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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

EUGENIO LOMBARDO…intervista me sull’al di là… stando di qua!

SI TRATTA DI UNA INTERVISTA CHE IL GIRONALISTA EUGENIO LOMBARDO (scrive su IL CITTADINO di Lodi) MI HA CORTESEMENTE E GRADEVOLMENTE CHIESTO E CHE MI PIACE CONDIVIDERE…)
Professore Avanti, lei ci crede al Paradiso? La invitassi a dare una sbirciatina virtuale, da dietro un buco della serratura, vedremmo qualcosa?

“Non è la prima volta che, nella mia vita, mi sento interpellare così simpaticamente sul Paradiso! Ricordo che quando insegnavo (l’ho fatto per 35 anni nella medesima scuola superiore a Roma come docente di una materia di per sé non insegnabile, ma i miei allievi si divertivano lo stesso) domande del genere me le rivolgevano anche gli allievi, forse perché conoscevano la mia inclinazione a dare risposte… paradossali!”

E’ libero di darne una anche a me…

“Ricorrerò allora a quella spiegazione che utilizzai una volta, quando messo alle strette sull’esistenza o meno dell’al di là (se c’è un al di qua, perché non dovrebbe esistere un al di là?), mi venne  in mente questa frazione:

L’ateo dice Dio non esiste : Dio dice l’ateo non esiste.

Il risultato risulta essere pari ad 1. Quindi, uno dei due esiste. Ma se esiste la e minuscola perché non dovrebbe esistere la E maiuscola? Poi ci ho dato dentro con questa provocazione: ammettiamo che abbia ragione chi sostiene che non esiste l’al di là o che sia vuoto, non frequentato… con chi brinderebbe la vittoria della scommessa costui? Capisco che non era dialetticamente granchè come risposta, ma quantomeno i ragazzi mi rispondevano con un’altra provocazione…”

Ad esempio?

“Ricordo nitidamente quando un alunno si alzò di scatto e andò a scrivere sulla lavagna la cifra 6361, sostenendo che questo fosse il numero del cellulare di Dio (Sei 3 o sei 1, il Padreterno ce lo potrebbe chiarire, smaniava l’alunno). Dopo di che tornavamo a fare le persone responsabili… ricordandoci però di non fidarsi troppo di quelli che non ridono mai, perché non sono…persone serie!”

Professore, ma i paradossi avvicinano o allontanano da un’idea del Paradiso? Mi sembra un percorso ironico, interessante, ma sdrucciolevole…

“Le rispondo con un’altra provocazione. Anzi, con un aforisma: «Per un pipistrello il Paradiso è pieno di pipistrelli». Il che fa dedurre che probabilmente saremo spiazzati se continueremo a immaginare il Paradiso a nostra misura… come asseriva uno spiritualista: «Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo!». Per esempio i buongustai lo immaginerebbero così: «Finalmente a tavola dove gusteremo la vera specialità della vita dal forte sapore d’amore» con magari Dio a girare fra i  tavoli per servire… Ma ci saranno i tavoli, le sedie, le posate? Credo proprio di no, ma potrebbe anche essere vero il contrario con tavoli e sedie fatte di perle d’infinito…”

Il tema dei frequentatori del Paradiso: chi vi accederà secondo lei?

“Stavolta le rispondo senza paradossi: immagino che, essendo tutti i posti numerati (sta scritto nel libro sacro che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini) sarà frequentato più o meno da chi è transitato per l’al di qua…Le dico un’altra cosa: se ci sarà qualche posto vuoto, ciò si rivelerà davvero come una brutta sorpresa (ma questo attiene al mistero del male, di cui solamente Dio conosce il fondo).

Professore Avanti, ma al di là delle sedie tutte occupate e sempre in numero crescente, lei come lo vorrebbe il Paradiso?

