Archivio dell'autore: gigiavanti

Avatar di gigiavanti

Informazioni su gigiavanti

Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

LE emozioni di GESU’

                                                     COMMENTO OMILETICO  (Gv. 2, 13 – 25)

                                                                        (Domenica 7 marzo 2021)

   Capita spesso nella vita di sentire qualcuno pronunciare questa espressione: “Da quello ci si può aspettare di tutto”. Chissà se la medesima esclamazione l’avranno pensata le due categorie di persone presenti allo “sfogo dello sdegno” del “mite” Gesù contro il commercio che veniva fatto nel Tempio di Suo Padre!

Perché due sono le categorie di persone che assistono a questo evento: i giudei e i suoi discepoli, giudei anch’essi.

   Sembra, da come viene riportata la cronaca del fatto, che i giudei non si fossero scandalizzati più di tanto, purtuttavia chiedevano spiegazione, esigevano di conoscere a che titolo Gesù avesse fatto questo e di conoscere quindi l’origine della autorevolezza con la quale Gesù avesse combinato tutto quello scompiglio.

   Dei suoi intimi invece non si registra nulla se non, al momento, il loro silenzio attonito e sgomento… un silenzio pieno di domande magari, domande mai proferite ma alle quali verrà data risposta postuma, dopo la risurrezione, dopo cioè che la oscura metafora del “Tempio” possibile a costruirsi in soli “tre giorni” apparirà in tutta la sua sfolgorante luce di mistero.

   La risposta data ai giudei, ascoltata certamente anche dai suoi discepoli, infatti, risulta incomprensibile nonostante essi appaiano colti e istruiti (precisano a Gesù che il “loro” tempio fu costruito in 47 anni).

   Ci possiamo chiedere a questo punto, come sempre si fa quando la Parola di Dio ci interpella, cosa può insegnare a noi oggi questo episodio?

   Cosa può insegnare il comportamento, al tempo stesso  “sdegnato e mite” di Gesù a coloro che, oggi, hanno come parametro per i loro comportamenti di testimonianza, la causa del Regno di Dio?

    La risposta, semplice e concreta, trae ispirazione proprio da una affermazione di Gesù stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Come dire che se si vuole imparare la dinamica complessiva della testimonianza per la causa del Regno occorre fare proprio il comportamento di Gesù.

   Con una precisazione, questa: la parola “mitezza”, solitamente  intesa come debolezza, flaccidità, mollezza, tenerume, contiene invece, nella sua accezione etimologica più profonda, anche lo “sdegno” perché è descritta come “forza sotto controllo”… Possiamo quindi dedurre che la mitezza, al contrario di venire associata a debolezza, è la “forza dello sdegno”.

   C’è un’altra pagina di vangelo (Mc. 3, 1 – 6) dove si tira in ballo lo “sdegno” del mite Gesù: 4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

  Sdegno che però non ha nulla a che vedere con l’istintivo sfogo di collera (nella letteratura psicologica la collera viene descritta come risposta istintiva contro chi non riconosce o non risponde ad un proprio bisogno personale), ma ha a che fare con la reazione nei confronti di chi, con il suo comportamento, mette a repentaglio o schiaccia la dignità della persona… a maggior ragione quando questa persona è Dio in persona.

   Gesù non reagisce con “collera” perché punto nel suo orgoglio, ma  reagisce con “sdegno”  perché è in  ballo la dignità del Padre che viene schiacciata da gente che ha “durezza di cuore”.

   Quanti comportamenti di testimonianza dovrebbero essere rivisti e purificati al riguardo! Cosa dire infatti di coloro che fanno gli “offesi” perché punti nel proprio orgoglio o per indelicatezze e sgarbi, a loro dire, ricevuti, rispondono con irritazione e magari anche con sentimenti di vendetta?

   In questi casi, ad essere sotto attacco è il proprio prestigio personale e non il prestigio di Dio e le due cose sono incompatibili, nel senso che non si piò tenere ad entrambe..

   Chi vuole testimoniare per la causa del Regno di Dio non può dimenticare mai che deve “rinnegare se stesso”  e soprattutto ricordare quello che Gesù, con mitezza, disse: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in aggiunta”.

