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Una serie di scritti, suggestioni, aforismi ed emozioni raccolti nel corso del tempo

“SE TI MORDE UN LUPO… PAZIENZA! QUELLO CHE

“SE TI MORDE UN LUPO… PAZIENZA! QUELLO CHE SECCA E’ QUANDO TI MORDE UNA PECORA”!  (E. Bloch)

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di | 19 Maggio 2013 · 08:13

CHE DIFFERENZA C’E’ TRA “andare contro” e “andare oltre” l’ostacolo?

(Metafora notturna per politici intelligenti… esclusi alcuni))

In una corsa ad ostacoli dove lo scopo è il raggiungimento del traguardo, cosa direste se i concorrenti si accanissero ad “andare contro gli ostacoli” o peggio se perdessero tempo ad “andare” gli uni “contro” gli altri?

Lettura psico-emotiva del “contro” (per tutti… esclusi alcuni psicologi): molti psicologi sostengono che andando “contro”  qualcuno, paradossalmente, lo si rinforza.

Lettura spirituale del “contro” (soltanto per credenti intelligenti…nessuno escluso):  ad inaugurare l’andare “contro” è stato Satana. Dio non va contro nessuno, ecco perché “va” alla grande!  Dio è “oltre” e là lo si trova… Se soltanto lo volesse, potrebbe azzerare tutto quanto gli rema contro, ma non può volerlo, essendo stata  la sua “opzione fondamentale creatrice” quella dell’agire “per”.  Su questo crinale è situato stabilmente il mistero della liberta.

Cari amici, quando certi pensieri spingono per voler uscire dal carcere della mia piccola testa… io li lascio uscire. Anche per far posto ad altri!

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TORNIAMO A EDUCARE… come Dio comanda!

TORNIAMO A EDUCARE (considerazioni per genitori con figli adolescenti e non…)
1) La gioia di educare (ovvero come tenere a bada l’ansia educativa).
2) La metamorfosi dell’adolescente … e quella del genitore (ovvero come affiancarsi al figlio nella fase di passaggio dell’adolescenza).
3) Dare comandi è più sbrigativo, ma… (ovvero come intercettare per tempo i veri bisogni dei figli).
4) La fiaba del piccolo gambero (ovvero come riconoscere ed accettare il destino di libertà dei figli).
5) Alle prese con figli dal carattere difficile (ovvero come preferire la pazienza educativa al rimprovero o alla minaccia).
6) Il binario educativo (ovvero perché e come tenere in equilibrio la rotaia dei “no” con quella dei “sì”).
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SI TRATTA DI SEI BREVI INTERVENTI DI Gigi Avanti IN VIA DI PUBBLICAZIONE SULLA RIVISTA “Vita Familiare” dell’Istituto Pro Familia di Brescia.

1) LA GIOIA DI EDUCARE (come tenere a bada l’ansia educativa)
Iniziando insieme questo percorso il mio pensiero va immediatamente al mio percorso educativo di genitore (ormai nonno…) e ai molti incontri avuti con genitori alle prese con problemi educativi. E, senza perdermi dietro a recriminazioni e sospiri per gli immancabili errori commessi, voglio subito condividere una considerazione di fondo che, lungo il corso di questi anni, ha preso corpo nella mia mente. E’ una considerazione quasi sconvolgente, seppur veritiera, almeno in parte.
E’ vero o no che tanti genitori, non tutti per fortuna, “bruciano” più o meno quarant’anni della loro vita educativa dibattuti o preda di due atteggiamenti o stati d’animo non propriamente adatti a favorire la crescita dei figli? E’ vero o no che per i primi vent’anni vivono nella “preoccupazione ansiosa” di far crescere bene i loro figli e che nei vent’anni successivi vivono magari nella “delusione triste” per come se li ritrovano cresciuti?
Ansia e delusione, preoccupazione e tristezza non sono proprio quello che ci vuole per una relazione educativa che voglia qualificarsi come sana, equilibrata, realistica. Da questa considerazione, magari anche esagerata, prendo spunto per questa prima riflessione promettendo di evitare il più possibile, per quelle successive, toni di sermone o di ammonizione (così noiosi per i nostri figli…) e di privilegiare invece l’uso di “storielle”, leggendo con umile attenzione le quali, ogni genitore comprenderà da sé se e cosa ritoccare nel suo approccio educativo con i figli in generale e con i figli adolescenti in particolare.
Per questa prima riflessione mi piace ricordare i tre atteggiamenti educativi fondamentali e positivi (e ciò giustifica il titolo) ribaditi da Papa Benedetto XVI (in età di nonno e pertanto più autorevole) nella sua lettera sulla emergenza educativa indirizzata ai genitori della Diocesi di Roma. Egli parla di “fiducia”, di “coerenza”, di “presenza”. Consideriamoli in dettaglio:
FIDUCIA: naturalmente nel proprio figlio, nutrendo la consapevolezza di fede che egli è anche e soprattutto figlio di Dio. Tale consapevolezza ispira al poeta Gibran il celebre brano dal titolo “I vostri figli non sono figli vostri” nel quale mette in guardia contro il rischio della “possessività” e indica anche l’atteggiamento basilare da tenere per facilitare la loro crescita, quello della “tensione gioiosa”, l’esatto opposto della “tensione nervosa”, e ansiosa, presente non di rado in tante relazioni educative. Ecco le sue parole: “Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere perché Egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo”. E’ vero o no che la fiducia nasce dalla certezza di essere nelle mani di Dio?
COERENZA: considerando il principio base della psico-pedagogia evolutiva secondo il quale il cucciolo d’uomo cresce per via imitativa, è facile concludere che la trasmissione dei valori da genitore a figlio avviene, seppur non magicamente, se quei valori sono vissuti dai genitori pur tenendo conto di limiti e imperfezioni insitI nelle umane cose. Già ammoniva sant’Agostino. “Da’ ciò che comandi”. Coerenza chiama però misericordia… Se Dio usa misericordia delle imperfezioni educative dei genitori, questi dovranno parimenti averne per le imperfezioni e le lentezze di apprendimento dei figli.
PRESENZA: va da sé che perché i figli sentano il calore della “fiducia” dei genitori e vedano la “coerenza” dei loro comportamenti occorre la “presenza”. Una presenza di qualità, però, affettiva più che autoritaria, fatta di parole essenziali, di esempi concreti, ma non ostentati o pesanti e soprattutto di silenzio sorridente. Un po’ come si è comportato Dio nei confronti dell’umanità: dapprima usando la parola, poi con la Parola fatta Carne ed infine con il silenzio Eucaristica… Parola, Carne e Pane… Dire, Fare, Essere: i tre comportamenti vincenti con predilezione per l’essere quando i figli sono in adolescenza e di parole ne hanno già sentite tante e di esempi ne hanno già collezionati tanti.

