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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

SE TORNASSI A VIVERE (magari pensarci prima…)

              

 

Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se, potendo rinascere, avrei vissuto la vita in maniera diversa. Lì per lì ho risposto di no, poi ho ripensato un po’ su e…

Potendo rivivere la mia vita, avrei parlato di meno e ascoltato di più.

Non avrei rinunciato ad invitare a cena gli amici soltanto perché il mio tappeto aveva qualche macchia e la fodera del divano era stinta.

Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno quando rievocava gli anni della sua giovinezza.

Non avrei mai preteso, in un giorno d’estate, che i finestrini della macchina fossero alzati perché avevo appena fatta la messa in piega.

Non avrei lasciato che la candela a forma di rosa si sciogliesse, dimenticata, nello sgabuzzino. L’avrei consumata io, a forza di accenderla

Mi sarei stesa sul prato con i bambini senza badare alle macchie d’erba sui vestiti.

Avrei pianto e riso di meno guardando la televisione e di più osservando la vita.

Avrei condiviso maggiormente le responsabilità di mio marito.

Mi sarei messa a letto quando stavo male, invece di andare febbricitante al lavoro quasi che, mancando io dall’ufficio, il mondo si sarebbe fermato.

Invece di non vedere l’ora che finissero i nove mesi di gravidanza, ne avrei amato ogni attimo, consapevole del fatto che la stupenda cosa che mi viveva dentro era la mia unica occasione di collaborare con Dio alla realizzazione di un miracolo.

                                                                                                             (Erma Bombeck)

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IL COLORE DELLA COPPIA (Adamo ed Eva hanno litigato di brutto… come mai? E come mai si continua a litigare per la semplice diversità di vedute e gusti?)

 

   Erano le prime mattine del mondo e la creazione, appena uscita dalle mani del Creatore, luccicava come un soldino nuovo. Ma l’universo era ancora in bianco e nero come nei vecchi films da cineteca.

Temendo che le sue creature si stancassero di vedere il mondo a lutto, Dio disse ad Adamo ed Eva: “Ieri voi avete dato un nome a tutto ciò che vive e questo va bene. Oggi date un colore a tutto ciò che si trova sotto  i vostri occhi: gli animali, le piante e le rocce, ma colorate anche tutto quello che non si vede: i sentimenti, i progetti, i sogni!”

Adamo ed Eva si dedicarono al loro lavoro con una energia che nulla era ancora riuscito ad  intaccare… Il sole sarebbe stato di color oro fuso ed il lampo sarebbe stato un guizzo d’argento nell’inchiostro scuro delle notti di temporale. La tigre rigata avrebbe avuto il colore della brace vista sotto la griglia di un barbecue e le grosse scimmie babbuine avrebbero avuto sul fondo schiena tutte le tinte di un crepuscolo d’autunno. Il cielo sarebbe stato blù come il corredino  d’un neonato e l’erba di un verde così carico e intenso da far venir voglia di brucarla ai carnivori stessi. Verso sera però, stanca per aver tanto colorato, l’immaginazione dei primi esseri viventi della storia umana accusò qualche segno di debolezza. Dio non potè proprio fare a meno di sospirare quando li ascoltò dichiarare con una certa fiacchezza che la rosa sarebbe stata color rosa e che l’arancio sarebbe stato di colore arancio… così, semplicemente.

“E la coppia, figli miei . incalzò Dio quasi a voler riattivare i loro pennelli e la loro fantasia – qual è il colore della coppia?”

“Rosa e d’oro”, replicò senza alcuna esitazione Adamo. Il primo sposo della storia (è proprio curioso chiamarlo così) aveva un lato romantico ed una adorazione smisurata per la compagna che il Creatore gli aveva donato.

“Per niente –  replicò Eva bruscamente (ella era più realista ed anche di gusti più raffinati e non si lasciava facilmente convincere) – la coppia è rossa e nera, forte e potente come il fuoco dei nostri abbracci, ma anche con buie profondità d’incertezza e di dolore”.

“Ma andiamo, mia cara – si lamentò Adamo – la coppia è tenera e dolce come il mio amore per te, caro amore mio”. “Già – gridò Eva seccamente – se tu credi che sia sempre roseo vivere accanto a te… Io ho una paura folle quando ti prende la collera”. “Ed io, io mi rattristo tantissimo quando tu piagnucoli; e questo capita di frequente e non riesco proprio a capire perché”.