   E chissà mai che in quella espressione “il resto vi verrà dato in aggiunta” non sia compreso anche il proprio prestigio personale!

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

Curiosa eh?

                            SPORCO E PULITO… ma come è possibile?

   La storia che ci racconta uno dei nostri rabbini vale più di una  teoria: “Due uomini cadono dentro un camino Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?”

  “Quello che ha la faccia sporca”, risponde l’interlocutore. “Sbagliato, – dice allora il rabbino – si lava quello che ha la faccia pulita. Vedendo il suo compagno sporco davanti a lui si dice: dal momento che lui è sporco, devo esserlo anch’io, dunque ho bisogno di andare a lavarmi. Mentre quello che è sporco, vedendo il suo compagno pulito, si dice: dal momento che lui è pulito devo esserlo anch’io. Dunque non ho bisogno di andare a lavarmi”.

   Ma poi il rabbino continua: “Due uomini cadono dentro il camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi”? “Quello con la faccia pulita”, risponde con entusiasmo il discepolo. “Sbagliato. Quello con la faccia sporca. Vedendo le sue mani coperte di fuliggine, si dice: sono sporco. Devo andare a lavarmi. Mentre quello con il viso pulito, vedendo che ha le mani pulite si dice: dal momento che non sono sporco non ho bisogno di lavarmi”.

   “Ho ancora una domanda da farti, – conclude il rabbino – due uomini cadono dentro un camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Sia quello sporco, sia quello pulito”, esclama trionfante il discepolo. “Sbagliato, – dice ancora il rabbino -. Se due uomini cadono in un camino è impossibile che solo uno dei due sia sporco. Devono per forza essere sporchi tutti e due! Quando un problema è mal posto, tutte le soluzioni sono false”.                                                                                                                

   QUANDO DUE PERSONE CADONO DENTRO IL CAMINO DELLA VIOLENZA,  CHE SI TRATTI DI EBREI O MUSULMANI, CRISTIANI, INDUISTI O BUDDISTI, SONO ENTRAMBE SPORCHE.

   MA QUANDO DUE PERSONE SI IMMERGONO NELL’UMILTA’ SONO ENTRAMBE PULITE, QUALI CHE SIANO LE LORO CONVINZIONI.

Tratto da: IL RE, IL SAGGIO E IL BUFFONE di Shafique Keshavjee (Einaudi 1998)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

QUESTA E’ VERAMENTE GENIALE!

                                 A PROPOSITO DI PENSIERO “logico” E DI PENSIERO “laterale

   C’era una volta in un villaggio un contadino senza un soldo e che doveva restituire una grossa somma di denaro ad un uomo molto vecchio e brutto. Dato che il contadino aveva  una figlia molto carina, che piaceva al vecchio creditore, questi propose uno scambio. Lui avrebbe cancellato il debito se il contadino gli avesse ceduto sua figlia in matrimonio.

   Il contadino e sua figlia furono inorriditi dalla proposta. Allora il vecchio creditore, non rassegnandosi, propose che fosse il caso a determinare l’esito della disputa. Disse loro che avrebbe messo un sassolino bianco ed un sassolino nero dentro ad un sacchetto e che la ragazza avrebbe pescato alla cieca uno dei due sassolini nel sacco. Se lei pescava il sassolino nero diventava sua moglie ed il debito del padre veniva cancellato. Se lei pescava il sassolino bianco non doveva sposarlo ed il debito del padre veniva cancellato lo stesso. Se lei si rifiutava di pescare un sassolino suo padre veniva imprigionato.

   Continuando a parlare il brutto vecchio creditore si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre li raccoglieva, la ragazza, che aveva un occhio attento, notò che aveva raccolto due sassolini neri e li aveva messi nel sacchetto. Ma non disse nulla. Poi il vecchio creditore disse alla ragazza di pescare nel sacchetto. Questa discussione era avvenuta davanti alla casa del contadino e la strada era piena di sassolini.

   Immagina per un momento cosa tu avresti fatto se ti fossi trovato tu sul posto. Cosa avresti consigliato alla ragazza?