2) LA METAMORFOSI DELL’ADOLESCENTE…. E QUELLA DEL GENITORE (ovvero come affiancarsi al figlio nella fase di passaggio dell’adolescenza)
“L’adulto è un bambino cresciuto bene” affermano le scienze pedagogiche e il periodo dell’adolescenza è quel periodo intermedio delicatissimo durante il quale avviene tale crescita. E tale crescita va a buon fine se l’adolescente è in grado di elaborare i cosiddetti “tre lutti” che caratterizzano tale periodo, a volte lungo e travagliato e a volte più lineare e breve (come avviene in genere per la prima nascita…): il lutto della “perdita del corpo bambino”, quello della perdita del “ruolo o comportamento dell’infanzia” e quello della destrutturazione e della ristrutturazione delle “figure genitoriali” fino ad allora considerate “mitiche”. Questa separazione graduale dall’infanzia è una legge di natura e se l’adolescente la saprà assecondare nei suoi tempi la sua crescita andrà a buon fine (da notare che, etimologicamente il verbo “crescere” è imparentato con il verbo “creare” e significa proprio “portare a buon fine ciò che è stato creato”).
Ma, se per portare a compimento ciò che Dio ha creato l’adolescente non potrà molto contare sul mondo esterno della cultura degli adulti (fatta più di apparenza che di sostanza…), potrà invece contare sul mondo interno delle relazioni familiari. A patto però che questi “adulti” (genitori, educatori, catechisti, istruttori e quant’altro…) lo siano di fatto e non di nome e non si facciano venire le vertigini per le continue oscillazioni dei loro adolescenti tra paure e desideri, angosce e sogni, tormenti ed entusiasmi, cadute e ripartenze e soprattutto si ricordino, ogni tanto, della loro propria adolescenza. A patto, quindi, che i genitori stiano rocciosamente fermi nella loro postazione affettiva convinti fortemente che quanto oscilla prima o poi torna al suo equilibrio di base… per la legge universale della omeostasi. Oppure facciano come fa l’istruttore di cui parla questa storiella piena zeppa di messaggi da cogliere:
In molte tribù degli indiani d’America i ragazzi, raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti ad una serie di prove iniziatiche, quali dormire fuori dalla loro tenda lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi vere: asce, archi, frecce, cucire scarpe e vestiti con pelli d’animali da loro stessi catturati, sottoporsi a lunghi momenti di istruzione da parte degli anziani.
Si racconta che durante una di queste istruzioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati. Allora uno dei giovani lì distesi cominciò a pulirsi le unghie adoperando un bastone invece del suo grattatesta. Ad un tratto esclamò: “Guardate! Mi crescono delle penne sotto le unghie!”. Alcuni suoi compagni provarono anch’essi e presto tutti lo imitarono. E videro spuntarsi addosso delle penne, che crescevano fino a diventare ali. “Cosa diventerai?” si chiedevano reciprocamente. Uno disse: “Diventerò un’anatra selvatica. E tu?”. “Io diventerò un’oca”. Un altro volle diventare anche lui un’anatra selvatica, altri due invece vollero diventare gru.
L’istruttore non disse nulla. Ma quando finirono per emettere non più parole, ma gridi, pensò: “Bene, farò così anch’io. Sarò l’aquila”.
Allora, molti degli abitanti del villaggio che stavano fuori nei pressi della sacra tenda, cominciarono a sentire un gran rumore e dall’apertura del fumo videro uscire prima una grossa anatra selvatica, poi delle oche, poi ancora delle gru e infine un’aquila…
Alcuni degli abitanti del villaggio, compreso qualche genitore, si misero a gettare secchi d’acqua gridando: “Tornate indietro, vi state trasfigurando”. Ma essi volarono via.
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3) DARE COMANDI E’ PIU’ SBRIGATIVO, MA… (ovvero come intercettare i veri bisogni dei figli)
Alcuni anni fa la rivista Dimensioni Nuove dei salesiani pubblicava i risultati di una indagine fatta agli adolescenti sui veri bisogni della persona umana. Questa indagine era strutturata in due semplici domande alle quali gli adolescenti dovevano rispondere a caldo. La prima domanda chiedeva di scrivere “quello che ci siamo sentiti dire da bambini” e la seconda chiedeva “quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini”.
Considerando la stretta interdipendenza esistente tra la realtà della “comunicazione” e quella della “relazione interpersonale” (dimmi come parli e cosa dici e ti dirò che atmosfera relazionale vivi…) è facile dedurre quale risultato volessero raggiungere i ricercatori.
Ecco alcune delle risposte alla prima domanda: stai fermo, muoviti, sbrigati, lavati i denti, hai fatto la cacca, mangia tutto, chiedi scusa, saluta, non piangere, non devi avere paura, peggio per te, farai tardi, non correre, non sudare, non t’arrabbiare, prima devi finire i compiti… Ed ecco alcune risposte alla seconda: sono felice di averti, parliamo un po’ di te, sei triste?, cosa ti ha fatto arrabbiare?, mi piace stare con te, dimmi se ho sbagliato, puoi piangere se vuoi, perché non hai voglia di fare i compiti?, raccontami, cosa ti fa soffrire?.
Facile concludere. La via pedagogica da preferire per favorire la crescita dei figli non è tanto quella del “dare ordini” quanto quella del “dare carezze”. Dare ordini è più sbrigativo (e nasconde anche un pizzico di sindrome onnipotentistica nel senso che si è convinti che basti dire al figlio di “non avere paura” perché la paura passi), ma cozza contro uno dei principi della psico-pedagogia che è quello della intercettazione dei veri bisogni del figlio. Chi piange, ad esempio, ha bisogno di “consolazione” e non di negazione del suo dolore…
Dare carezze è certamente più faticoso, ma a lungo andare ripaga. Molto più sbrigativo dire “sbrigati”, ma molto più in linea con il principio già ricordato che il cucciolo d’uomo cresce prevalentemente per via imitativa dire invece “io sono pronto”. Molto più immediato ordinare “lavati i denti” che dire “io vado a lavarmi i denti”. Nessuno garantisce risultati magici ed immediati a chi predilige tale approccio, ma questo attiene al mistero di libertà di ogni essere umano, figli compresi. C’è inoltre da sottolineare un aspetto: le due vie non sono antitetiche e non vanno considerate con la filosofia dell’aut aut (o questa o quella), bensì sono da considerare con la filosofia dell’et et (e questo e quello), nel senso che un comando può anche avere anima di affetto e, paradossalmente, potenziare la “coerenza” del genitore riguardo ai valori che vuol trasmettere, come già annotava sant’Agostino quando diceva: “Da’ ciò che comandi”.
Una curiosità tecnica: l’uso dei “tu”, magari coniugato con il verbo “essere”, nei modi di comunicare veicola più facilmente giudizi e comandi, tende a fare di ogni erba un fascio, a non fare distinzione tra persona e comportamento o, come si suol dire, a buttar via il bambino insieme all’acqua sporca (un conto è dire “sei cretino” e un altro è dire “hai fatto una cretinata… e te lo dico perché ti viglio bene”) mentre l’uso disarmato dell’io (“io sono arrabbiato per questo tuo comportamento”…) non fa sentire la frecciata nascosta del giudizio e talvolta anche dell’insulto e lascia libero l’altro di gestire con i suoi tempi la soddisfazione dei suoi bisogni e la manifestazione dei suoi sentimenti. In definitiva si cresce più contenti per via affettiva che per via normativa, sebbene i risultati forse non saremo noi a vederli. Così come accade alla radici che, per strano destino, non vedranno mai il frutto della pianta che stanno alimentando. E a proposito di radici… c’è un proverbio che dice “senza radici non si vola” a proposito di adolescenti che si apprestano a volare via.

