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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

Quando si è alle prese con il dolore

LA RAGAZZA E IL FIUME   (quando si è alle prese con il dolore…)

 C’era una volta un piccolo paese, con le casette bianche dal tetto rosso, tanti giardinetti fioriti, una piccola piazza con la chiesa e il campanile aguzzo.Gli abitanti vivevano serenamente, capaci di godere di quell’ armonia che avevano sapientemente costruito e che il villaggio nella sua struttura rispecchiava. Avevano solo un grandissimo problema: il fiume che scorreva lì vicino. Con le acque scure e profonde, spesso tumultuose e con quel nome orrendo: si chiamava Dolore. Invano gli abitanti avevano cercato di modificarlo con coloranti, schiumine profumate, galleggianti con lampioncini luminosi. Niente. La corrente portava via ogni cosa. Qualcuno aveva anche cercato di modificare la targhetta segnaletica; al posto di Dolore aveva scritto Gioia. Niente da fare. Uno spruzzo aveva ripristinato il vecchio nome.Un altro, più in gamba, aveva modificato solo un pezzetto: non DOL…ORE, ma DOL…CEZZA nella speranza di ingannarlo. Ma il fiume era inesorabile. E la targhetta rimase immutata.

Quando un bimbetto cominciava a camminare, subito gli veniva insegnato ad evitare con cura quelle sponde infide. I saggi del paese avevano costruito delle palizzate, piantato degli alberi. Tutto inutile. Il fiume sembrava ingovernabile. Così decisero di creare delle squadre di vigilanza e di pronto soccorso. Poiché, purtroppo, malgrado le raccomandazioni, le cautele, le leggi, qualcuno degli abitanti, prima o poi,, non si sa bene se da solo, o rapito dal fiume stesso, cadeva dentro a quelle acque terribili. Allora tutto  il paese si mobilitava.

 Il poveretto annaspava, si dibatteva, dalla riva, con altrettanta angoscia, partivano i tentativi di salvataggio. Funi, pertiche, salvagenti, gommoncini. Il fiume inesorabile portava via ogni cosa, e nella maggioranza dei casi il malcapitato moriva tra i flutti, arrabbiatissimo per non essere stato aiutato, lasciando tutti con un gran vuoto e un gran senso di colpa. E i saggi non riuscivano nemmeno a coordinare i tentativi di salvataggio anche quando facevano le esercitazioni nella piscina del Sindaco. Tutti infatti pensavano: e se stessi io dentro al fiume? E perdevano la testa.

Un giorno, per l’ennesima volta, gli abitanti stavano tentando di salvare una ragazza. Era caduta dentro al fiume perché essendo molto innamorata, fantasticava e sognava con la testa fra le nuvole pensando al suo amato bene, e…pluff. Ora si dibatteva disperata e ormai stava per essere sopraffatta dai flutti.

Per caso passava di lì uno straniero, un tipo poco rassicurante per il suo vestito strano. Ma aveva un aspetto imponente e una bellissima voce.

 “Non avere paura. Apri le braccia e lasciati andare, non opporre resistenza e il fiume ti sosterrà. Il suo nome è DOLORE, non MORTE. Se vuoi, sono qui per te. Se me lo chiederai posso buttarmi, ma non ti salverò. Posso solo condividere con te la stessa acqua, e sfiorando la tua mano con la mia, farti sentire meno sola. Oppure posso seguirti dalla riva, con il mio canto. Oppure stando zitto, pensarti con amore. Ma prima di chiedere aiuto pensaci bene. Forse puoi scoprire che dentro di te, una volta che non sprechi tutte le tue energie ad opporti al dolore, hai tante risorse e capacità che nemmeno pensi di possedere e non hai bisogno di me.”

Dall’ argine del fiume i saggi insorsero contro lo straniero: “Ma che sistemi!”

Sicuramente la ragazza sarebbe morta così. E riprovarono con le loro funi e il loro angosciato e angosciante incitamento: “Fai qualcosa, fai qualcosa. Prendi questo, afferra quest’altro. Non devi fare così, fai piuttosto colì. Sbrigati, altrimenti morirai”.

