Furono donati gli occhi ad un cieco, pretese anche le sopracciglia.
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PERLE FAVOLOSE…
LA FIABA DEL CRISTALLO
(di Silvia Benedetti, psicoterapeuta)
C’era una volta una famiglia di Cristalli di Rocca perfetti, lisci, levigati, trasparenti. La specialità di ognuno di loro era lasciarsi attraversare dalla luce che ricevevano dall’alto. Avevano una risposta appropriata per ogni tipo di luce: erano perfettamente adattati, ben educati, attenti a non deludere le aspettative. La luce era forte: rifulgevano splendenti come il sole; la luce era debole: la luce era pacata, rispettosa.
Davano in misura di ciò che ricevevano.
Erano ammirati e invidiati da tutti i sassi del reame, con i quali tra l’altro, erano molto attenti a non confondersi.
Questo lo avevano imparato molto presto fin da bambini. Ogni mamma Cristallo infatti raccomandava vivamente di non giocare con i sassi perché questi ultimi avevano un caratteraccio: erano duri e attaccabrighe e se si arrivava allo scontro diretto non avevano niente da perdere… al massimo ne sarebbero usciti un po’ ammaccati, ma tutto lì.
Per i cristalli invece questo rappresentava un vero pericolo: scontrandosi con i sassi rischiavano di perdere la loro levigatura, di diventare imperfetti e brozzoluti, finendo di perdere quella limpidezza che li rendeva così ammirati e splendenti. Ogni buon cristallo era consapevole di ciò per questo se ne viveva tranquillo intrattenendosi solo con i suoi simili dalle maniere delicate facendo bella mostra d sé.
Ma i guai si sa, possono capitare anche nelle migliori famiglie…
Un giorno, nella dinastia dei Cristalli venne alla luce uno strano Cristallino… Era piccolo e duro… Non era levigato e perfetto come i suoi consanguinei… In più aveva un carattere veramente ribelle.
Non voleva saperne di starsene lì in bella mostra sotto la luce… aveva voglia di giocare, di conoscere il mondo. Era la disperazione dei genitori. Ben presto cominciarono a dirgli: “Sei cattivo e hai il cuore duro” e cercavano in tutti i modi di tenerlo chiuso… ma non era impresa semplice: il Cristallino era una vera peste!!!
Come se non bastasse il Cristallino aveva una vera predilezione per tutti i sassi del reame… più erano malandati, scheggiati, imperfetti (roba da nauseare qualunque buon cristallo) più ai suoi occhi apparivano originali, affascinanti, colorati…
I vecchi saggi Cristalli non facevano altro che ammonirlo dall’alto della loro esperienza: “Ti farai male a forza di essere così ribelle, ti ferirai, ti scheggerai… Ricordati che se anche se sei duro, sei fragile! Adattati alle regole del buon cristallo… A forza di fare di testa tua ti farai male, perderai delle parti di te”.
Ma il Cristallino più cocciuto che mai continuò imperterrito. E così cominciò a farsi male davvero… Certe volte i sassi avevano veramente il cuore di pietra… E le sassoline poi! Il Cristallino…. Che pene d’amore! Quante lacrime, delusioni, pezzetti di cuore lasciati qua e là… E ogni volta tornava a casa più malconcio…
I suoi simili proprio non riuscivano a capirlo. Del resto da subito era sembrato un po’ strano, più duro degli altri… finché cominciarono a diagnosticargli strane malattie. Ormai era così diverso da tutti gli altri cristalli, loro così lisci e levigati, lui così spigoloso, scheggiato e ferito si sentiva solo e incapace… del resto se si era comportato in quel modo se l’era proprio voluta!!!
Finché un giorno successo uno strano fatto: mentre si aggirava pensoso tra i suoi simili un raggio di sole lo colpì proprio in pieno lì dov’è il cuore e un arcobaleno di colori prese vita da quel Cristallo malconcio…
Ogni ferita dava origine a un colore diverso…
Non era più la luce trasparente che lo attraversava, ma a contatto con il suo cuore la vita si rivelava in tutti i suoi colori.
