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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

LA FAMIGLIA SCENDEVA…

                                 LA FAMIGLIA SCENDEVA

   Da Gerusalemme – la città posta sul monte, la sposa del Gran Re – la famiglia –  scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare.

   Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia, quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio comunque di tanti altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia non trovando di loro gradimento la sua pace che rispecchiava ancora la luce della città di Dio.

   Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi.

   La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Individualismo, l’Edonismo, il Consumismo, ridendo tutti insieme  della sorte sventurata della famiglia.

              Il Buon Samaritano

   Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse: “Ormai è morta”.

   Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: “L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita”.

   La trovò infine un prete e si mise a sgridarla: “Perché non hai resistito ai ladroni? Dovevi combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”.

   Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e il vino del suo sdegno. Poi, caricatola sulle spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò dicendo: “Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada, in balìa dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e il mio Pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei”.

            Una lampada alla finestra

   Quando si riebbe, la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di essa. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese: “Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”.

   Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe essa pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da se stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

   Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta, per gli amici e per gli sconosciuti: per chiunque – affamato, assetato, stanco, disperso – potesse entrare e riposare sedendo alla piccola mensa della fraternità universale.

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AFORISMA DI JUNG

“CONOSCI TUTTE LE TEORIE, DOMINI TUTTE LE TECNICHE; TUTTAVIA, PER TOCCARE UN’ALTRA ANIMA, DEVI SEMPLICEMENTE ESSERE UN’ALTRA ANIMA UMANA”. (C.G. Jung)

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LA STORIELLA DEI TRE DONI

                                       I TRE DONI

   I tre nobili ospiti dall’Oriente, che erano venuti per adorare il Bambino e offrirgli i propri doni, per ordini superiori avevano appena lasciato Betlemme, quando si avvicinarono altre tre figure. Venivano senza seguito in maniera modesta e  per nulla appariscente.

   La loro andatura era strascinata, a fatica mettevano un passo dietro l’altro. I loro visi stanche erano a tal punto coperti di polvere che non si riusciva a riconoscere il colore della loro pelle. Erano gialli, bruni, neri o bianchi?

  Il primo di loro se ne veniva vestito di stracci e si guardava intorno affamato ed assetato. Con gli occhi incavati che avevano assistito a tante sofferenze.

    Il secondo camminava ricurvo. Portava alle braccia delle catene. Per questo  lungo portare e per il lungo viaggio aveva piaghe alle mani e ai piedi.

   Il terzo aveva i capelli arruffati, gli occhi disperati ed uno sguardi irrequieto e indagatore come se stesse cercando qualcosa che aveva perduto.  La gente che si trovava attorno alla casa del neonato era abituata ad ogni specie di visitatori.    Eppure indietreggiarono tutti timorosi quando videro queste tre figure che si avvicinavano. Erano chiaramente persone povere, nullatenenti, ma nessuno ne aveva viste di così misere e trascurate come loro. Timidamente e istintivamente si raccolsero insieme formando come un cordone di sicurezza intorno alla casa per impedire l’ingresso ai tre.

   Videro anche che i tre non portavano nulla con sé che avrebbero potuto offrire come doni. Erano forse venuti per prendere qualcosa? Qualcuno pensava all’oro  che era stato lasciato in casa proprio da quelli che erano partiti. Tutti avevano sentito raccontare di questo. Forse anch’essi erano venuti a sapere qualcosa dell’oro? Un mormorio si levò sempre più forte contro quegli strani nuovi arrivati.

   Allora fu loro aperta la porta. Uscì Giuseppe. Alcuni irritati gli gridarono che della gentaccia voleva venire dal Bambino, ma lui non doveva certamente permetterlo. Lui li calmò e disse: “Chiunque può avvicinarsi a questo Bambino: povero o ricco, misero o nobile, onesto o disonesto, degno di fiducia o meritevole di sospetto. Non appartiene soltanto a qualcuno. Neppure a noi che siamo i suoi genitori. Fateli entrare”.

   Meravigliati per le parole di Giuseppe formarono per i tre uno stretto corridoio. E lui li condusse dentro. La porta restò aperta. Quelli che poterono vi si accalcarono per partecipare da vicino all’incontro. Alcuni, pochi, si ricordarono che poco tempo prima si erano avvicinati al Bambino anche loro bisognosi.

