LE emozioni di GESU’

                                                     COMMENTO OMILETICO  (Gv. 2, 13 – 25)

                                                                        (Domenica 7 marzo 2021)

   Capita spesso nella vita di sentire qualcuno pronunciare questa espressione: “Da quello ci si può aspettare di tutto”. Chissà se la medesima esclamazione l’avranno pensata le due categorie di persone presenti allo “sfogo dello sdegno” del “mite” Gesù contro il commercio che veniva fatto nel Tempio di Suo Padre!

Perché due sono le categorie di persone che assistono a questo evento: i giudei e i suoi discepoli, giudei anch’essi.

   Sembra, da come viene riportata la cronaca del fatto, che i giudei non si fossero scandalizzati più di tanto, purtuttavia chiedevano spiegazione, esigevano di conoscere a che titolo Gesù avesse fatto questo e di conoscere quindi l’origine della autorevolezza con la quale Gesù avesse combinato tutto quello scompiglio.

   Dei suoi intimi invece non si registra nulla se non, al momento, il loro silenzio attonito e sgomento… un silenzio pieno di domande magari, domande mai proferite ma alle quali verrà data risposta postuma, dopo la risurrezione, dopo cioè che la oscura metafora del “Tempio” possibile a costruirsi in soli “tre giorni” apparirà in tutta la sua sfolgorante luce di mistero.

   La risposta data ai giudei, ascoltata certamente anche dai suoi discepoli, infatti, risulta incomprensibile nonostante essi appaiano colti e istruiti (precisano a Gesù che il “loro” tempio fu costruito in 47 anni).

   Ci possiamo chiedere a questo punto, come sempre si fa quando la Parola di Dio ci interpella, cosa può insegnare a noi oggi questo episodio?

   Cosa può insegnare il comportamento, al tempo stesso  “sdegnato e mite” di Gesù a coloro che, oggi, hanno come parametro per i loro comportamenti di testimonianza, la causa del Regno di Dio?

    La risposta, semplice e concreta, trae ispirazione proprio da una affermazione di Gesù stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Come dire che se si vuole imparare la dinamica complessiva della testimonianza per la causa del Regno occorre fare proprio il comportamento di Gesù.

   Con una precisazione, questa: la parola “mitezza”, solitamente  intesa come debolezza, flaccidità, mollezza, tenerume, contiene invece, nella sua accezione etimologica più profonda, anche lo “sdegno” perché è descritta come “forza sotto controllo”… Possiamo quindi dedurre che la mitezza, al contrario di venire associata a debolezza, è la “forza dello sdegno”.

   C’è un’altra pagina di vangelo (Mc. 3, 1 – 6) dove si tira in ballo lo “sdegno” del mite Gesù: 4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

  Sdegno che però non ha nulla a che vedere con l’istintivo sfogo di collera (nella letteratura psicologica la collera viene descritta come risposta istintiva contro chi non riconosce o non risponde ad un proprio bisogno personale), ma ha a che fare con la reazione nei confronti di chi, con il suo comportamento, mette a repentaglio o schiaccia la dignità della persona… a maggior ragione quando questa persona è Dio in persona.

   Gesù non reagisce con “collera” perché punto nel suo orgoglio, ma  reagisce con “sdegno”  perché è in  ballo la dignità del Padre che viene schiacciata da gente che ha “durezza di cuore”.

   Quanti comportamenti di testimonianza dovrebbero essere rivisti e purificati al riguardo! Cosa dire infatti di coloro che fanno gli “offesi” perché punti nel proprio orgoglio o per indelicatezze e sgarbi, a loro dire, ricevuti, rispondono con irritazione e magari anche con sentimenti di vendetta?

   In questi casi, ad essere sotto attacco è il proprio prestigio personale e non il prestigio di Dio e le due cose sono incompatibili, nel senso che non si piò tenere ad entrambe..

   Chi vuole testimoniare per la causa del Regno di Dio non può dimenticare mai che deve “rinnegare se stesso”  e soprattutto ricordare quello che Gesù, con mitezza, disse: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in aggiunta”.

   E chissà mai che in quella espressione “il resto vi verrà dato in aggiunta” non sia compreso anche il proprio prestigio personale!

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