Se si analizza bene il problema, vi sono tre possibilità:

  1. La ragazza avrebbe dovuto rifiutarsi di pescare il sassolino.
  2. La ragazza avrebbe dovuto estrarre i due sassolini neri dal sacchetto, dimostrando che il vecchio era un imbroglione.
  3. La ragazza avrebbe dovuto estrarre il sassolino nero, sacrificandosi al matrimonio, per impedire che il padre andasse in galera.

   Prenditi un istante per riflettere su questa storia. Questa storia ha come scopo quello di farti comprendere la differenza tra il pensiero “logico” e il pensiero cosiddetto “laterale”. Il problema della ragazza non può essere risolto facilmente in maniera equanime per un pensiero logico tradizionale. Pensa alle conseguenze delle tre possibili soluzioni. Allora, cosa avresti fatto? Ed ecco allora cosa fece la ragazza. Rifletti prima di leggere la soluzione.

   Lei pescò nel sacchetto ed estrasse un sassolino che lasciò subito cadere a terra, goffamente, senza che si potesse vedere, che si andò a mescolare con tutti gli altri sassolini del suolo. “Ah, come sono maldestra – esclamò la ragazza – ma che importa, ora estraggo il secondo sassolino. Capiremo ugualmente quello che ho pescato per primo, non è  vero?”

   Dato che il sassolino restante era nero, il primo sassolino pescato non poteva che essere bianco e dato, anche, che il vecchio brutto creditore non osò ammettere la sua disonestà…

   La ragazza trasformò una situazione che sembrava di difficile soluzione in un epilogo tutto a suo vantaggio.

   Esiste una soluzione alla maggior parte di problemi complessi. Noi, semplicemente, non sappiamo vedere le cose da una giusta angolatura.                                            

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

SEMPLICISSIMO

IL CANE ALLO SPECCHIO

Vagabondando qua e là, un grosso cane finì in una stanza

in cui le pareti erano dei grandi specchi.

Così si vide improvvisamente circondato da cani.

Si infuriò, cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.

Tutti i cani delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto

scoprendo le loro minacciose zanne.

Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso

per difendersi contro gli attaccanti, poi, latrando

rabbiosamente si scagliò contro uno dei suoi presunti

assalitori.

Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo

urto contro lo specchio.

Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta,

tutti i cani degli specchi l’avrebbero ricambiato e sarebbe

stato un incontro festoso.

Bruno Ferrero,  PARABOLE,  Elledici 2000)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

PER RIFLETTERE…

“Mi avvicino di due passi… lei si allontana

di due passi. Cammino per dieci passi

e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là.

Per quanto  io cammini non la raggiungerò mai…

A cosa serve allora l’utopia?

Serve proprio a questo, a camminare”. (Eduardo Galeano)

“Secondo alcuni testi di tecnica aeronautica,

il calabrone non può volare a causa

della forma e del peso del proprio corpo

in rapporto alla superficie alare.

Ma il calabrone non lo sa e perciò

continua a volare”. (Igor Sikorsky)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

3° Incontro per la Pastorale Famigliare Foligno (Anna e Giorgio Longhi)

3) I TRE PILASTRI DEL RAPPORTO EDUCATIVO                

                               (Fiducia, Coerenza, Presenza)

   L’emerito Papa Ratzinger indirizzò tempo fa ai fedeli della Diocesi di Roma una lettera sull’ “emergenza educativa”. In questa lettera suggeriva tre atteggiamenti fondamentali per un rapporto educativo sano ed efficiente. I tre atteggiamenti sono: fiducia, coerenza, presenza.

   Tali atteggiamenti hanno  la prerogativa di poter essere applicati per qualsiasi situazione relazionale che veda da una parte un educatore e dall’altra un educando quale che sia l’età anagrafica dell’uno e dell’altro e, soprattutto, quale che sia il livello o grado di parentela di entrambi. In questo incontro, però, focalizziamo l’attenzione sulla relazione fondamentale, quella tra genitori e generati, tra padre – madre e figli e figlie.

