Quando si è alle prese con il dolore

LA RAGAZZA E IL FIUME   (quando si è alle prese con il dolore…)

 C’era una volta un piccolo paese, con le casette bianche dal tetto rosso, tanti giardinetti fioriti, una piccola piazza con la chiesa e il campanile aguzzo.Gli abitanti vivevano serenamente, capaci di godere di quell’ armonia che avevano sapientemente costruito e che il villaggio nella sua struttura rispecchiava. Avevano solo un grandissimo problema: il fiume che scorreva lì vicino. Con le acque scure e profonde, spesso tumultuose e con quel nome orrendo: si chiamava Dolore. Invano gli abitanti avevano cercato di modificarlo con coloranti, schiumine profumate, galleggianti con lampioncini luminosi. Niente. La corrente portava via ogni cosa. Qualcuno aveva anche cercato di modificare la targhetta segnaletica; al posto di Dolore aveva scritto Gioia. Niente da fare. Uno spruzzo aveva ripristinato il vecchio nome.Un altro, più in gamba, aveva modificato solo un pezzetto: non DOL…ORE, ma DOL…CEZZA nella speranza di ingannarlo. Ma il fiume era inesorabile. E la targhetta rimase immutata.

Quando un bimbetto cominciava a camminare, subito gli veniva insegnato ad evitare con cura quelle sponde infide. I saggi del paese avevano costruito delle palizzate, piantato degli alberi. Tutto inutile. Il fiume sembrava ingovernabile. Così decisero di creare delle squadre di vigilanza e di pronto soccorso. Poiché, purtroppo, malgrado le raccomandazioni, le cautele, le leggi, qualcuno degli abitanti, prima o poi,, non si sa bene se da solo, o rapito dal fiume stesso, cadeva dentro a quelle acque terribili. Allora tutto  il paese si mobilitava.

 Il poveretto annaspava, si dibatteva, dalla riva, con altrettanta angoscia, partivano i tentativi di salvataggio. Funi, pertiche, salvagenti, gommoncini. Il fiume inesorabile portava via ogni cosa, e nella maggioranza dei casi il malcapitato moriva tra i flutti, arrabbiatissimo per non essere stato aiutato, lasciando tutti con un gran vuoto e un gran senso di colpa. E i saggi non riuscivano nemmeno a coordinare i tentativi di salvataggio anche quando facevano le esercitazioni nella piscina del Sindaco. Tutti infatti pensavano: e se stessi io dentro al fiume? E perdevano la testa.

Un giorno, per l’ennesima volta, gli abitanti stavano tentando di salvare una ragazza. Era caduta dentro al fiume perché essendo molto innamorata, fantasticava e sognava con la testa fra le nuvole pensando al suo amato bene, e…pluff. Ora si dibatteva disperata e ormai stava per essere sopraffatta dai flutti.

Per caso passava di lì uno straniero, un tipo poco rassicurante per il suo vestito strano. Ma aveva un aspetto imponente e una bellissima voce.

 “Non avere paura. Apri le braccia e lasciati andare, non opporre resistenza e il fiume ti sosterrà. Il suo nome è DOLORE, non MORTE. Se vuoi, sono qui per te. Se me lo chiederai posso buttarmi, ma non ti salverò. Posso solo condividere con te la stessa acqua, e sfiorando la tua mano con la mia, farti sentire meno sola. Oppure posso seguirti dalla riva, con il mio canto. Oppure stando zitto, pensarti con amore. Ma prima di chiedere aiuto pensaci bene. Forse puoi scoprire che dentro di te, una volta che non sprechi tutte le tue energie ad opporti al dolore, hai tante risorse e capacità che nemmeno pensi di possedere e non hai bisogno di me.”

Dall’ argine del fiume i saggi insorsero contro lo straniero: “Ma che sistemi!”

Sicuramente la ragazza sarebbe morta così. E riprovarono con le loro funi e il loro angosciato e angosciante incitamento: “Fai qualcosa, fai qualcosa. Prendi questo, afferra quest’altro. Non devi fare così, fai piuttosto colì. Sbrigati, altrimenti morirai”.

Ma la ragazza non volle ascoltarli più.

Qualcosa dentro si sé le disse che lo straniero aveva ragione. Solo la sua voce le aveva fatto passare la paura e piano piano, anche se l’acqua era fredda , dolciastra e schifosa e ogni momento rischiava di risucchiarla sotto, aveva risvegliato la fiducia. Allargò le braccia e rimase ferma, lasciandosi trasportare dalla corrente, anzi, piano piano, si accorse anche di assecondarla.

 E più la assecondava, il Dolore era meno tumultuoso e meno bruciante. E piano piano le acque del fiume, scendendo, si placavano.  E le permettevano di vedere il mondo circostante da  un’altra visuale.

Non più linee diritte, ma anche ondulate, non più solo colori accesi e definiti, ma anche toni sfumati e fusi uno nell’ altro.

Cominciò a pensare che stava acquistando qualcosa.

E qui il fiume Dolore, che nel frattempo si era definitivamente acquietato e addolcito la portò con sé e insieme si tuffarono nel mare.

In quelle acque immense il Dolore si sciolse e la ragazza scoprì che l’acqua che la sosteneva non era più la stessa. Aveva un altro sapore. Era salata. Perché nel mare è sciolto il SALE DELLA VITA.

    (Mercedes Indri De Carli, psicoterapeuta)

 

 

 

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