Insomma tra una battuta agro-dolce e una risposta acida,  il litigio su i inasprì sempre di più e ognuno dei due si chiuse in un silenzio sdegnato.  I nostri progenitori, tanto per essere originali, avevano appena inventato la classica scenata…

Mentre Eva stava ripensando al proprio rancore, si mise a sfogliare alcune margherite ancora in bianco e nero ed Adamo si accostò imbronciato ad un grosso bue non ancora colorato e ad un asino grigio che terminò di dipingere con il colore della umile testardaggine.

Per riconciliarli,  Dio creò lì per lì un arcobaleno, un piccolo arcobaleno… perché voleva riservare la primizia della sua invenzione a Noè all’indomani del diluvio… ma questa è un’altra storia. Insomma, per farla breve, proprio quel piccolo arcobaleno portatile e smontabile fece riconciliare Adamo ed Eva.

Fece appena in tempo a dissiparsi allorquando i primi amanti del mondo, finalmente riconciliati, si buttarono nuovamente l’uno tra le braccia dell’altro

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A PROPOSITO DI CONSULENZA E TERAPIA (potenza della sana relazione… oltre i confini)

Premessa:

–          Il limite del linguaggio umano e la ricca accezione propria di ogni vocabolo spiega talune difficoltà di comprensione.

–          La tendenza di indulgere alla filosofia dell’aut-aut potrebbe portare a marcare forse troppo rigidi confini tra l’area della terapia e l’area della consulenza

–          Se è vero che non tutto ciò che luccica è oro, potrebbe essere anche vero che sia oro anche quello che non luccica.

            Si potrebbe inoltre considerare la possibilità di coesistenza incrociata di terapia a carattere consulenziale con consulenza a carattere terapeutico.

Mi piace riportare il seguente brano di Osho: “Un guaritore non è veramente un guaritore, perché non c’è niente che lui faccia. La guarigione accade attraverso di lui, lui deve solo annullarsi. Essere un guaritore significa proprio non essere. Meno ci sei tu, meglio la guarigione può accadere. Più ci sei tu, più il passaggio è bloccato. E’ Dio, o il tutto, o comunque tu preferisce chiamarlo, il guaritore. E’ la totalità a guarire. Una persona è malata è semplicemente qualcuno che ha creato dei blocchi tra sé e il tutto, c’è una sorta di sconnessione,. La funzione del guaritore è di riconnettere. Ma quando dico che la funzione del guaritore è di riconnettere, non intendo che il guaritore debba fare qualche cosa. Il guaritore  è solo una funzione, chi fa è Dio, è il Tutto. Allora guarire diventa quasi un’esperienza mistica, un’esperienza di preghiera, un’esperienza di Dio, dell’amore, del tutto.”

      

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UNA SAGACE IRONIA DI MICHELIN (quello dei pneumatici)

“La parola capitalismo è nata nella testa di Marx che concepiva i rapporti tra capitale e lavoro soltanto sotto forma di una lotta mortale che chiamò lotta di classe. Con la sua logomachia hegeliana giustificava l’odio come motore della storia. Ma il capitale è per l’impresa ciò che lo scafo è per il marinaio. Il ruolo essenziale del capitalista consiste nel vigilare in permanenza perchè lo scafo dell’impresa permetta a questa di navigare lontano il più possibile senza imbarcare acqua”.

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CREATI IN COPPIA (per ricordarsi di dire “grazie”… onde non ci si complichi la vita)

                                   

Un giorno il Creatore si svegliò un po’ annoiato della propria solitudine e pensò quindi bene di creare l’uomo. Prese allora un po’ di argilla, la plasmò a sua immagine, ma quando fu lì lì per soffiarle dentro lo spirito vitale si accorse che il modello non gli era proprio ben riuscito e se  ne disfece.  Prese dell’altra argilla e con maggior cura si accinse a plasmare un altro modello. Terminatolo, gli soffiò dentro lo spirito vitale ed ecco creato l’uomo. Subito però si accorse che qualcosa non andava, che mancava qualcosa.  Pensò allora bene di creare la donna, ma subito si accorse di non avere più argilla a disposizione…