   Dalla modalità con la quale si vive tale relazione,  possono derivare a cascata, seppur non sempre ed in maniera non  così rigida, molte delle altre molteplici relazioni esperimentabili nel corso della vita… compresa, paradossalmente parlando, quella con Dio.

   Per quanto riguarda la “fiducia” basterebbe fermarsi a riflettere con molta calma su questo brano del poeta Gibran che offre le motivazioni sulle quali basare tale fiducia. E’ un brano poetico e questo  ci può suggerire che l’educazione non è un fatto tecnico – scientifico, ma è essenzialmente “cosa del cuore2, come affermava san Giovanni Bosco.

   Per quanto riguarda la “coerenza” è illuminante nella sua sinteticità questo aforisma di sant’Ignazio di Antiochia: “Si educa molto con quel che si dice, ancor più con quel che si fa, molto di più con quel che si è”.

  Essere coerenti, paradossalmente parlando, può  addirittura ridurre il rischio di abbondare nel fare sermoni, prediche, raccomandazioni che, non di rado, finiscono per annoiare chi li ascolta.

   Questo brano  tratto da un libro di padre Duval (IL BAMBINO CHE GIOCAVA CON LA LUNA) è illuminante proprio a proposito del modo d’essere di padre e madre dal quale modo d’essere i figli possono, in maniera personalissima, decodificare e poi decidere il loro modo d’essere.

   Se ricordiamo poi  (e lo afferma tutta la letteratura psicopedagogica)  che, nella prima fase della vita, si cresce prevalentemente per via imitativa, il gioco è fatto.

   Per quanto riguarda la “presenza” è subito detto. Una presenza educativa di qualità consente ai figli (o a chi per loro) di sperimentale sulla propria pelle, in diretta, la fiducia di genitori ed educatori nei loro riguardi e di costatarne la loro coerenza.

   Un problema emergente oggi è proprio quello derivante dalla fregola da parte dei genitori di voler soddisfare i desideri dei figli…credendo di far bene,  non accorgendosi, però,  che così facendo, si penalizza la soddisfazione dei veri bisogni.

Per la soluzione di questo problema ho trovato questa sintetica “lettura” del fenomeno che mette d’accordo la scienza psicologica sana e la spiritualità vera.

“La tendenza dei genitori ad appagare ogni desiderio dei figli, per evitare anche il minimo conflitto, ha conseguenze negative nella crescita psichica. Sottrarre i propri figli alla prova dell’impegno, della responsabilità e della frustrazione, contribuisce a creare persone che sanno fare riferimento solo a se stesse, che vogliono essere appagare ad ogni costo. Per costoro gli altri diventano presenze che disturbano. Tutti dobbiamo sentire, come nostro, il compito di “educarci” reciprocamente, di prenderci cura l’uno dell’altro con vero amore e rispetto per la persona, che sia figlio, collega, amico, vicino di casa.  Una condizione essenziale per aiutare l’altro, è educare prima se stessi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri. Lui non fa “scendere fuoco sugli infedeli”, né permette agli zelanti di “falciare la zizzania” che invece deve crescere insieme al grano. Dobbiamo liberarci dalla rigidità, che condanna ed esclude, e aprirci alla fiducia che accompagna ed include. Solo lo Spirito sa penetrare nelle pieghe più oscure dell’animo umano e tenere conto di tutte le sue sfumature, perché emerga la verità di ciascuno, da illuminare con la buona notizia del vangelo”.

(Rosella Zilli,  LA SANTITA’ NEI TUOI GIORNI – Figlie di Maria SS.ma dell’Orto – 2019)                                                                                                   

   E per concludere è curioso constatare come lo stesso Creatore abbia privilegiato una strategia educativa dell’umanità veramente sorprendente… e magari da applicare, con i nostri grossi limiti, nella varie situazioni educative

   Queste le  tre fasi: la fase del dire, quella del fare e quella dell’essere. Fasi non necessariamente da interpretare in maniera rigida quasi che finita l’una ne incominci un’altra, ma da concretizzare in maniera fluida come se l’una si compenetri con l’altra…

   La fase del dire è quella delle Parola (“In molti e svariati modi Dio ha parlato…”) , la fase del fare èquella della parola che si fa Carne, per finire con la fase dell’essere che è quella del Pane.

