Archivio dell'autore: gigiavanti

Avatar di gigiavanti

Informazioni su gigiavanti

Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

PER NON DANNARSI L’ANIMA…

                           PER NON “DANNARSI” L’ANIMA … VOLENDOLA SALVARE!

    Siccome continua questo periodo di reciproca lontananza fisica ma non spirituale, ho pensato di offrire una riflessione che mi è saltata in mente spontaneamente senza che mi sforzassi  più di tanto per trovare l’argomento.

   Mi è venuta in mente considerando quanto possa essere stato fiaccato in questi ultimi tempi l’impegno di testimonianza per la causa del Regno di Dio… che è l’unica Causa per la quale spendere energie, sentimenti e vita intera … considerato il fatto che Dio stesso, in Gesù Cristo, ha speso tutto per noi e che per noi credenti, quindi, “il futuro è al sicuro” in barba a tutte le preoccupazioni e sofferenze del quotidiano.

   La conferma di questo sussulto di “speranza certa” del buon esito del futuro è data proprio dall’evento unico della Risurrezione di Gesù Cristo.

   Mi sono domandato: “Quali possono essere i convincimenti profondi dell’anima capaci di non farci soccombere alle insidie e  tentazioni della stanchezza, dello scoramento, del tirare i remi in barca?”

   La risposta a questa domanda ci viene dallo stesso Gesù. Legando insieme, infatti, alcune sue espressioni  prese qua e là dal vangelo si riesce ad ottenere una sorta di “vademecum” per chi volesse continuare nell’impegno di testimonianza cristiana senza cedere ad alcuna tentazione.

   Questo “vademecum” non è da prendere alla leggera, alla stregua di  un pio suggerimento, ma va preso come un vero e proprio programma di vita spirituale… soprattutto quando, essendo tutti sulla stessa barca e soffrendo tutti il mal di mare (angoscia di morte) a causa della tempesta che infuria, non ci rimane altro che svegliare Gesù che se ne dorme beatamente… e magari ascoltarlo, e ascoltarlo sul serio, però.

   E’ infatti lui, appena svegliato, a zittire le urla scomposte del mare tempestoso e ad arrestare la silente corrosione dell’anima operata dall’angoscia.

   Ecco le cinque espressioni di Gesù da ascoltare e da prendere alla lettera. Tra l’altro, prendendo alla lettera tali soavi imperativi spirituali,  si evita anche il rischio opposto a quello della pigrizia o inattività, quello, paradossalmente parlando, della troppa agitazione o del troppo zelo nell’impegno di testimonianza… del troppo “dannarsi l’anima” con la buona intenzione di “volerla salvare”. Le buone intenzioni infatti vanno sempre accompagnate dalle buone maniere

   Ecco le cinque espressioni da leggere con spirituale attenzione, come se le stessimo ascoltando in diretta da Gesù stesso… adesso che ha placato la tempesta e curato l’angoscia…

 “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in aggiunta…”

   … ma ricordatevi che…

 “Senza di Me non potete fare niente…”

   e se proprio siete decisi a imparare come fare…

 Imparate da Me che sono mite e umile di cuore…

   consapevoli però che il titolare di tutto è il Mio e vostro Padre, per cui ricordate che…

 “Nessuno può venire a Me se il Padre Mio che è nei cieli non lo attira…”

   da cui sgorga dalla vostra anima l’orazione prioritaria…infatti…

 “Ogni cosa che chiederete al Padre Mio in nome Mio, Egli ve la darà…”

   Vale la pena, a questo punto, di non dedicare troppo tempo ad orazioni lamentose o tormentate (sebbene anche queste trovino accoglienza presso il Cuore misericordioso di Dio), ma di avere chiaro in mente che la cosa  più gradita a Dio e pertanto da chiedere a Lui (quinta espressione) è proprio quella contenuta nella prima espressione e cioè la dilatazione degli spazi del Suo Regno.  E così il cerchio si chiude.

   Un dettaglio da non trascurare riguarda la questione del modo ottimale di offrire questa testimonianza, anche in considerazione del fatto che sovente le buone intenzioni, se non sono accompagnate da buone conoscenze finiscono per dare risultati discutibili. L’antico motto che “Il bene occorre compierlo bene” non va mai dimenticato.

   Perché non provare, ad esempio,  ad applicare questo motto al comandamento principe lasciato da Gesù e che può a buona ragione essere considerato come il primo “bene da compiere”e da  “compiere bene”?

   Paradossalmente parlando, si potrebbe arrivare a dire che “amare il prossimo”  supponga di doverlo fare bene… Non potrebbe essere  che farlo bene consista proprio nell’essere prima di tutto amabili?

   Essere amabili facilita al proprio prossimo di amare il prossimo proprio. E’ un cortocircuito di divina magia spirituale!  “Ama il tuo prossimo… come te stesso” diventa allora “Sii amabile per te stesso”.

   Se si è amabili per se stessi lo si sarà anche per chiunque altro.

—————————–

http://www.gigiavanti.com

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

CERCARE LA FELICITA’ O ESSERE FELICI’?

IL CLUB DEL NOVANTANOVE

   C’era una volta un re molto triste che aveva  un servo molto felice che circolava sempre con un grande sorriso sul volto.

   “Paggio”, gli chiese un giorno il re, “qual è il segreto della tua allegria?”. “Non  ho nessun segreto, signore, non ho motivo di essere triste. Sono felice di servirvi. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che ci è stata assegnata dalla corte. Ho cibo e vestiti e qualche moneta di mancia ogni tanto”.

   Il re chiamò il più saggio dei suoi consiglieri: “Voglio il segreto della felicità del paggio!”.

“Non puoi carpire il segreto della sua felicità, ma se vuoi puoi sottrargliela”.

“Come?”.

“Facendo entrare il tuo paggio nel club del novantanove”.

“Che cosa significa?”.

“Fa’ quello che ti dico…”.

   Seguendo le indicazioni del suo consigliere, il re preparò una borsa che conteneva novantanove monete d’oro e la fece recapitare al saggio con un messaggio che diceva: “Questo tesoro è tuo. Goditelo e non dire a nessuno come lo hai trovato”.

   Il paggio non aveva mai visto tanto denaro e pieno di eccitazione cominciò a contarle: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta… novantanove!

   Deluso, indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta mancante. “Sono stato derubato!” gridò. “Sono stato derubato! Maledetti!”.

   Cercò di nuovo sopra il tavolo, nella borsa, per terra, tra i vestiti, nelle tasche, sotto i mobili… ma non trovò quello che cercava.

   Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d’oro. Soltanto novantanove. “Novantanove monete. Sono tanti soldi”, pensò,. “Ma mi manca una moneta”. Novantanove non è un numero completo, pensava.

Cento è un numero completo, novantanove no!”.

   La faccia del paggio non era più la stessa. Aveva la fronte corrugata e i lineamenti irrigiditi. Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia, mostrando i denti.

   Calcolò quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per guadagnare la centesima moneta, avrebbe fatto lavorare sua moglie e i suoi figli. Dieci anni no, ma ce l’avrebbe  fatta!

   Il paggio era entrato nel club del novantanove…

 Non passò molto tempo che il re lo licenziò. Non era piacevole avere un paggio sempre di cattivo umore.

E se ci rendessimo conto, così di colpo, che le nostre novantanove monete sono il cento per cento del tesoro? E che non ci manca nulla, nessuno ci ha portato via nulla. Il numero cento non è più rotondo del novantanove.

E’ soltanto un tranello, un tranello della nostra mente, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto più del necessario, stanchi, di malumore, infelici e rassegnati. Un tranello per non farci mai smettere di spingere, troppo affannati, il carretto.

Quante cose cambierebbero se potessimo goderci i nostri tesori così come sono: marito, moglie, figli, cari, suocere, amici… (Bruno Ferrero)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

Saper ascoltare

Tanti anni fa vivevano in Cina due amici. Uno era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era molto bravo nell’ascoltarlo.

Quando il primo suonava o cantava una canzone che parlava, ad esempio, della montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti”.

Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva estasiato: “Sento scorrere l‘acqua tra le pietre!”.

Ma un triste giorno quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.

   Ecco, esistiamo veramente, soltanto se qualcuno ci ascolta.  (Pino Pellegrino)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

Paradossi….

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari.

E fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei.

E stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

ed io non dissi niente,

perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me, e non c’era

rimasto nessuno a protezione”. (Bertolt Brecht)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

Per una cultura del “benessere relazionale”

                                                         “In principio… era la relazione”

                                                            (per una cultura delle buone relazioni)

   L’uomo d’oggi soffre tremendamente del “mal di relazione”, un malanno forse atavico, ma in aumento al giorno d’oggi.

   Curioso notare come i “malanni relazionali” siano andati aumentando con l’aumentare degli studi sulla   relazione interpersonale e sulla comunicazione.

   C’è modo di contenere tale malanno, se non di vincerlo, andando alle sorgenti del problema con l’approfondimento del concetto di relazione… partendo un po’ da lontano e senza troppi complessi di inferiorità nei confronti della cultura odierna prevalentemente sbilanciata sull’’individuale.

   Una cultura più incline al fare che al contemplare, alla tecnica più che all’etica, al frammentario più che al progettuale, all’emotivo più che al razionale, al razionale più che al soprarazionale, al reversibile più che al definitivo, al provvisorio più che allo stabile, all’ideologico più che al culturale, all’individuale più che al relazionale, all’apparire più che all’essere, all’intellettuale più che allo spirituale… e le conseguenze si vedono anche nell’ambito delle relazioni umane.

   Due letture del mondo d’oggi da parte di san Giovanni Paolo II: “Il nostro tempo così carico di tensioni e avaro di tenerezza” e “C’è poca vita umana nelle famiglie dei nostri gironi”.

   Da qui l’urgenza di un cambio di marcia alla ricerca di un ben – essere relazionale a tutto campo.

Un cambio di marcia indicato già da san Giovanni XXIII nel 1962  nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II:    “(…) Nel presente ordine di cose la buona Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani che, per opera degli uomini e per lo più oltre la loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento dei suoi disegni superiori e inattesi. (…)  Al giorno d’oggi, tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”.

   Un episodio del vangelo: l’evangelista Marco  nel raccontare quando a Gesù viene richiesta da un giovane ricco una ricetta  infallibile per una entrata sicura nella vita eterna annota che, Egli, prima di rispondere si premura di creare una relazione empatica e calorosa con  quel giovane:  “Allora, guardandolo, lo amò e gli disse…”.

   Poco importa poi che, nonostante questa benefica entrata in relazione, il giovane “corrugasse” la fronte e se ne andasse via rattristato perché “aveva molte ricchezze”.

  Poco importa cioè se il “ben relazionarsi” non ottiene gli effetti desiderati. Importa invece ritenere che prima di offrire sermoni, prediche, contenuti ci si premuri di stabilire una buona relazione con la persona che si vuole istruire, aiutare, correggere, catechizzare…

    Una riflessione di Anselm Grun a riguardo: “Nel vero incontro (relazione) Dio stesso può trasformare i cuori degli uomini: (…). Tali incontri richiedono  apertura e rispetto dell’altro, libertà da pregiudizio,  disponibilità a entrare hic et nunc in relazione con l’altro…”. Ed ancora:  “ Lo stare insieme sincero e aperto nei colloqui e nell’agire comune trasformerà col tempo le relazioni vicendevoli e aprirà nuove strade. Gli appelli moralistici non cambiano la comunità. Devo percorrere insieme ad essa un cammino di esercizi comuni, che ci potranno cambiare”.

    Da notare i vocaboli “nuovo”, “ordine”, “rapporti” e soprattutto “buono” che tornerà nel titolo del recente documento della CEI: “Educare alla vita buona del Vangelo”. (NB il cap.3°)

   A cosa si va incontro se non si cambia marcia?  Si va incontro al degrado delle relazioni umane, compresa quella della propria relazione con la vita fino ad arrivare allo stress.

   L’Istituto Canadese per la ricerca sullo stress ha diramato da anni i risultati di una indagine sulle cause dello stress. A cadere nello stress sono in percentuale del 24% le persone che “non sono ancora riuscite a discernere cosa è veramente importante nella vita”;  seguono poi in percentuali inferiori coloro che non hanno una “buona o sana comunicazione”, coloro che non dedicano alcun tempo a pratiche di “rilassamento”, e coloro che hanno una  “cattiva alimentazione…

   Aforismi propedeutici: “Più la vita è vuota, più diventa pesante”

“Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”

“La relazione con gli altri è come la cucina, in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.

“Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso” (Jung).

   Per una “ecologia relazionale” risulta pertanto fondamentale revisionare il proprio rapporto con la vita allo scopo di vivere meglio il qui ed ora delle relazioni anziché consumarle in un frenetico e frettoloso darsi da fare.

    Diventa di fondamentale importanza attrezzarsi interiormente a “vivere il qui ed ora” convinti che alternativa non c’è per rintuzzare gli attacchi di recriminazioni e  nostalgie relative al passato e  preoccupazioni e  ansie relative al futuro…

   Vivere il qui ed ora avendo chiara la differenza tra modalità “giudicante”  (i se, i ma, i però, le etichette, i giudizi sommari) di vivere gli eventi e la modalità “valutativa”.

   Un esempio: quando si vede piovere si è portati (tentati) a dire frettolosamente: “Tempo brutto” (giudicando così l’acqua come brutta) mentre invece andrebbe semplicemente detto: “Tempo piovoso” (descrivendo ciò che si vede…). 

   Il poeta Francesco Petrarca descrisse l’acqua “chiara, fresca, dolce” (utilizzando i sensi del corpo) laddove san Francesco disse di essa (utilizzando i sensi dell’anima) che è “utile, umile, preziosa, casta”.

   All’atteggiamento “valutativo” nel vivere i rapporti si arriva più facilmente “riflettendo” che non “pensando”. Scriveva Machiavelli: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

   Spunti sulla “comunicazione” favorente il benessere relazionale: (il 10% del comunicare è coperto dal contenuto di pensiero, il 30% dal tono di voce, il 60% dalla gestualità fisica). Ne deriva che una “buona relazione” necessita di una “buona comunicazione” e una buona comunicazione garantisce il sussistere di una relazione che da benessere.

 “I pensieri servono la mente, i gesti servono il cuore, il silenzio serve l’anima”.

Curioso notare l’etimo del verbo “silére” (da cui la parola “silenzio”) che deriva dal fruscìo della spiga di frumento al suo schiudersi.

   Per quanto attiene al ben – essere relazionale di coppia è fondamentale approfondire questi slogan: “Amarsi da Adulti Adesso”, tenendo presente che “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile” (Freud) e che una definizione classica di matrimonio nel è la seguente: “Il matrimonio è una alleanza tra due esseri differenti per la salvezza, attraverso morte e risurrezione, a somiglianza della Grande Alleanza”. (Centro “La Famiglia – Roma).

   E per concludere la definizione di padre Luciano Cupia ( o.m.i. fondatore del Centro LAL FAMIGLIA di Via della Pigna 13/A nel 1966, deceduto il 26 febbraio 2014):  “La coppia è un uomo e una donna che si scelgono per scambiarsi caldi e morbidi”.

   In sintesi, il benessere relazionale coniugale può sintetizzarsi  anche così con l’immagine del tandem e le sei consonanti magiche (tre C e tre T)io e te scegliamo di essere un noi  intenzionato a Convivere, Condividere, Comunicare (Gigi Avanti) in Tenerezza, Tolleranza, Trasparenza (Luciano Cupia)

———————————————————————————————————————————–

 (www.gigiavanti.com)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

APPROCCI CATECHISTICI?

Lascia un commento

di | 2 gennaio 2022 · 12:09

UNA BELLA STORIELLA

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

IL CIMITERO DEI FUMATORI

                                     IL CIMITERO DEI FUMATORI

                                             (scritte sulle lapidi)

  • Fumavo perché avvelenarsi è un sottile piacere
  • Fumavo perché ero una donna emancipata
  • Fumavo perché 7 o 8 cosa vuoi che facciano?
  • Fumavo, ora ho smesso
  • Fumavo per avere qualcosa che tirasse
  • Fumavo perché il cancro viene solo agli altri
  • Fumavo il sigaro perché fa meno male
  • Io non fumavo, ma stavo sei ore al giorno in ufficio con gli altri che fumavano
  • Fumavo solo sigarette leggere
  • Fumavo perché il biberon era troppo vistoso
  • Fumavo la pipa altrimenti nessuno si accorgeva che ero un intellettuale
  • Fumavo perché volevo morire… e ci sono riuscito
  • Fumavo soprattutto per darmi un contegno
  • Fumavo così, per riempirmi di fumo
  • Fumavo perché anche Che Guevara fumava
  • Fumavo il toscano perché faceva così folk
  • Fumavo perché ero piccolo e brutto

——————————————————————————————————————————————–

                        LA SOLITARIA COLLINA DEL NON – FUMATORE

  • Mi sono esposto alle radiazioni, ho bevuto acqua inquinata, ho mangiato cibi adulterati, ho respirato aria di città, ho consumato tonnellate di farmaci e psicofarmaci: farmaci per vegliare, per dormire, per mangiare… insomma, per vivere. Mi sono sempre annoiato e ho avuto paura di tutto… PERO’ NON HO MAI FUMATO E PERCIO’ NON SONO MORTO.

———————————————————————————————————————————————   

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

ALLE PRESE CON PROBLEMI EDUCATIVI

        DIRE, FARE, ESSERE…PAROLA, CARNE, PANE!

                                 (Suggerimenti per una possibile “strategia pedagogica”)

   Messe in ordine così, queste parole possono sembrare non avere senso. Invece, a ben considerare, esse nascondono quella che si potrebbe definire una sorta di strategia educativa intesa in senso lato.

   Una strategia pedagogica curiosa se soltanto si pensa che ad averla inventata è stato lo stesso Creatore,  alle prese, fin dall’inizio, con la realtà – problema dell’educazione dell’umanità.

   Strategia inventata dallo stesso Dio e pertanto possibile da adottare da parte di educatori di ogni tempo ed età.

   Educatori loro stessi alle prese con una realtà  (quella di un rapporto educativo sano e congruo)) sovente carica di problemi.

   Molto è stato scritto, in proposito,  con lo scopo di aiutare a risolvere tali problemi. Questa riflessione non aggiungerà nulla di nuovo, ma potrebbe aprire un nuovo scenario, se vogliamo curioso, proprio sull’approccio educativo in generale.

   Un nuovo approccio educativo proprio a partire da quella che si potrebbe definire, con tutte la cautele del caso, la “strategia educativa di Dio” nei confronti dell’umanità.

   “In molti modi e molte volte Dio ha parlato per mezzo dei profeti” è scritto nei testi sacri. E questa si potrebbe chiamare la fase del “dire”, della “parola”, dell’insegnamento, per così dire, orale.

   “Quando venne la pienezza dei tempi, la Parola si fece carne”, è ugualmente scritto nei sacri testi. E questa si potrebbe chiamare la fase del “fare”, della “carne”, dell’esempio da dare.

   Infine rimane la fase dell’ “essere”, inteso come sintesi del dire e del fare. E questa si potrebbe chiamare la fase del “pane”… dell’Eucaristia.

   Già da questi  cenni potrebbero derivare alcune interessanti conclusioni di carattere pedagogico (e magari anche “andragogico”, parola poco usata e che significa “educazione dell’adulto”).

   “Parola”, “Carne”, “Pane” diventano, a questo punto una sorta di approccio e di strategia educativa in senso lato, applicabile anche nel qui ed ora, ovunque vi sia una “relazione educante”.

   Magari non abbondando troppo di parole nella fase prima della vita dell’essere umano, quando il pensiero del bambino è ancora improntato al gioco e alla fantasia.

   Anche perché in questa prima fase, il bambino impara per “via imitativa”, impara cioè maggiormente o più facilmente per quello che vede fare dagli educatori che non per quello che dicono.  E proprio qui si innesta la fase del fare, del “dare esempi” di coerenza, di “incarnazione del dire”.

   Senza farlo pesare troppo però, non abbondando in spiegazioni, sermoni o didascalie ossessive del proprio agire educativo.

   Per arrivare poi, senza affanni o sensi di colpa, alla fase dell’essere, del “pane” silenzioso e nutriente   (il silenzio “eucaristico” come paradigma di un “silenzio pedagogico”, silenzio di qualità eccelsa).

   Azzardato fin che si vuole tale accostamento tra la strategia educativa di Dio nei confronti dell’umanità e la strategia educativa tra umani, ma comunque rilassante per tante persone in affanno o accanimento pedagogico.

   Da precisare che la successione cronologica di “dire, fare, essere” (parola, carne, pane) non va presa in senso rigido, ma va presa in senso molto elastico in ragione delle varie situazioni nelle quali l’educatore si trova a vivere. 

   Senza mai dimenticare la massima di don Bosco che diceva e scriveva: “L’educazione è cosa del cuore”.

Per non dire di Sant’Ignazio di Antiochia: “Si educa molto con quel che si dice, ancor più con quel che si fa, molto di più con quel che si è”.

—————————–

http://www.gigiavanti.com

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

DIO SI CONFIDA…

                                                 UNA CONFIDENZA PERSONALE DI DIO…

   Vedi, caro figlio mio, anche se avrei potuto optare per infinite forme e soluzioni diverse (infatti  sono Infinito…) per condividere la mia gioia di Essere, ho preferito la più consona a chi immaginavo potesse accoglierla, riconoscerla e magari anche condividerla lui stesso con gli altri… e quella forma più consona era quella di creare un “Divenire” dove fosse contenuto l’Essere, un Essere capace, sotto la mia vigile cura, di dipanarsi in Divenire.

   Ma per fare questo fu giocoforza anche per Me, l’Eterno, dovermi adattare al Tempo e mi fu facilissimo… a differenza vostra che vivete lo scorrere del tempo più con patimento che con pazienza, più perdendolo che godendolo, più con ansia per il domani che con serenità per l’oggi (il presente è il pane quotidiano della relazione fraterna che ho approvvigionato per voi dall’eternità…come dirà Mio Figlio quando se ne uscì con quel “Mio cibo è fare la volontà del Padre”), più con nostalgia per il passato che con sorriso per il presente (Un vostro autore ha scritto: “Il presente à l’unico punto di contatto tra l’eternità e il tempo”).

   Ma torniamo a Me che, nonostante fossi alle prime armi (anzi, paradossalmente parlando, proprio perché alle prime armi), mi fu facile intuire che avrei dovuto andare ugualmente per gradi  per “Rivelare” tutto Me stesso.

   E così cominciai la mia avventura lasciando intuire a Eva ed Adamo (“Omnis homo Adam, omnis homo Christus”, scriverà il mio sant’Agostino) di essere il loro Creatore. Mi bastava riconoscessero questo di Me e sarebbe stato paradiso eterno, seppur solo terrestre in quel momento.

   Non fu così (e lo sapevo) a causa dell’insinuazione malefica di chi li circuì e li lusingò che si potesse essere e vivere da creature anche opponendosi al Creatore. Preferirono dare ascolto al mio nemico anziché al loro amico Dio Creatore.

   Non fu un comportamento originale, ma un vero e proprio peccato, il peccato di ritenere che si potesse fare bene anche il male (la parola “mela” del vostro vocabolario si può anagrammare in “male”).

   E dire che tanta era la mia fiducia in loro da avergli dato soltanto due indicazioni di comportamento, quella di operare il bene con tutta la loro fantasia e quella di stare lontani dal male con tutta la loro determinazione, pena finire male.

   Dovetti subito prendere atto che occorreva “rimediare”, ma ci sarebbe voluto tempo perché  il “virus” del male si era già inserito  nella molecola del tempo e avrebbe continuato a perpetuarsi, tra l’altro, paradossalmente, come un fastidioso e antipatico parassita. Il divenire vive sempre alle spalle dell’essere,  vigliaccamente.

   Quando mi sembrò il momento (per voi) credetti bene di rivelare Me come Dio. Pedinai il mio Mosè  fino al punto in cui lo trovai pronto ad accogliere la mia Legge. Così fu che mi rivelai come Dio Legislatore. Non più due semplici ed elementari regolette, ma qualcuna in più e soprattutto più precise.

   Gli affidai dieci semplici regole chiarendo subito che le mie creature avrebbero potuto godere della mia divinità a patto che si comportassero ”come Dio comanda”…  come usate dire voi.

   Per un po’ le cose andarono come vanno da voi, un po’ bene un po’ male fino a quando decisi di giocare l’asso che avevo nella manica, quello di provarci in prima Persona a divenire Uomo.

    Un’idea che nutrivo da tempo, l’idea vincente. La mossa vincente del Nostro Spirito fu, paradossalmente, proprio l’Incarnazione.

  Un Dio che si rispetti può fare certo  come gli pare (mi pregate anche voi dicendomi: “Sia fatta la Tua volontà) ma non può non rispettare le leggi del creato da lui stesso stabilite.

   Un Dio che si rispetti (ed Io sono Unico anche in questo senso) non può nascere se non come nascono tutti, cioè come figlio. Ed è grazie a questo circolo virtuoso (una sorta di DNA del creato) che mi fu possibile rivelarmi come Dio Padre.

   La cosa più curiosa e sublime era che mi occorreva una Madre tutta mia e tutta speciale… E’ stato il mio capolavoro e custodisco gelosamente il mio segreto a riguardo della decisione unanime di volerla Vergine.    Fu grazie alla fantasia del Nostro Spirito che fu possibile, che per essere Madre di tutti dovesse essere Vergine per ciascuno.

   Come andarono poi le cose è stato scritto nel mio best seller… modestia a parte. Mi trovai molto bene nei miei pochi anni trascorsi con voi come Figlio dell’Uomo, soprattutto mi trovai molto bene constatando che avrei potuto contare su chi, nel tempo, avrebbe portato avanti fino agli estremi confini della terra,  la missione che avevo iniziato.

   Avrei potuto contare su tanti di voi, certamente, ma mi straziava il cuore pensare alla eventualità di lasciarvi soli e fu allora che escogitai un sistema per stare sempre con voi, un sistema unico, quello dell’Eucaristia.

   Avvenne quel giovedì sera, a cena con i miei intimi. Lo so, è di cattivo gusto, durante una cena mettersi a parlare di nutrirsi di un Pane che, in sostanza è la Mia Carne e di un Vino che in sostanza è il Mio Sangue. Trasformare l’acqua in vino fu bello in quel di Cana, trasformare il vino in sangue aveva del tragico…

    Ancor più di cattivo gusto mettersi a lavare i piedi dei commensali, ma a me sono sempre piaciuti e mi sono molto congeniali i comportamenti paradossali… anche per lanciare il messaggio che Eucaristia e Carità sono inseparabili (la Carità come … ottavo sacramento?).

   Per farla breve, caro figlio mio, la mia carriera (se posso usare il vostro linguaggio) si può riassumere così: mi sono via via rivelato prima come Dio Creatore, poi come Dio Legislatore ed infine come Dio Padre, usando la strategia del Dire (fase profetica prima della mia Incarnazione), del Fare (fase dell’Incarnazione) dell’Essere (Fase dell’Eucaristia).

Ho ascoltato con attenzione tutto, caro Padre. Posso farti una domanda, però? Per tutto quello che hai fatto e stai facendo per noi, non ci sono parole che possano essere trovate per dirti grazie.

 Non ti pare, però, di essere esagerato nel farci dono di una eternità felice a fronte di un brevissimo lasso di tempo vissuto, speriamo, per la causa del tuo Regno?

Ma io sono per natura esagerato… (che etimologicamente parlando significa fuori dagli argini … del tempo) essendo Infinito.

——————

(Gigi Avanti)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie