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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

“Il caso è Dio che gira in incognito” (Einstein)

“Che mistero! S’incontrano nella vita migliaia di persone che spariscono senza lasciare dietro di sé alcuna traccia fuorché una immagine vaga nella memoria. Invece si trova qualcuno che poteva non venire lì, in quel luogo, a quell’ ora. E anche voi potevate non esserci. Ma è venuto e voi pure, e quell’ incontro è una nuova svolta nella storia della vostra vita”.

 

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Quando l’ascoltare… diventa arte!

                CONCENTRAZIONE E COMPASSIONE

 Un giovane che aveva gravi problemi si presentò un giorno in un monastero e chiese di parlare con l’abate. “La vita è per me un peso insopportabile”, gli dichiarò. “Quando mi alzo la mattina, mi chiedo perché lo faccio; ogni giorno è una sofferenza; non so più a chi rivolgermi. Ho sentito dire che il Buddismo promette la liberazione dal dolore, già qui in questa vita. Ma io non sono capace di lunghi sforzi: non potrei passare anni a meditare o a fare sacrifici. Avrei bisogno di un metodo semplice e immediato, di una via breve. Mi sapete dire se esiste?”

   L’abate gli domandò: “Che cosa sai fare?”. “Non so fare niente e non sono nemmeno capace di studiare.” “Ma c’è qualcosa che ti piace fare?”. “Soltanto una cosa: giocare a scacchi”.

   L’abate ordinò che gli venissero portate una scacchiera e una spada. Poi mandò a chiamare un monaco. “Tu mi hai giurato obbedienza” gli disse. “Ora devi mantenere il tuo voto. Giocherai una partita a scacchi con questo giovane. Ma bada bene: se perderai, ti taglierò la testa con questa spada. Se invece sarà lui a perdere, taglierò la sua testa. Vi prometto, comunque, che chi morirà raggiungerà in quel momento l’illuminazione”.

   I due giovani fissarono pallidi l’abate e capirono che non stava scherzando. Ma non se la sentirono di tirarsi indietro. Erano infatti lì per quel motivo: per raggiungere l’illuminazione e, con essa, la liberazione da ogni sofferenza. E sapevano di dover rischiare ogni cosa, anche la vita. Così acconsentirono e incominciarono a giocare.

   Entrambi si concentrarono come non avevano mai fatto: le loro gocce di sudore cadevano sulla scacchiera, che ormai rappresentava tutta la loro vita, tutto il loro mondo. Vincere o morire: non c’era una terza possibilità.

   L’abate li osservava impassibile con la spada in mano. Il giovane si trovò dapprima in svantaggio, ma poi il monaco fece una mossa sbagliata, che in breve lo mise in difficoltà. “La vittoria non può più sfuggirmi” pensò il giovane. E si mise a guardare l’avversario. Vide che aveva solo qualche anno più di lui, notò l’espressione seria e capì che doveva aver trascorso anni in quel monastero, sottoponendosi a prove e sacrifici. Certo, anche l’altro sentiva la sofferenza della vita e voleva liberarsene; e si era, per questo, impegnato con tutte le sue forze. Che differenza c’era fra loro? Nessuna; solo che lui, il monaco, si era impegnato di più. Ma ora stava perdendo a quel gioco, e sarebbe morto.

   Il giovane provò, a questo punto, una grande compassione per il suo avversario e non desiderò più vincere. Compì una serie di errori deliberatamente, finché fu vicino alla sconfitta definitiva, allo scacco matto.

   A quel punto l’abate si alzò, sollevò in alto la spada e l’abbatté…non sul colle del giovane, ma sulla scacchiera, che andò in frantumi.

   “Non c’è né vincitore né vinto” dichiarò. “E quindi non taglierò la testa di nessuno”. Poi aggiunse rivolto al giovane: “Due sole cose sono necessarie: la concentrazione e la compassione. Tu oggi le hai sperimentate entrambe. Eri completamente concentrato nel gioco e, in quella concentrazione, hai potuto sentire compassione per il tuo avversario. Questa è la via che cerchi”.

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   Questa storiella illustra in modo inequivocabile il comportamento funzionale di un ascoltare adulto. Singolare, al riguardo, il comportamento  dell’abate, che oltre a non lasciarsi irritare dalla domanda iniziale del giovane…e dalle sue prime risposte quasi provocatorie, vuole accedere all’ intimo della persona utilizzando la tecnica del “domandare” proprio in riposta ad una “domanda”.

   Questa tecnica fa parte della cultura ebraica e permette di andare all’ anima del domandare, non lasciandosi ingannare dalla primitiva richiesta esteriore.

   Narra un aneddoto che una volta fu chiesto ad un ebreo come mai fosse consuetudine, presso gli ebrei, di rispondere ad una domanda ponendo un’altra domanda; e l’ebreo rispose “E perché no?”.

   La metafora sotterranea della possibilità di vivere in compresenza dell’angoscia di morte (spada di Damocle) non necessità di approfondimenti.

   Da sottolineare invece il passaggio dinamico, da parte del giovane problematico, dal livello del pensare (concentrazione) a quello del sentire (compassione)… che avviene quando, anziché pensare alle mosse da fare sulla scacchiera, si mette ad osservare il monaco giocatore. In questo momento nasce l’empatia.

  

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Nuova catechesi…

                                           Le mani di mio PADRE… e le labbra di mia MADRE…

 

   “A casa mia la religione  non aveva nessun carattere solenne: ci limitavamo a recitare quotidianamente le preghiere della sera tutti insieme.

   Però c’era un particolare che mi ricordo bene e me lo terrò a mente finché vivrò: le orazioni  erano intonate da mia sorella e, poiché per noi bambini erano troppo lunghe, capitava spesso che la nostra “diaconessa” accelerasse il ritmo e si ingarbugliava  saltando le parole, finché mio padre interveniva intimandole di ricominciare da capo.

Imparai allora che con Dio bisogna parlare adagio, con serietà e delicatezza. Mi rimase vivamente scolpita nella memoria anche la posizione che prendeva mio padre in quei momenti di preghiera. Egli tornava stanco dal lavoro dei campi e dopo cena si inginocchiava per terra, appoggiava i gomiti su una sedia e la testa tra le mani, senza guardarci, senza fare un movimento né dare il minimo segno d’impazienza.

   E io pensavo: mio padre, che è così forte, che governa la casa, che guida i buoi, che non si piega davanti al sindaco, ai ricchi e ai malvagi… mio padre davanti a Dio diventa come un bambino.

   Come cambia aspetto quando si mette a parlare con Lui! Deve essere molto grande Dio, se mio padre gli si inginocchia davanti! Ma deve essere anche molto buono se gli si può parlare senza cambiare il vestito.

   Al contrario non vidi mai mia madre inginocchiata. Era troppo stanca, la sera, per farlo… Si sedeva in mezzo a noi, tenendo in braccio il più piccolo. Indossava un vestito nero che le scendeva fino ai tacchi, e lasciava andare i capelli in disordine giù per le spalle. Recitava anche lei le orazioni dal principio alla fine e non smetteva un attimo di guardarci, uno dopo l’altro, soffermando più a lungo lo sguardo sui più piccoli. Non fiatava nemmeno se lo sguardo sui più piccoli la molestavano, nemmeno se infuriava la tempesta sulla casa o il gatto combinava qualche malanno.

   E io pensavo. Deve essere molto semplice Dio se gli si può parlare tenendo un bambino in braccio e vestendo il grembiule. E deve essere anche una persona molto importante se mia madre quando gli parla non fa caso né al gatto né al temporale.

Le mani di mio padre e le mani di  mia madre m’insegnarono, di Dio, molto più che il catechismo.

                                                                                                                                                          (Padre Aimè Duval)   

Si educa molto con quel che si dice, ancor più con quel che si fa, ma molto di più con quel che si è”.

(S. Ignazio di Antiochia)

 

 

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Oggi ragiono (o sragiono) così

                PENSIERI IN SALSA DI PARADOSSO

 In questi tempi così critici dove si sente spesso dire “siamo tutti sulla stessa barca” senza mai concludere “e soffriamo tutti il mal di mare”, affiorano alla superficie della memoria pensieri, ricordi, metafore, citazioni, considerazioni, articolazioni di ragionamenti che mi rendono faticosa anche la più semplice opera di sistemazione concettuale.

E così li lascio andare in libera uscita e sia quel che sia. Il primo pensiero riguarda il settore del crimine.

Sento parlare di sconto di pena, permessi premio ecc.  Un principio dal sapore spirituale più che psicologico afferma che: “Non c’è redenzione senza espiazione”. Espiazione della colpa, totalmente. L’espiazione della colpa avviene attraverso la sanzione della pena e che questa venga   più o meno bene sanzionata e  regolamentata attiene alla dialettica giuridica del delitto penale. Ma se questa dialettica giuridica sanzionatoria prevede l’introduzione di misure, accorgimenti, scorciatoie che ammorbidiscono l’espiazione, viene da chiedersi quanto possa essere raggiungibile il traguardo della redenzione. Soprattutto se si pensa ai crimini di maggior portata, senza ignorare ovviamente la pena infinita inflitta ai familiari colpiti dal crimine.

 

Un altro ragionamento è quello relativo alla gestione della libertà ad opera dello Stato. E qui, al netto da ideologismi patetici di ogni colore e natura, mi va di ragionare in termini di paradosso.

Immagino il Creatore (che si è rivelato Dio all’ epoca di Mosè e poi Padre con la venuta di Gesù) alle prese con il problema della creazione della libertà. Problema risolto. Il Creatore ha ideato la libertà senza “se”, senza “ma” e soprattutto senza “però”.

La libertà sembrerebbe essere un concetto refrattario ad aggettivazioni che, in qualche modo o misura,  potrebbero snaturarla.

Immaginiamo se il Creatore avesse creato la libertà dicendo ad esempio: “Vi creo liberi, ma (e già una serie di eccezioni), se (e giù un elenco di dettagli), però (e giù una caterva di dettagli o decreti applicativi).

Certo, ha rischiato grosso comportandosi così  come si è comportato… tanto più che sapeva che la sua creatura lo avrebbe deluso.

Ma è proprio per questo che è “unico” e  simpatico e amabile, perché ha dimostrato totale fiducia nella nostra intelligenza… tra l’altro donata da Lui.

http://www.gigiavanti.com

 

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UNA PAUSA…

                                      PER RIFLETTERE UN PO’

Il 100% dei divorzi  inizia con un matrimonio”.

“L’amore è come la morte, non si può provare”.

 “Il matrimonio è come la morte, pochi vi arrivano preparati”.

 “Comunicare è una necessità, ascoltare è un arte”. (Goethe)

 “Non è possibile una esperienza coniugale in una relazione che di coniugale ha soltanto il rapporto fisico”. (T. Bovet)

 “Non è cosa molto intelligente voler provare cos’è la morte con un lungo sonno, né è cosa più saggia pretendere di sperimentare l’unione coniugale prima di entrare nel matrimonio”. (T. Bovet)

 “Se l’aver mangiato un frutto ha rovinato l’umanità, la salvezza sarà nell’atteggiamento contrario, nel guardare un frutto senza mangiarlo” (S. Weil)

“L’importante nella coppia non è rendere felice l’altro, ma rendere felice se stesso ed offrire questa felicità all’altro”. (J. Salomè)

 “Se nella coppia ognuno dei due attende di essere fatto felice dall’ altro, succederà che entrambi arriveranno a 90 anni soli ed infelici”.

 “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”. (S. Freud)

 

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Certe informazioni è meglio non averle

“SECONDO ALCUNI AUTOREVOLI TESTI DI TECNICA AERONAUTICA,

IL CALABRONE NON PUO’ VOLARE A CAUSA DELLA FORMA E DEL

PESO DEL PROPRIO CORPO IN RAPPORTO ALLA SUPERFICIE ALARE…

MA IL CALABRONE NON LO SA E CONTINUA A VOLARE” (Sikorsky)

 

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PING PONG “materia-spirito”

                       PENSIERI SPIRITUALI… IN CATTIVITA’ MATERIALE

 

   Talvolta riaffiorano dal fondo della memoria, come gnocchi in ebollizione che saltellano a galla nella pentola, frasi e considerazioni all’apparenza senza nesso alcuno con la realtà che si sta vivendo o sognando in quel momento..

   Il risultato immediato è quello di una sensazione di non senso, ma poi, nel tempo, tale sensazione inizia a  stimolare e partorire altri pensieri ad essa collegati.

   E’ il caso della frase di Ludwig Feuerbach (1804 – 1872):  “L’uomo è quello che mangia”. E’ la considerazione negazionista della realtà dello spirito, tipica bandiera dei cosiddetti “materialisti”.

   Ed è proprio in questa frase che sta invece celata la verità della realtà dello spirito. La verità, infatti, è pervasiva (invasiva si direbbe) di tutta la realtà creata… ivi compresa quella materiale.

   Affermare che tutto è materia è, paradossalmente parlando, operazione dello spirito che anima la medesima materia… I cartoni animati sarebbero soltanto cartoni… da macero, se non avessero l’anima!

   La realtà complessiva totale include la dimensione spirituale la quale costituisce, oltretutto, l’anima della materia medesima.

   Affermare che “l’uomo è quello che mangia” è una opinione di superficie, riduttiva, quindi falsa. La verità di fondo sta nella dinamica del mangiare e questa attiene allo spirito. L’uomo è molto di più di quello che mangia ed è proprio in quella parolina “quello” che  sta celato lo spirito.

  Quando Gesù affermò: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno” (la materia non vive in eterno) pone le fondamenta logiche e psicologiche per il rigetto, ante litteram, di ogni sorta di materialismo.

   E da qui si capisce anche come Gesù ebbe l’ardire divino di affermare: “Io sono la Verità”. A questo punto, il patetico e desolante detto di Feuerbach si potrebbe parafrasare così: “Il cristiano è quello che mangia…Cristo”.

   E il cerchio si chiude al suo livello più alto, cioè a quello sacramentale… inaccessibile alla cultura materialista.

 (www.gigiavanti.com)

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“IL DOLORE SI PUO’ SOLAMENTE ACCAREZZARE”. (Padre Luciano Cupia)

“Povere parole” per condividere qualcosa sul mistero del “distacco”.                         (per accompagnare chi si pone “domande” a causa del mistero del dolore)

Domande che straziano l’anima. Io non so dove passa nell’ombra il confine tra il bene e il male. E non so trovare povere parole per consolare. Mi arrendo o forse sgomenta scelgo  di capire ogni giorno cosa sia seguirti, Signore, e guardo con tenera compassione l’infinita debolezza nel tuo silenzio. Amen.

                                      (Maria Giovanna ed Edoardo)

 

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PAUSA…

                    UNA PAUSA NORMALE… in questo momento di pausa anormale.

 “Non è abbastanza muovere dei passi che un giorno ci condurranno alla meta;  ogni passo deve essere lui stesso una meta, nello stesso momento in cui ci porta avanti”. (J.W. Goethe)

“Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare nello stesso modo”. (Einstein)

“In un atteggiamento di silenzio, l’anima trova il percorso in una luce più chiara e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza”. (Gandhi)

“Un ammasso di roccia cessa di essere un mucchio di roccia nel momento in cui un solo uomo lo contempla, immaginandola, al suo interno come una cattedrale”. (Antoine De Saint – Exupery)

“La speranza è come una strada nei campi: non c’è mai stata una strada, ma quando molte persone vi camminano, la strada prende forma”.  (Yutang Lin)

“Le parole si parlano, i silenzi si toccano”. (Fabrizio Caramagna)

“Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre idee semplici”. (Lev Tolstoj)

 “La montagna più alta rimane sempre dentro di noi”. (Walter Bonatti)

“La nostra vita è sprecata nei dettagli…semplifica, semplifica”. (H.D. Thoreau)

“Io posso fare cose che tu non puoi,  tu puoi fare cose che io non posso. Insieme possiamo fare grandi cose”.  (Santa Teresa di Calcutta)

 

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SINTETICO, MA INTERESSANTE

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di | 23 aprile 2020 · 16:47