4) LA STORIELLA DEL PICCOLO GAMBERO (ovvero cosa succede se non si accetta il destino di libertà dei figli)
La storiella del piccolo gambero offre molto materiale pedagogico. Ce n’è per tutti e lascia a ognuno la fantasia e la bontà di derivarne le eventuali modifiche del suo attuale atteggiamento educativo. Faccio subito notare che il piccolo gambero della storiella non è il figlio riottoso e cocciuto dal brutto carattere da correggere (questo sarà oggetto del prossimo intervento) ma più semplicemente un essere segnato alla nascita, misteriosamente, da un proprio destino di libertà. Accettare il mistero di libertà d’un figlio è più proficuo che volerlo razionalizzare, o peggio, opporvisi.
C’era una volta una comunità di gamberi che viveva nelle acque di un fiume. In questa comunità di gamberi un giorno nacque un piccolo gambero che invece di camminare all’indietro andava avanti… con grande disperazione dei suoi genitori per questo scherzo del destino. Essi infatti cercavano di persuaderlo a camminare come tutti gli altri, ma senza riuscirvi. Crescendo, arrivò il giorno che il piccolo gambero fu iscritto alla scuola. Ed anche a scuola veniva preso in giro dai compagni, rimproverato dai maestri, minacciato di espulsione dal direttore. E, una volta tornato a casa, i genitori continuavano a lamentarsi: “Figlio, che t’abbiamo fatto? Perché cammini avanti mentre tutti noi camminiamo all’indietro?”. Il piccolo gambero alzava le spelle rassegnato e rispondeva: “Non ci posso fare niente. A me piace camminare avanti”.
Col passar del tempo la situazione diventava sempre più pesante, fintantochè un giorno gli insegnanti decisero di convocare i genitori e li rimproverarono: “Voi vi disinteressate di vostro figlio e non fate nulla perché cammini come tutti gli altri”. E loro giù a piangere e a rifarsi contro il figlio. Le provarono tutte, comprese le botte e le punizioni più brutte, per persuaderlo a camminare all’indietro.
Mano a mano che il tempo passava, anche gli altri componenti della comunità dei gamberi presero a bersagliare questo povero piccolo gambero. La situazione divenne talmente insopportabile che i genitori furono convocati di fronte al Consiglio degli anziani. I gamberi anziani cominciarono a redarguire i genitori: “Voi avete educato male vostro figlio, vedete come si comporta, invece di camminare all’indietro va avanti. Vi diamo ancora qualche tempo per rimediare; se la situazione non dovesse cambiare saremo costretti ad espellerlo dalla nostra comunità perché non costituisca elemento di scandalo”.
I genitori messi alle strette da questa minaccia insistevano con il piccolo gambero piangendo: “Figliolo, ti preghiamo, cerca di cambiare”. E lui rispondeva semplicemente: “A me piace andare avanti e continuo ad andare avanti”. Non ci fu proprio niente da fare.. Arrivò quindi il momento in cui la comunità decise di espellere il piccolo gambero. Tutti si radunarono in riva al fiume e questo gamberetto con il suo sacchetto in spalla fu cacciato via. Genitori che piangono, compagni che lo deridono, anziani che scuotono la testa… Tutto il gruppo dei gamberi lo vede allontanarsi. E lui sene va, solo con il proprio destino; si tuffa nell’acqua del fiume e siccome questa va avanti, egli continua ad andare avanti… I genitori lo salutano, lui accenna ad un saluto e se ne va fino a scomparire alla vista di tutti.
Ad un tratto, mentre continua a camminare avanti, verso il mare, si imbatte in uno scoglio. Su quello scoglio intravvede una figura muoversi. Man mano che si avvicina si accorge che è un vecchio gambero, tutto sgangherato, che lo guarda e lo chiama. Il piccolo gambero si avvicina e il vecchio gambero gli dice: “E così anche tu hai scelto di andare avanti; anch’io avevo fatto la stessa scelta, poi mi sono stancato e mi sono fermato. Ecco il risultato, sono qui, solo, a morire su questo scoglio. Tu non fare come me, vai avanti, segui la tua strada”.
Il piccolo gambero, con le lacrime agli occhi, salutò il vecchio gambero e continuò ad andare avanti verso il mare… in quell’immenso mare dove andare avanti o indietro non aveva più ormai alcuna importanza…
Tuttavia, egli, il piccolo gambero, era riuscito a raggiungere il traguardo della sua vita.