   Allora sembra di poter dire, con estrema delicatezza, che l’azione educativa possa essere o paragonarsi o somigliare ad una sorta di pedagogia eucaristica

—————————-

http://www.gigiavanti.com.

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

W I PARADOSSI

   A proposito del divieto di fare le olimpiadi (o altre opere) per timore di infiltrazioni della corruzione… mi viene da pensare, in termini paradossali, che equivale al divieto di giocare a calcio o ad altro sport per timore di venire sconfitti… o al divieto di vivere per timore della morte!

Il Creatore (che è anche Dio e Padre) ha creato la vita… in barba alla morte! O no?

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

CE LA FACCIAMO?

       RECUPERARE LA DINAMICA RELAZIONALE ORIGINARIA

                                (In principio era… la RELAZIONE…)  

    Nell’epoca del “mal di relazione” e del predominio di relazioni virtuali urge recuperare, da parte di tutti, la dinamica della relazione reale con le persone. L’esempio di Gesù che prima di rispondere al giovane ricco che gli aveva posto una domanda seria, prima di rispondere “fissatolo lo amò”, è di esempio. Scrive Mac Luhan che “il mezzo è il messaggio”, ma quando il mezzo con il quale si vuole comunicare un messaggio è la persona stessa,  ne consegue che tutto dipende da come questa persona “si relaziona” .

   E’ già il come ci si relaziona ad inviare il  primo messaggio. La meditazione per questo mese la traggo da uno scritto di Anselm Grun. E’ rivolta ai sacerdoti, ma ritengo possa essere utile anche a tutti coloro che, avendo come parametro dei propri comportamenti il bene supremo del Regno di Dio, vivono la loro quotidianità intessuta di tanti incontri… più o meno casuali.

                      IMPORTANZA DI UNA BUONA RELAZIONE

                          (pensato per i sacerdoti, ma utile per ogni cristiano)

  “La trasformazione per mezzo dell’incontro è proprio il compito della pastorale. Alcuni sacerdoti sono troppo preoccupati di dover convincere i fedeli  della morale e della dottrina della chiesa. Molto più importante del nostro ideale di predicazione è invece l’incontro che può essere sperimentato in ogni colloquio e soprattutto anche nella liturgia.

   Se nella liturgia io sono innanzitutto in rapporto con l’uomo, Dio lo trasforma di più di quando gli annuncio solo la retta dottrina.

   E se nella preparazione al battesimo e al matrimonio incontro veramente l’uomo, allora avviene in lui qualcosa di più di quando gli espongo i doveri degli sposi o dei genitori cristiani.

   Nel vero incontro Dio stesso può trasformare i cuori degli uomini. Il problema è se noi siamo capaci di simili incontri trasformanti.

   Essi richiedono apertura e rispetto dell’altro, libertà da pregiudizi, disponibilità a entrare hic et nunc in relazione con  l’altro, richiedono un atteggiamento per il quale quest’uomo è l’unico importante sulla terra in questo momento.

   Cura delle anime non significa solo trasformazione del singolo attraverso l’incontro, ma anche tenere sempre presente la comunità trasformata. Un presupposto per la trasformazione della comunità sta nella mia fede che Dio possa avviarla, che lui voglia abitarci e agire in essa. Io devo confidare che gli uomini siano pronti e aperti alla trasformazione. Anche qui non esistono trucchi banali per provocarla.

   Spesso inavvertitamente qualcosa nella comunità cambia, come il granellino di senapa, che per lungo tempo resta invisibile finché non diviene un albero a cui altri possono appoggiarsi e sui cui rami gli uccelli possono cinguettare. Devo solo credere in questa trasformazione e guardare con gli occhi della fede ciò che già sta crescendo.

   Se mi rivolgo a quanto sta spuntando e lo interpreto come un agire di Dio, esso può continuare a crescere. Ma nella fede devo anche rispettare i tempi durante i quali apparentemente non succede nulla.