Allora, forte della sua gioiosa fantasia creatrice, prese un po’ dello splendore del sole, delle fasi della luna, del luccichìo delle stelle, della soavità delle colline, del fascino della notte, del cavallo la fluente chioma, della gazzella le dolci movenze, dell’aria la leggerezza, della terra il segreto mistero della vita… Mescolò tutto quanto con divina delicatezza ed ecco creata la donna…

Soddisfatto del suo lavoro, chiamò a se l’uomo e gli disse: “Guarda!”. L’uomo osservò stupito ed incantato. Vista la sua sorpresa e il suo stupore, il Creatore gli disse: “Prendila, è tua!” L’uomo prese sotto braccio la donna e, senza neppure la cortesia di un sussurrato grazie, se la portò via con sé…

Di lì a qualche tempo, il Creatore vide tornare da chissà quali luoghi lontani l’uomo e la sua donna stanchi e tristi… Davanti veniva l’uomo a capo chino e qualche metro appresso la sua donna sconsolata. Il Creatore chiese: “Cosa vi succede?”  L’uomo gli rispose: “Potrei chiedervi una cosa… senza offesa?” Il Creatore rispose: “ Dimmi pure, uomo”. L’uomo gli disse: “La donna che mi avete regalato… ecco, ve la potreste riprendere indietro?”. Il Creatore, sorridendo e senza aggiungere parola, riprese con sè la donna…

Trascorse ancora del tempo ed un giorno l’uomo, sempre più stanco e sempre più triste, ritornò sul posto dove era solito sostare il Creatore. Quando il Creatore lo vide gli chiese: “Cosa è successo ancora?” L’uomo rispose: “Potrei chiedervi una cosa… sempre senza offesa?” “Dimmi pure, uomo”,  rispose il Creatore. L’uomo, con un filo di voce, gli disse: “Potrei riavere ancora quella donna? Con lei  non sarà sempre facile convivere, ma senza di lei è impossibile vivere”- Il Creatore sorrise,  e mentre li osservava allontanarsi vide l’uomo voltarsi indietro e lo udì, questa volta, sussurrare: “Grazie!”

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GLI UOMINI VENGONO DA MARTE… LE DONNE DA VENERE (per riconoscere e accettare la diversità genetica uomo-donna… senza farne problema)

 

   

“Immaginate che gli uomini vengano da Marte e le donne da Venere.  Un giorno di molto tempo fa, guardando nei loro telescopi, i marziani scoprirono le venusiane. Questo bastò a risvegliare in loro sentimenti fino a quel momento sconosciuti. S’innamorarono e in tutta fretta inventarono i viaggi spaziali, raggiungendo Venere. Le venusiane accolsero i marziani a braccia aperte. Avevano sempre saputo che quel giorno sarebbe arrivato e i loro cuori si aprirono a un amore mai provato prima.

L’amore tra le venusiane e i marziani aveva una qualità magica. Provavano grance piacere nello stare insieme, nel fare le cose insieme, nel dividere tutto. Sebbene originari di mondi diversi, apprezzavano le reciproche differenze. Dedicarono mesi a studiarsi, esplorarsi e apprezzare i rispettivi bisogni, preferenze e modi di comportamento. Per anni andarono d’amore e d’accordo.

Poi decisero di raggiungere la Terra.  All’inizio tutto era bellissimo.  Ma poi gli effetti dell’atmosfera terrestre cominciarono a farsi sentire e una mattina, al risveglio, tutti si scoprirono affetti da un particolare tipo di amnesia… Sia i marziani che le venusiane dimenticarono di provenire da mondi diversi e di essere quindi per forza differenti. In una sola mattinata tutto quello che avevano imparato venne cancellato dalla loro memoria. E da quel giorno uomini e donne sono vissuti in conflitto”. (Jhon Gray

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FIAMMA E CERO (per non intestardirsi a voler strafare per l’altro…senza magari neppure chiederglielo umilmente…)