“No davvero, non mi chieda questo perché non penso di avere idee in proposito. La verità è che  lascerei fare a Dio perché non ha mai deluso chi si fida di Lui. C’è ancora in giro qualche menagramo  incline a immaginare Dio intento a fare la conta dei peccati per rinfacciarceli uno ad uno, puntando il ditino…ma se Dio facesse così il suo Paradiso sarebbe vuoto! Allora, a questo menagramo vorrei ricordare un simpatico detto del Talmud: “Dio ci chiederà conto di tutti quei piaceri leciti di cui non abbiamo saputo godere”. Prendersi dell’ignorante da Dio in persona non è proprio roba da Paradiso…”

Il Paradiso è un luogo eterno?

“Poiché Dio è amore e la parola amore ha una etimologia latina nel senso di a-mors, che tradotto significa «non morte», la vita non può che essere eterna. E’ un suo DNA: Destino Naturale Amore; spero che questa sfumatura venga non solo apprezzata, ma colta nella sua profondità.”

 

Lei allude forse ad un’eternità infinita, che racchiude ogni forma di tempo?

“Esattamente. Penso che la vita eterna sia il «presente», come  punto di contatto tra l’eternità e il tempo (vedere Le lettere di Berlicche di Lewis sulla psicologia del diavolo). Per come si vive il presente al riparo da ansie per il futuro e malinconie per il passato si può avere una vaga idea di come sarà l’eternità. E’ nel  presente che si incontra Dio essendosi lui autobattezzato «Io sono»…e non «io ero» o peggio «io sarò»”.                                       

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QUANDO CI SI ACCORGE DI INVECCHIARE… CONVIENE PREGARE COSI’

 insegnami ad invecchiare: convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più consigli, se non mi confida più i suoi progetti, le sue gioie, le sue pene, se va indicando altri a sostituirmi, se mi va emarginando. Fa’ che io accolga, in questo graduale amaro distacco, la legge del tempo, del tempo da Te stabilita ed avverta in questo avvicendamento dei compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della Tua Provvidenza. Fa’, o Signore, che io riesca ad essere ancora utile ed umile esempio al mondo in rapido rinnovamento, con la  preghiera e la gioia serena, che incoraggi all’impegno chi è di turno nelle responsabilità, vivendo senza rimpianti in un sereno stile comprensivo con tutti, facendo delle mie umane e senili sofferenze, un dono a Dio di riparazione sociale. Concedimi infine, o Signore, che la mia uscita dal campo d’azione e da questo terreno esilio sia semplice e naturale come un sereno tramonto del giorno. Grazie. Amen.

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COMUNICAZIONE IMPORTANTISSIMA PER AMICI (tantissimi) E NEMICI (uno solo)

La pubblicazione de LA DISPENSA DEGLI AFFETTI di Gigi Avanti e Sandro Montanari (Ed. PIODA) è un evento editoriale che capita a fagiolo… in quanto che se anche i Maya l’avessero azzeccata giusta, questo libro ce lo saremmo portato comunque appresso perchè la forza degli affetti non conosce nè teme ostacoli o catastrofismi ricorrenti di alcun genere.
Per facilitarne l’acquisto (12.00 Euro) vi segnalo tre possibilità:
1) info@pioda.it (alla c.a. del dottor STEFANO CONTI PIODA)
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EHI

BUBUOBOUUBUBBUUOBUOUOBUBOUOOBUBUOOBU

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COME NON DETTO…..ANZI PEGGIO!

QUESTA è PROPRIO BELLA (trovata sulla rivista…  SE VUOI, alla quale tra l’altro collaboro da anni):  “Non è il matrimonio a rendere felice chi si sposa, ma sono i due che si sposano a rendere felice un matrimonio”

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di | 22 dicembre 2012 · 21:06

SE VUOI…puoi anche continuare a leggere!

DALLA RIVISTA   SE VUOI   traggo questa mia risposta alla seguente simpatica domanda di Chiara e Filippo: “STIAMO INSIEME DA UN PO’ DI TEMPO. COME POSSIAMO ESSERE SICURI DI ESSERE FATTI L’UNO PER L’ALTRA”?

Mi piace immaginare cosa avrebbe potuto rispondere il Creatore qualora si fosse sentito rivolgere questa medesima domanda da parte di Adamo ed Eva… e soprattutto mi piace immaginare la sua faccia … che vedo comunque sorridente. Qui però l’immaginazione si fa evanescente e lo scenario nebbioso, non al punto però di impedirmi di udirlo sussurrare: “Crescete…” .

E così ricordo che la parola “crescere” è etimologicamente imparentata con la parola “creare” e significa semplicemente “portare avanti quello che è stato creato”. Come dire che soltanto maturando il seme del vostro incontro (Tagore direbbe di fare memoria dello “stupore del primo incontro”) avrete via via la rassicurazione di essere fatti l’uno per l’altra. Una rassicurazione dinamica, spalmata nel giorno dopo giorno del vostro eterno amarvi, proprio perché è nella natura dell’amore non fare calcoli preventivi o prove propedeutiche alla scelta.  “L’amore è come la morte, non si può provare”, ammonisce il saggio, ed aggiunge: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non capisce”. E’ iscritto nel DNA dell’amore, infatti,  ( curioso acrostico  di Destino Naturale Amore…) di evitare ubriacature razionali.  Cosa potrebbe rispondere, infatti,  il “cuore” se la ragione gli chiedesse “spiegazioni”, gli chiedesse di “capire” questa sua natura di gratuità assoluta di volersi donare senza garanzie preventive di riuscita?  Gli potrebbe forse rispondere, senza offenderla: “Anche se te lo spiegassi, non potresti capire”.   Chi ama, arriva sempre a capire… ma chi aspetta di capire prima di decidersi ad amare potrebbe non arrivare mai a capire…   Un recipiente poco “capiente” non può contenere l’infinito… E poi si impara ad amare, amando, così come si impara a vivere vivendo…

Come mai allora ad Adamo ed Eva è andata buca, pur essendo stati fatti su misura l’uno per l’altra?  E come mai il disastro relazionale  accaduto  loro continua ad accadere in tante e tante relazioni uomo-donna? Sant’Agostino avrà modo di dire in un altro contesto: “Omnis homo Adam…( ogni uomo è un Adamo)”  lasciando intendere che quanto è successo alla coppia originaria continua ad accadere. Quale è stato l’errore di partenza originario? Certamente la pretesa di essere “originali” , la presunzione di voler fare di testa propria anziché di fare come Dio comanda, ha fatto sì che anche il peccato fosse “originale”!

 Ma quale è l’anima nera di questo peccato? E’ quella di aver operato una frettolosa scelta ”individuale” in un contesto di “relazione”. Eva vede un frutto, gli piace, se ne innamora e lo coglie… e, quel che è peggio, obbliga Adamo a “condividerlo”. Perché non comunica, prima, al suo uomo la sua intenzione? E come mai il suo uomo  subisce cos’ passivamente la scelta individuale della sua donna?  Non è quello che accade anche a tante coppie “litigiose” e poco capaci di comunicazione e di ascolto reciproco?

C’è molto lavoro per consulenti familiari, mentre per voi, carissimi Chiara e Filippo, c’è soltanto l’indicazione operativa di verificare se nella vostra attuale vita di relazione non vi sia frequente prevaricazione di un “io” sul “tu”… Perché l’amore cresca, infatti, occorre che l’io diminuisca,  perché il “noi” della relazione cresca occorre che l’incontro dell’io e del tu avvenga sempre nella trasparenza della comunicazione, nella tolleranza della condivisione, nella tenerezza della convivenza….

Cercate di verificare, senza ansia però, se nella vostra relazione è presente il rispetto delle regole della vita di relazione … che sono fondamentalmente  l’accettazione dell’altro così come è e, cosa quasi sempre in ombra in certe scelte, la progettualità condivisa di vivere il progetto matrimonio e la vita di relazione che ne è la caratteristica genetica, come Dio comanda… e  non come comandano altri “io” (uno dei due, il capriccio del sentimento, la cultura, il costume odierno, i suoceri…). “Cosa dobbiamo fare perché il nostro amore duri?” chiesero due coniugi al saggio. Ed egli rispose: “Amate insieme altre cose”. Che richiama anche Saint-Exupery: “Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione” E Dio è Relazione d’ Amore. Scegliere una vita di relazione comporta l’accettazione e il rispetto delle sue dinamiche intrinseche,  così come la scelta di pedalare in tandem comporta, giocoforza, la accettazione incondizionata delle  sua struttura e della sua dinamica… se non si vuole franare a terra per voler pedalare di testa propria… e litigando cronicamente dando la colpa all’altro!

 La vita di relazione è descritta da questi tre verbi: convivere, condividere, comunicare.  Una con-vivenza sana e decente (da ricordare che l’amore è una modalità relazionale che funziona bene soltanto con il “per sempre” direbbe la Brancatisano)  è possibile solamente grazie a una condivisione di tutto (ciò che non si condivide, divide la coppia) mediante l’uso intelligente e adulto dello strumento della comunicazione (e non si può comunicare come ci pare pretendendo che l’altro comunque capisca…)

Siete fatti l’uno per l’altra, cari Chiara e Filippo, se insieme vi sentite reciprocamente e umilmente fatti per il matrimonio… e se tenete conto che la realtà più grande alla quale fare riferimento è quella del Regno di Dio… così come ha detto Gesù: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in sovrappiù”.  E in quella parola “resto” ci sta sicuramente anche la risposta alla vostra bella  domanda. Probabilmente non siete stati voi ad aver scelto il matrimonio,  ma il matrimonio ad aver scelto voi… E quindi di conseguenza ricordate che non è il matrimonio a rendere felice chi si sposa, ma sono i due che si sposano a rendere felice… (o tragico) un matrimonio. L’amore non muore mai di morte naturale. Quando  muore è segno che, i due, pur essendo fatti l’uno per l’altra, non sono “cresciuti” insieme…nella consapevolezza che tutto è grazia e che di tutto va detto “grazie”.

                                                                                         iGigi Avanti, consulente familiare)

Suggerimenti bibliografici

Gianfranca Antolini – Gigi Avanti, SIAMO TROPPO DIVERSI (E.P.)

Gigi Avanti, AMORE GIOVANE (E.P.)

Eleonora Canalis, SE MI AMI SAI COSA DIRMI (E.P.)           

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I RICORDI DEI NATALI DELL’INFANZIA PER LA MIA NIPOTINA SILVIA

      ALLA MIA NIPOTINA SILVIA DI QUINTA ELEMENTARE LA MAESTRA HA CHIESTO DI CHIEDERE AI NONNI DI RICORDARE I LORO NATALI D’INFANZIA… ECCO I MIEI RICORDI….

         Silvia, quando mi hai riferito l’invito della tua maestra di chiedere ai nonni di ricordare i “natali” della loro infanzia, mi sono un po’ commosso perché quando ero piccolo  io non avevo i nonni… in quanto che due erano già morti e gli altri due (i genitori della mia mamma) abitavano lontano.

E nel mezzo di questa commozione hanno iniziato a riaffiorare i ricordi dei miei natali. Sono ricordi un po’ confusi perché ormai lontani nel tempo e difficili da tenere distinti anno per anno. E allora cercherò di fare una specie di sintesi emotiva che sia in grado di ricordare quei dieci anni tutti in blocco.

Ricordo benissimo il godimento dello stare insieme in casa, senza andare a scuola, con il papà (che fino a tre anni non avevo conosciuto perché in guerra) che faceva il presepe togliendo il muschio fresco dal muretto dell’orto di casa, con la mamma a preparare il pollo ripieno per il pranzo di Natale, con la sorellina saltellante intorno. E poi l’attesa dei doni consistenti in frutta verde e frutta secca con qualche piccolo regalo (macchinine di latta, trottola, acquerelli, libri di scuola). E soprattutto ricordo molto bene la curiosità di vedere come sarebbe stato il presepe allestito nella chiesa (era impossibile per noi bambini sbirciare anzitempo dietro i tendoni che lo nascondevano, perché venivamo allontanati dai grandi). Ed ancora i canti natalizi che creavano nella mia piccola testa magie di pensieri sul Bambino Gesù così sfortunato a nascere proprio in quelle circostanze. E poi la neve sempre puntualissima in quel periodo e noi a fare a pallate di neve e a costruire pupazzi giganteschi… col fiato bianco per il freddo intenso. Il freddo lo ricordo benissimo perché c’era soltanto una stufa in casa e stava da basso. Di sopra veniva scaldato il letto con il “fra’” (una specie di trabiccolo tipo gondola  sdraiata al cui centro si metteva un contenitore pieno di brace) ma la cameretta restava fredda così che al mattino mi trovavo i capelli quasi brinati. E ricordo il suono delle campane a festa e, nelle notti gelide e silenziose, i rintocchi dell’unica campana rimasta sveglia a contare, solitaria, le ore e le suonava talmente forte da far tremare il campanile che se fosse crollato avrebbe sepolto la mia casa talmente era vicino. E ricordo che mi passava la paura se soltanto pensavo al Bambino Gesù al “freddo e al gelo”.

E ricordo gli zampognari che vedevo passare davanti la porta a vetri resi opachi dal vapore che mi divertivo a scarabocchiare con le dita… e il vapore trasformarsi, come per magia, in lacrima che colava fino a terra. E ricordo il mendicante, sempre quello da anni, a chiedere con la mano aperta con discrezione e senza parola  una pia elemosina che mio papà mi  incaricava di donare.  Ed anche ricordo la gioia di poter servire la Messa “granda” di Natale come capo chierichetto con il privilegio di suonare il campanello multiplo (un campanello fatto di tre campanelli assemblati) per segnalare il momento della Consacrazione. E poi ricordo tutta una girandola di volti sorridenti e una eco armoniosa di auguri di “buon natale” rincorrersi per le strade e i viottoli del paesino sdraiato ad ovest del fiume Lambro… e persino l’abbaiare dei cani della contrada “cantalupo” non mi faceva più paura. Era nato Gesù a far sparire le mie paure bambine…

                                                                                                               Il tuo nonnone Gigi

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I DEMAGOGHI ATTIRANO LE FOLLE, MA I PROFETI ANCORA DI PIU’ (commento omiletico al brano di Luca 3.10-18)

La scienza psicosociologica cerca di spiegare molte cose, compresi i comportamenti delle masse, delle folle e sostiene che il comportamento di queste, così come degli individui,  è la parte manifesta di tutto un processo interiore sommerso fatto di idee, convincimenti, motivazioni, finalità da raggiungere che gli fanno da base. Per cui, quando le folle accorrono per sentire un leader, in genere lo fanno perché lo suppongono capace di rispondere al bisogno comune di un miglioramento delle condizioni di vita. Accade così che un leader, talvolta, si possa trasformare in demagogo promettendo mari e monti… e magari regalando  poi un semplice atlante… Rimane psicologicamente curioso (e misterioso) come mai le folle accorrano, invece, a sentire leaders che non le blandiscono, che non le imbambolano, ma che addirittura biasimano comportamenti cattivi e propongono ricette “lacrime e sangue” per il miglioramento delle condizioni di vita…

E’ quanto narrato dal brano di vangelo di oggi che ci presenta il cugino precursore di Gesù, Giovanni, infuriato contro i comportamenti cattivi e certamente più profeta che demagogo, dal momento che invitava a cambiar vita “cambiando vita”, non promettendo pertanto mari e monti, ma invitando al sacrificio e alla penitenza. E proprio per questo le folle lo interrogavano concretamente sui comportamenti da “correggere”, sul da farsi. E di risposte ne aveva per tutti, conoscendo bene la vita dei suoi contemporanei, sebbene da tempo vivesse solitario nel deserto. Le aveva anche per i più cocciuti ai quali riservava aforismi e prescrizioni dal sapore vagamente paradossale (“chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto”) che psicologicamente è il miglior sistema per irritare ancor più chi non ha animo umile.. Infatti la risposta irritata  dei Farisei “Noi abbiamo Abramo per padre, non abbiamo bisogno d’altro”! la dice lunga.

Le persone più disponibili delle folle invece, umilmente, lo interrogavano sul da farsi concreto ed ecco il Giovanni urlatore farsi mite e suggerire comportamenti minimali quali accontentarsi della paga (ai soldati), non esigere più tasse del dovuto (i pubblicani) e così via…E queste a lasciarsi battezzare…

Quello che più impressiona è come mai i profeti attraggano le folle più dei demagoghi… La risposta sembra semplice. Perché essi intercettano i veri bisogni dell’anima e con l’anima non si scherza. Giovanni, con il suo battesimo all’acqua di “rose” spiana la strada al Battesimo “spinosissimo” di Colui che darà piena e definitiva soddisfazione al bisogno di salvezza integrale dell’anima che avviene, paradossalmente parlando, sacrificando all’estremo quella del corpo. Ecco perché Gesù arriverà a dire proprio a riguardo del  sacrificio estremo: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”… tutti, compresi quelli più cocciuti. Tutti, anche quelli momentaneamente attratti dai demagoghi di turno. Ecco quindi chiarito come mai possano attrarre così tanta gente, per così tanti secoli di storia, uno squattrinato urlatore da deserto e soprattutto un Uomo martoriato appeso  sanguinante su una croce. Mistero chiarisce mistero verrebbe da sussurrare…ed è subito gioia!

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MA SIAMO PROPRIO CAPACI DI ASCOLTARE?

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli, non fai ciò che ti chiedo. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a dirmi perchè non dovrei sentirmi in quel modo, calpesti le mie sensazioni. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover fare qualcosa per risolvere i miei problemi, mi deludi, sebbene ciò possa sembrare strano…

Forse per questo la preghiera funziona, per molti. Perchè Dio non da consigli, nè prova ad aggiustare le cose. Semplicemente ascolta, e confida che tu ce la faccia da solo.

Quindi ti prego, ascolta e sentimi. E se desideri parlare, aspetta qualche istante il tuo turno e ti prometto che ascolterò.      (Autore anonimo)

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I MIRACOLI ALL’INCONTRARIO…

Nel mese di ottobre avevamo intensificato la richiesta del miracolo della guarigione dal cattivo male contro il quale da tempo combatteva la nostra amica Marusca di Deruta (63 anni, tre figli, due nipotine, con il marito Lillo impegnata da tanto nel settore Famiglia della Diocesi di Perugia).

 Ed avevamo intensificato la richiesta proprio la sera del 21 ottobre, vigilia della memoria liturgica del Beato Giovanni Paolo II, al quale avevamo raccomandato di fare pressing su Dio Padre perché glielo facesse questo miracolo. Ed eravamo quasi convinti che il miracolo sarebbe avvenuto, anche perché necessario per la sua futura canonizzazione.

 Ed invece, la mattina del 22 ottobre, alle 7 del mattino, il marito Lillo mi comunica: “Marusca non c’è più”. Ed aggiunge che ero il primo a venire a conoscenza della notizia…

 La notizia paradossale di un miracolo avvenuto all’incontrario… mi è venuto subito da pensare. All’incontrario, perché invece di una guarigione provvisoria da un male particolare (che è sempre un bel miracolo di cui era specialista Gesù) aveva avuto luogo la guarigione definitiva dal quel malanno generale rappresentato dalla vita terrena (che è il miracolo di cui è titolare proprio Dio Padre in persona… avendolo dimostrato a suo tempo con il Figlio Gesù).

Lo ringraziamo lo stesso, anche se con le lacrime agli occhi e con il cuore stretto nella morsa del dolore, ma gli chiediamo di tergere al più presto queste lacrime e di allentare presto questa morsa di dolore prima di tutto a Lillo e ai suoi figli e a tutti i suoi cari e poi anche a chi le ha voluto bene e continua a volergliene.

E voglio concludere, carissima Marusca, amica di tante condivisioni liete e meno liete della vita delle nostre famiglie, amica a cui piacevano tanto, insieme a Lillo, certe battute e certi paradossi, con questo pensiero: “E’ bello andare in Paradiso, peccato che per arrivarci si debba prendere  il carro funebre”!

                                     

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