Ma la ragazza non volle ascoltarli più.

Qualcosa dentro si sé le disse che lo straniero aveva ragione. Solo la sua voce le aveva fatto passare la paura e piano piano, anche se l’acqua era fredda , dolciastra e schifosa e ogni momento rischiava di risucchiarla sotto, aveva risvegliato la fiducia. Allargò le braccia e rimase ferma, lasciandosi trasportare dalla corrente, anzi, piano piano, si accorse anche di assecondarla.

 E più la assecondava, il Dolore era meno tumultuoso e meno bruciante. E piano piano le acque del fiume, scendendo, si placavano.  E le permettevano di vedere il mondo circostante da  un’altra visuale.

Non più linee diritte, ma anche ondulate, non più solo colori accesi e definiti, ma anche toni sfumati e fusi uno nell’ altro.

Cominciò a pensare che stava acquistando qualcosa.

E qui il fiume Dolore, che nel frattempo si era definitivamente acquietato e addolcito la portò con sé e insieme si tuffarono nel mare.

In quelle acque immense il Dolore si sciolse e la ragazza scoprì che l’acqua che la sosteneva non era più la stessa. Aveva un altro sapore. Era salata. Perché nel mare è sciolto il SALE DELLA VITA.

    (Mercedes Indri De Carli, psicoterapeuta)

 

 

 

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Passeggiando….

                                                   V A R I E   per amici molto diversi…

 

“Se è pace che vuoi, cerca di cambiare te stesso, non gli altri. E’ più facile proteggersi i piedi con delle pantofole che ricoprire di tappeti tutta la terra”.(De Mello)

 “Se l’aver mangiato un frutto ha rovinato l’umanità, la salvezza sarà nell’atteggiamento contrario: nel guardare un frutto senza mangiarlo”. (Weil)

 “Cosa succederebbe se scoprissi che il mio stesso nemico si trova all’interno di me stesso, che sono io pertanto ad avere bisogno dell’elemosina della mia amabilità, che sono io il nemico da amare?” (Jung)

“Che cosa è Dio” domanda il bambino. La madre lo stringe fra le braccia e gli chiede: “Che cosa provi?” “Ti voglio bene”  risponde il bambino”. “Ecco, Dio è questo!” (Kieslowski)

 “Per un pipistrello il paradiso è pieno di pipistrelli”.

 

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Se quando piove sei triste, cambia ombrello!

L’OMBRELLINO GIALLO  (Se quando piove sei triste… cambia ombrello!)

 C’era una volta un paese grigio e triste dove, quando pioveva, tutti gli abitanti giravano per la strada con degli ombrelli neri, sempre rigorosamente neri. E sotto l’ombrello tutti avevano una faccia aggrondata e triste, come del resto è giusto che sia sotto un ombrello nero

Ma un giorno che la pioggia scrosciava, proprio nell’ora di punta, si vide circolare un signore un po’ bizzarro che passeggiava sotto un ombrello giallo. E, come se non bastasse, quel signore sorrideva.

Alcuni passanti lo guardavano scandalizzati e mugugnavano: “Guardate che indecenza! E’ veramente ridicolo con quel suo ombrello giallo. Non è serio. La pioggia invece è una cosa seria e un parapioggia deve essere nero”.

Altri montavano in collera e dicevano forte: “Ma che razza di idea è quella di andare in giro con un ombrello giallo?

Quel tipo è solo  un esibizionista, uno che vuol farsi vedere a tutti i costi. Non è per niente divertente!”.

In effetti non c’era niente di divertente in quel paese dove pioveva sempre e gli ombrelli erano tutti neri.

Solo la piccola Marta non sapeva che cosa pensare. Un pensiero però le ronzava nella mente: “Quando piove, un ombrello è un ombrello, che sia giallo oppure nero, quello che conta è avere un ombrello”.

D’altra parte quel signore aveva proprio l’aria felice sotto il suo ombrello giallo e Marta si chiedeva il perché.

