
Archivi del mese: gennaio 2022
LANCIO PUBBLICITARIO
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EMERGENZA EDUCATIVA?
UN PROBLEMA EMERGENTE
Un problema emergente oggi è proprio quello derivante dalla fregola da parte dei genitori di voler soddisfare i desideri dei figli… non accorgendosi che, così facendo, penalizzano la soddisfazione dei veri bisogni.
Per la soluzione di questo problema ho trovato questa sintetica “lettura” del fenomeno che mette d’accordo la scienza psicologica sana e la spiritualità vera.
“La tendenza dei genitori ad appagare ogni desiderio dei figli, per evitare anche il minimo conflitto, ha conseguenze negative nella crescita psichica. Sottrarre i propri figli alla prova dell’impegno, della responsabilità e della frustrazione, contribuisce a creare persone che sanno fare riferimento solo a se stesse, che vogliono essere appagare ad ogni costo.
Per costoro gli altri diventano presenze che disturbano. Tutti dobbiamo sentire, come nostro, il compito di “educarci” reciprocamente, di prenderci cura l’uno dell’altro con vero amore e rispetto per la persona, che sia figlio, collega, amico, vicino di casa.
Una condizione essenziale per aiutare l’altro, è educare prima se stessi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri. Lui non fa “scendere fuoco sugli infedeli”, né permette agli zelanti di “falciare la zizzania” che invece deve crescere insieme al grano.
Dobbiamo liberarci dalla rigidità, che condanna ed esclude, e aprirci alla fiducia che accompagna ed include.
Solo lo Spirito sa penetrare nelle pieghe più oscure dell’animo umano e tenere conto di tutte le sue sfumature, perché emerga la verità di ciascuno, da illuminare con la buona notizia del vangelo”.
(Rosella Zilli, LA SANTITA’ NEI TUOI GIORNI – Figlie di Maria SS.ma dell’Orto – 2019)
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PER NON DANNARSI L’ANIMA…
PER NON “DANNARSI” L’ANIMA … VOLENDOLA SALVARE!
Siccome continua questo periodo di reciproca lontananza fisica ma non spirituale, ho pensato di offrire una riflessione che mi è saltata in mente spontaneamente senza che mi sforzassi più di tanto per trovare l’argomento.
Mi è venuta in mente considerando quanto possa essere stato fiaccato in questi ultimi tempi l’impegno di testimonianza per la causa del Regno di Dio… che è l’unica Causa per la quale spendere energie, sentimenti e vita intera … considerato il fatto che Dio stesso, in Gesù Cristo, ha speso tutto per noi e che per noi credenti, quindi, “il futuro è al sicuro” in barba a tutte le preoccupazioni e sofferenze del quotidiano.
La conferma di questo sussulto di “speranza certa” del buon esito del futuro è data proprio dall’evento unico della Risurrezione di Gesù Cristo.
Mi sono domandato: “Quali possono essere i convincimenti profondi dell’anima capaci di non farci soccombere alle insidie e tentazioni della stanchezza, dello scoramento, del tirare i remi in barca?”
La risposta a questa domanda ci viene dallo stesso Gesù. Legando insieme, infatti, alcune sue espressioni prese qua e là dal vangelo si riesce ad ottenere una sorta di “vademecum” per chi volesse continuare nell’impegno di testimonianza cristiana senza cedere ad alcuna tentazione.
Questo “vademecum” non è da prendere alla leggera, alla stregua di un pio suggerimento, ma va preso come un vero e proprio programma di vita spirituale… soprattutto quando, essendo tutti sulla stessa barca e soffrendo tutti il mal di mare (angoscia di morte) a causa della tempesta che infuria, non ci rimane altro che svegliare Gesù che se ne dorme beatamente… e magari ascoltarlo, e ascoltarlo sul serio, però.
E’ infatti lui, appena svegliato, a zittire le urla scomposte del mare tempestoso e ad arrestare la silente corrosione dell’anima operata dall’angoscia.
Ecco le cinque espressioni di Gesù da ascoltare e da prendere alla lettera. Tra l’altro, prendendo alla lettera tali soavi imperativi spirituali, si evita anche il rischio opposto a quello della pigrizia o inattività, quello, paradossalmente parlando, della troppa agitazione o del troppo zelo nell’impegno di testimonianza… del troppo “dannarsi l’anima” con la buona intenzione di “volerla salvare”. Le buone intenzioni infatti vanno sempre accompagnate dalle buone maniere
Ecco le cinque espressioni da leggere con spirituale attenzione, come se le stessimo ascoltando in diretta da Gesù stesso… adesso che ha placato la tempesta e curato l’angoscia…
“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in aggiunta…”
… ma ricordatevi che…
“Senza di Me non potete fare niente…”
… e se proprio siete decisi a imparare come fare…
“Imparate da Me che sono mite e umile di cuore…
… consapevoli però che il titolare di tutto è il Mio e vostro Padre, per cui ricordate che…
“Nessuno può venire a Me se il Padre Mio che è nei cieli non lo attira…”
… da cui sgorga dalla vostra anima l’orazione prioritaria…infatti…
“Ogni cosa che chiederete al Padre Mio in nome Mio, Egli ve la darà…”
Vale la pena, a questo punto, di non dedicare troppo tempo ad orazioni lamentose o tormentate (sebbene anche queste trovino accoglienza presso il Cuore misericordioso di Dio), ma di avere chiaro in mente che la cosa più gradita a Dio e pertanto da chiedere a Lui (quinta espressione) è proprio quella contenuta nella prima espressione e cioè la dilatazione degli spazi del Suo Regno. E così il cerchio si chiude.