5) ALLE PRESE CON FIGLI DAL CARATTERE DIFFICILE (ovvero perché preferire la pazienza educativa al rimprovero o alla minaccia)

Se è vero che “il buon giorno si vede dal mattino” potrebbe essere anche paradossalmente vero che “il cattivo giorno non si vede dal mattino”. Questo per dire che la sorpresa di trovarsi di fronte ad un adolescente che crea problemi è sempre dietro l’angolo. Leggendo con cura la storiella di Emily Dickinson ogni genitore scoprirà da sé quale è l’atteggiamento da privilegiare quando intende intervenire e come per correggere alcuni brutti comportamenti del proprio figlio.
C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno. Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno. Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia. Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza. I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata. Il padre conduce il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà. Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica.
Qualcuno, magari a corto di speranza e carico di delusioni, potrà pensare che certe cose accadono soltanto nelle favole e che la vita è un’altra cosa. A questo qualcuno mi vien da dire, invece, che è proprio questo il momento da sfruttare subitamente e umilmente per risvegliare quel germe di speranza e di fiducia ancora presente nel fondo della propria coscienza genitoriale. Cambiare marcia, quando si è in salita, è più conveniente e salutare anziché insistere ad accelerare finendo col soffocare il motore.
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6) IL BINARIO EDUCATIVO (ovvero come e perché tenere in equilibrio la rotaia dei “no” e quella dei “sì”)
Sono note a tutti i genitori, o quasi, le varie diatribe riguardanti la faccenda dei “no” , delle proibizioni, dei castighi, degli sculaccioni e dei “sì”, dei permessi, delle autorizzazioni, degli incoraggiamenti da dare ai figli… Così come sono ormai a conoscenza di tutti taluni atteggiamenti educativi discutibili evidenziati dalle seguenti espressioni verbali: “A mio figlio non deve mancare nulla… impareranno da soli quanto è dura la vita.. non lo faccio battezzare perché quando sarà grande sceglierà lui” e via di seguito.
E proprio da qui prende il via l’ultima riflessione di questo percorso dal significativo e provocatorio titolo “Torniamo a educare”. E prendi il via alla larga…
Quasi tutti i pedagogisti si sono alla fine trovati d’accordo nel riconoscere che due sono, alla fin fine, i bisogni fondamentali da soddisfare per un benessere integrale esistenziale, il bisogno di protezione e quello di incoraggiamento. E sono bisogni da soddisfare quotidianamente, allo stesso modo del bisogno di nutrimento per poter crescere.
Soltanto che, nella fase della prima infanzia, la soddisfazione di questi bisogni paralleli avviene principalmente ad opera dei genitori, mentre nel prosieguo della vita dovrà essere la singola persona a soddisfarli autonomamente… Un apprendistato, questo, la cui durata sembra essere anche simbolicamente indicata da un episodio della vita di Gesù dodicenne rimasto a Gerusalemme… senza aver avvertito i genitori.
Un autore, Erich Fromm, taglia corto al riguardo affermando che “si diventa adulti quando si è in grado di fare da padre e da madre a se stessi”.
Questa legge di natura (pericolosissimo sottovalutarla o ignorarla) è silenziosamente e curiosamente presente nell’evento naturale della gravidanza e del parto. E’ curioso e sorprendente infatti constatare il fatto che durante la gravidanza l’essere umano vive, a sua insaputa, l’esperienza di un habitat estremamente “protetto” che gli garantisce un benessere a 360 gradi (caldo e tenero è l’habitat uterino…) mentre nell’evento parto per la nascita vive, sempre a sua insaputa, l’altra esperienza del distacco da questo habitat grazie alle spinte “incoraggianti” della madre… Fermezza e decisione occorrono per lasciare questo habitat nel quale era pur comodo rimanere.
Queste due “esperienze” (quella dell’attaccamento uterino e quella del distacco) segnano il DNA psico-emotivo dell’essere umano a tal punto che egli non potrà più fare a meno di “protezione” e di “incoraggiamento” per una vita sana e completa.