Per ogni pezzetto di sé che aveva perso nei tanti scontri e nelle delusioni, ora la luce gli regalava un colore diverso.
Viola, come la sofferenza, la tristezza, la paura, il bisogno di chiedersi “perché?”.
Indaco, come l’indecisione, come il non sapere cosa fare.
Blu, come il cielo di notte, come il meditare, come la solitudine.
Verde, come l’erba dei prati che cresce senza che nessuno la coltivi, come le speranze di ricevere gratis.
Giallo, come i campi grano, come il poter raccogliere l’emozione dell’attimo che fugge.
Arancio, come l’ottimismo, come il saper dire “ce la farò”.
Rosso, come la passione, il fuoco che ti scalda, l’amore che tutto dona.
Allora il Cristallino s’illuminò e in un attimo comprese che la luce che dà la vita lo aveva amato in modo particolare. Lo aveva fatto nascere tra i cristalli perché essi potessero comprendere che “lasciarsi attraversare” dalla luce è non rischiare niente e non essere liberi, è non vivere: “Per quello che ricevo io dò”.
La vita è un’altra cosa: è scheggiarsi, incontrarsi, ferirsi, rischiare se stessi amando, entrando nel buio di un altro perché la luce poi riveli la vita in te..
Per questo la luce lo aveva amato… Il Cristallino si guardò e si sentì “nuovo”…
Non era più un Cristallo di Rocca: era diventato un meraviglioso Brillante.
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A MENTE LIBERA
ELUCUBRAZIONI SOAVI
Talvolta mi trovo a riflettere su frasi o espressioni del vangelo. Capita per caso, mentre sono in luoghi dove è difficoltoso fermarsi per annotarle.
E’ il caso dell’invito di Gesù: “Siate perfetti (santi)” messa a confronto con l’esortazione spirituale a “diventare santi”.
Essere o diventare… questo è il problema… la cui soluzione è “essere”. Mi spiego.
L’espressione “diventare santi” induce a considerare la santità come una sorta di traguardo da raggiungere o di carriera da scalare grado a grado… e potrebbe essere anche così.
L’espressione “essere santi” da invece l’idea che la santità sia un modo di essere più che un traguardo da raggiungere… così che si possa essere santi, paradossalmente parlando, senza diventarlo.
Un po’ come il magico paradosso di Sant’Agostino: “Non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”.
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PAURA O DESIDERIO… questo è la realtà!
IL MAGO DELLE PAURE
C’era una volta, una volta sola, in uno dei paesi del nostro mondo, un uomo che tutti chiamavano il Mago delle Paure. Bisogna sapere, prima di proseguire, che tutte le donne, tutti gli uomini e tutti i bambini di questo paese erano tormentati da innumerevoli paure. Paure molto antiche, uscite dal fondo dell’umanità, quando gli uomini non conoscevano ancora il sorriso, l’abbandono, la fiducia e l’amore. Paure più recenti, uscite dall’infanzia di ciascuno, quando l’incomprensibile della realtà va a urtare contro l’innocenza di uno sguardo, lo stupore di una parola, la meraviglia di un gesto o l’esaurirsi di un sorriso. Comunque di certo, ognuno, non appena sentiva parlare del Mago delle Paure, non esitava ad intraprendere un lungo viaggio per incontrarlo, sperando così di far sparire e sopprimere le paure che portava nel suo corpo e nella sua testa. Nessuno sapeva come si svolgesse l’incontro. In quelli che tornavano dal viaggio, c’era molto pudore nel condividere quello che avevano vissuto. Un giorno un bambino rivelò il segreto del Mago delle Paure. Quello che disse parve così semplice, così incredibilmente semplice, che nessuno gli credette. “E’ venuto verso di me”, raccontò, “ha preso le mie mani nelle sue e mi ha sussurrato: “Dietro ogni paura c’è un desiderio”. C’è sempre un desiderio sotto ogni paura, per quanto piccola o terrificante essa sia! C’è sempre un desiderio, sappilo”. Aveva la bocca vicinissima al mio orecchio e sapeva di pan pepato”. Confermò il bambino, il che fece sorridere quelli che ascoltavano. “Mi ha anche detto: “Passiamo la vita a nascondere i nostri desideri ed è per questo che ci sono tante paure nel mondo. Il mio lavoro, e il mio solo segreto, è di permettere a ciascuno di osar ritrovare, do osar ascoltare e di osar rispettare il desiderio che c’è sotto ognuna delle sue paure”. “Allora ognuno tra noi può diventare un Mago delle Paure”. Certo, è possibile, se ognuno si impegna a scoprire il desiderio che ha in sé, coperto da ciascuna della sue paure! Sì, ognuno di noi può scoprire, dire o proporre i propri desideri, alla sola condizione, però, di accettare che non siano sempre esauditi… Ciascuno deve imparare la differenza tra un desiderio e la sua realizzazione. (Da PARLARE, CAPIRE, COMUNICARE di Jacques Salomè – LDC)
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E CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI…
A PROPOSITO DI EMOZIONI…
“Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”.
“Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volteggiare
sul tuo capo, ma puoi impedire loro di farsi il nido tra i tuoi capelli”.
“Non puoi arrestare le onde, ma puoi imparare a cavalcarle”.
“La tempesta può disperderei fiori, ma non può distruggere i semi”.
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MA GUARDA UN PO’…
SPORCO E PULITO… ma come è possibile?
La storia che ci racconta uno dei nostri rabbini vale più di una teoria: “Due uomini cadono dentro un camino Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Quello che ha la faccia sporca”, risponde l’interlocutore. “Sbagliato, – dice allora il rabbino – si lava quello che ha la faccia pulita. Vedendo il suo compagno sporco davanti a lui si dice: dal momento che lui è sporco, devo esserlo anch’io, dunque ho bisogno di andare a lavarmi. Mentre quello che è sporco, vedendo il suo compagno pulito, si dice: dal momento che lui è pulito devo esserlo anch’io. Dunque non ho bisogno di andare a lavarmi”. Ma poi il rabbino continua: “Due uomini cadono dentro il camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi”? “Quello con la faccia pulita”, risponde con entusiasmo il discepolo. “Sbagliato. Quello con la faccia sporca. Vedendo le sue mani coperte di fuliggine, si dice: sono sporco. Devo andare a lavarmi. Mentre quello con il viso pulito, vedendo che ha le mani pulite si dice: dal momento che non sono sporco non ho bisogno di lavarmi”… “Ho ancora una domanda da farti, – conclude il rabbino – due uomini cadono dentro un camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Sia quello sporco, sia quello pulito”, esclama trionfante il discepolo. “Sbagliato, – dice ancora il rabbino -. Se due uomini cadono in un camino è impossibile che solo uno dei due sia sporco. Devono per forza essere sporchi tutti e due! Quando un problema è mal posto, tutte le soluzioni sono false”.
QUANDO DUE PERSONE CADONO DENTRO IL CAMINO DELLA VIOLENZA, CHE SI TRATTI DI EBREI O MUSULMANI, CRISTIANI, INDUISTI O BUDDISTI, SONO ENTRAMBE SPORCHE. MA QUANDO DUE PERSONE SI IMMERGONO NELL’ UMILTÀ SONO ENTRAMBE PULITE, QUALI CHE SIANO LE LORO CONVINZIONI.
Tratto da: IL RE, IL SAGGIO E IL BUFFONE di Shafique Keshavjee (Einaudi 1998)
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PARLIAMOCI CHIARO
L’ARROGANZA DELL’IDEOLOGIA GENDER (Nazareno Marconi, Vescovo di Macerata)
( Da GESU’ MAESTRO – n. 3, 2015)
Quando ho cominciato a interessarmi alla questione dell’ideologia Gender, la prima sensazione è stata di stupore. C’è un detto attribuito a Cicerone che recita: “Non esiste al mondo una idiozia così grande, che qualche filosofo non abbia già detto”.
Cioè, le teorie, per quanto stupide, sono già state sostenute nel passato da qualcuno. Ma vi posso assicurare che, per quanto abbia ricercato, nel passato dell’umanità nessuno ha mai sostenuto che, se una donna si comporta da donna e un uomo da uomo, non solo nelle preferenze sessuali, ma anche negli atteggiamenti e nel modo di pensare e di vedere il mondo, questo non dipende dal fatto di avere una differenziazione sessuale fisica e cromosomica, ma solo dall’essere stati educati a giocare con le bambole le bambine e i bambini con i soldatini.
Questa teoria strampalata è proprio in estrema sintesi, ciò che sostiene l’ideologia Gender. Ci sarebbe da riderci al bar, se non avesse conseguenze disastrose sul futuro dei nostri giovani.
La differenziazione sessuale tra un uomo e una donna è così profonda che ogni cellula ne porta impresso il segno, nel suo corredo cromosomico, fin dal concepimento.
Nei miei studi di archeologia, ho visto varie volte i resti di uno scheletro di migliaia di anni fa, che un bravo medico sapeva subito riconoscere come maschile o femminile.
I segni della nostra differenziazione sessuale compaiono immediatamente con l’inizio della vita e restano molto oltre la nostra morte.
La Bibbia ci dice che sono una parola che il Creatore ha posto nella carne umana una vocazione per ogni persone, fin dall’ inizio. “maschio e femmina li creò”, invitandoli a vivere da uomo e da donna in una bellissima uguaglianza di dignità, pur nella diversità dei sessi.
Così l’umanità ha vissuto per millenni, finché pochi attivisti molto agguerriti, del movimento omosessuale americano e poi mondiale, non vi hanno visto la soluzione di un loro problema.
Per anni si erano impegnati a promuovere studi che mostrassero l’esistenza di un terzo sesso, si cercava un’origine genetica dell’omosessualità per rivendicare la loro condizione come “naturale”, pari a quella dei maschi e delle femmine.
Tutto questo studio non trovò nulla, anzi diede forza a chi sosteneva che almeno la stragrande maggioranza degli omosessuali fossero persone condizionate da esperienze traumatiche o da pesantissimi condizionamenti ambientali.
Allora si decise di cambiare strategia sposando l’ideologia Gender: non cercare più una base fisica e naturale dell’omosessualità, ma distruggere la base fisica e naturale della differenziazione sessuale.
Avrebbero così potuto sostenere che, se tutti sono ciò che sono per l’influsso dell’ambiente, siamo tutti sullo stesso piano e la natura non ha nulla da dire né sull’ omosessualità né sulla eterosessualità.
La molla di tutta questa passione, secondo alcuni esperti, sarebbe da ricercare nel fatto che chi vive l’omosessualità vive un disagio profondo. Si sente scisso tra sesso biologico e predisposizione affettiva e la risposta del movimento gay è che non deve cercare in sé le risposte per trovare equilibrio e pace, ma incolpare il mondo intero del fatto che ancora distingue tra uomini e donne.
Secondo loro sarebbe questa distinzione a far soffrire le persone e andrebbe perciò eliminata. Non so se tutto questo sia esatto al cento per cento, ma la ricostruzione mi convince e spiega molte cose.
Soprattutto mi permette di pensare che, chi si impegna a sostenere la teoria del Gender, cercando e trovando appoggi politici, con l’arroganza di chi sa manipolare i mass media, anche barando e dicendo grandi falsità pericolose, non è un malvagio incallito, ma solo una persona ferita che cerca in modo sbagliato di fare meglio.
Credo perciò sia giusto ricercare la verità e smascherare la menzogna.. Non si tratta perciò, in questo campo, di fare una crociata contro qualcuno, ma di credere alla frase di Gesù: “Solo la verità vi farà liberi” (Gv. 8, 32).