Si chiamava Fiamma ed era un pezzetto di luce brillante dall’alto di un Cero. Era nata dallo sfrigolio di un fiammifero dalla testa blù. “Un fiammifero di nobile origine…” pensava Fiamma con una punta d’orgoglio. Era ancora una giovane fiammella, come ce ne sono tante, ma c’era qualcosa in lei che la distingueva: un particolare riflesso azzurro, segno di una strana irrequietezza ,di un’ansia interiore. Eh sì, Fiamma era innamorata, innamorata perdutamente di quel grosso Cero sul quale brillava.  A dire il vero era un cero qualsiasi, uno di quelli  solitamente posti ad illuminare altari stinti ed anneriti nelle vecchie chiese di campagna, ma per lei era l’unico… E Fiamma si struggeva ogni minuto di più a vedere il suo amore con quelle grosse lacrime di cera che scivolavano continuamente sulle sue guance pallide e lisce.  Non poteva sopportare l’idea di vederlo morire, morire per lei, per farla brillare. “Devo fare qualcosa” pensava Fiamma ed i suoi riflessi azzurri diventavano sempre più intensi. “Smetterò di bruciare perché il mio Cero non si consumi e muoia”. Così cominciò a farsi più piccola, sempre più piccola, ma non è facile per una fiammella, che è nata proprio per quello, smettere di bruciare. Allora chiese aiuto a Spiffero, un soffio di vento irrequieto che ogni tanto entrava da una fessura sotto la porta e gironzolava lì vicino: “Ti prego, Spiffero – supplicò Fiamma –  voglio salvare il mio amore che si sta consumando per me! Passa sopra di me e spegnimi”.  Spiffero non capì o non volle capire che quello era l’estremo sacrificio per la giovane fiammella e con la sua solita irrequietezza mulinò due volte attorno a Fiamma ed infine la colpì.  In quell’istante Fiamma si dissolse in un soffio di fumo grigio con un riflesso azzurro; quel gelo improvviso fece tremare il grosso Cero e l’ultima sua lacrima, lacrima d’amore,  si solidificò sulla sua pallida guancia prima di arrivare a terra… Da allora nessun’altra fiamma riuscì più ad accenderlo e fu  gettato via.   (Anonimo)

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LE COSE CHE NON HAI FATTO… (per non vivere di rimpianti… e affrettarsi a chiedere perdono)

 

“Ricordi il giorno che avevo preso a prestito la tua macchina nuova e l’ammaccai? Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non l’hai fatto. E ricordi quella volta ti trascinai alla spiaggia e tu dicevi che sarebbe piovuto e piovve? Credevo che avresti esclamato: “Te l’avevo detto!”. Ma tu non l’hai fatto. Ricordi quella volta che civettavo con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito? Credevo che mio avresti lasciata,  ma tu non l’hai fatto. Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina? Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non l’hai fatto. E ricordi quella volta che dimenticai di dirti che la festa era in abito da sera e tu ti presentasti in jeans? Credevo che mi avresti mollata, ma tu non lo hai fatto…. Sì, ci sono tante cose che non hai fatto… ma avevi pazienza con me e mi amavi e mi proteggevi… C’erano tante cose che volevo farmi perdonare quando tu saresti tornato dalla guerra in Vietnam… Ma tu non sei tornato…”-

(Una delle più belle poesie d’amore scritte da una ragazza americana al tempo della guerra in Vietnam)

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PREGHIERA PER INVECCHIARE BENE (per gli uomini consigliata dai 60 anni in poi, per le donne dai 77….sconsigliata per i “padreterni”…)

Signore, insegnami ad invecchiare, convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più consigli, se non mi confida più i suoi progetti, le sue gioie, le sue pene, se va indicando altri a sostituirmi, se mi va emarginando. Fa’ che io accolga, in questo graduale amaro distacco, la legge del tempo, del tempo da Te stabilita ed avverta, in questo avvicendamento dei compiti, una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della Tua Provvidenza. Fa’, o Signore, che io riesca ad essere ancora utile ed umile esempio al mondo in rapido rinnovamento, con la preghiera e la gioia serena, che incoraggi all’impegno chi è di turno nelle responsabilità, vivendo senza rimpianti in un sereno stile comprensivo con tutti, facendo delle mie umane e senili sofferenze, un dono a Dio di riparazione sociale. Concedimi, infine, o Signore, che la mia uscita dal campo d’azione e da questo terreno esilio sia semplie e naturale come un sereno tramonto del giorno. Grazie. Amen.

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CAROTE, UOVA E CAFFE’ (ovvero tre maniere per affrontare le avversità della vita)

 

   Una giovane ragazza andò dalla madre per lamentarsi di come la vita fosse così dura per lei. Non sapeva più come cavarsela e aveva  tanta voglia di piantare tutto; era stanca di combattere contro le avversità della vita. Sembrava che, non appena un problema era risolto, un altro ne sorgesse a complicare le cose. La madre la portò in cucina. Riempì tre pentolini di acqua e li depose sul gas a fuoco alto. Presto l’acqua cominciò a bollire. Nel primo pentolino mise una carota, nel secondo  un uovo e nel terzo una manciata di caffè macinato. Li lasciò bollire per un certo tempo senza dire niente. Dopo circa venti minuti spense  il fuoco. Tirò fuori la carota e la mise su un piattino. Così fece anche con l’uovo e infine versò il caffè, filtrandolo, in una tazza. Rivolgendosi poi alla figlia, le chiese: “Dimmi cosa vedi”. “Una carota, un uovo e del caffè”, rispose la figlia.  La madre le chiese allora di avvicinarsi e di toccare la carota. La figlia lo fece e notò che era soffice. Poi la madre le disse di prendere l’uovo e di romperlo. Dopo avergli tolto il guscio, notò l’uovo indurito dalla bollitura. Infine disse alla figlia di sorseggiare il caffè. La ragazza cominciò a sorridere al semplice contatto con il profumato aroma del liquido che beveva. Poi chiese alla madre: “Che cosa significa tutto questo?” La madre le spiegò che ognuna delle tre cose aveva dovuto far fronte alla medesima avversità: l’acqua bollente. E ognuna aveva reagito in maniera diversa. La carota era entrata forte e dura nell’acqua bollente, ma dopo aver lottato si era rammollita e indebolita. L’uovo era invece entrato fragile nell’acqua bollente e il suo interno era protetto dal guscio sottile, ma dopo aver lottato con l’acqua bollente si era indurito. Il caffè macinato, invece, si era comportato in modo del tutto unico. Dopo essere stato gettato nell’acqua bollente, esso aveva agito sull’acqua e l’aveva trasformata…

“Con quale delle tre ti identifichi”? chiese la madre alla figlia. “Quando l’avversità bussa alla tua porta, come rispondi? Ti comporti come la carota, come l’uovo o come il  caffè macinato? Chiediti sempre a quali di questi tre rassomigli… Fai come la carota che sembra forte e dura, poi a causa della sofferenza o dell’avversità diventi soffice e rammollita e perdi la tua forza? Oppure fai come l’uovo che all’inizio ha un cuore tenero e malleabile, ma cambi con il bruciore delle avversità?  Avevi un buon carattere e un’indole serena  che a causa della sofferenza causata dalla morte di una persona cara o di una depressione o di un affare andato a male o a qualche altra prova sei diventata indurita e gelida?  Forse il guscio esterno del carattere sembra essere rimasto lo stesso, ma all’interno del tuo cuore non ti senti forse indurita, amareggiata,  gelida, scontrosa? Oppure sei come il caffè macinato?  Se osservi bene esso trasforma l’acqua, cioè proprio quelle circostanze che gli procurano sofferenza. Quando l’acqua si scalda e diventa bollente, il caffè comincia ad emanare il suo aroma e la sua fragranza… Se sei come il caffè, quando le cose cominciano ad andare per il verso storto, tu potrai tirare fuori il meglio di te fino a cambiare la situazione che ti da sofferenza… Quando ti senti male  e le prove della vita sembrano essere enormi, cerchi di elevarti ad un altro livello? Come reagisci di fronte alle avversità? Sei come una carota, come un uovo o come il caffè macinato?” La ragazza rimase silenziosa nell’ascoltare. Poi la madre continuò: “La mia esortazione è che tu possa avere abbastanza gioia da renderti dolce, abbastanza prove da renderti forte e abbastanza sofferenze da farti rimanere umana, e abbastanza speranza da renderti felice .Le persone più felici, infatti, non sono quelle che hanno il meglio, ma quelle che sanno tirare fuori da sé stesse il meglio da quello che la vita riserva loro. Il futuro più luminoso sarà sempre basato su un passato dimenticato. Non puoi avanzare nella vita se non lasci perdere gli sbagli del tuo passato e tutto quello che ti fa soffrire.Quando sei nato piangevi e tutti intorno a te ridevano. Vivi la tua vita in modo tale che, alla fine tu riderai mentre gli altri piangeranno”.  (Anonimo)

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