   La fiducia negli uomini e  la preghiera per essi li trasformeranno. La preghiera renderà me stesso più sensibile ai segni dell’agire di Dio negli uomini. I rapporti all’interno della comunità rispecchieranno la mia capacità o incapacità di relazione. Perciò la comunità può cambiare silo se io cambio nelle mie relazioni e di nuovo mi fido di essa e confido che Dio l’abbia scelta come luogo della sua presenza. In tutto ciò devo rispettare le leggi della dinamica di gruppo. Esse mi possono aiutare ad avviare il processo di trasformazione, il che non nascerebbe mai per solo convincimento.

   Devo conoscere i presupposti psicologici, devo sapere cole gli uomini possono ridurre le loro paure e apprendere l’apertura.

   Lo stare insieme sincero e aperto nei colloqui e nell’agire comune trasformerà col tempo le relazioni vicendevoli e aprirà nuove strade.

   Gli appelli moralistici non cambiano la comunità. Devo percorrere insieme ad essa un cammino di esercizi comuni, che ci potranno cambiare.

   Un tale esercizio potrebbe essere, ad esempio, una quaresima programmata insieme, settimane comuni di digiuno, meditazioni in comune, la compartecipazione alla lettura della Bibbia; potrebbe consistere nel fatto che la comunità sia disponibile a un comportamento attento all’ecologia o che si curi degli emarginati. E’ importante che essa si muova insieme. Allora il cammino diventerà un cammino di trasformazione.

   Né la morale, né il dogma trasformano la comunità. Anche se la dottrina è ortodossa, approfondita e attuale, non ha in sé alcuna forza trasformante.

   Non la dottrina, ma il comune ascolto della Parola di Dio, la comune ricerca oggi della volontà di dio per noi trasforma la comunità.

   Il sacerdote in tutto ciò ha il compito di promuovere la ricerca e di fecondarla costantemente con le sue esortazioni.

   Può fare ciò,  solo se nella vita spirituale cerca veramente Dio, come Benedetto richiede al monaco per tutta la vita.

   Il sacerdote si deve preoccupare principalmente di offrire la sua anima a Dio e di tendere solo a Lui. Solo così può invitare la comunità in tutte le attività, a guardare sempre a Dio come unica sorgente di vita. Se il sacerdote lo cerca veramente,  avrà fiducia che anche la comunità si metta in cammino incontro a Dio e non si accontenti  delle sole attività pastorali”.

                                     (Anselm Grun, IL CORAGGIO DI TRASFORMARSI)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

ORAZIONE URGENTE

       Caro Dio, Padre mio

   Non so più come pregarti, visto quello che sta accadendo in questi giorni. Sono belle e comode le orazioni tradizionali, ma sento premere, dal fondo della mia anima, una invocazione altra.

   So che non esistono orazioni alternative che ti siano più gradite di quella insegnataci dal tuo Figlio e nostro signore Gesù (“Sia fatta la tua volontà”), purtuttavia oso ugualmente liberare il gemito della mia anima.

   Sono certo che tu non vuoi, né permetti, né tolleri il male e neppure oso immaginare che qualcosa ti possa essere sfuggito di mano, ma mi viene il sospetto che la molecola bastarda che avvelena fino a morte noi tue creature e figli, provenga dal tuo nemico e purtroppo principe di questo mondo, Satana.

   Mettilo alle corde, non dargli fiato, fatti valere… e presto: (“Liberaci dal maligno”).

   Lo so che per Te il tempo non è un problema, ma per noi sì. Sbrigati: (“Domine, ad adiuvandum me, festina”).

   Te lo chiedo per tutti noi e per intercessione della Tua e nostra tenerissima Mamma.

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

UNA BELLA DRITTA per non sbagliare con chi sbaglia…

IL PESSIMO CARATTERE… e    COME CORREGGERLO

   C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno.

   Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno. Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia.

   Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza. I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata.

   Il padre conduce il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà.    Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica.

(Il ragazzo, nonostante il “brutto carattere”, ubbidisce a suo padre… e questo significa che ha stima e fiducia in lui.

Il padre non lo assilla con prediche, minacce, rimproveri… ma semplicemente, con pazienza, aspetta che sia il figlio a “capire” come correggere e  migliorare il proprio carattere.

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie