Archivi del mese: Maggio 2022

E DIO CREO’ IL PADRE

                                                                                             E DIO… CREO’ IL PADRE

   Quando il buon Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta. Allora un angelo che era lì vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Se i bambini li farai alti come un soldo di cacio, perché hai fatto il padre così grande? Non potrà giocare con le biglie senza mettersi in ginocchio, rimboccare le coperte al suo bambino senza chinarsi e nemmeno baciarlo, senza quasi piegarsi in due!”.

   Dio sorrise e rispose: “E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”. Quando poi fece le mani del padre, Dio le modellò abbastanza grandi e muscolose. L’angelo scosse la testa e disse: “Ma… mani così grandi non possono aprire e chiudere spille da balia, abbottonare e sbottonare bottoncini e nemmeno legare treccine o togliere una scheggia da un dito”.

   Dio sorrise e disse: “Lo so, ma sono abbastanza grandi per contenere tutto quello che è nelle tasche di un bambino e abbastanza piccole per stringere nel palmo il suo visetto”.

   Dio stava creando i due più grossi piedi che si fossero mai visti, quando l’angelo sbottò: “Non è giusto: credi davvero che queste due barcacce riuscirebbero a saltar fuori dal letto la mattina presto quando il bebè piange? O passare fra un nugolo di bambini che giocano, senza schiacciarne per lo meno due?”.

   Dio sorrise e rispose: “Sta’ tranquillo, andranno benissimo. Vedrai: serviranno a tenere in bilico un bambino che vuol giocare a cavalluccio o a scacciare i topi nella casa di campagna, oppure a sfoggiare scarpe che non andrebbero bene a nessun altro”.

   Dio lavorò tutta la notte, dando al padre poche parole, ma una voce ferma e autorevole, occhi che vedevano tutto, eppure rimanevano calmi e tolleranti. Infine, dopo essere rimasto un po’ sovrappensiero, aggiunse un ultimo tocco: le lacrime.

Poi si volse all’angelo e domandò: “E adesso sei convinto che un padre possa amare quanto una madre?”.

(Erma Bombeck)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

REGALA SORRISI… DIVENTERAI RICCO!

                                                     IL SORRISO DEI NONNI

                                   “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra

                                     e non ti affannare a cercare quello che ti nasconde”.

                                                                   (A. Dumas)

   Io non ho goduto dei nonni: quelli paterni se ne erano già andati prima che nascessi, quelli materni abitavano lontano e per di più la nonna era inferma.

   Ho imparato a non rincorre più nostalgie, però mi sarebbe piaciuto averne goduto. In compenso, con lo scorrere degli anni e grazie ai contatti con le più diverse realtà familiari, ho potuto fare esperienza di molti modi di fare i nonni.

   Grazie a questa esperienza sono in grado di mettere insieme un identikit del “nonno riuscito” precisando subito che “riuscito” non significa assolutamente “perfetto”. La mania di perfezione è una forma di patologia che sovente ci impedisce di godere anche delle cose più semplici, normali, “non perfette” della vita.

   Dico “riuscito” per indicare che con un po’ di buona volontà e giocando d’anticipo sul tempo ci si riesce a diventare nonni riusciti…

   Lasciando in disparte il fattore “buona volontà”, voglio concentrare maggiormente l’attenzione sul fattore “tempo” inteso come “preparazione remota” a vivere tale ruolo di nonno…. quand’anche ciò non dovesse capitare per via di consanguineità.

   Infatti c’è anche la possibilità di essere “adottati” come nonni da qualche pronipote “adottante”…

   E’ determinante il fattore “tempo” perché nulla si improvvisa nel mondo umano, tanto più ad una certa età, quando i cambiamenti di atteggiamento interiore sono resi più difficili per via dell’avvenuta strutturazione della personalità e delle abitudini.

   Paradossalmente parlando si potrebbe anche arrivare a sostenere che la preparazione remota sia più importante di quella prossima, di quella cioè che ci si affretta a comporre alla nascita di un nipotino, buttandosi magari nella lettura di libri sulla terza età e così via…

   Su cosa basare invece l’importanza della preparazione remota. Innanzitutto  su un convincimento di fondo molto forte: ognuno diventa ciò che è.

   Forti di questo convincimento si può tranquillamente dedurre che si diventa nonni riusciti  a partire dall’essere oggi persone riuscite, persone cioè decentemente mature o umilmente in maturazione permanente.

   E’ un po’ come il buon giorno che si vede dal mattino. Perché il tramonto della propria vita sia caldi di affetto per i nipotini occorre essersi  adoperati per tempo a tenere lontani nuvoloni e tempeste fin dall’aurora..

   E per tenere lontani, per tempo, questi nuvoloni di tristezza, o di risentimento occorre (ed è conveniente) coltivare con cura quattro atteggiamenti interiori, simultaneamente, nello scorrere normale della ferialità: il senso del positivo, il senso della speranza, il senso del mistero, il senso del sorriso.

   Il senso del positivo consiste in quella particolare sensibilità a cogliere senza troppa fatica il lato buono delle persone, delle cose e delle situazioni  di vita o quanto meno a sospendere, se proprio non ce la si fa, il giudizio frettoloso e non di rado definitivo sulle stesse. L’inclinazione a vedere subito una “macchia” su una parete al 99% pulita ci porta molto spesso a giudicare “cattiva” o “antipatica” l’intera persona per via di un comportamento “cattivo”.

Avere e coltivare il senso del positivo consiste essenzialmente nel controllare l’istintiva puntigliosità di aver sempre da ridire, da precisare, da chiarire, la tendenza a cercare il pelo nell’uovo non accorgendosi dell’uovo… Coltivare il senso del positivo ha a che fare, andando avanti negli anni,  con la necessità di tenere lontana la tristezza, magari ricordando questo detto: “ Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volare sopra il tuo capo, ma puoi certamente impedire loro di farsi il nido tra i tuoi capelli”.

   Il senso della speranza è quella particolare predisposizione dell’animo umano e dell’anima a sviluppare in senso buono e futuro il fotogramma del positivo del presente. E’ una sorta di conseguenza naturale dell’atteggiamento precedentemente illustrato. Il senso contrario alla speranza è rappresentato dalla lamentosità, dalla sospirosità, dal catastrofismo… da tutto quanto cioè consiste nel curioso tentativo di “mettere le nuvole di domani davanti al sole di oggi”.

   Il senso del mistero è quella particolare predisposizione dell’anima ad accogliere il senso generale della vita al di là di ogni pretesa di spiegazione preventiva. Favorisce lo sviluppo di tale predisposizione la capacità di godere del  presente con tutti i suoi doni, magari ringraziando il Donatore. Scriveva A. Dumas: “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra e non ti affannare a cercare tutto quello che ti nasconde”. Contraria a questa predisposizione naturale dell’anima che la vita abbia comunque senso soni i virus dell’arroganza intellettuale, dell’ossessività ideologica, del razionalismo a tutti i costi. Non è male ricordare, a tale proposito, qualche massima. “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”. Ed anche, come scriveva Confucio: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”.

   Il senso del sorriso da intendere, forse, come unico mezzo fisico a disposizione per rendere manifesti e visibili i tre atteggiamenti interiori appena descritti. Se è vero, come scriveva il teologo Romano Guardini che “L’uomo è interiorità che si manifesta” volti cupi, corrucciati, troppo pensierosi o addirittura piagnucolosi rendono  un cattivo servizio a quella interiorità positiva fino a celarla del tutto.

   Con questo corredo interiore sarà possibile, se e quando chiamati in causa, intraprendere il cammino di “nonno riuscito” magari anche pensando che Dio stesso possa essere un grande e simpatico Nonno.

—————————————————————————————————————————–

(www.gigiavanti.com)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

Da quale parte conviene stare?

                                        CULTURA DELLA PAURA E CULTURA DELLA GIOIA

   Nella letteratura delle scienze umanistiche la parola “carezza” sta a significare tutto quanto sa di lode, di complimento, di felicitazione, di gratificazione e quanto sia benefico  dare soddisfazione ai bisogni primordiali di ogni essere umano:

  • Il bisogno di stimoli
  • Il bisogno di contatto
  • Il bisogno di riconoscimento
  • Il bisogno di riconoscimento dell’identità sessuale
  • Il bisogno di indipendenza
  • Il bisogno di struttura del tempo

   In una parola, sta a significare quanto sia benefico dare soddisfazione quotidiana al bisogno di dare e ricevere amore. Cosa che invece viene, più o meno coscientemente, ostacolata da quella che si potrebbe definire la “cultura della paura”.

La cultura della paura è caratterizzata da queste ingiunzioni:

  • Non accettare carezze  (“Perché non si sai mai cosa c’è sotto.”)
  • Non dare carezze  (“Perché potresti essere frainteso.”)
  • Non chiedere carezze  (“Perché tu non hai bisogno di nessuno!”)
  • Non darti carezze  (“Perché ti crogioli nell’autocompiacimento.”)
  • Non rifiutare carezze tossiche (“In fondo me lo merito qualche schiaffo.”)

La cultura della gioia è caratterizzata invece dalla cancellazione di tutti i NON:

  • Accettare carezze (“Mi piacciono.”)
  • Dare carezze (“Fanno stare bene chi le riceve e chi le fa.”)
  • Chiedere carezze (“Non mi vergogno di dire i miei bisogni.”)
  • Darsi carezze (“Sono OK e non sono niente male.”)
  • Rifiutare carezze tossiche (“Mi fanno star male.”)

“La terra è un paradiso, l’inferno è non accorgersene”. (Jorge Luis Borges)

“Dio ci chiederà conto di tutti quei piaceri leciti di cui non abbiamo saputo godere”. (Talmud)

“Ho sofferto tante disgrazie nella vita… che non mi sono mai accadute”. (Twain)

“Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”. (Anonimo nervoso)

—————————————————————————————————

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie

IN PREPARAZIONE PER GIUGNO…

                                     A NAZARET VIVEVA UN TRIO

                                                    (Cosa può imparare una famiglia d’oggi)

   E viveva talmente bene che se non fosse stato per quell’invito a nozze ricevuto da certi amici di Cana, chissà per quanto tempo ancora avrebbe continuato.

   Una tranquilla vita di famiglia, papà artigiano, mamma casalinga e un figlio “unico”, senza tanti grilli per la testa, tutto casa e sogni. Una tranquilla vita di famiglia durata trent’anni, un tempo abbastanza lungo nell’arco di una esistenza. E come mai allora si sa così poco dal vangelo?

   Forse il primo insegnamento che può ricavarne la famiglia d’oggi è proprio questo: gli affetti umani veri non fanno notizia e chiasso. La quiete di una esistenza familiare nella quale il travaglio del vivere  non ne spegne la gioia è la prima indicazione del trio di Nazaret per le affannate famiglie – albergo di oggi.

   Ma quale è la radice di questa quiete e di questo benessere familiare? La radice di questa pace è Dio in persona.

   La famiglia di Nazaret è abitata dal mistero di Dio. Sulla porta d’ingresso alla abitazione di Nazaret si sarebbe potuto tranquillamente scrivere: “Qui abita il mistero”.

   Allora il mistero non è un rebus da risolvere, ma una realtà da vivere e da godere. Allora la vita familiare non va considerata come una complicata operazione finanziaria dove ci si affanna a far quadrare i bilanci del dare e dell’avere affetto, ma come una  operazione di gratuita moltiplicazione, la moltiplicazione gratuita dell’amore. E questa operazione va fatta da tutti i componenti, a cominciare dai genitori. E va fatta affidandosi alla forza dello Spirito del Signore. Fu Lui infatti a dare il via a quella stupenda avventura d’amore con la Vergine di Nazaret da cui nacque l’Uomo nuovo Gesù, Figlio del Padre.

   Questa improvvisa ed inaspettata intrusione del mistero di Dio nella umana storia d’amore di due innamorati insegna alla coppia e alla famiglia di lasciarsi invadere con fiducia dall’agire imprevedibile di Dio, insegna alla famiglia a non fare i conti senza Dio, insegna alla famiglia a vivere con naturalezza il mistero (chi si sarà accorto in quei trent’anni di qualcosa di strano?), insegna alla famiglia il contesto vero di una sola spiritualità che, come afferma San Paolo  nella lettera ai Galati, deve essere composta dai frutti dello Spirito che sono appunto: “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. (Gal. 5, 27). Ed un altro insegnamento possono trarre dal trio di Nazaret i papà, le mamme e i figli di tutto il mondo.

   Se i papà vogliono imitare il modello di Giuseppe hanno una sola possibilità: mettersi nel cuore il proprio figlio, custodirne la crescita, essere un po’ sognatori. Giuseppe fece le scelte più importanti della sua vita dopo aver sognato. Nel sogno è Dio ad agire e l’uomo ad ubbidire. Giuseppe non ha generato fisicamente Gesù e purtuttavia gli è stato padre. Ciò vuol dire che la vera paternità è di tipo spirituale e che non sono tanto le cellule fisiche a generare la vita quanto la bontà del cuore. Giuseppe custodisce la vita del figlio, mettendola al riparo dal  male. Ciò vuol dire che per un vero padre il primo compito educativo consiste nel far espandere la vita del figlio…e non nel fare del figlio la fotocopia di sé.

   Ed ora tocca alle mamme. Se le mamme del mondo vogliono imitare Maria di Nazaret devono percorrere la strada dello stupore silenzioso e contemplativo davanti al mistero del proprio figlio come dono di Dio. Stupore silenzioso e contemplativo inteso alla maniera del Vangelo: “Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Che sorprendente indicazione pedagogica questa meditazione interiore! E che smacco per tutte quelle mamme piene di chiacchere, consigli, raccomandazioni e sermoni e magari anche ricatti affettivi.

   Ed ora tocca ai figli. Se tutti i figli del mondo vogliono scegliere Gesù  come modello di figlio, devono saper godere la vita familiare senza affogare tra le quattro mura. Il loro cuore ami pure visceralmente papà, mamma e fratelli, senza perdere d’occhio però lo scenario del mondo intero. Imparino da papà e mamma ad avere cuore per ogni cosa, ma imparino anche a mettere cuore nei loro sogni.

   Se si riuscisse ad imparare almeno questo si sarebbe già percorso  una buna fetta di strada. Una strada certamente in salita e con un Calvario di mezzo, ma, si sa, il Calvario è di passaggio.

——————————————————————————————————————————————–

(www.gigiavanti.com)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, poesie