Da qui il seguente assioma dei soliti studiosi di questi eventi: “Il bambino si forma grazie ad un viscerale attaccamento alla madre, l’adulto si forma in ragione di un graduale e realistico distacco dalla stessa”.
Bisogno di “tenerezza protettiva” (l’utero protegge appunto perché tenero e caldo e quindi ciò induce a dire che i “no”, per essere protettivi vanno pronunciati con “tenerezza”) e di “fermezza incoraggiante” (il distacco dall’utero avviene con un taglio netto e deciso e ciò induce a pensare che i “sì”, per essere incoraggianti, devono essere fermi e decisi) costituiscono quel cosiddetto “binario educativo” sul quale corre o scivola la locomotiva della propria vita. Superfluo, e anche banale, ricordare che le due rotaie vanno tenute sempre in equilibrio pena il deragliamento della locomotiva e… che dopo la prima spinta dei genitori il figlio impari a muoversi autonomamente su questo binario.
E’ opportuno ricordare che essendo, questa, una “legge di natura”, ignorarla o applicarla facendo di testa propria porta a risultati deleteri. Così infatti asserisce la psicologa Anna Terruwe nel suo libro “Amare e curare i nevrotici”: “Se Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai: Se non la rispetti essa ribatte il colpo e prima o poi te la fa pagare”. E quando si parla di “natura” si intende qui la natura delle “relazioni interpersonali”. E’ un discorso ecologico applicato al mondo delle relazioni interpersonali. E’ così fuori luogo parlare di “ecologia relazionale”? Non dovrebbe suonare, tale espressione, come musica armoniosa alle orecchie, spesso otturate, dell’uomo d’oggi? In un mondo dove la “relazione interpersonale” soffre di patologie gravi e dove tanti terapeuti e spiritualisti si danno da fare per curarla sarebbe bene ricordare: “La relazione con gli altri è come la cucina, in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.
Mettere tenerezza e incoraggiamento nel rapporto educativo con i propri figli non è cosa che si possa improvvisare, ma cosa che richiede tirocinio talvolta quasi ascetico, manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio mondo interiore… da trattare, appunto, con tenerezza e decisione… (mente, cuore e anima… e anche corpo, perché il corpo parla senza uso di parola).
Che poi i risultati non si vedano sempre attiene al mistero della vita (ma è pericoloso anche, sull’altro versante, attribuire a se stesso il merito per gli eventuali risultati positivi …), mistero d’amore.
Mistero d’amore che i genitori dovrebbero sapere come godere essendo, il modo di agire misterioso d’amore, il modo del collega Padre Dio che se ne intende dei suoi figli più di quanto non si pensi. Ed è proprio Lui ad assicurare ai genitori umani che alla fine “tutto filerà liscio” in barba ai nostri desideri e alle nostre aspettative di piccoli padri umani… Siamo o non siamo nelle mani di Dio, tutti quanti, genitori e figli? Nelle mani di quel Dio che, misteriosamente, non darà sempre soddisfazione ai nostri desideri, ma manterrà sempre, per amore, le sue promesse… Basta dargli tempo ( fosse anche un’eternità…)… così come sarebbe conveniente fare con i nostri figli…
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EUGENIO LOMBARDO…intervista me sull’al di là… stando di qua!

SI TRATTA DI UNA INTERVISTA CHE IL GIRONALISTA EUGENIO LOMBARDO (scrive su IL CITTADINO di Lodi) MI HA CORTESEMENTE E GRADEVOLMENTE CHIESTO E CHE MI PIACE CONDIVIDERE…)
Professore Avanti, lei ci crede al Paradiso? La invitassi a dare una sbirciatina virtuale, da dietro un buco della serratura, vedremmo qualcosa?

“Non è la prima volta che, nella mia vita, mi sento interpellare così simpaticamente sul Paradiso! Ricordo che quando insegnavo (l’ho fatto per 35 anni nella medesima scuola superiore a Roma come docente di una materia di per sé non insegnabile, ma i miei allievi si divertivano lo stesso) domande del genere me le rivolgevano anche gli allievi, forse perché conoscevano la mia inclinazione a dare risposte… paradossali!”

E’ libero di darne una anche a me…

“Ricorrerò allora a quella spiegazione che utilizzai una volta, quando messo alle strette sull’esistenza o meno dell’al di là (se c’è un al di qua, perché non dovrebbe esistere un al di là?), mi venne  in mente questa frazione:

L’ateo dice Dio non esiste : Dio dice l’ateo non esiste.

Il risultato risulta essere pari ad 1. Quindi, uno dei due esiste. Ma se esiste la e minuscola perché non dovrebbe esistere la E maiuscola? Poi ci ho dato dentro con questa provocazione: ammettiamo che abbia ragione chi sostiene che non esiste l’al di là o che sia vuoto, non frequentato… con chi brinderebbe la vittoria della scommessa costui? Capisco che non era dialetticamente granchè come risposta, ma quantomeno i ragazzi mi rispondevano con un’altra provocazione…”

Ad esempio?

“Ricordo nitidamente quando un alunno si alzò di scatto e andò a scrivere sulla lavagna la cifra 6361, sostenendo che questo fosse il numero del cellulare di Dio (Sei 3 o sei 1, il Padreterno ce lo potrebbe chiarire, smaniava l’alunno). Dopo di che tornavamo a fare le persone responsabili… ricordandoci però di non fidarsi troppo di quelli che non ridono mai, perché non sono…persone serie!”

Professore, ma i paradossi avvicinano o allontanano da un’idea del Paradiso? Mi sembra un percorso ironico, interessante, ma sdrucciolevole…

“Le rispondo con un’altra provocazione. Anzi, con un aforisma: «Per un pipistrello il Paradiso è pieno di pipistrelli». Il che fa dedurre che probabilmente saremo spiazzati se continueremo a immaginare il Paradiso a nostra misura… come asseriva uno spiritualista: «Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo!». Per esempio i buongustai lo immaginerebbero così: «Finalmente a tavola dove gusteremo la vera specialità della vita dal forte sapore d’amore» con magari Dio a girare fra i  tavoli per servire… Ma ci saranno i tavoli, le sedie, le posate? Credo proprio di no, ma potrebbe anche essere vero il contrario con tavoli e sedie fatte di perle d’infinito…”

Il tema dei frequentatori del Paradiso: chi vi accederà secondo lei?

“Stavolta le rispondo senza paradossi: immagino che, essendo tutti i posti numerati (sta scritto nel libro sacro che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini) sarà frequentato più o meno da chi è transitato per l’al di qua…Le dico un’altra cosa: se ci sarà qualche posto vuoto, ciò si rivelerà davvero come una brutta sorpresa (ma questo attiene al mistero del male, di cui solamente Dio conosce il fondo).

Professore Avanti, ma al di là delle sedie tutte occupate e sempre in numero crescente, lei come lo vorrebbe il Paradiso?

“No davvero, non mi chieda questo perché non penso di avere idee in proposito. La verità è che  lascerei fare a Dio perché non ha mai deluso chi si fida di Lui. C’è ancora in giro qualche menagramo  incline a immaginare Dio intento a fare la conta dei peccati per rinfacciarceli uno ad uno, puntando il ditino…ma se Dio facesse così il suo Paradiso sarebbe vuoto! Allora, a questo menagramo vorrei ricordare un simpatico detto del Talmud: “Dio ci chiederà conto di tutti quei piaceri leciti di cui non abbiamo saputo godere”. Prendersi dell’ignorante da Dio in persona non è proprio roba da Paradiso…”

Il Paradiso è un luogo eterno?

“Poiché Dio è amore e la parola amore ha una etimologia latina nel senso di a-mors, che tradotto significa «non morte», la vita non può che essere eterna. E’ un suo DNA: Destino Naturale Amore; spero che questa sfumatura venga non solo apprezzata, ma colta nella sua profondità.”

 

Lei allude forse ad un’eternità infinita, che racchiude ogni forma di tempo?

“Esattamente. Penso che la vita eterna sia il «presente», come  punto di contatto tra l’eternità e il tempo (vedere Le lettere di Berlicche di Lewis sulla psicologia del diavolo). Per come si vive il presente al riparo da ansie per il futuro e malinconie per il passato si può avere una vaga idea di come sarà l’eternità. E’ nel  presente che si incontra Dio essendosi lui autobattezzato «Io sono»…e non «io ero» o peggio «io sarò»”.                                       

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QUANDO CI SI ACCORGE DI INVECCHIARE… CONVIENE PREGARE COSI’

 insegnami ad invecchiare: convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più consigli, se non mi confida più i suoi progetti, le sue gioie, le sue pene, se va indicando altri a sostituirmi, se mi va emarginando. Fa’ che io accolga, in questo graduale amaro distacco, la legge del tempo, del tempo da Te stabilita ed avverta in questo avvicendamento dei compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della Tua Provvidenza. Fa’, o Signore, che io riesca ad essere ancora utile ed umile esempio al mondo in rapido rinnovamento, con la  preghiera e la gioia serena, che incoraggi all’impegno chi è di turno nelle responsabilità, vivendo senza rimpianti in un sereno stile comprensivo con tutti, facendo delle mie umane e senili sofferenze, un dono a Dio di riparazione sociale. Concedimi infine, o Signore, che la mia uscita dal campo d’azione e da questo terreno esilio sia semplice e naturale come un sereno tramonto del giorno. Grazie. Amen.

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COMUNICAZIONE IMPORTANTISSIMA PER AMICI (tantissimi) E NEMICI (uno solo)

La pubblicazione de LA DISPENSA DEGLI AFFETTI di Gigi Avanti e Sandro Montanari (Ed. PIODA) è un evento editoriale che capita a fagiolo… in quanto che se anche i Maya l’avessero azzeccata giusta, questo libro ce lo saremmo portato comunque appresso perchè la forza degli affetti non conosce nè teme ostacoli o catastrofismi ricorrenti di alcun genere.
Per facilitarne l’acquisto (12.00 Euro) vi segnalo tre possibilità:
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EHI

BUBUOBOUUBUBBUUOBUOUOBUBOUOOBUBUOOBU

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COME NON DETTO…..ANZI PEGGIO!

QUESTA è PROPRIO BELLA (trovata sulla rivista…  SE VUOI, alla quale tra l’altro collaboro da anni):  “Non è il matrimonio a rendere felice chi si sposa, ma sono i due che si sposano a rendere felice un matrimonio”

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di | 22 dicembre 2012 · 21:06

SE VUOI…puoi anche continuare a leggere!

DALLA RIVISTA   SE VUOI   traggo questa mia risposta alla seguente simpatica domanda di Chiara e Filippo: “STIAMO INSIEME DA UN PO’ DI TEMPO. COME POSSIAMO ESSERE SICURI DI ESSERE FATTI L’UNO PER L’ALTRA”?

Mi piace immaginare cosa avrebbe potuto rispondere il Creatore qualora si fosse sentito rivolgere questa medesima domanda da parte di Adamo ed Eva… e soprattutto mi piace immaginare la sua faccia … che vedo comunque sorridente. Qui però l’immaginazione si fa evanescente e lo scenario nebbioso, non al punto però di impedirmi di udirlo sussurrare: “Crescete…” .

E così ricordo che la parola “crescere” è etimologicamente imparentata con la parola “creare” e significa semplicemente “portare avanti quello che è stato creato”. Come dire che soltanto maturando il seme del vostro incontro (Tagore direbbe di fare memoria dello “stupore del primo incontro”) avrete via via la rassicurazione di essere fatti l’uno per l’altra. Una rassicurazione dinamica, spalmata nel giorno dopo giorno del vostro eterno amarvi, proprio perché è nella natura dell’amore non fare calcoli preventivi o prove propedeutiche alla scelta.  “L’amore è come la morte, non si può provare”, ammonisce il saggio, ed aggiunge: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non capisce”. E’ iscritto nel DNA dell’amore, infatti,  ( curioso acrostico  di Destino Naturale Amore…) di evitare ubriacature razionali.  Cosa potrebbe rispondere, infatti,  il “cuore” se la ragione gli chiedesse “spiegazioni”, gli chiedesse di “capire” questa sua natura di gratuità assoluta di volersi donare senza garanzie preventive di riuscita?  Gli potrebbe forse rispondere, senza offenderla: “Anche se te lo spiegassi, non potresti capire”.   Chi ama, arriva sempre a capire… ma chi aspetta di capire prima di decidersi ad amare potrebbe non arrivare mai a capire…   Un recipiente poco “capiente” non può contenere l’infinito… E poi si impara ad amare, amando, così come si impara a vivere vivendo…

Come mai allora ad Adamo ed Eva è andata buca, pur essendo stati fatti su misura l’uno per l’altra?  E come mai il disastro relazionale  accaduto  loro continua ad accadere in tante e tante relazioni uomo-donna? Sant’Agostino avrà modo di dire in un altro contesto: “Omnis homo Adam…( ogni uomo è un Adamo)”  lasciando intendere che quanto è successo alla coppia originaria continua ad accadere. Quale è stato l’errore di partenza originario? Certamente la pretesa di essere “originali” , la presunzione di voler fare di testa propria anziché di fare come Dio comanda, ha fatto sì che anche il peccato fosse “originale”!

 Ma quale è l’anima nera di questo peccato? E’ quella di aver operato una frettolosa scelta ”individuale” in un contesto di “relazione”. Eva vede un frutto, gli piace, se ne innamora e lo coglie… e, quel che è peggio, obbliga Adamo a “condividerlo”. Perché non comunica, prima, al suo uomo la sua intenzione? E come mai il suo uomo  subisce cos’ passivamente la scelta individuale della sua donna?  Non è quello che accade anche a tante coppie “litigiose” e poco capaci di comunicazione e di ascolto reciproco?

C’è molto lavoro per consulenti familiari, mentre per voi, carissimi Chiara e Filippo, c’è soltanto l’indicazione operativa di verificare se nella vostra attuale vita di relazione non vi sia frequente prevaricazione di un “io” sul “tu”… Perché l’amore cresca, infatti, occorre che l’io diminuisca,  perché il “noi” della relazione cresca occorre che l’incontro dell’io e del tu avvenga sempre nella trasparenza della comunicazione, nella tolleranza della condivisione, nella tenerezza della convivenza….

Cercate di verificare, senza ansia però, se nella vostra relazione è presente il rispetto delle regole della vita di relazione … che sono fondamentalmente  l’accettazione dell’altro così come è e, cosa quasi sempre in ombra in certe scelte, la progettualità condivisa di vivere il progetto matrimonio e la vita di relazione che ne è la caratteristica genetica, come Dio comanda… e  non come comandano altri “io” (uno dei due, il capriccio del sentimento, la cultura, il costume odierno, i suoceri…). “Cosa dobbiamo fare perché il nostro amore duri?” chiesero due coniugi al saggio. Ed egli rispose: “Amate insieme altre cose”. Che richiama anche Saint-Exupery: “Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione” E Dio è Relazione d’ Amore. Scegliere una vita di relazione comporta l’accettazione e il rispetto delle sue dinamiche intrinseche,  così come la scelta di pedalare in tandem comporta, giocoforza, la accettazione incondizionata delle  sua struttura e della sua dinamica… se non si vuole franare a terra per voler pedalare di testa propria… e litigando cronicamente dando la colpa all’altro!

 La vita di relazione è descritta da questi tre verbi: convivere, condividere, comunicare.  Una con-vivenza sana e decente (da ricordare che l’amore è una modalità relazionale che funziona bene soltanto con il “per sempre” direbbe la Brancatisano)  è possibile solamente grazie a una condivisione di tutto (ciò che non si condivide, divide la coppia) mediante l’uso intelligente e adulto dello strumento della comunicazione (e non si può comunicare come ci pare pretendendo che l’altro comunque capisca…)

Siete fatti l’uno per l’altra, cari Chiara e Filippo, se insieme vi sentite reciprocamente e umilmente fatti per il matrimonio… e se tenete conto che la realtà più grande alla quale fare riferimento è quella del Regno di Dio… così come ha detto Gesù: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in sovrappiù”.  E in quella parola “resto” ci sta sicuramente anche la risposta alla vostra bella  domanda. Probabilmente non siete stati voi ad aver scelto il matrimonio,  ma il matrimonio ad aver scelto voi… E quindi di conseguenza ricordate che non è il matrimonio a rendere felice chi si sposa, ma sono i due che si sposano a rendere felice… (o tragico) un matrimonio. L’amore non muore mai di morte naturale. Quando  muore è segno che, i due, pur essendo fatti l’uno per l’altra, non sono “cresciuti” insieme…nella consapevolezza che tutto è grazia e che di tutto va detto “grazie”.

                                                                                         iGigi Avanti, consulente familiare)

Suggerimenti bibliografici

Gianfranca Antolini – Gigi Avanti, SIAMO TROPPO DIVERSI (E.P.)

Gigi Avanti, AMORE GIOVANE (E.P.)

Eleonora Canalis, SE MI AMI SAI COSA DIRMI (E.P.)           

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I RICORDI DEI NATALI DELL’INFANZIA PER LA MIA NIPOTINA SILVIA

      ALLA MIA NIPOTINA SILVIA DI QUINTA ELEMENTARE LA MAESTRA HA CHIESTO DI CHIEDERE AI NONNI DI RICORDARE I LORO NATALI D’INFANZIA… ECCO I MIEI RICORDI….

         Silvia, quando mi hai riferito l’invito della tua maestra di chiedere ai nonni di ricordare i “natali” della loro infanzia, mi sono un po’ commosso perché quando ero piccolo  io non avevo i nonni… in quanto che due erano già morti e gli altri due (i genitori della mia mamma) abitavano lontano.

E nel mezzo di questa commozione hanno iniziato a riaffiorare i ricordi dei miei natali. Sono ricordi un po’ confusi perché ormai lontani nel tempo e difficili da tenere distinti anno per anno. E allora cercherò di fare una specie di sintesi emotiva che sia in grado di ricordare quei dieci anni tutti in blocco.

Ricordo benissimo il godimento dello stare insieme in casa, senza andare a scuola, con il papà (che fino a tre anni non avevo conosciuto perché in guerra) che faceva il presepe togliendo il muschio fresco dal muretto dell’orto di casa, con la mamma a preparare il pollo ripieno per il pranzo di Natale, con la sorellina saltellante intorno. E poi l’attesa dei doni consistenti in frutta verde e frutta secca con qualche piccolo regalo (macchinine di latta, trottola, acquerelli, libri di scuola). E soprattutto ricordo molto bene la curiosità di vedere come sarebbe stato il presepe allestito nella chiesa (era impossibile per noi bambini sbirciare anzitempo dietro i tendoni che lo nascondevano, perché venivamo allontanati dai grandi). Ed ancora i canti natalizi che creavano nella mia piccola testa magie di pensieri sul Bambino Gesù così sfortunato a nascere proprio in quelle circostanze. E poi la neve sempre puntualissima in quel periodo e noi a fare a pallate di neve e a costruire pupazzi giganteschi… col fiato bianco per il freddo intenso. Il freddo lo ricordo benissimo perché c’era soltanto una stufa in casa e stava da basso. Di sopra veniva scaldato il letto con il “fra’” (una specie di trabiccolo tipo gondola  sdraiata al cui centro si metteva un contenitore pieno di brace) ma la cameretta restava fredda così che al mattino mi trovavo i capelli quasi brinati. E ricordo il suono delle campane a festa e, nelle notti gelide e silenziose, i rintocchi dell’unica campana rimasta sveglia a contare, solitaria, le ore e le suonava talmente forte da far tremare il campanile che se fosse crollato avrebbe sepolto la mia casa talmente era vicino. E ricordo che mi passava la paura se soltanto pensavo al Bambino Gesù al “freddo e al gelo”.

E ricordo gli zampognari che vedevo passare davanti la porta a vetri resi opachi dal vapore che mi divertivo a scarabocchiare con le dita… e il vapore trasformarsi, come per magia, in lacrima che colava fino a terra. E ricordo il mendicante, sempre quello da anni, a chiedere con la mano aperta con discrezione e senza parola  una pia elemosina che mio papà mi  incaricava di donare.  Ed anche ricordo la gioia di poter servire la Messa “granda” di Natale come capo chierichetto con il privilegio di suonare il campanello multiplo (un campanello fatto di tre campanelli assemblati) per segnalare il momento della Consacrazione. E poi ricordo tutta una girandola di volti sorridenti e una eco armoniosa di auguri di “buon natale” rincorrersi per le strade e i viottoli del paesino sdraiato ad ovest del fiume Lambro… e persino l’abbaiare dei cani della contrada “cantalupo” non mi faceva più paura. Era nato Gesù a far sparire le mie paure bambine…

                                                                                                               Il tuo nonnone Gigi

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