   Ora i tre stavano davanti alla mangiatoia e contemplarono a lungo e muti il Bambino. A quella vista più nessuno sapeva chi fosse il più povero: se il Bambino sul letto di paglia o i visitatori. Tutti sembravano immersi o fusi nella stessa umiltà l’uomo vestito di stracci, quello con le catene ai polsi, quello con lo sguardo triste e il Bambino.

   Allora Giuseppe ruppe il silenzio. Egli sentiva di essere quello a cui era stato donato di più ed era spinto a fare sentire anche a quei poveri ils uso grande grazie per quanto aveva ricevuto.. In una nicchia, in una parete accanto alla mangiatoia, luccicavano i tre doni lasciati dai nobili visitatori.

   Egli li prese e li porse ai tre stranieri, all’uomo vestito di stracci, l’oro, all’uomo in catene, la mirra e a quello triste l’incenso.

   Disse al primo: “Per quanto io possa vedere, sei tu quello che ha più bisogno dell’oro. Comprati con questo, cibo e vestiti. Io ho un mestiere e potrò dar da mangiare alla mia famiglia anche senza questo oro”.

   Al secondo disse: “Io certo non posso toglierti le catene, ma ecco, questo unguento farà bene alle tue mani e ai tuoi piedi ricolmi di piaghe”.

   E al terzo disse: “Prendi questo incenso, il suo buon profumo non scaccerà via la tua tristezza, ma la nobiliterà e darò ristoro alla tua anima”.

Tutti si misero in agitazione. “Regala tutto quello che di prezioso ha ricevuto per il Bambino” sussurrarono tutti uno all’altro e di fronte a quei tre poveracci non riuscivano quasi a capire quella leggerezza.

   Quella prodigalità non rasentava la spoliazione del Bambino? Ma i tre scossero concordi le mani e il capo e il primo rispose: “Ti ringrazio per la tua grande offerta. Ma guardami! Chi mi trovasse addosso dell’oro avrebbe subito il sospetto che sono  un ladro. Ho estratto per altri l’oro dalle miniere, ma io stesso non ‘ho mai posseduto. Tienilo per il tuo Bambino. Potrai averne bisogno e lo accetteranno da te senza alcun sospetto”.

   Il secondo rispose: “Io mi sono abituato alle mie ferite. Grazie ad esse sono diventato tenace e forte. Conserva la mirra per il tuo Bambino. Quando avrà delle ferite alle mani e ai piedi potrà essergli di aiuto”.

   Il terzo rispose: “Io vengo dal mondo delle religioni e delle filosofie. Dietro di queste ho perso la testa. Nel deserto del pensiero ho perduto Dio. A che cosa può servirmi l’incenso? Offuscherebbe soltanto i miei dubbi. Nella sua religiosa nebbia blù mi presenterebbe soltanto immagini ingannevoli. Ma non potrebbe ridarmi Dio”.

   Tutti inorridirono per queste parole e per il rifiuto dei doni. Anche Maria e Giuseppe si coprirono il volto con le mani. Soltanto il Bambino stava lì, con gli occhi aperti. I tre si avvicinarono  ancora di più a lui e dissero: “Tu non vieni dal mondo dell’oro, della mirra e dell’incenso come neppure noi. Tu appartieni al nostro mondo della miseria, della tribolazione e del dubbio. Per questo ti offriamo quello che è comune a noi e a te”.

   Il primo prese alcuni dei suoi stracci e li mise sulla paglia. E disse: “Prendi i miei stracci. Un giorno li porterai, quando ti toglieranno i tuoi vestiti e tu resterai solo e nudo.  Allora ricordati di me”.

  Il secondo prese una delle sue catene e gliele mise vicine alla manina. “Prendi le mie catene. Ti andranno bene quando sarai più grande. Con esse ti cingeranno quando ti porteranno via. Ricordati allora di me”.

   Il terzo si piegò profondamente sul Bambino e disse: “Prendi i miei dubbi e il mio abbandono di Dio. Io non possiedo altre cose. E io non posso portare queste da solo. Sono troppo pesanti per me. Condividele con me. Prendile completamente in te, gridale forte e presentale davanti a Dio quando anche tu arriverai a quel punto.