Un giorno, all’uscita di scuola, Marta si accorse di aver dimenticato a casa il suo ombrello nero. Scosse le spalle e si incamminò verso casa a testa scoperta, mentre la pioggia le bagnava i capelli.

Dopo un po’ incrociò l’uomo dall’ombrello giallo che le propose sorridendo: “Vuoi ripararti?”. Marta esitava: se accettava e si riparava sotto l’ombrello giallo, tutti l’avrebbero presa in giro, ma poi  pensò: “Quando piove un ombrello è un ombrello: Che sia giallo oppure nero è sempre meglio avere un ombrello che non averlo per niente”.

Così accettò e si riparò sotto l’ombrello giallo accanto al signore gentile.

E allora Marta capì perché quel signore era sempre felice: sotto l’ombrello giallo il cattivo tempo non esisteva più! C’era un gran sole caldo nel cielo azzurro e degli uccellini che cinguettavano. Marta aveva un’aria così sbalordita che il signore scoppiò in una risata: “Lo so, anche tu mi prendi per un pazzo, ma voglio spiegarti tutto. Un tempo ero triste anch’io, in questo paese dove piove sempre. Avevo anch’io un ombrello nero. Ma un giorno, uscendo dall’ufficio, dimenticai l’ombrello e partii verso casa a testa scoperta. Per strada incontrai un uomo che mi propose di ripararmi sotto il suo ombrello giallo. Come te, esitavo, perché avevo paura di farmi notare, ma poi accettai perché avevo più paura di buscarmi un raffreddore. Mi accorsi che sotto l’ombrello giallo il cattivo tempo non esisteva più. Quell’uomo mi insegnò chele persone erano tristi perché non si parlavano da un ombrello all’altro. Poi improvvisamente quell’uomo se ne andò e mi accorsi che ero rimasto con il suo ombrello giallo in mano. Lo rincorsi, ma non riuscii più a trovarlo. Ho conservato l’ombrello giallo e il bel tempo non mi ha più lasciato”.

Marta esclamò: “Che storia! E non sente imbarazzo a tenersi l’ombrello di un altro?”. Il signore rispose: “No, perché so bene che questo ombrello è di tutti. Quell’uomo lo aveva senza dubbio anche lui ricevuto da qualcun altro”.

Quando arrivarono davanti alla casa di Marta si dissero arrivederci. Marta allora si accorse di tenere in mano l’ombrello giallo e cercò di rincorrere quel signore per restituirglielo, ma il signore gentile era già scomparso.

Così Marta conservò l’ombrello giallo, ma sapeva già che quell’ ombrello speciale avrebbe ben presto cambiato proprietario e sarebbe passato in tante altre mani, per riparare dalla pioggia tante altre persone e portare loro il bel tempo.   (Liana Manfrini)

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E CHE CASPITA!!!

 IL CLUB DEL  NOVANTANOVE….

C’era una volta un re molto triste che aveva  un servo molto felice che circolava sempre con un grande sorriso sul volto. “Paggio”, gli chiese un giorno il re, “qual è il segreto della tua allegria?”. “Non  ho nessun segreto, signore, non ho motivo di essere triste. Sono felice di servirsi.. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che ci è stata assegnata dalla corte. Ho cibo e vestiti e qualche moneta di mancia ogni tanto”.

Il re chiamò il più saggio dei suoi consiglieri: “Voglio il segreto della felicità del paggio!”.

“Non puoi carpire il segreto della sua felicità, ma se vuoi puoi sottrargliela”.

“Come?”.

“Facendo entrare il tuo paggio nel club del novantanove”.

“Che cosa significa?”.

“Fa’ quello che ti dico…”.

Seguendo le indicazioni del suo consigliere, i l re preparò una borsa che conteneva novantanove monete d’oro e la fece recapitare al saggio con un messaggio che diceva: “Questo tesoro è tuo. Goditelo e non dire a nessuno come lo hai trovato”.

Il paggio non aveva mai visto tanto denaro e pieno di eccitazione cominciò a contarle: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta… novantanove!

Deluso, indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta mancante. “Sono stato derubato!” gridò. “Sono stato derubato! Maledetti!”.

Cercò di nuovo sopra il tavolo, nella borsa, per terra, tra i vestiti, nelle tasche, sotto i mobili… ma non trovò quello che cercava.

Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d’oro. Soltanto novantanove. “Novantanove monete. Sono tanti soldi”, pensò,. “Ma mi manca una moneta”. Novantanove non è un numero completo, pensava.

“Cento è un numero completo, novantanove no!”.

La faccia del paggio non era più la stessa. Aveva la fronte corrugata e i lineamenti irrigiditi. Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia, mostrando i denti.

Calcolò quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per guadagnare la centesima moneta, avrebbe fatto lavorare sua moglie e i suoi figli. Dieci anni no, ma ce l’avrebbe  fatta!

Il paggio era entrato nel club del novantanove…

 Non passò molto tempo che il re lo licenziò. Non era piacevole avere un paggio sempre di cattivo umore. (Bruno Ferrero)

E se ci rendessimo conto, così di colpo, che le nostre novantanove monete sono il cento per cento del tesoro? E che non ci manca nulla, nessuno ci ha portato via nulla. Il numero cento non è più rotondo del novantanove.

E’ soltanto un tranello, un tranello della nostra mente, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto più del necessario, stanchi, di malumore, infelici e rassegnati. Un tranello per non farci mai smettere di spingere, troppo affannati, il carretto.

Quante cose cambierebbero se potessimo goderci i nostri tesori così come sono: marito, moglie, figli, cari, suocere, amici…

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ALLE PRESE CON IL DOLORE (rimedio)

IL SALE DELLA VITA

 Un giorno, un saggio maestro indù, stanco di sentire le lamentele di un suo allievo, decise di dargli una lezione. Lo inviò a cercare una manciata di sale, metterlo in un bicchiere d’acqua  e bere.

“Che sapore ha?”, chiese quindi il maestro.

“E’ salata e amara!”, rispose l’allievo.

Allora il maestro, sorridendo, gli chiese di accompagnarlo sulla riva di un lago, di lanciare la stessa quantità di sale nell’acqua e poi di berne un poco. Così fece il giovane.

“Che sapore ha?”, chiese di nuovo il maestro.

“E’ molto fresca”.

“E’ salata?”.

“Niente affatto!”

Allora il maestro gli disse: “Il dolore nella vita è come il sale. La quantità di dolore è sempre la stessa, ma il grado di amarezza che percepiamo dipende dal recipiente nel quale versiamo la pena. Pertanto, quando provi dolore, tutto quello che devi fare è espandere la tua prospettiva delle cose.

Smetti di essere un bicchiere d’acqua e trasformati in un lago”.

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RESILIENZA?

“La tempesta può disperdere i fiori, ma non può  distruggere i semi”.          (Gibran )                

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ALLE PRESE CON IL DOLORE…

                   CENTOCELLE – AMICI DELL’ISTITUZIONE TERESIANA

                                            (16 gennaio 2019)

TEMA DELL’INCONTRO: quando il mistero del dolore minaccia le buone relazioni.

  La parola “mistero” è una delle parole che maggiormente si presta ad interpretazioni di vario genere.

   Talvolta la si accosta ad enigma, a problema irrisolvibile, a somma complicazione di eventi senza via d’uscita.

   A noi, nell’incontro di oggi, è sufficiente stare con i piedi per terra onde evitare equivoci o interpretazioni tra loro, talvolta contrastanti.

   Ed avere i piedi per terra (con lo sguardo rivolto al Cielo) significa semplicemente

farsi una ragione di ciò che all’apparenza sembra non avere alcuna spiegazione.                                Occorre cioè, umilmente ricordare che “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto” e “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” e “Se togliete il mistero, non ci capirete più nulla” e “”Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.

   Di “misteri”, nella storia della salvezza, ce ne sono a bizzeffe, tanto che, nel santo rosario vengono differenziati in “gaudiosi”, “luminosi”, “dolorosi”, “gloriosi”. Non si è ancora trovato posto per i “misteri curiosi”, ma questa è un’altra storia!

   Ed è proprio quanto  accade di “doloroso” nella vita di ognuno di noi, contro le nostre pur buone aspettative  e in barba a tutti i buoni progetti, a mettere a rischio la serenità del vivere e le buone relazioni.

   Succede, non così raramente purtroppo, che un evento di dolore, infatti, anziché cementare una relazione (tra marito e moglie o con la vita in generale) procuri delle crepe nella medesima fino al punto di romperla del tutto. Ed anche questo si configura come “mistero” che si aggiunge a “mistero”.

   La letteratura psicologica ci avverte: “Il modo con cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo”. C’è da riflettere.

   Sono state studiate anche le fasi che seguono ad  un evento doloroso (separazione, morte…): negazione, rabbia, patteggiamento, stato depressivo, accettazione. Dove per “accettazione” si intende ingoiare il rospo… e digerirlo, fare il morto a galla nell’oceano del mistero senza affogare alla ricerca di profondità, confini dell’oceano.

   Occorre cioè chiedere allo Spirito una delle grazie più curiose che si possano immaginare, la grazia dell’appetito di mistero (di cui l’anima è ghiotta). Occorre non affannarsi a cercare spiegazioni, ma predisporci interiormente ad essere buongustai di mistero. Una domanda di grazia, insistente e quotidiana perché la nostra fragilità ci può giocare brutti scherzi.

   Ricordiamo infine una massima di Pierre Charles: “Dio non ci risparmia la sofferenza, ma ci protegge nella sofferenza”.

“Come” vien da chiederci, ma anche questo è mistero!     (www.gigiavanti.com)

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TANTO PER CONDIVIDERE…

ESSERE SPOSO   (Foligno 12 gennaio 2019)

“Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito  infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.

E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire la sua Chiesa tutta gloriosa senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.

Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria

moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura,

 come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo Corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa, Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito”. (Ef. 5,21– 33)

 

 Etimologia di “sposo”: dal participio passato latino “spondére” che significa promettere formalmente, religiosamente, far voto, giurare, essere responsabile della promessa fatta.

Tutto questo è presente nella promessa di matrimonio sacramentale.

Dialettica tra “essere” e “avere”: (desiderio di avere….bisogno di essere): riferimento ai primi sposi della storia, Adamo ed Eva. Cedere al desiderio di avere ostacola l’accesso al bisogno di essere “frutto bello a vedersi”. Lo sposo sia frutto “gradevole e bello alla vista” per la sua sposa. L’immagine del frutto da non cogliere (“non comportatevi male se no morirete”) e di tutti gli altri frutti da poter cogliere (“fate tutto il bene possibile”) ci porta a concludere che l’equilibrio di coppia sta proprio in questo: a non operare scelte individuali in contesto di relazione, a non prevaricare sul propria partner, a non essere succubi acriticamente della propria partner. La ingannevole tentazione di Satana fa saltare questo equilibrio relazionale delle origini. I nostri progenitori vollero, cedendo clamorosamente alla tentazione, cercare di fare bene anche il male… pensando di essere “originali”!

Mistero grande:  dialettica tra “capire e amare”. La categoria del mistero offre la possibilità di non correre il rischio, umanamente comprensibile, di voler capire come via propedeutica all’amare.

Le espressioni in uso “non ti capisco” ed altre, ci inducono ad asserire, paradossalmente, che chi ama arriva sempre a capire qualcosa della propria partner (ed anche viceversa), ma chi vuole capire prima di decidersi ad amare si avvia su un percorso tortuoso e forse senza fine.

Lo stesso Dio, paradossalmente parlando, non riesce a capire come mai la sua creatura, creata a propria immagine e somiglianza così intelligente e buona, se ne esca con comportamenti né intelligenti né buoni (peccati)… purtuttavia ci ama e ci perdona.

I frutti dello spirito sono comandamento di vita: i frutti delle piante sono il comportamento visibile della vitalità relazionale delle piante, così come il comportamento visibile dello sposo (e viceversa) fatto di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza dominio di sé”, dovrebbe caratterizzare la relazione affettiva dello sposo con la sua sposa (e viceversa).

I cinque pilastri: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio, il resto vi verrà dato in aggiunta”, “Senza di me non potete fare nulla”, Imparate da me che sono mite e umile di cuore”, “Nessuno può venire a me se il Padre mio non lo attira”, “Ogni cosa che chiederete al Padre mio in nome mio, Egli ve la darà”

(Gigi Avanti: http://www.gigiavanti.com)

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Gianfranca Antolini – Gigi Avanti, SIAMO TROPPO DIVERSI (e. p.)

Costanza Miriano, SPOSATI E SII SOTTOMESSA (Sonzogno)

Costanza Miriano, SPOSALA E MUORI PER LEI (Sonzogno)

http://www.gigiavanti.com

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PER TUTTI…

DIRE, FARE, ESSERE…PAROLA, CARNE, PANE!

 

Messe in ordine così, queste parole possono sembrare non avere senso. Invece, a ben considerare, esse nascondono quella che si potrebbe definire una sorta di strategia educativa intesa in senso lato.

Succede spesso, infatti, di incontrare “educatori” alle prese con problemi inerenti l’educazione di “educanti”.

Molto si è scritto e molti lo hanno fatto in modo egregio e convincente. Questa riflessione non aggiungerà nulla di nuovo, ma potrebbe aprire un nuovo scenario proprio sull’approccio educativo in generale.

Un nuovo approccio educativo proprio a partire da quella che si potrebbe definire, con tutte la cautele del caso, la “strategia educativa di Dio” nei confronti dell’umanità.

“In molti modi e molte volte Dio ha parlato per mezzo dei profeti” è scritto nei testi sacri. E questa si potrebbe chiamare la fase del “dire”, della “parola”, dell’insegnamento, per così, dire orale.

“Quando venne la pienezza dei tempi, la Parola si fece carne”, è ugualmente scritto nei sacri testi. E questa si potrebbe chiamare la fase del “fare”, della “carne” dell’esempio da dare.

Infine rimane “l’essere”, inteso come sintesi del dire e del fare. E questa si potrebbe chiamare la fase del pane… dell’Eucaristia.

Già da questi scarni cenni potrebbero derivare alcune interessanti conclusioni di carattere pedagogico o andragogico (educazione dell’adulto).

“Parola”, “Carne”, “Pane” diventano, a questo punto una sorta di approccio e di strategia educativa in senso lato, applicabile anche nel qui ed ora, ovunque vi sia una “relazione educativa”.

Magari non abbondando troppo di parole nella fase prima della vita dell’essere umano, quando il pensiero del bambino è ancora improntato al gioco e alla fantasia. Anche perché in questa prima fase, il bambino impara per “via imitativa”, impara cioè maggiormente o più facilmente per quello che vede fare dagli educatori che non per quello che dicono. E questa sarebbe la fase del “dare esempi” di coerenza, di “incarnazione del dire”. Senza farlo pesare troppo però, non abbondando in spiegazioni, sermoni o didascalie del proprio agire educativo talvolta manipolatorie della sua ancor fragile libertà.

Per arrivare poi, senza affanni o sensi di colpa, alla fase dell’essere, del “pane” silenzioso e nutriente… come è quello del eucaristico, sperimentabile in un’ora di adorazione.

Azzardato fin che si vuole tale accostamento tra la strategia educativa di Dio nei confronti dell’umanità e la strategia educativa tra umani, ma rilassante per tante persone in affanno o accanimento pedagogico.

Da notare che la successione cronologica di “dire, fare, essere” (parola, carne, pane) non va presa in senso rigido, bensì in senso molto elastico in ragione delle varie situazioni nelle quali l’educatore si trova a vivere.

Senza mai dimenticare la massima di don Bosco che diceva e scriveva. “L’educazione è cosa del cuore”.

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AVVISO

Mi viene comunicato che sul mio blog è apparsa una pubblicità sconcia. Chiedo scusa a nome del “fenomeno” capace di tale vigliaccata!

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