E’ nella ricerca della verità che libera tutti e permette di camminare sulla via del bene, che ho incoraggiato un cammino di conoscenza del problema da parte di tutti, con la collaborazione di tante associazioni e movimenti che hanno a cuore il bene dei nostri giovani e dei bambini.
Pensate soltanto che a partire da questa idea derivano conseguenze del tipo: “Non ha nessuna importanza per un bambino se ha un padre o una madre, o due padri, o due madri, o tre o diciotto”.
Questa dichiarazione è della presidente del movimento pro – adozioni gay “Famiglie arcobaleno”.
Basterebbe controbattere che negli studi sui bambini accolti in orfanotrofi tutti tendono naturalmente a individuare tra chi li assiste, una figura maschile e una figura femminile, a cui si affezionano istintivamente, evidentemente ricercando un padre e una madre.
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Dialetticamente formidabile, psicologicamente congruo, antropologicamente scientifico, cristianamente tollerante, contenutisticamente assertivo e veritiero Insomma è quanto di meglio ho trovato. Grazie don Neno. (Gigi Avanti)
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MEDITAZIONI…
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FATICOSO CRESCERE… ma bello!
LE TRE CHIAVI (quanta fatica per crescere…ma quanto è bello!)
C’era una volta una principessa bionda che viveva felice con il suo papà, il re sole, in un paese meraviglioso. Non c’erano ombre nel paese del sole, ogni cosa ed ogni creatura godeva di una luce e di un colore particolari, Anche di notte, quando il sole andava a dormire, brillava tutto perchè il cielo era pieno di stelle. Non c’era felicità in quel paese, e non c’era dolore: questi abitavano al i là dei monti, in un altro regno sempre buio e sempre cupo, con rocce aspre e molto scoscese e spaventosi burroni da cui era difficile risalire.
Quando la principessa arrivò al suo 18° anno di età il re Sole le regalò Tre chiavi d’oro dentro uno scrigno, sopra il quale brillava un nome: Donna.
Non le spiegò nulla, non disse niente, ma da quel momento in poi la principessa fu presa dalla smania di cercare per tutto il regno delle porte che si potessero aprire con quelle chiavi.
Cominciò dal castello, poi nelle varie case, fino alle casupole più misere dei più lontani villaggi; dappertutto vi erano delle porte, ma nessuna si lasciava aprire da quelle chiavi. La principessa divenne sempre più impaziente e sempre più inquieta e il regno del sole le diventò sempre più angusto e limitato…
Un giorno, salendo su un’ alta montagna del suo regno, sempre continuando la sua ricerca, si affacciò su quello confinante, della infelicità e del dolore e vide che lontano, lontano, lontano apparivano porte che non aveva visto mai: bellissime, ma spaventose…
Intuiva che fra quelle avrebbe potuto esserci una porta importante per lei, e rimase a lungo a pensare: abbandonare il regno del sole, della felicità e della gioia solo per aprire quella porta… Ma la spinta era fortissima. Chiese aiuto al re sole e questi rispose semplicemente: “Se ti avessi voluto soltanto per me, non ti avrei regalato quello scrigno. Scegli il tuo destino e vai dove il cuore ti porta”.
E così la principessa si tolse i bei vestiti, nascose i suoi biondi capelli dentro ad un fazzoletto, prese poche cose con sé, e con lo scrigno con le chiavi, si avviò verso il mondo oscuro del dolore e dell’infelicità. La pioggia e il vento sferzavano il suo viso, i suoi piedi le si piagavano per quei viottoli scoscesi, ma lei continuava coraggiosamente ad andare avanti. Cadde dentro ad un burrone, si ferì, ma trovò le forse per risalire; finì dentro ad un secondo, ad un terzo…
Era ormai stremata e decisa a finire così il suo viaggio quando si accorse che la porta era straordinariamente vicina e con un ultimo sforzo di volontà la raggiunse. Provò la prima chiave, poi la seconda… Con la mano che tremava provò la terza. La chiave girava bene nella serratura. E la principessa esultò di gioia; non aveva percorso quel doloroso cammino invano…
Ma quando la porta si aprì, dal suo profondo uscì un urlo di paura. Sotto la scritta CONSAPEVOLEZZA vi era uno specchio e questo le rimandava una immagine di sé che non conosceva. Per una metà era rimasta la bella principessa bionda figlia del Sole, ma l’altra metà era segnata dal dolore e dalla infelicità che l’avevano contagiata al suo passaggio nel loro regno.
L’occhio era pesto e pieno di pianto, ispidi i capelli, piegato in giù l’angolo della bocca, cadenti le spalle, chiusa in un pugno di rabbia la sua mano, raggrinzita e scura la pelle.
Avrebbe voluto richiudere la porta e tornare indietro, ma non fu più possibile. Poteva solo continuare il suo viaggio alla ricerca delle altre due porte portando con sé il suo corpo ormai inesorabilmente cambiato.
Ma non poteva pensare di farsi vedere così. E allora si velò, nascose quella sua parte brutta agli occhi degli altri, cercò sentieri poco battuti e poco conosciuti. Cercava di non mostrare quella sua parte dolente di cui tanto si vergognava.
Ma era però proprio quella parte che le dava energia quando era stanca, che la aiutava a trovare soluzione nelle difficoltà, che la faceva più attenta a cogliere le sfumature del mondo che la circondava.
Il cammino era sempre più faticoso, sempre più alte le montagne da scalare, sempre più difficile risalire dai burroni. Faceva molto freddo e la principessa dovette coprirsi sempre di più, sempre di più, lasciando scoperti soltanto i suoi occhi.
Ma così coperta e infagottata era sempre più faticoso proseguire e le cadute erano sempre più frequenti.
Finalmente riuscì ad arrivare alla porta successiva; anche questa era bellissima, ma spaventosa.
Provò la prima chiave, niente. La seconda chiave entrò facilmente nella serratura e la porta si aprì. Dalla porta aperta la principessa la principessa fu travolta da una gigantesca ventata che si chiamava VERITÀ’ che la lasciò completamente nuda privandola di tutti i suoi vestiti.
Era arrivata nel paese dell’ AUTENTICITÀ’ dove il vento impediva a chiunque di nascondersi dentro i vestiti e tutti perciò giravano nudi; non c’erano anfratti dove nascondersi, non c’erano alibi ai tradimenti e nemmeno illusioni alle speranze.
Fu costretta così a mostrarsi così, mezza bella e mezza brutta, ma si accorse finalmente che non era la sola ad essere così. Anche gli altri erano mezzi belli e mezzi brutti e come lei attraversavano quel paese.
Ma la principessa non era ancora contenta, aveva ancora un ‘altra chiave con sé quindi un’ altra porta da aprire.
Senza quella terza ed ultima porta non aveva senso il suo viaggio.
Finalmente la trovò dopo molto girovagare e il cuore le sobbalzò dalla gioia. La chiave entrò facilmente e la porta lentamente si aprì.
Dietro quella porta il cui nome era INTIMITÀ’ la stava aspettando un principe. Veniva dal regno degli ideali, aveva attraversato territori infidi e drammatici che si chiamavano realtà e limite. Anche lui era mezzo bello e mezzo brutto, la sua nudità ostentava profonde ferite che si chiamavano delusioni e fallimenti, ma aveva in mano uno scrigno su cui, a lettere d’oro, era scritto: UOMO.
Lui le disse: “Ti presento la mia libertà”. E lei gli rispose: “Ed io ti presento la mia”. E insieme si incamminarono verso un prato, pieno di margherite che avevano un cuore giallo, caldo e luminoso, come il loro, come quello che erano riusciti a conquistare attraverso mille peripezie…
Il regno dell’intimità li accolse in un tripudio di alberi fioriti… ed offrendosi ogni giorno, reciprocamente, le loro libertà vissero ANCHE felici e contenti.
(Mercedes Indri De Carli, psicoterapeuta)
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Da Dio non si può pretendere nulla!
COMMENTO OMILETICO della domenica 3 febbraio 2019 (Lc. 4, 21 – 30)
Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano stupiti per le parole piene di grazia che pronunciava e si chiedevano: “Ma costui non è il figlio di Giuseppe?”. Egli rispose: “Sono sicuro che mi citerete il proverbio ‘medico, cura te stesso’. Tutto ciò che abbiamo udito che è accaduto a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. Ed aggiunse: “In verità vi dico: nessun profeta è ben accetto nella sua patria: Vi dico inoltre: c’erano molte vedove in Israele al tempo del profeta Elia, quando per tre anni e sei mesi no cadde alcuna goccia di pioggia ed una grande carestia dilagò per tutto il paese; a nessuna di loro però fu mandato il profeta elia, ma solo ad una vedova di Sarepta, nella regione di Sidone. E c’erano molti lebbrosi in Israele ai tempi del profeta Eliseo; eppure a nessuno di loro fu dato il dono della guarigione, ma solo a Naam il Siro”.
Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall’ira e, alzatisi, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situata la loro città per farlo precipitare giù. Egli, peròò, passando in mezzo a loro, se ne andò.
MEDITAZIONE:
Sembra che nel brano di Luca appena letto qualcosa non torni dal punto di vista narrativo. Pare di scorgere, cioè, un brusco passaggio narrativo che lascia intendere che l’evangelista non riporti tutte le parole di Gesù e che unisca due o altri episodi distinti nel tempo. Questo, almeno, notano i biblisti.
Tuttavia, però, nulla vieta di riuscire a ricavarne qualche nutrimento per meglio poter crescere nell’amore per Gesù e dedicarci, con solerzia, alla causa del suo Regno.
Con solerzia, dico, lasciando perdere per strada la lusinga del pretendere da Lui un trattamento speciale.
Cosa che sembrano aver fatto i suoi concittadini di Nazaret, che una volta avutolo finalmente tra loro, non gli hanno proprio riservato una accoglienza encomiabile, ma neppur formalmente civile. Anzi!
I suoi concittadini, infatti, sono riusciti a colpire l’area più intima e segreta della sua anima, quella dove ha sede la dignità di Figlio di Dio e di Messia. Sono riusciti a farlo sdegnare.
Ed è fantastico sentire con quale divino sarcasmo Egli abbia loro risposto leggendo nei loro cuori i pensieri e le pretese di miracolo.
E’ bellissima questa reazione stizzita di Gesù a fronte della loro pretesa di un trattamento speciale, a fronte della pretesa di vedere lo spettacolo di un miracolo per poi dedicargli l’applauso… e magari, ma non è proprio così sicuro, anche la fede.
Quello che vuole insegnare Gesù è l’esatto contrario rispetto alla presunzione dei suoi concittadini: è la fede, seppur mendicante, a provocare il miracolo e non il contrario.
La fede, è la fede a far sgorgare lo zampillo del miracolo dalle sorgenti più limpide e profonde dell’anima. Anche oggi.
E la fede nasce dall’ amore. Chi ama ha fiducia totale. Chi ama Gesù non pretende nulla da Lui, non mercanteggia. Lo segue e basta.
Un’ultima considerazione sul celebre detto: “Nessuno è ben accolto dai suoi”, “Nessuno è profeta in casa propria”.
Sembrerebbe, quindi, che ad essere più in difficoltà a lasciarsi andare alla fede semplice siano proprio coloro che si credono più vicini a Gesù… per tutta una serie di autoconvinzioni tutte da verificare.
Non è forse la medesima dinamica che caratterizza alcune relazioni familiari?
Non capita, forse, che del buon samaritano in casa non se ne accorga nessuno dei suoi e che sia più gratificante fare il buon samaritano fuori casa, bene in vista e magari sotto i riflettori, che non esserlo in casa, silenziosamente e invisibilmente?
Non è che sotto questo non riconoscimento del “profeta in patria” o del “samaritano domestico”, si nasconda una delle forme più occulte e insidiose dell’invidia?
Non è che ci si dimentichi troppo facilmente che “per invidia del diavolo entrò il male nel mondo”?
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