   Profondamente scossa, Maria teneva le mani sul Bambino quasi per proteggerlo. Un forte mormorio si diffuse per la casa e attraverso la porta: “Cacciateli fuori! Stanno gettando una maledizione sul Bambino”.  Giuseppe si avvicinò alla mangiatoia per  portare via gli stracci e le catene. Ma non si lasciarono sollevare. Era come se fossero un tutt’uno con il Bambino.

   E il Bambino era lì, con gli occhi e le orecchie aperti, rivolti verso i tre uomini. Dopo un lungo silenzio si alzarono. Si stirarono come se qualcosa di pesante fosse caduto loro di dosso. Avevano trovato il posto dove avevano  potuto deporre il loro peso.

   Sapevano che presso quel Bambino tutto era custodito in buone mani e sarebbe stato conservato fino alla fine: la miseria, la tribolazione e l’abbandono di Dio. Con uno sguardo pieno di fiducia e con passo sicuro uscirono dalla casa, verso la loro miseria ormai circoscritta e condivisa

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(Werner Reiser – Traduzione dal tedesco di Don Roberto De Odorico)

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LIETO NATALE

                            PER UN LIETO NATALE

La ricchezza

Poco prima di Natale, la maestra rivolse due domande: “Chi considerate povero tra di voi? E chi dovrebbe ricevere un regalo a Natale?”.

I bambini che i consideravano poveri alzarono la mano. La città era piccola e si conoscevano tutti.  Non solo per nome, ma si sapeva anche dove uno viveva, che cosa faceva, chi erano i suoi parenti e quanti soldi aveva.

Dopo la scuola la maestra chiamò nel suo ufficio Dini, un bambino di otto anni.

I suoi genitori erano arrivati dall’Africa da poco tempo e tutti sapevano che erano poverissimi.

Lo fece sedere e gli chiese come mai non avesse alzato la mano. Dini rispose: “Perché non sono povero”. “E chi è povero, secondo te?”. “I bambini che non hanno i genitori”.

La maestra lo fissò sbalordita, in totale silenzio e poi lo congedò. L’indomani il padre di Dini tornò a casa con un largo sorriso stampato sulla faccia. Disse che la maestra era andata a fargli visita sul posto di lavoro. “Dovremmo essere molto fieri di nostro figlio”, aggiunse e riferì alla moglie che cosa gli aveva detto l’insegnante.

La vigilia di Natale, Dini ebbe il suo pacco regalo. Conteneva due paia di scarpe nuove di zecca, uno per lui e uno per la sorellina. Non avevano mai avuto un  paio di scarpe nuove.

Ma se anche non fosse arrivato il regalo, Dini sapeva che la sua famiglia era la più ricca del mondo.  (Bruno Ferrero, C’E’ ANCORA QUALCUNO CHE DANZA, LDC)

IL MESSIA E’ IN RITARDO

Ad una “comunità di base” molto osservante fu annunciato che nella notte solenne di Natale il Messia sarebbe di nuovo arrivato. Avrebbe ricominciato la sua missione proprio dalla loro comunità. Il giorno della vigilia si radunarono tutti. Le donne avevano preparato il cenone osservando ancora più scrupolosamente le prescrizioni della tradizione, gli uomini avevano provato a lungo la musica, i canti. Sapevano che in quella notte, finalmente, il Messia sarebbe ritornato. La festa cominciò.

Mezzanotte: di lì a poco l’avrebbero visto! L’una del mattino: il suo arrivo era imminente. Le due: i cuori battevano più forte. Le tre: la stanchezza cominciava a farsi sentire. Le quattro: alcuni cominciarono a perdersi d’animo. Le cinque: sonnecchiavano e sbadigliavano tutti. Non arrivava ancora.

A mezzogiorno, quando ormai nessuno lo aspettava più, il Messia bussò finalmente alla porta!

Entrando disse educatamente: “Chiedo scusa, ma ho incontrato un bambino che piangeva e mi sono fermato a consolarlo”.

Finché ci saranno bambini che piangono il Messia non arriverà. (Anonimo)

QUALCHE RISATA

Ti auguro, dopo il cenone di Natale, di poter sempre entrare nel vestito dell’anno precedente, di avere entusiasmo anche sulla poltrona del dentista, di trovare sempre un posto libero al parcheggio, di anagrammare “galleria” in “allegria”, di vedere nero soltanto quando è buio, di parlare solo quando il cervello è inserito.

In questo tempo di ristrettezze economiche la moglie al marito: “Cosa mi regali per Natale?”. Il marito: “Il prossimo anno un paio di orecchini preziosi”: “E quest’anno?”. ”I buchi nelle orecchie”.

A Natale gli angeli si affacciano dal cielo per fare compagnia agli uomini. Due con camicino bianco, aureola ed ali sono seduti su una nuvoletta. Il primo: “Ma tu sei nuovo, non ti avevo mai incontrato. Come mai ti trovi qui?”. “Eh, lo devo a mia moglie”. “A tua moglie?”. “Certo, stavo guidando e lei mi ha detto: “Se mi lasci il volante, sei proprio un angelo”. E infatti!

“Papà, che cosa ci vuole per essere felici tutto l’anno e non solo a Natale?”.

“Figliolo, ci vogliono due cose: la salute e un buon lavoro” “E tu hai queste due cose?”. “Io ho una  buona salute e tua madre un buon lavoro”.

La vigilia di Natale un uomo, dopo tanti anni, va a confessarsi. Finita la lista dei peccati, il confessore gli chiede: “E di buono che cosa ha fatto?”. “Io di buono ho fatto il cappone bollito per domani, perché l’arrosto non mi piace”.

Durante il concerto di Natale, uno dei presenti si rivolge ad un distinto signore che gli è seduto accanto: “Santo cielo, che strazio! Mai sentita una cantante  solista così stonata”. “Guardi – gli risponde il signore – la cantante è mia moglie”. Per rimediare alla grossa gaffe, l’uditore tenta una giustificazione: “Veramente la cantante non sarebbe male se potesse cantare della buona musica. I brani interpretati sono noiosi ed orribili”. “Davvero? Il compositore sono io”.

Un vecchio rabbino piangeva a dirotto e si lamentava con Dio. Un giorno il Padreterno gli apparve dicendogli: “Ma che cosa sono questi lamenti interminabili?”. E il rabbino: “Oh, Signore mio, sono l’uomo più sfortunato del mondo. Il mio unico e diletto figlio si è fatto cristiano ed anche prete”. Il buon Dio gli rispose: “Eh, solo per questo fai tante storie? Allora, non sai che cosa è successo a me col mio unico figlio?”. “Cosa è successo, mio Signore, cosa è successo?”.  E Dio: “Si è fatto uomo, è nato in una stalla e, per di più è anche ebreo”. Il rabbino: “E come hai rimediato, mio Signore?”. E il Creatore: “Sono stato costretto a cambiare e a scrivere un Nuovo Testamento”.

Per Natale le tre Persone Divine, come ogni anno, si confidano le rispettive visite strategiche da fare sulla terra. Il Padre dice: “Io vado  in India per coltivare il seme fecondo seminato da Madre Teresa in mezzo ai più poveri. Il mondo ha bisogno di vedere che Dio è veramente loro Padre”.  Gesù dice: “Io torno in terra santa, a Betlemme. Da duemila anni non c’è pace in quella terra. Forse adesso è il momento giusto e opportuno per rievangelizzare il mondo”.

Lo Spirito Santo dice: “Io vado in Vaticano. Ho sentito dire che è il centro della cristianità, ma io non ci sono mai stato”.

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Pasticcini quotidiani

“Il migliore tra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi

E rimane in silenzio quando lo diffami”. (Gibran)

“Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza,

esso mi ha dato il frutto della felicità” (Gibran)

“LA CIVILTÀ ebbe inizio quando per la prima volta l’uomo scavò la terra e vi gettò un seme.

LA RELIGIONE ebbe  inizio quando l’uomo capì che il sole aveva pietà per quei semi che egli aveva seminato nella terra.

L’ARTE ebbe inizio quando l’uomo cominciò a glorificare con l’inno della gratitudine.

LA FILOSOFIA ebbe inizio quando l’uomo mangiò quello che la terra aveva prodotto e soffrì d’indigestione”. (Gibran)

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COME AVRANNO FATTO I MAGI?

COME AVRANNO FATTO I MAGI A LEGGERE QUEI SEGNI NEL CIELO E AD INCAMMINARSI VERSO GERUSALEMME?

Proprio così, come avranno fatto? Come avranno fatto a decifrare quei “segni nel cielo” nascosti nel grembo del mistero? Non ci è dato di saperlo, ma quel che è possibile e nutriente ricavarne per la nostra anima è di riflettere sul loro comportamento conseguente.

Un comportamento che li induce a lasciare le loro abitudini e ad incamminarsi alla volta di Gerusalemme con un progetto ben preciso, quello di andare ad “adorare” il neonato Messia.

Di comportamento opposto, invece,  quello di Erode che, fornito delle medesime “informazioni” decide di far fuori dalla storia Colui che stava, invece, per dare senso compiuto alla storia.

Il solito paradosso tra chi mette Dio al centro della storia  e chi, invece,  mette se stesso, il proprio io al centro della storia.

Il brano “scientifico” che riporto da VITTORIO MESSORI, IPOTESI SU GESU’, SEI, 1976, offre una pregevole lettura del “mistero dei segni nel cielo”. Mistero nel quale è meglio lasciarsi andare a naufragare piuttosto che intestardirsi a volerlo capire.

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“Nel dicembre del 1603 il celebre Keplero, uno dei padri dell’astronomia moderna, osserva da Praga la luminosissima congiunzione (l’avvicinamento, cioè) di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. Keplero, con certi suoi calcoli, stabilisce che lo stesso fenomeno (che provoca una luce intensa e vistosa nel cielo stellato) deve essersi verificato anche nel 7 avanti Cristo. Lo stesso astronomo scopre poi un antico commentario alla Scrittura del rabbino Abarbanel che ricorda come, secondo una credenza degli ebrei, il Messia sarebbe apparso proprio quando, nella costellazione dei Pesci, Giove e Saturno avessero unito la loro luce.

Pochi diedero peso a queste scoperte di Keplero, prima di tutto perché la critica non aveva ancora stabilito con certezza che Gesù era nato prima della data tradizionale. Quel 7 avanti Cristo dunque non impressionava. E poi anche perché l’astronomo univa troppo volentieri ai risultati scientifici le divagazioni mistiche.

Oltre due secoli dopo, lo studioso danese Munter  scopre e decifra un commentario ebraico medievale al libro di Daniele, proprio quello delle “settanta settimane”. Munter prova con quell’antico testo che ancora nel Medio Evo per alcuni dotti giudei la congiunzione Giove-Saturno nella costellazione dei Pesci era  uno dei “segni” che dovevano accompagnare la nascita del Messia.

Si ha così una riprova della credenza giudaica segnalata da Keplero che, con le “date” di Giacobbe e di Daniele, può avere alimentato l’attesa ebraica del primo secolo.

Nel 1902 è pubblicata la cosiddetta Tavola Planetaria, conservata ora a Berlino: è un papiro egiziano che riporta con esattezza i moti dei pianeti dal 17 avanti Cristo al 10 dopo Cristo. I calcoli di Keplero (già confermati del resto dagli astronomi moderni) trovano una conferma ulteriore, basata addirittura sull’osservazione diretta degli studiosi egiziani che avevano compilato la “Tavola”.

Nel 7 avanti Cristo si era appunto verificata la congiunzione Giove-Saturno ed era stata visibilissima e luminosissima su tutto il Mediterraneo.

Infine, nel 1925 è pubblicato il “Calendario Stellare di Sippar”. E’ una tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme proveniente appunto dall’antica città di Sippar, sull’Eufrate, sede  di una importante scuola di astrologia babilonese. Nel “Calendario” sono riportati tutti i movimenti e le congiunzioni celesti proprio del 7 avanti Cristo. Perché quell’anno? Perché, secondo gli astronomi babilonesi, nel 7 avanti Cristo la congiunzione di Giove con Saturno nel regno dei Pesci doveva verificarsi per ben tre volte: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Da notare che quella congiunzione si verifica soltanto ogni 794 anni e per una volta sola: nel 7 avanti Cristo, invece, si ebbe per ben tre volte. Anche questo calcolo degli antichissimi esperti di Sippar fu trovato esatto dagli astronomi contemporanei.

Gli archeologi hanno infine decifrato la simbologia degli astrologi babilonesi. Ecco i loro risultati: Giove, per quegli antichi indovini, era  il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore di Israele e la costellazione dei Pesci era considerata il segno della Fine del tempi, dell’inizio cioè dell’era messianica. Dunque potrebbe essere qualcosa di più di un mito il racconto di Matteo del’arrivo dall’Oriente a Gerusalemme, di sapienti, di Magi che chiedono: “Dove è nato il Re dei Giudei?”.

 E’ ormai certo, infatti, che tra il Tigri e l’Eufrate, non solo si aspettava (come in tutto l’Oriente) un Messia che doveva giungere da Israele, Ma si era pure stabilito con stupefacente sicurezza che doveva nascere in un tempo determinato.

Quel tempo in cui, per i cristiani, il “Dominatore del mondo” è veramente apparso.

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L’AMORE VIVE SULLE ALI DELLA LIBERTA’

                L’AMORE VIVE SULLE ALI DELLA LIBERTA’

                                        (Leggenda Sioux)

Questa antica leggenda Sioux – conosciuta come la leggenda dell’aquila e del falco – racconta che un giorno Toro Bravo e Nube Azzurra giunsero tenendosi per mano alla tenda del vecchio stregone della tribù e gli chiesero:

“Noi ci amiamo e ci vogliamo sposare. Ma ci amiamo così tanto che vogliamo un consiglio che ci garantisca di restare per sempre insieme, che ci assicuri di restare l’uno accanto all’altra fino alla morte. Che cosa possiamo fare?”.

Il vecchio saggio, emozionato nel vederli così giovani e così innamorati, così ansiosi di una buona parola, disse:

“Fate ciò che deve essere fatto. Tu, Nube Azzurra, devi scalare il monte al Nord del villaggio. Solo con una rete, devi prendere il falco più forte e portarlo qui vivo, il terzo giorno dopo la luna nuova. E tu, Toro Bravo, devi scalare la montagna del tuono; in cima troverai la più forte di tutte le aquile. Solo con una rete dovrai prenderla e portarla a me, viva!”.

I giovani si abbracciarono teneramente e poi partirono per compiere la missione. Il giorno stabilito, davanti alla stregone, i due attendevano con i loro uccelli. Il vecchio saggio li tolse dal sacco e costatò che erano veramente begli esemplari degli animali richiesti.

“E adesso, che dobbiamo fare?”, chiesero i giovani.

“Prendete gli uccelli e legateli fra loro per una zampa con questi lacci di cuoio. Quando saranno legati, lasciateli andare perché volino liberi” – rispose il vecchio saggio Sioux.

Fecero quanto era stato ordinato e liberarono gli uccelli. L’aquila e il falco tentarono di volare, ma riuscirono solo a fare piccoli balzi sul terreno. Dopo un po’, irritati per l’impossibilità di volare, gli uccelli cominciarono ad aggredirsi l’un altro beccandosi fino a ferirsi.

Allora, il vecchio saggio disse:

“Non dimenticate mai quello che state vedendo. Il mio consiglio è questo: voi siete come l’aquila e il falco. Se vi terrete legati l’uno all’altro, fosse pure per amore, non solo vivrete facendovi del male ma, prima o poi, comincerete a ferirvi a vicenda. Se volete che l’amore fra voi duri a lungo, volate assieme, ma non rimanendo legati con l’impossibilità di essere voi stessi”.

Se sognate un amore duraturo lasciate all’altro la giusta libertà, non soffocatelo mai.

Se realmente ami qualcuno lascialo volare con le sue ali: l’amore vive sulle ali della libertà.

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IL SERPENTE INVIDIOSO E LA LUCCIOLA

          LA STORIA DEL SERPENTE E DELLA LUCCIOLA

   Racconta una leggenda che un serpente inseguiva una lucciola per divorarla. Il piccolo insetto faceva il possibile per fuggire dal serpente. Per giorni fu una persecuzione intensa.

   Dopo un po’ di tempo, la lucciola, stanca ed esausta si fermò e disse al serpente: “Poso farti tre domande?”. Il serpente le rispose: “Non sono abituato a rispondere a nessuno, però siccome ti devo mangiare, puoi chiedere”.

   “Domanda numero 1: appartengo alla tua categoria alimentare?” – chiese la lucciola. “No”. – rispose il serpente.

   “Domanda numero 2: ti ho fatto qualcosa di male?” – disse la lucciola. “No, assolutamente” – tornò a rispondere il serpente.

    “Domanda numero 2 : E allora perché vuoi mangiarmi?”. “Perché non sopporto vederti brillare”:

Morale: in varie occasioni può capitare di incontrare persone che ti criticano, condannano, etichettano, sebbene tu non abbia mai fatto loro qualcosa di male, e malgrado tu ti sia mostrato gentile con loro.

E tutto ciò avviene perché, così come la lucciola, possiedi la tua luce interiore, illumini il tuo cammino e il cammino di molti che camminano nell’oscurità. Brilli più degli altri, come fa la lucciola di notte e questo è difficile da sopportare per alcune persone, perché non hanno quella luce interiore, quel brillìo proprio e soffrono nel vederti brillare. Sono persone che vivono nell’infelicità.

Tu non smettere mai di essere te stesso, di illuminare con quella tua luce, anche se questo da fastidio a coloro che vivono nella totale penombra. I serpenti che mangiano le lucciole non capiscono che poi rimangono al buio per sempre.

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QUANDO SI E’ ALLE PRESE CON LUTTI

                          ELABORARE O VIVERE UN LUTTO?

“Dottoressa, non riesco ad elaborare questo lutto”.

 “Cosa non va nel suo modo di elaborare questa perdita?”.

 “Non riesco a dimenticare quella persona. La vedo dappertutto. La sogno. Continuamente. Mi capita speso di pensarci. A volte la disegno. Come si fa a superare questa mancanza?”.

“La mancanza non è da superare, ma da vivere. Stia in quel vuoto, si accomodi proprio lì. Per tutto il tempo necessario. E si gusti tutte le chiamate che quella persona  le sta rivolgendo. Quando le sembra di vederla tra la folla, quando la pensa e quando la sogna, non è perché il suo cuore è malato. E’ semplicemente l’anima del suo caro che è venuta a trovarla. Impari a celebrare le sue manifestazioni: arrivano dal cielo, non dalla sua mente”.

“E cosa vuole da me quando mi appare?”.

“Poetarle amore: E farle capire che c’è un continuo scambio fra il mondo visibile e il mondo invisibile. Ma lei continua a fuggire da questi tentativi di carezze rivolte alla sua anima. E’ ora di celebrare i segnali che l’universo ci invia. Di accoglierli. Di andarli a cercare. E di smetterla di scambiare l’amore con la malattia”.

                                                 (Elena Bernabè)

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SORRISI BAMBINI

     CINQUE RAGIONI PER NON DISCUTERE CON I BAMBINI
   Una bimba stava discutendo con la maestra delle balene
L’insegnante diceva che è fisicamente impossibile per una balena inghiottire un uomo, perché nonostante questa sia un mammifero enorme la sua gola è molto stretta. La piccola replicò che però Giona era stato inghiottito da una balena.
Irritata l’insegnante ripeté che una balena NON può in alcun modo inghiottire un uomo perché fisicamente impossibile.
Allora la bimba rispose: ‘Quando andrò in paradiso lo chiederò a Giona’.
L’insegnante chiese ‘Cosa farai se Giona è andato all’inferno?
La piccola replicò: ‘Allora glielo chiederà lei’.

  Una maestra d’asilo sta osservando la classe mentre disegna. Si avvicina un po’ a tutti i bambini per vedere i loro disegni e si ferma accanto ad una bambina, chiedendo che cosa stesse disegnando. La bimba risponde:’Sto disegnando Dio
L’insegnante dice:’Ma nessuno sa com’è fatto Dio’
E la bimba risponde: ‘Tra un minuto lo sapranno’.
 
   Un’insegnante di Catechismo sta spiegando i 10 Comandamenti a bambini di 5 e 6 anni. Mentre sta spiegando il comandamento “Onora tuo padre e tua madre”, chiede:”Ce n’è uno che ci insegna come si trattano i nostri fratelli e sorelle?’
Senza batter ciglio un bimbo risponde prontamente ‘Non uccidere’.
 
   I bambini sono stati fotografati in classe e l’insegnante tenta di persuaderli ad acquistare una foto di gruppo. ‘Pensate che bello quando guarderete la foto e direte: ‘Toh c’è Jennifer, ora è un avvocato, oppure ‘guarda Michael, ora è un medico’. Una vocina dal fondo dell’aula aggiunge: ‘E guarda la maestra, adesso è morta’ .

   I bimbi di una classe delle elementari di una scuola cattolica vengono fatti allineare per il pranzo: c’è un vassoio di mele esposte con un bigliettino che dice: ‘Prendetene solo UNA. Dio vi guarda’
Lungo la fila ad un altro tavolo c’è una pila di dolcetti al cioccolato. Un bimbo mette un bigliettino con scritto: ‘Prendete tutti quelli che volete. Dio sta guardando le mele.
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