“COSA SUCCEDEREBBE SE SCOPRISSI CHE IL MIO
STESSO NEMICO SI TROVA ALL’INTERNO DI ME STESSO,
CHE SONO IO PERTANTO AD AVER BISOGNO DELLA
ELEMOSINA DELLA MIA AMABILITA’, CHE SONO IO
IL NEMICO DA AMARE?” (C. G. Jung)
“COSA SUCCEDEREBBE SE SCOPRISSI CHE IL MIO
STESSO NEMICO SI TROVA ALL’INTERNO DI ME STESSO,
CHE SONO IO PERTANTO AD AVER BISOGNO DELLA
ELEMOSINA DELLA MIA AMABILITA’, CHE SONO IO
IL NEMICO DA AMARE?” (C. G. Jung)
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CRESCENDO… SI IMPARA A FARE A MENO DI QUALCOSA….
(purché si abbia il dono del discernimento, se no sono guai seri)
E’ proprio vero ed è la vita stessa ad insegnarcelo piano piano…
Soltanto che questa dinamica non sembra valere per l’umanità nel suo insieme, almeno sembra non valere per quella porzione di umanità della cosiddetta Vecchia Europa.
Sembra non valere perché, paradossalmente parlando, la Vecchia Europa, “crescendo”, ha voluto fare a meno di qualcosa, soltanto che questo “qualcosa” non è quel guazzabuglio di superfluità (materiali o di costume…) che l’ha accompagnata fin qui…
Quel “qualcosa” era ed è qualcosa di importante, anzi di fondamentale e questa è la ragione per la quale, avendone voluto farne a meno, siamo arrivati a questo punto di degrado delle relazione umane, di inquietudine, di aggressività, di “mal di relazione”…
Scriveva San Giovanni Paolo II: “Il nostro tempo, così carico di tensioni ed avaro di tenerezza” ed anche : “C’è poca vita umana nelle famiglie dei nostri giorni”.
Lo stesso psicologo Carl Gustav Jung osservava: “Tante nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.
E la ragione di questo dilagare del “malessere esistenziale” sta proprio, per quanto riguarda la Vecchia Europa, nel fatto che crescendo ha voluto fare a meno delle cose “fondamentali” e non delle “superfluità”, ragion per cui siamo ridotti così. Ha rinunciato al “bene” ed è stato fatale essersi ridotta così “male”.
Lo spunto per questa riflessione, che dedico a tutti i miei amici non ancora ridotti così male, mi è stato dato da una omelia del mio precedente parroco, Don Roberto De Odorico (attualmente Segretario Generale della Pontificia Università Lateranense)…
Lui sosteneva che a partire dal ‘500 (1517) la Vecchia Europa ha incominciato a voler fare a meno della Chiesa (il Protestantesimo è, in sostanza, questo). Come lo può essere chi cede alla tentazione di proporsi come nuovo “profeta” o nuovo “salvatore” dimenticando che Gesù è l’unico profeta – salvatore scelto dal Dio Padre. Tutti gli altri possono meritare il titolo assegnato loro da Gesù di “falsi profeti”. E ne pullulano tanti in questi ultimi tempi…
Due secoli dopo, nel ‘700, (1717) la Vecchia Europa ha continuato su questa strada volendo fare a meno di Dio (la Massoneria, in buona sostanza, è questo).
Agli albori del ‘900 (1917), la Vecchia Europa ha perseverato diabolicamente su questa tortuosa strada scegliendo di poter fare a meno di Gesù Cristo (il marxismo – leninismo autodichiaratosi ateo è proprio questo… con la sequela di tutti i “comunismi artigianali locali”), nel senso che se non c’è un Padre (massoneria) non ci può essere neppure un Figlio… (materialismo marxista).
Per inciso, il 13 maggio 1917, la Madonna appare per la prima volta ai tre pastorelli di Fatima…
Solo coincidenze, oppure, come scrive lo scienziato Einstein: “Il caso è Dio che gira in incognito?”.
Comunque sia, questo è ciò che è accaduto: si è finiti così “male” perché, “crescendo”, la Vecchia Europa ha scelto di poter fare a meno di “qualcosa”!
Soltanto che questo “qualcosa” era il “bene”, era il vero patrimonio dell’umanità…
C’è però una via d’uscita…
E siccome è stato proprio Gesù a dire di essere la “Via, la Verità e la Vita”, forse è il caso di suggerire alla vecchia Europa dalla coscienza sonnacchiosa (ha rifiutato di riconoscere le radici giudaico – cristiane dell’Europo), di fare almeno memoria storica (se non proprio spirituale) di talune sue espressioni .
Si tratta di cinque espressioni da leggere in sequenza logico – spirituale:
“CERCATE PRIMA DI TUTTO IL REGNO DI DIO E IL RESTO VI VERRA’ DATO IN AGGIUNTA”.
“SENZA DI ME NON POTETE FARE NULLA”.
“IMPARATE DA ME CHE SONO MITE E UMILE DI CUORE”.
“NESSUNO PUO’ VENIRE A ME SE IL PADRE MIO CHE E’ NEI CIELI NON LO ATTIRA”.
“OGNI COSA CHE CHIEDERETE AL PADRE MIO IN MIO NOME EGLI VE LA DARA’.
Queste cinque espressioni diventano allora la Via Vera per una Vita piena ed appagante. Queste cinque soavi esortazioni indicano la direzione esatta da intraprendere, quale che sia la vocazione personale ascoltata ed accolta nell’intimo della propria anima.
Per crescere, si diceva, è necessario fare a meno di qualcosa … e questo costa sempre caro, ma è una legge della vita.
Parimenti, per crescere nella fede adulta, paradossalmente parlando, non è necessario, né conveniente, né da persone intelligenti fare di testa propria, ma fare a meno di fare di testa propria.
E’ semplicemente conveniente, necessario, e da persone umilmente intelligenti, non fare a meno di Gesù… e questo non costa niente, proprio niente… è soltanto grazia.
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IL TEMPO E’ TROPPO LENTO PER CHI ASPETTA,
TROPPO RAPIDO PER CHI HA PAURA,
TROPPO LUNGO PER CHI SOFFRE,
TROPPO BREVE PER CHI GIOISCE,
MA PER CHI AMA NON C’E’ TEMPO. (H. Van Dyke)
“L’amore che non si riceve è quello
che maggiormente si desidera”. (S. Tamaro)
“O il male è ciò di cui abbiamo paura
o il male è avere paura”. (S.Agostino)
“Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo
crea il mondo che vediamo”. (Kaufmann)
A PROPOSITO DI EMOZIONI…
“Sono talmente abituato ad essere
teso che quando sono calmo
mi sento nervoso”.
“Non puoi impedire agli uccelli
della tristezza di volteggiare
sul tuo capo, ma puoi impedire
loro di farsi il nido tra i tuoi capelli”.
“Non puoi arrestare le onde,
ma puoi imparare a cavalcarle”.
“La tempesta può disperderei fiori,
ma non può distruggere i semi”.
“SE E’ PACE CHE VUOI, CERCA DI CAMBIARE
TE STESSO, NON GLI ALTRI.
E’ PIU’ FACILE PROTEGGERSI I PIEDI CON
DELLE PANTOFOLE CHE RICOPRIRE DI
TAPPETI TUTTA LA TERRA”. (De Mello)
PENSARE, PREGARE, RIDERE, GIOCARE,
AMARE ED ESSERE AMATO,
DONARE E’ IL SEGRETO DELL’ETERNA
GIOVINEZZA. (Santa Teresa di Calcutta)
Non sprecare lacrime nuove
per vecchi dolori. (Euripide)
Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro
che dimenticano il passato, trascurano il presente,
temono per il futuro: giunti al momento estremo,
tardi comprendono, disgraziati, di essere stati occupati
tanto tempo senza concludere nulla. (Seneca)
“Ogni famiglia, quando nasce un bimbo, lo vuole intelligente.
Io, con tutta la mia intelligenza ho sofferto e mi sono rovinato
tutta la mia vita. Spero solo che il mio bimbo sia stupido e ignorante:
coronerà così una vita placida diventando ministro”.
(Su – Shi, sec. XI: uno dei maestri della poesia cinese
più volte imprigionato e esiliato per le critiche al governo)
“Il cristiano ha il dovere di essere intelligente”. (La mamma di Jean Guitton)
“Quando mi accade di paragonare questi due linguaggi
che sono la scrittura e la pittura, ho idea che la loro differenza
sia quella tra la parola e il silenzio. La parola è una parola che
occupa il tempo, la pittura è un silenzio che governa lo spazio.
Ma continuo a credere che il silenzio di un piccolo spazio
che si contempla nell’istante, che salta agli occhi, esprime meglio
il segreto dell’essere di quanto non faccia la pagina scritta, lenta,
lunga, che bisogna leggere e decifrare. Un quadro immobile
è già eterno”. (J. Guitton)
“Gli stupidi sono coloro che fanno
il male senza saperlo”. (Qohelet 4, 12)
“La stupidità non si prende
nemmeno un minuto di ferie”.
“La stupidità degli altri mi affascina,
ma preferisco la mia”. (Flaiano)
“Di tanto in tanto è
piacevole essere stupidi”. (Seneca)
NULLA CAMBIA, IO CAMBIO, TUTTO CAMBIA.
“SE UN UOMO SI COMPORTA SEMPRE SERIAMENTE
E NON SI PERMETTE MAI UN PO’ DI DIVERTIMENTO
E DI DISTRAZIONE, IMPAZZIRA’ SENZA SAPERLO” (Erodoto)
“DIO CI CHIEDERA’ CONTO DI TUTTI
QUEI PIACERI LECITI DI CUI NON
ABBIAMO SAPUTO GODERE”. (Talmud)
“La psicoterapia indipendente
sia dalla religione che dalla
metafisica, tende a produrre
una tranquillità borghese
alimentata dall’ansia avvelenata
dalla sua banalità”. (Terruwe)
“Secondo alcuni autorevoli testi
di tecnica aeronautica, il calabrone
non può volare a causa della forma
e del peso del proprio corpo in
rapporto alla superficie alare.
Ma il calabrone non lo sa e perciò
continua a volare”. (Sikorsky)
“NON SI PUO’ RISOLVERE UN PROBLEMA
CON LO STESSO MODO DI PENSARE
CHE HA CAUSATO IL PROBLEMA”. (Einstein)
“CI VUOLE TUTTA UNA VITA PER CAPIRE
CHE NON SI PUO’ CAPIRE TUTTO” (Confucio).
“L’ultimo passo della ragione è quello
di ammettere che vi sono cose che la superano”
“Chi non accetta il mistero
non è degno di vivere”. (Einstein)
“Per chi crede nessuna
spiegazione è necessaria,
per chi non crede nessuna
spiegazione è possibile”.
“Molte nevrosi dell’uomo
moderno sono riconducibili
a un non risolto problema
religioso” (C.G.Jung)
“MI AVVICINO DI DUE PASSI,
LEI SI ALLLONTANA DI DUE PASSI.
CAMMINO PER DIECI PASSI
E L’ORIZZONTE SI SPOSTA
DIECI PASSI PIU’ IN LA’.
PER QUANTO IO CAMMINI,
NON LA RAGGIUNGERO’ MAI.
A COSA SERVE L’UTOPIA?
SERVE PROPRIO A QUESTO:
A CAMMINARE”. (Eduardo Galeano)
“Dio ha creato la verità con molte
porte per accogliere ogni credente
che bussi”. (Gibran)
“E GLI UOMINI SE NE VANNO
A CONTEMPLARE LE VETTE DELLE
MONTAGNE, E I FLUTTI VASTI DEL MARE,
LE AMPIE CORRENTI DEI FIUMI,
L’IMMENSITA’ DELL’OCEANO,
IL CORSO DEGLI ASTRI, E PASSANO
ACCANTO A SE STESSI SENZA
MERAVIGLIARSI”. (S. Agostino)
“TUTTA LA MUSICA DEL MONDO
SGORGA DA UN’UNICA
SORGENTE D’ARMONIA”. (Anonimo)
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“QUANDO L’UOMO SI OSTINA
A VOLER CAMBIARE QULCOSA
NEGLI ALTRI, E’ QUALCOSA
IN SE STESSO CHE DEVE CAMBIARE.
L’ACQUA NON SI PREOCCUPA
DI CAMBIARE LA FORMA
DEL RECIPIENTE CHE LA CONTIENE.”
(Sandro Montanari)
“LA RELAZIONE CON GLI ALTRI E’ COME
LA CUCINA. IN OGNI PIETANZA OGNUNO
TROVA QUELLO CHE CI METTE.”
“SE L’AVER MANGIATO UN FRUTTO
HA ROVINATO L’UMANITA’, LA SALVEZZA
SARA’ NELL’ATTEGGIAMENTO CONTRARIO,
NEL GUARDARE UN FRUTTO SENZA
MANGIARLO”. (Simone Weil)
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“COSA SUCCEDEREBBE SE SCOPRISSI CHE IL MIO
STESSO NEMICO SI TROVA ALL’INTERNO DI ME STESSO,
CHE SONO IO PERTANTO AD AVER BISOGNO DELLA
ELEMOSINA DELLA MIA AMABILITA’, CHE SONO IO
IL NEMICO DA AMARE?” (C. G. Jung)
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MEMORIA CHE CONDIVIDO IN LETIZIA…
Si tratta di alcuni anni fa. Vengo raggiunto a telefono dall’allora Vescovo Luigi Moretti che mi avverte di una telefonata in arrivo da parte dell’assessore alla Cultura del Comune di Roma (una donna) per un invito a partecipare ad una iniziativa particolare riguardante eventuali incontri di formazione per coppie intenzionate a sposarsi civilmente.
Con una precisazione curiosa, continua il Vescovo: “Siccome vuole essere una iniziativa “laica”, ma non possono fare a meno della presenza di un cattolico, sappi che il tuo nome non apparirà nel cartellone pubblicitario (poco male, la vanità non è mai stata il mio forte…) e non percepirai alcunché in termini di “compenso”. (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…”).
Accetto e rimango in attesa della telefonata dell’assessore, telefonata che arriva presto per invitarmi a una delle serate dedicate appunto all’argomento di cui sopra.
Anche qui con una precisazione: “Mi raccomando, dottore, il suo deve essere un discorso “laico”. Accetto e rimango in attesa del giorno fatidico.
Oltre al sottoscritto (che avrebbe parlato per ultimo, ovviamente) quel pomeriggio dovevano prendere la parola (e vi lascio immaginare come) Marisa Laurito, una attrice di cui non ricordo il nome (che citava Bertinotti nel suo dire), un avvocato, Simona Izzo e Ricky Tognazzi (che mi si presenta dicendomi spiritosamente: “Io, grazie a Dio, sono ateo” , alla quale battuta rispondo: “Sempre una grazia, comunque, per la quale ringraziare”).
Per farla breve, arriva il mio turno. Osservo l’assessore che, con gesti comprensibili solo da me, mi vuole ricordare la questione “laicità”. Le sorrido per tranquillizzarla.
C’è una lavagna nera dietro le mie spalle, una di quelle di una volta. Prendo il gesso e senza neppure dire una parola o perdermi in convenevoli con il pubblico (ci sono più telecamere che persone in sala…) inizio a scrivere questa frase: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”.
Mi giro di scatto verso il pubblico e chiedo di quale autore potrebbe essere questa frase. Le risposte sono: “Papa Wojtyla, Sant’Agostino, qualche scrittore cattolico…”!
Vedo l’assessore farsi pensierosa e preoccupata. La rassereno con un sorriso ammiccante e, immobile e con lo sguardo fisso nel vuoto per circa 15 secondi perchè il silenzio prenda finalmente il suo posto d’onore, mi rigiro verso la lavagna nera e scrivo il nome dell’autore: “Sigmund Freud”.
L’assessore si rilassa e mi sorride, le faccio l’occhiolino… Il resto lo lascio immaginare. Alla fine di tutto, noto gente chiedere autografi agli artisti famosi presenti. Al sottoscritto “cattolico in incognito” viene invece richiesto dove lavora, se la posso incontrare, se ha uno studio…. Così è la vita!
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(www.gigiavanti.com)
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LAICITÀ… LAICISMO… O ALTRO?
A proposito di stato “laico” non sarebbe male ricordare la differenza tra il concetto di “laicità” (che non esclude la dimensione religioso – spirituale) e quella di “laicismo” (che sembra invece disdegnarla).
Senza dire che uno stato laico dovrebbe presuppore anche, in linea logica, di avere uno straccio di “morale laica”… definita però dallo scrittore Carlo Sgorlon: “Un voler piantar chiodi in una parete di fango”…
L’ultimo di questi “chiodi”, in ordine di tempo, è quello di voler far passare l’aborto come “diritto”.
Il che equivale a voler sdoganare il male, come voler affermare che non esista differenza alcuna tra comportamento buono e il suo esatto contrario..
E’ diventato culturalmente di moda, infatti, voler definire quanto sconfina dal “normale” con l’espressione ambigua di “diversamente normale”.
Anziché fiancheggiare questo intellettualismo laicista sarebbe più sano e conveniente schierarsi dalla parte di una cultura “intellettualmente diversa”…
Magari schierarsi dalla parte di Dio, se la vogliamo dire tutta, quel Dio ideatore e garante della libertà autentica.
Paradossalmente parlando, che bei tempi quando “peccare” era una libera scelta! Adesso che tutto è diventato “diritto” è saltato il concetto di “libertà”… ma Dio non lo batte nessuno.
Per Lui, il Creatore di tutto, il “male” non potrà mai configurarsi come un “diversamente bene”.
Che Dio sarebbe quel Dio che lasciasse la sua creatura “libera” di operare il bene e il suo contrario, indifferentemente?
Che genitore sarebbe quel genitore che permettesse o dicesse ai suoi figli di comportarsi bene o, indifferentemente, di comportarsi “diversamente bene” , ossia male?
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IL DILEMMA
Un pastore pascolava le sue pecore, quando un tale che passava di lì gli disse. “Che bel gregge avete! Permettete che vi faccia duna domanda?”. “Certamente”, rispose il pastore. “Quanta strada percorrono ogni giorno le vostre pecore, secondo voi?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Le bianche”. “Beh, le bianche fanno circa sei kilometri al giorno”. “E le nere?”. “Anche loro”. “E quanta erba mangiano al giorno, secondo voi?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Le bianche”. “Beh, le bianche consumano circa due Kili di erba al giorno”. “E le nere?”. “Anche loro”. “E quanta lana pensate che forniscano in un anno?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Beh, penso che le bianche forniscano tre kili di lana all’anno al momento della tosatura”. “E le nere?”. “Anche loro”.
Il tizio era perplesso. “Posso chiedervi perché mai avete la strana abitudine di dividere le pecore in bianche e nere tutte le volte che rispondete alla mia domanda?”. “Ecco – replicò il pastore – è normale. Le bianche sono mie”. “Ah, e le nere?”. “Anche loro”, ribatté il pastore.
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I TEMPI SUPPLEMENTARI DELLA PARTITA DEL DOLORE…
(Omaggio a nostra figlia Chiara, 41 anni, 5 figli, scomparsa l’8 settembre 2017)
Amatissima chiara, oggi (giorno della Esaltazione della Croce) compio 74 anni… (dei quali 47 di matrimonio) senza di te e lascia aprire il mio cuore e quello di mamma, gonfi di troppo dolore. ora che la tua partita è terminata (uso termini calcistici, sebbene tu di calcio non ne capivi proprio) , “avendo aperto serenamente gli occhi al cielo”(p. Alfredo) proprio l’8 settembre (giorno della Natività della Madonna) a noi rimane di continuare a giocare la nostra.
A noi rimangono, infatti, da giocare ancora i tempi supplementari del dolore, quei tempi che saranno caratterizzati dagli eventi della crescita dei tuoi e di Massimiliano cinque figli… senza di te, quei tempi supplementari, quasi interminabili, da giocare tra affanni e lacrime e magari qualche fischio di falli da parte dell’arbitro e che soltanto le orazioni di familiari e amici riusciranno, forse un poco e comunque misteriosamente, a consolare.
Non è possibile cancellare un futuro… senza di te, perché sarai sempre presente sotto forma dell’invisibilità, ma ricordare il passato, questo sì, e lasciamelo fare come regalo per il mio compleanno.
Ti ricordi, cucciolotta, quando a tre anni, di notte, mi chiamavi per pormi domande impossibili, della serie: “Papà, come fanno a sedersi le lumache”?
Non ti davo risposta, ma semplicemente rispondevo: “Non lo so”… e tu ti addormentavi… poi, di questa domanda, ne avresti fatto titolo del tuo primo libro.
L’altro, L’ANIMA DEL GRANDE FIUME, lo scegliesti tu.
Ti ricordi quando mi dicesti, sempre attorno ai cinque anni, e sempre di notte, facendomi svegliare di soprassalto: “Papà, sai come si potrebbe togliere il male dal mondo? convincendo Dio di far morire il diavolo”.
Ed anche allora rimasi senza risposta… Quando, due mesi prima di “aprire gli occhi al cielo”, all’ospedale mi hai chiesto: “Papà, se il mio destino è questo, che senso ha”?
Anche allora allargai le braccia, attonito… senza dare risposta. E, quando, gli ultimi giorni, ormai immobilizzata a letto, a casa, mentre la “bestia”(nonostante l’asportazione del rene del 7 luglio dello scorso anno) ti divorava da dentro, ci hai detto :“Perché proprio a me, che male ho fatto”?
Ti abbiamo soltanto sussurrato: “Nessun male, Chiara, è tutto così indecifrabile, inspiegabile, addirittura disumano, misterioso”.
Scoppiò il mio cuore, quando, tre giorni prima di lasciarci, mi chiedesti: “Papà, aiutami”.
Anche allora rimasi silenzioso e impotente. E poi, in silenzio, lentamente, con la presenza costante di familiari ed amici a manifestarti amore con una presenza costante fatta di assistenza, carezze e sorrisi… che forse non vedevi neppure più, al fischio dell’arbitro, sei uscita dal campo di gioco…
Glielo ho già detto a Dio, con garbo, che tra noi umani non si riprende indietro un regalo fatto… Ed anche Lui, con garbo, mi ha risposto con uno di quei silenzi in qualche modo e misura propedeutici all’accoglienza del mistero… del mistero del male.
Anche perché si suol dire che “il silenzio è la lingua madre di Dio”. cucciolotta nostra, tu sei stata un regalo immenso per tutti coloro che ti hanno incontrato, conosciuto, amato… a cominciare da mamma e papà, marito, figli, fratelli, zii, cugini, nonni e parenti tutti e amici di ogni genere.
Ho detto pure a Dio, sempre con garbo, come padre, in uno di quei momenti nei quali il dolore congelato si scioglieva in orazione, che anche Lui aveva visto morire il suo Figlio unico e preferito… però se lo aveva ripreso dopo poco.
Non era un rimprovero, ma un filiale sfogo d’amore… ne aveva diritto e potere.
Noi umani non abbiamo né l’uno, né l’altro, ma, grazie a quella fede mendicante (dono suo che non rivuole indietro, per fortuna) chiniamo il capo e accettiamo.
Avevi manifestato desiderio di venire tumulata tra le montagne sulle cui vette il silenzio canta e l’aria è di cristallo… accanto alla tua nonna.
Quelle vette, a partire dalle quali il percorso dell’orazione verso il cielo è più breve.
Così lontana, ci sarà più difficile portarti materialmente un fiore innaffiato di lacrime, ma molto più facile spiritualmente, perché ormai tu abiti permanentemente nel nostro cuore a suonare la musica di una soave e struggente nostalgia.
Chiara, aiutaci come puoi (sulla tua astuta intelligenza e bontà ci contiamo) a giocare questi tempi supplementari del dolore senza farci sudare troppo…
Un’ultima cosa, cucciolotta. tutte le preghiere mirate, convogliate su te da tantissime persone sparse in tutta Italia per ottenere grazia o miracolo, non andranno perdute, lo sappiamo. si suol dire, infatti, che “la preghiera funziona, ma non si sa come e quando”…
Quando ti capita a tiro Dio, suggeriscigli di riciclarne un pochino anche per noi o per chi ne ha più bisogno di noi. E se, aggirandoti tra gli spazi d’infinito del paradiso incontrerai qualcuno che ci conosce, salutacelo. Addio, cucciolotta. (papà e mamma, 14 settembre 2017)
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Girano Sui social circolano anche alcune belle cose, storielle, vignette, aforismi tra le quali una, bellissima, è quella delle “benedizioni reciproche” tra amici e conoscenti.
“Benedire” significa semplicemente “dire bene” di una persona, di una situazione…
Fa tanto bene al cuore e all’anima quando qualcuno ti dice: “Che Dio ti benedica”, perché è proprio Lui l’inventore e il titolare di ogni benedizione.
Questo bel brano dal sapore poetico – spirituale lo attesta.
“Quando Dio decise di creare il mondo, le singole lettere dell’alfabeto si presentarono dinanzi al suo trono perché egli creasse il mondo per mezzo di loro.
Si presentò la lettera T: “Ma perché – le disse l’Eterno – dovrei creare il mondo per mezzo di te?” “Perché io sono l’iniziale di Tenerezza” fu la risposta: “Sì – riprese l’Eterno – ma T è pure l’iniziale di Tradimento”.
Si presentò allora la lettera S e fece la medesima richiesta essendo esse l’iniziale di Santità. Ma Dio la rifiutò perché era anche l’iniziale di Solitudine.
Fu poi la volta delle altre lettere tutte ugualmente scartate perché oltre che di termini positivi erano anche iniziali di parole negative.
Alla fine si presentò a lettera B. Essa disse: “B è l’iniziale di Benedizione”. L’Eterno si trovò d’accordo e creò il mondo con la lettera B. Come è scritto: “Bereshit (che in ebraico è “in principio”) Dio creò il cielo e la terra”.
Benedire è dire e fare il bene e questa parola non può essere stravolta. E’ creatrice e salvifica”.
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FELICITA’…MATURITA’
(Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera del 17 settembre 2018)
Amo restaurare le parole con le crepe, prima che vadano in frantumi. Sono perciò partito dalla parola “felicità” dicendo loro che è sinonimo di “maturo”. Non ci credevano. “Felix”, in latino, indicava semplicemente l’albero che da frutto (la radice è la stessa di “fecondo”): “arbor felix” era per il contadino l’albero che porta frutti buoni, pronti per essere imbanditi in tavola o usati per nuove seminagioni.
L’albero felice è l’albero fertile, nutre e dà altre piante. La parola “felice” occupa la prima pagine dei libri di psicologia come motore della vita umana. E, a conti fatti, i due ambiti che consentono di definirci di renderci felici sono la costruzione di relazioni autentiche e la realizzazione delle proprie attitudini nella vita, non solo professionale. (…)
A questo punto era arrivato il momento di passare al termine “maturo”, perché l’albero felice dà frutti maturi, né acerbi, né marci. La parola “maturo” ha una storia affascinante, ed è l’orizzonte che presento ai miei studenti per liberarli dall’ansia degli esami e aiutarli a concentrarsi sull’essenziale che servirà ad affrontarlo, indipendente dal risultato.
Maturo è imparentato con: mattutino, (do)mani), mese… parole derivanti da una radice e che indicava il misurare e che si utilizzava per le cose del grande misuratore: il tempo.
Per questo “maturo” indica propriamente: “ciò che arriva a tempo, di buon’ora, e quindi a perfezione, a compimento, detto soprattutto di frutti o messi, nel giusto accordo con le stagioni”.(…)
La storia della parola ci obbliga a spostare la nostra attenzione dalla statica (maturità) alla dinamica vitale (maturazione).
Chi è “maturo”? Colui che arriva per tempo, quindi la maturazione non è compatibile con la pigrizia o con la fretta: i frutti maturano nella stagione giusta e nelle precedenti si preparano; maturo è colui che arriva a compimento, quindi bisogna aver chiaro quali aspetti della propria persona occorre curare perché diano il frutto atteso; maturo è colui che sa misurare i fenomeni, ed è quindi capace di affrontare la realtà a partire da una presa di posizione radicata – senza radicalismo – sul mondo, per non lasciarsi trasportare dai venti emotivi e nei luoghi comuni.
Maturo, insomma, è chi misura e si misura con la realtà. Per questo ho ripreso le parole con cui Enrico V, nell’omonima opera shakesperiana incita i soldati. Le condizioni sono avverse, i nemici molto più numerosi. Il re Enrico vince la loro paura ribadendo che non vuole un solo uomo in più, perché la vittoria è da un’altra parte: “Quando l’anima è pronta, lo sono anche le cose”. Per me è il motto per l’anno della maturazione e della maturità, l’opposto di chi ci dice di affrontare le cose solo quando ci sentiamo sicuri di poter avere successo: “quando le cose sono pronte allora anche l’animo lo sarà”.
E’ questo l’alibi che imprigiona il senso dell’avventura proprio del giovane, la cui maturazione può avvenire solo con il coraggio di uscire da se stesso e rischiare la vita, affrontando il vuoto che ogni scelta comporta: “avventura” viene da “ad – ventura”, le cose che accadranno, per le nostre scelte, senza che possiamo controllarne l’esito.
Abbiamo barattato l’avventura con l’ossessione per la “sicurezza”, fonte di paura che porta a rifugiarsi in copioni dettati da altri, pur di non fallire.
Così il “successo” (risultato) ha sostituito il “processo” (vita); ci si impegna per qualcosa se è facile, comodo o garantito. Esattamente il contrario di ciò che fa il seme per maturare, cioè uscire da sé, per dare un giorno i frutti scritti nel suo stesso innato dinamismo.
Il corpo e il cervello di un adolescente condividono questo slancio che si esaurisce intorno ai 20 anni. (…)
La scelta di lasciare casa, inaugurare un lavoro, costruire un proprio nucleo familiare, è frutto della spinta naturale a dar vita al nuovo, vincendo la seduzione della sicurezza che preferisce “im – plorare” (piangere perchè la realtà non ci soddisfa) a “es – plorare” (misurarsi con la realtà facendo scelte coraggiose). (…)
Gli educatori sono quindi giardinieri che mettono il seme in condizione di maturare, e poi potano, non per mortificare, ma per concentrare la linfa, che un giorno renderà “felix” l’albero: fecondo.
Tante crisi di felicità sono crisi di infecondità esistenziale.
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IL DILEMMA
Un pastore pascolava le sue pecore, quando un tale che passava di lì gli disse. “Che bel gregge avete! Permettete che vi faccia duna domanda?”. “Certamente”, rispose il pastore. “Quanta strada percorrono ogni giorno le vostre pecore, secondo voi?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Le bianche”. “Beh, le bianche fanno circa sei kilometri al giorno”. “E le nere?”. “Anche loro”. “E quanta erba mangiano al giorno, secondo voi?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Le bianche”. “Beh, le bianche consumano circa due Kili di erba al giorno”. “E le nere?”. “Anche loro”. “E quanta lana pensate che forniscano in un anno?”. “Quali, le bianche o le nere?”. “Beh, penso che le bianche forniscano tre kili di lana all’anno al momento della tosatura”. “E le nere?”. “Anche loro”.
Il tizio era perplesso. “Posso chiedervi perché mai avete la strana abitudine di dividere le pecore in bianche e nere tutte le volte che rispondete alla mia domanda?”. “Ecco – replicò il pastore – è normale. Le bianche sono mie”. “Ah, e le nere?”. “Anche loro”, ribatté il pastore.
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