DEDICATO A CHI VUOL CAPIRE… PRIMA DI DECIDERSI A CREDERE

COMMENTO OMILETICO per la Domenica di Pasqua (20 aprile 2014 – Gv. 20, 1 – 9)
Non è sempre facile trovare delle analogie tra episodi del vangelo da commentare e situazioni esistenziali dell’uomo d’oggi onde trarne nutrimento per l’anima. Soprattutto quando l’episodio da commentare è unico, come quello di questa Domenica unica, la Domenica di Pasqua. Cosicchè sembra venir meno anche la fantasia interpretativa da investire in prospettiva pedagogico-spirituale. Sembra venir meno, ma non al punto da non poter attingere alle sempre fresche risorse spirituali dell’anima. Ed ecco allora sgorgare da questa scaturigine spirituale uno stimolo . Nel brano del vangelo di oggi ci sono due pennellate che, lette insieme, danno una dritta per tale meditazione: “Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto al sepolcro, e vide e credette” e “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura che egli cioè doveva risuscitare dai morti”. Quasi a dire che la fede è un “due più due fa quattro” a livello di anima e non di ragionamento; è una intuizione viscerale donata che scuote dalle fondamenta la legittima voglia del voler “capire” che talvolta, però, si trasforma in pretesa di spiegazioni prima di decidersi a credere. C’è una sorta di ribaltamento (per fortuna) delle leggi della logica umana secondo le quali ciò che non si capisce non ha garanzia di scientificità…
Le leggi del pensare razionale (tra l’altro promulgate dall’essere umano… con il sospetto di un conflitto di interessi) danno pochissimo spazio al fascino del mistero. L’animo razionale è riluttante a volersi tuffare nella piscina dell’umiltà per riconoscere perlomeno che “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” oppure che “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. L’anima spirituale invece, partorita dall’utero del Creatore. ci nasce proprio in questa immersa piscina dell’umiltà e vi rimarrà immersa fino al collo per sempre.
La pretesa del voler capire per decidersi a credere allontana l’incontro con Gesù. Del resto, è anche la dinamica secondo la quale avvengono i miracoli operati da Gesù nella sua breve esperienza terrena. Chi va da lui in cerca di miracoli (e non in cerca di Lui) per poter credere rimane deluso; anzi ai suoi conterranei che glieli chiedevano quasi quasi vantando un diritto di prelazione, risponde seccamente “Vi verrà dato solo un segno, quello di Giona…”. Chi invece va da lui perché già gli crede (“la tua fede ti ha salvato”) ottiene anche il miracolo… Gesù guarisce i corpi per salvare le anime, rianima i cadaveri per far capire che è l’anima a contare più di ogni cosa (anche se poi verrà recuperato pure il corpo con la resurrezione della carne… perché nulla del creato andrà sprecato, ma tutto sarà “ricapitolato in Cristo”).
Ecco perché Giovanni, in questo brano di vangelo, si autodescrive come colui che “vide e credette” e non come colui che “capi”… Credere è un dono fatto all’anima per il quale quotidianamente ringraziare, laddove invece voler capire (nel senso di esigere delle spiegazioni plausibili del mistero cosmico della vita) attiene alla presunzione dell’animo umano. Questo potrebbe suggerirci qualcosa circa il nostro comportamento di “credenti”… Credenti “a prescindere” o credenti “postumi”, credenti dopo aver visto il miracolo (magari narcisisticamente applaudendo a noi stessi per essere riusciti a sfilarglielo) o credenti “preventivi” (stupiti di sentire risuonare tra le pareti dell’anima quella soave carezza “la tua fede ti ha salvato”…Stupiti e magari ancora in grado di sussurrare a Gesù la richiesta di un ulteriore “miracolo”, quello di un accrescimento di fede…). In questo senso la Pasqua è la festa per eccellenza per la gioia dell’anima. In questo senso, Pietro e Giovanni, stupiti dal vuoto del sepolcro non persero tempo a chiedersi “come” potesse essere accaduto, ma accettarono “che” fosse accaduto e basta, non corsero in questura a “denunciare” il fatto, ma presero ad andare ovunque ad “annunciare” l’evento… rischiando la pelle. E già risuonava nelle orecchie della loro anima il ritornello: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, ritornello che non attiene ad una logica di sadismo o di vendetta ma alla divina logica del mistero, unico cibo capace di saziare gli appetiti dell’anima. Più la mente rimane a bocca asciutta più l’anima si sazia di Dio.

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