato un rarissimo fiore per farne con i suoi petali il suo letto. Mi hai fatto promettere di amarti fino alla morte ed io ti ho detto “anche oltre”… Ti porterò la gioia di un bimbo quando sarai triste… Ti offrirò me stesso quando sarai sola…                                   (Francesco Avanti, 13 anni)

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PENSIERO DI RONDINE…

                 

Una rondine volava libera e tranquilla nel firmamento d’azzurro intenso. Ad un tratto un proiettile le colpì un’ala facendola piombare dall’alto in giù…    Fu poco prima d’arrivare a terra    che la rondine pensò: Vorrei un giorno poter volare ancora in questo cielo, ma   senza preoccupazione e paura. Vorrei un giorno vagare ancora libera e felice come un pensiero d’amore che attraversa lentamente e pacatamente il cuore. Vorrei essere un pensiero libero nell’animo degli uomini per volare di qua e di là rendendoli felici e puliti da ogni preoccupazione. Vorrei un giorno poter sorridere e portare il mio sorriso alle persone tristi e disperate. Vorrei poter avere una bacchetta magica che crea arcobaleni d’amore e d’amicizia e sparare questi arcobaleni nelle persone per farle pentire… E poi, in punto di morte, fece quest’ultimo pensiero… Vorrei essere un pensiero, sì un pensiero, per poter rendere felici le persone, vorrei essere qualcosa d’importante per qualcuno. Poi finì di pensare e morì lì, sola sul prato, con l’ala sanguinante… Chissà se i suoi pensieri potranno un giorno diventare realtà…magari pensando che potrebbe essere ognuno di noi quella dolce e povera rondine.                                                                              (Francesco Avanti 12 anni)

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N O T T E…………………

                                                          Notte, beltà tua mi reca li antichi sogni, e mi ritrovo curvo a mirar gli steli dall’iperboreo spiro mossi.    E quando per le desolate vie    funeree danzano le foglie al sidereo chiaror    e le cime degli arbusti fan si per toccarsi, odo nella voce tua il pianto della nativa mia terra, e miro quei monti che il mio cor fan si puro e beato.    Miro Eterno le valli dal sol baciate,    e li agili fiumi, ristoro più volte    all’arida mia bocca, che lesti e infiniti, di limpida acqua, bagnan gli assetati arbusti che sul letto dorato stendon le fronde.    E le bianche vette, degli dei unica dimora,    farsi vermiglie al sol del vespro.    E faggeti di verdi luci infiammarsi, quando il più bel astro nostro, tra le fitte foglie, la luce irradia a quell’ombrose e brune terre.    E miro il savio bracciante, orgoglio    e fortuna del crudel nostro mondo,    guardar commosso le cime sue, e, stanco del genuino agreste lavoro, portar nella stalle le pingui giovenche, che non le scovi la famelica volte.    Queste cose tutte vedo nell’intimo mio,    e il triste animo si fa lucente ed eterno    per memoria delle sue gioiose terre. E il vento che pria mi fea sentir solingo e mesto, ora col cuor commosso ringrazio dell’eternità che mi fa grazia di goder in così tale umile corpo.                                             (Francesco Avanti, 18 anni)    

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ALLORA, COME LA METTIAMO… SIETE DISPOSTI O NO…?

Siete disposti a dimenticare quel che avete fatto per gli altri e ricordare quel che gli altri hanno fatto per voi? A ignorare quel che il mondo vi deve e a pensare a ciò che voi dovete al mondo? A mettere i vostri diritti in secondo piano, i vostri doveri come cosa prioritaria e dare un po’ di più? Ad accorgervi che i vostri simili esistono come voi e a cercare di guardare dietro i volti per vedere il cuore? A capire che la sola ragione della vostra esistenza non è ciò che voi avrete dalla vita, ma ciò che darete alla vita? A non lamentarvi di come va l’universo e cercare intorno a voi un luogo in cui potete seminare qualche granello di felicità? Siete disposti a fare queste cose sia pure per un solo giorno? Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.                                                                                       (Henry Van Dike)

 

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QUESTIONE DI BISOGNI (tanto per pettegolare su maschi e femmine…!)

 

   Non avevo mai capito perché i bisogni sessuali degli uomini e delle donne fossero così differenti. Non avevo mai capito tutte quelle storie di Marte e Venere. E, soprattutto, non avevo mai capito perché gli uomini riflettessero con la testa e le donne con il cuore…    Una notte della settimana scorsa, mia moglie ed io ci siamo coricati, abbiamo cominciato a palpeggiarci un po’ ovunque.    Io ero già arrapatissimo e credevo fosse reciproco, dato il carattere esplicitamente osè delle nostre carezze… Ma in quel preciso momento mi dice: “Ascolta…ora non ho voglia di fare l’amore, ho soltanto voglia che tu mi stringa forte tra le tue braccia, mhm”. E ho detto: “COSA?!?!”.    Allora lei mi ha detto le parole magiche: “Tu non sai entrare in contatto con i miei bisogni emotivi  di donna…”.    Alla fine ho capitolato e, rassegnato, mi sono convinto che quella notte non avrei scopato e così mi sono addormentato.

   Il giorno seguente siamo andati a fare shopping al centro commerciale. Io la guardavo mentre provava tre vestiti belli ma molto costosi. Siccome non riusciva a decidersi, le ho detto di prenderli tutti e tre . Allora, tutta emozionata e motivata dalle mie parole comprensive mi ha detto che avrebbe avuto bisogno anche di un paio di scarpe con cui indossarli, al che ho detto che mi sembrava giusto.    Dopo siamo passati dalla bigiotteria, da dove è uscita con dei braccialetti tempestati di diamanti. Poverina…se l’aveste vista…. era emozionatissima…Penso che credesse che stavo impazzendo, ma, a dire il vero, non mi sembrava che se ne preoccupasse molto…    Credo pure che mi stesse mettendo alla prova quando mi ha chiesto, innocentemente, un costosissimo vaso cinese per arredare la mensola del camino…    Ma penso di aver distrutto tutti i suoi schemi mentali quando le ho risposto ancora di sì! A questo punto sembrava quasi eccitata sessualmente…avreste dovuto vedere il suo viso! Ed è proprio in quel preciso momento che, col suo più bel sorriso da quando siamo sposati, mi ha detto: “Andiamo a pagare alla cassa!”.    E’ stato molto difficile trattenermi dal ridere quando le ho detto: “Ascolta amore, no, credo che ora non ho voglia di comprare tutta questa roba!”.    Avreste dovuto vedere il suo viso, davvero; è diventata molto pallida e lo è rimasta quando io ho aggiunto: “Voglio soltanto che tu mi stringa forte tra le tue braccia…”.    E nel momento in cui il suo viso cominciava a cambiare colore e a riempirsi di collera e odio, ho semplicemente aggiunto: “Tu non sai entrare in contatto con i miei bisogni finanziari di uomo…”.    Credo che non tromberò più prima della primavera del 2017…                                                                                                                                      (autore sconosciuto)

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ALLA MORTE DEL NONNO (Valmasino 5.10.1999)

…    E volando vai nelle nevi e sui ghiacciai rischiarando… …Io non so ove tu sia adesso… Forse è un’illusione ed un  pueril sognar che mi spinge a scorgerti volar… E sulle inaccessibil cime delle montagne tue…nella notte…voli. …E qualcuno laggiù ti piange, piange la tua assenza e freddo sarà il suo letto senza te, fredda la sua anima.    E intanto volando vai a rincorrer gli ultimi raggi dorati    e d’albe dorate ti vestirai…

Sorridente e dolce mi piace immaginarti…

E a quel tuo amico che ti pianse…e che mesto davanti al tuo giaciglio ti salutò…riscalderai l’inverno con i tuoi ricordi. Bruciano infatti più dolcemente i ricordi nella fredda ed ancestrale notte novembrina.

Tu lo riscalderai con fiamma di memoria quando nel freddo mese solo se ne starà davanti al suo camino e scorerrano le lacrime sul vetusto viso.

E la donna tua che piangendo ti preparò e scelse con amore la bella ed estrema veste guarderai dalle finestre…fluttuando te ne andrai tra le nebbie…e ad ella che col capo chino nel solaio andrà a prendere un altro pezzo di legna per scaldare il vuoto, tu le rivolgerai parole d’amore…e con occhi colmi di gioia la lascerai  “a presto”… sussurrandole. E poi ancora sù, tra le nevi perenni sulle cime…che rosee al tramonto divengono… e giù nei boschi baciati dalle prime nevi…sugli alberi spogli e nelle caverne ventose… nel tuo fiume …nelle tue valli…voli…sì…io è così che voglio immaginarti adesso… che volando vai nelle nevi e sui ghiacci rischiarando… (Francesco, 18 anni)

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DONNA MARIA…AHI AHI AHI!!!

 

In un palazzo di Napoli vive Donna Maria, una signora molto apprezzata per la sua bellezza, moglie di un medico, colta ed elegantissima. Gennaro, il custode la desidera pazzamente e una mattina, mentre la signora gli passa davanti, si lascia scappare, sia pur sottovoce: “Madonna, che bella femmina! Non so cosa darei per averla”.  La signora se ne accorge, torna sui suoi passi e dice: “Come avete detto?”. “Niente, signora, perché?”. Lei lo incalza: “Su, Gennaro, non fate il furbo! Vi ho sentito benissimo…abbiate il coraggio di ripetermelo in faccia”. E l’uomo:  “Ma veramente… ecco non volevo essere scortese, ma… voi… siete così bella che io.. io… sto uscendo pazzo, signò! “  E lei: “Ah sì? Ma bene! Allora sapete cosa dovete fare?” “Si, signò, mo mi faccio una doccia fredda e scusate tanto…”. “Ma no, Gennaro, non fate così…vi piaccio proprio tanto?”. “Da impazzire… non so cosa pagherei…oh,  mi scusi,  ma vede, non ragiono…”. “Gennaro, volete togliervi lo sfizio”. “Signò, che dite?” . “Dico che se volete togliervi il capriccio, venite domani mattina alle undici, con in mano tremila euro ed io soddisferò ogni vostro desiderio…”. “Tremila euro?…Ma, signò, dove li trovo tremila euro?… Non ho tutti quei soldi”. “Eh, Gennaro, ma se si vuole togliere lo sfizio… uno deve fare una pazzia”. “Ha ragione…ma,  vede, io non saprei come trovare quei soldi…”. “Mi dispiace, Gennaro… comunque la proposta è  sempre valida: venite con tremila euro e non ve ne pentirete!”. “Sì, certamente…grazie signò, grazie tante lo stesso!”. Ma l’indomani mattina Gennaro si presenta puntuale con tremila euro, con sorpresa della stessa signora: “Gennaro, ma allora siete proprio pazzo di me, se siete arrivato a svenarvi…!. E così la signora si concede a Gennaro facendogli provare emozioni indescrivibili. Dopo un paio d’ore rientra il marito: “Ciao, Marì, come stai?”.”Bene, grazie e tu?”. “Io bene… senti…è benuto su Gennaro?” “Co… cosa? Non ho capito”. “Avanti, su!… ti ho detto, è venuto su Gennaro verso le 11 ?”. “Sì, sì…è venuto…”. “E ti ha portato tremila euro?”.  “Sì, ma guarda che…”. “Basta così, volevo solo avere la conferma”. “Ma caro, ti posso spiegare…”. “Non c’è nulla da spiegare… Gennaro è un vero uomo!  Un uomo di parola”. La moglie rimane allibita. “Ma caro, non capisco…”. “ Sai, ieri pomeriggio mi incontra e mi dice: dottore, prestatemi tremila euro che domani alle 11, quant’è vero Iddio, ve li riporto!”

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FAMIGLIA, DIALOGO CHE SI FA CIBO QUOTIDIANO

Per non farla troppo lunga (lamentela che si ha modo di sentire quando qualcuno parla troppo o scrive troppo!) tralascerei di iniziare con citazioni più o meno ricercate di natura etimologica a semantica del vocabolo “dialogo” optando per un “incipit” magari un po’ fantasioso, ma proprio per questo anche più congruo con il carattere  di questa rivista… che essendo “spirituale” non può esimersi del tutto di essere talvolta “spiritoso”.    Per non farla troppo lunga mi sono messo ad immaginare il momento  nativo del dialogo e davanti agli occhi stupefatti della mia anima si è presentato questo scenario: il Padre che comunica al Figlio: “Vorrei creare qualcosa di nuovo e di diverso, che ne dici? E tu da che parte stai?” “Dico che va bene e sto sempre comunque dalla tua parte” . E questo sarebbe il momento nativo dello Spirito… Basta così con la fantasia, pena una certa euforia misticoide perniciosa per l’anima… Basta così, ma tanto basta a cogliere subito una prerogativa del “dialogo”,  che è quella di evidenziare e di esplicitare la natura-struttura dell’intera creazione, la natura Relazionale (Dio infatti viene definito dalla Teologia come “Relazione” e quando crea non può fare a meno di imprimere questo marchio “relazionale”… in ogni cosa, al punto da poter parafrasare l’evangelista Giovanni dicendo “In principio era la Relazione…”).  Tale timbro “relazionale” diventa fondativo  di ogni dinamica di rapporto io-tu garantendone la sussistenza in vita e la crescita. A patto che ogni “relazione” venga vissuta nel  pieno rispetto della dinamica  intrinseca di ogni relazione, compresa ovviamente quella di uomo e donna e quelle familiari che da questa derivano. Come mai, allora, capita di trovare sul mercato delle relazioni coniugali e familiari tanta merce sofisticata, se non avariata? Come mai tante e tante relazioni uomo-donna sono più devastanti che appaganti? Come la mettiamo con la storia del “dialogo tra sordi” e “non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”?  Come spiegare che in certe famiglie sia più protagonista la cronica litigiosità che non un dialogare fresco di giornata?

MODALITA’ RELAZIONALE GIUDICANTE O VALUTATIVA? Quando piove e si dice che “il tempo è brutto” si esprime un giudizio. Quando piove e si dice che “il tempo è piovoso” si descrive la natura di una realtà. Ecco la differenza tra “relazione giudicante” (da accostare alla dinamica in uscita di una etichettatrice pronta ad appiccicare etichette  o di una mitragliatrice pronta a sparare giudizi) e “relazione valutativa” (da accostare alla dinamica in entrata di una macchina fofografica sulla cui negativa va a posarsi la fantasia dei colori, negativa dalla quale viene sviluppato il positivo). Le persone inclini al “giudizio” sono frettolose nel vivere i rapporti, pretendono, a loro insaputa, di imbrigliare in una personalissima sommaria idea il dato reale di una persona, di una situazione. Le persone inclini al giudizio soffrono sovente di malattie nervose. Sentirsi continuamente sotto osservazione da parte di queste persone non deve essere, in famiglia e fuori, una situazione relazionale beneficante.  Le persone inclini alla valutazione del positivo del “qui ed ora” invece, sono  capaci di cogliere quanto vedono, odono, odorano, toccano e gustano (queste sono infatti le sensazioni – azioni fatte dai sensi –  sensi regalati dal Creatore alla sua creatura) avendo l’avvertenza di frenare o di sospendere la fregola della mente umana di spiegare, interpretare, dedurre, ipotizzare, precisare… tutte varianti dell’attitudine al giudicare. Le persone inclini alla relazione valutativa sono di norma pacate nel vivere le relazioni, più osservative del bello della diretta della vita, più saggiamente contemplative.  Laddove il metereologo prevede “tempo brutto” (e se l’acqua si offendesse per essere descritta brutta e non piovesse più!) un San Francesco vede l’acqua “utile, umile, pretiosa, casta”. Cosa ricavarne per la dinamica delle relazioni familiari? Se ne ricava che il dialogo riflette inesorabilmente la natura della relazione instaurata. Se l’imprinting “relazionale valutativo”” impresso dal Creatore viene rispettato e assecondato ne consegue una vita relazionale familiare serena e un dialogo nutriente la medesima.  Una volta Gesù affermò: “Mio cibo è fare la volontà del Padre”.  Un’altra volta insegnerà a pregare: “Dacci oggi il nostro pane (cibo) quotidiano”.  Se si ricorda che la “volontà del Padre” e che ci amiamo come fratelli, ne consegue che quando si chiede il “cibo quotidiano” di cui nutrirsi si chiede il nutrimento quotidiano della fraternità delle relazioni tra le pareti domestiche (altro che ”parenti serpenti” o “fratelli coltelli”!) . E quando si pensa che l’Eucaristia è il sacramento preferito da Gesù e  inventato proprio quel Giovedì Santo a ridosso del sacramento della fraternità in esso incluso, ne deriva che  non c’è fraternità di relazione senza Eucaristia così come anche una Eucaristia senza fraternità assomiglierebbe ad un pernicioso solipsismo mistico. I mistici stessi vivevano viscerali relazioni fraterne nelle loro comunità. Le conseguenze, sul piano del dialogo da fare in famiglia, sono evidenti: ci si nutre reciprocamente alla mensa della relazione valutativa e non giudicante…

ALCUNI DETTAGLI PER UN DIALOGARE FAMILIARE RECIPROCAMENTE NUTRIENTE Il dialogo risente quindi del tipo di relazione ed è reciprocamente nutriente a patto che rispetti la natura “creata” della medesima.  Il dialogo, si sente dire da anni, da più parti e a diversi livelli,  è finalizzato alla crescita della persona attraverso uno scambio reciproco. Per poter parlare di crescita integrale delle persone in dialogo occorre però un dialogo a tutti i livelli.  I livelli del dialogo (e quindi della relazione)  sono 5: superficiale (lo dice la parola… sarebbe quello di chi dice di conoscere il mare soltanto perché è capace di fare il morto a galla) informativo ( lo dice anche qui la parola… ed è quello dove si scambiano informazioni sull’orario dei treni,  sullo stato di salute che solitamente e sbrigativamente si compendia in un asettico “non c’è male”) opinionale: (dove lo scambio è quello del come la si pensa in politica, sport, religione e dove hanno inizio i “litigi” per la  dinamica diabolica del “leggere” come “avverso a sé” – pertanto da combattere – chi ha semplicemente opinioni “diverse”!) emozionale: (dove ci si confida cuore a cuore gioie, dolori, paure, collere sicuri di venire accoclti al caldo dell’altro cuore e non al freddo cerebrale di giudizi o rimproveri per il proprio personalissimo soffrire o gioire) intimo: (è quello delle anime dove basta un cenno per sentirsi capiti e accolti. Le anime sono annodate dall’eternità e nascono simpatiche tra loro. A complicare le cose sul piano del dialogo sono le “maschere” personali con cui il Creatore si diverte a vestirle (l’etimologia greca di persona è infatti maschera) . Va da sé che il livello ottimale per un dialogo intrafamiliare che voglia essere appagante e nutriente è quello profondo… intimo… per il quale è più indicato un habitat di silenzio. Questo è anche il livello al quale sgorga la preghiera, preghiera coniugale e familiare altresì, fatta più di ascolto e contemplazione e sorriso e gemito dell’anima che non di frastuono vocale o di cicaleccio petulante e lamentoso di ciò che in casa non va…  Mario Luzi scriveva: “La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro” Magari il linguaggio della tenerezza silente…delle anime oranti… Un’altra attenzione da avere per vivere una atmosfera relazionale dialogante intima  è quella  che suggerisce di tenere sempre separata la persona dai suoi comportamenti. La persona è sempre amabile pur in presenza di “comportamenti” non amabili. Da qui la delicatezza, in famiglia e fuori, di non giudicare  “cretina” l’intera persona per aver avuto un comportamento “cretino”, così come ci si guarda bene dal giudicare una pianta marcia per aver  prodotto qualche frutto marcio, come ci si guarda bene dal “buttar via il bambino insieme all’acqua sporca”. Nella fretta con cui si vivono oggi le relazioni succede infatti spesso di non ricordarcene cadendo nella trappola dell’uso del “tu” riferito alla persona intera anziché limitato ad un suo comportamento… Ed ecco allora sentire in atmosfera espressioni della serie: “Sei proprio un deficiente” laddove si potrebbe ovviare con un rilassante e più veritiero: “Sei il mio amore, ma ti posso dire che hai commesso proprio una deficienza?”  Ci vorrà più tempo, ma chi ha detto che risparmiar tempo allunga la vita? E poi a cosa vale tutta quella nervosità frettolosa  che caratterizza tante e tante conversazioni se dalla vita non si esce vivi? E da ultimo, una indicazione psicologico-spirituale per vivere una relazione intrafamiliare capace di farsi preghiera quotidiana fatta di complimenti e di applausi a Dio  per averci messo insieme nella nostra famiglia, così diversi, con quel fratello che non si sa da dove sia  uscito, con quel marito che se non avesse quel carattere sarebbe l’uomo migliore del mondo, con quella moglie che per essere perfetta le manca solo un difetto, con quel figlio che non si sa da chi abbia preso, con quella suocera che più suocera non si può, con quel cognato che te lo raccomando, con quel cugino intermittente che si fa vivo solo quando c’è un morto da seppellire ed anche con quel parroco che non ce ne potevano mandare uno meglio, con quel Vescovo che tutto pare se non un pastore, con quel Cardinale che pare gli sia cascato il sorriso sulle pagine di troppi libri letti, con quel Papa che quello di prima era meglio…..  L’indicazione è quella di pensare seriamente che alternativa a tutto questo non esiste; e se alternativa non esiste, c’è soltanto una possibilità di vita relazionale e dialogica reale da affrettarsi a mettere in pratica ed è quella di coltivare l’attitudine a vivere “il presente” senza evasioni nostalgiche nel passato  morto e sepolto e senza fughe ansiose nel futuro inesistente. Questo, a livello di dialogo spicciolo, proibisce di uscirsene ogni tanto con quelle nefaste espressioni del tipo “Te l’avevo detto” oppure “Vedrai che ti succederà” capaci in un istante di rendere irrespirabile l’atmosfera. Scriveva Mark Twain: “Ho sofferto tante disgrazie nella mia vita… che non mi sono mai successe”. L’indicazione è quella di ricordarci che il presente è il punto di contatto tra l’eternità e ii tempo ed è proprio lì che Dio si fa trovare… Sarà per questo che la tentazione a cui ricorre sempre Satana è quella del catapultare l’uomo fuori dal presente, quella di farlo pentire del passato che poteva essere meglio o di farlo preoccupare  per il suo futuro o di farglielo desiderare più promettente del presente?   “Sarete come Dei” sibilò il serpente nelle orecchie dell’anima di Adamo ed Eva. E ci cascarono…Si fossero accontentati di quel che già erano! Ogni tentazione viene declinata al futuro… ecco perché il presente sfugge di mano!  Ma è una storia che può ripetersi ogni giorno, in tante famiglie, se non si impara a nutrirsi del pane fresco di giornata della fraternità relazionale e a sostanziare questa con il Pane che da la vita eterna cioè la stabilità relazionale definitiva e per sempre- E se, a causa di malanni relazionali inguaribili o  di virus capaci di attentare al tessuto delle relazioni familiari, succede all’animo gravato di angoscia di esplodere in lamentazioni per un destino “cattivo” toccato in sorte e all’anima di gemere in un pianto che strappa la carne si abbia ancora il dono di ricordare, in quei momenti che “le nuvole passano, il cielo rimane” e se questo non basta, di ricordare il rimbrotto di Dio Creatore rivolto al lamentoso Giobbe— “Ma mi vuoi dire dove eri mentre ero Io indaffarato a mettere le fondamenta del mondo?”.

In conclusione, questo brano poetico di Helen Mallicoat: Mi rammaricavo del mio passato e temevo per il mio futuro quando, improvvisamente, il mio Signore parlò: “Il mio nome è IO SONO”. Fece una pausa. Io attesi. Poi continuò: “Se tu vivi del passato con i suoi errori e i suoi dispiaceri vivi nel dolore. Io non sono nel passato. Il mio nome non è IO ERO. Se tu vivi del futuro con i suoi problemi e le sue paure, vivi nel dolore. Io non sono nel futuro. Il mio nome non è IO SARO’. Se tu vivi questo momento, vivi nella pace, Io sono nel presente. Il mio nome è IO SONO”.

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QUI CI VORREBBE UN MIRACOLO! (Commento omiletico di Mc. 5, 21-43)

    Ci sono in circolazione espressioni di uso comune in grado di fotografare nitidamente o di definire con precisione una situazione emotiva o una sensibilità particolare. Ad esempio l’espressione “qui ci vorrebbe un miracolo” descrive molto realisticamente il senso di impotenza che attanaglia sovente il cuore in certe situazioni giudicate senza via d’uscita. Ma, a  ben considerare, è una espressione vaga, eterea, quasi un tenue sfogo di rassegnato fatalismo fine a se stesso di fronte all’enigma o al non senso di taluni accadimenti nei quali si è finiti intrappolati. “Ci vorrebbe proprio un miracolo”,  è una espressione che sottende sì  un barlume di fede, barlume tuttavia non sufficiente ad illuminare il buio del dolore. Non sufficiente, questo anelito del cuore e dell’anima, perché privo di parametro di riferimento, privo cioè della consapevolezza (e magari anche dell’umiltà) di poterlo chiedere a “qualcuno” questo aiuto fuori dal normale. Un’altra espressione di uso comune è “basta il pensiero”, con la quale espressione si intende dar più valore all’interiorità che non alla esteriorità, si intende privilegiare l’anima delle azioni più che non le azioni medesime… Ebbene, dal coniugio curioso delle due espressioni ne scaturisce una terza che dà l’abbrivio al commento omiletico del brano di vangelo di Marco… Infatti “qui ci vorrebbe un miracolo” dovrebbe aver pensato il caposinagoga Giairo corso incontro a Gesù per richiedergli in extremis il salvataggio della figlia morente… E “basta il  pensiero” deve aver pensato la sfortunata donna che da anni perdeva sangue e… anche  soldi  per fermare il sangue.  Quindi, si potrebbe concludere che “basta il pensiero per ottenere un miracolo”. Pensiero rivolto a chi, però? Per ottenere un miracolo da chi, però? E in questo specifico caso, sia Giairo che la donna perdente sangue, disperati, per ragioni diverse, sulla strada della vita e con il cuore in apnea, avevano le idee chiare a riguardo; hanno avuto cioè la capacità (è per dono e non per bravura sapersi accorgere di possedere un dono, una capacità…) di attingere al fondo dell’anima la dinamica travolgente della fede… ben consapevoli a Chi chiedere l’impossibile (Giairo), anche soltanto con un pensiero (la donna afflitta  da emorragia). Come siano andate a finire le cose è risaputo. E’ risaputo cioè che a Gesù basta che si creda veramente, senza se e senza ma (tanto per usare un altro evanescente modo di dire…), che non si perda tempo dietro a sospiri o lamentazioni…E i miracoli accadono, meglio, vengono profusi in abbondanza. C’è un altro dettaglio curioso da meditare… quello che oserei definire il dettaglio dei miracoli di strada… E’ infatti per strada, cammin facendo,  che ci si imbatte facilmente, e sovente imprevedibilmente, in Gesù. Con ciò non si vuole sminuire il valore del luogo santo del tabernacolo dove lo si può trovare sempre e comunque sotto la forma da Lui inventata e da Lui preferita (l’Eucaristia),  forma ancora inesistente prima del fatidico Giovedì Santo, ma si vuole semplicemente insinuare che quando l’anima lo cerca veramente per fede Lui c’è. Mi sovviene la notissima paradossale espressione di Sant’Agostino: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.  E la sua risposta è immediata, “subito”, annota l’evangelista. Sarà anche per questo che un giorno se ne uscirà dicendo di se stesso “Io sono la Via”. Come è anche curioso annotare che nell’utero di un miracolo (stava recandosi a casa di Giairo) c’è spazio anche per un miracolo gemello (quello della guarigione della emorragia della donna), quasi una esagerazione! Gesù non perde tempo a sanare e salvare quando chi lo cerca e lo trova fa richieste mirate motivate da fede certa. Che poi la sua risposta non sia sempre del medesimo livello o della medesima pasta della domanda attiene al rassicurante mistero della fantasia del Padre. www.gigiavanti.com

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