Un dettaglio da non trascurare riguarda la questione del modo ottimale di offrire questa testimonianza, anche in considerazione del fatto che sovente le buone intenzioni, se non sono accompagnate da buone conoscenze finiscono per dare risultati discutibili. L’antico motto che “Il bene occorre compierlo bene” non va mai dimenticato.
Perché non provare, ad esempio, ad applicare questo motto al comandamento principe lasciato da Gesù e che può a buona ragione essere considerato come il primo “bene da compiere”e da “compiere bene”?
Paradossalmente parlando, si potrebbe arrivare a dire che “amare il prossimo” supponga di doverlo fare bene… Non potrebbe essere che farlo bene consista proprio nell’essere prima di tutto amabili?
Essere amabili facilita al proprio prossimo di amare il prossimo proprio. E’ un cortocircuito di divina magia spirituale! “Ama il tuo prossimo… come te stesso” diventa allora “Sii amabile per te stesso”.
Se si è amabili per se stessi lo si sarà anche per chiunque altro.
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CERCARE LA FELICITA’ O ESSERE FELICI’?
IL CLUB DEL NOVANTANOVE
C’era una volta un re molto triste che aveva un servo molto felice che circolava sempre con un grande sorriso sul volto.
“Paggio”, gli chiese un giorno il re, “qual è il segreto della tua allegria?”. “Non ho nessun segreto, signore, non ho motivo di essere triste. Sono felice di servirvi. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che ci è stata assegnata dalla corte. Ho cibo e vestiti e qualche moneta di mancia ogni tanto”.
Il re chiamò il più saggio dei suoi consiglieri: “Voglio il segreto della felicità del paggio!”.
“Non puoi carpire il segreto della sua felicità, ma se vuoi puoi sottrargliela”.
“Come?”.
“Facendo entrare il tuo paggio nel club del novantanove”.
“Che cosa significa?”.
“Fa’ quello che ti dico…”.
Seguendo le indicazioni del suo consigliere, il re preparò una borsa che conteneva novantanove monete d’oro e la fece recapitare al saggio con un messaggio che diceva: “Questo tesoro è tuo. Goditelo e non dire a nessuno come lo hai trovato”.
Il paggio non aveva mai visto tanto denaro e pieno di eccitazione cominciò a contarle: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta… novantanove!
Deluso, indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta mancante. “Sono stato derubato!” gridò. “Sono stato derubato! Maledetti!”.
Cercò di nuovo sopra il tavolo, nella borsa, per terra, tra i vestiti, nelle tasche, sotto i mobili… ma non trovò quello che cercava.
Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d’oro. Soltanto novantanove. “Novantanove monete. Sono tanti soldi”, pensò,. “Ma mi manca una moneta”. Novantanove non è un numero completo, pensava.
Cento è un numero completo, novantanove no!”.
La faccia del paggio non era più la stessa. Aveva la fronte corrugata e i lineamenti irrigiditi. Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia, mostrando i denti.
Calcolò quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per guadagnare la centesima moneta, avrebbe fatto lavorare sua moglie e i suoi figli. Dieci anni no, ma ce l’avrebbe fatta!
Il paggio era entrato nel club del novantanove…
Non passò molto tempo che il re lo licenziò. Non era piacevole avere un paggio sempre di cattivo umore.
E se ci rendessimo conto, così di colpo, che le nostre novantanove monete sono il cento per cento del tesoro? E che non ci manca nulla, nessuno ci ha portato via nulla. Il numero cento non è più rotondo del novantanove.
E’ soltanto un tranello, un tranello della nostra mente, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto più del necessario, stanchi, di malumore, infelici e rassegnati. Un tranello per non farci mai smettere di spingere, troppo affannati, il carretto.
Quante cose cambierebbero se potessimo goderci i nostri tesori così come sono: marito, moglie, figli, cari, suocere, amici… (Bruno Ferrero)
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Saper ascoltare
Tanti anni fa vivevano in Cina due amici. Uno era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era molto bravo nell’ascoltarlo.
Quando il primo suonava o cantava una canzone che parlava, ad esempio, della montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti”.
Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva estasiato: “Sento scorrere l‘acqua tra le pietre!”.
Ma un triste giorno quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.
Ecco, esistiamo veramente, soltanto se qualcuno ci ascolta. (Pino Pellegrino)
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Paradossi….
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari.
E fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei.
E stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente,
perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era
rimasto nessuno a protezione”. (Bertolt Brecht)
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Per una cultura del “benessere relazionale”
“In principio… era la relazione”
(per una cultura delle buone relazioni)
L’uomo d’oggi soffre tremendamente del “mal di relazione”, un malanno forse atavico, ma in aumento al giorno d’oggi.
Curioso notare come i “malanni relazionali” siano andati aumentando con l’aumentare degli studi sulla relazione interpersonale e sulla comunicazione.
C’è modo di contenere tale malanno, se non di vincerlo, andando alle sorgenti del problema con l’approfondimento del concetto di relazione… partendo un po’ da lontano e senza troppi complessi di inferiorità nei confronti della cultura odierna prevalentemente sbilanciata sull’’individuale.
Una cultura più incline al fare che al contemplare, alla tecnica più che all’etica, al frammentario più che al progettuale, all’emotivo più che al razionale, al razionale più che al soprarazionale, al reversibile più che al definitivo, al provvisorio più che allo stabile, all’ideologico più che al culturale, all’individuale più che al relazionale, all’apparire più che all’essere, all’intellettuale più che allo spirituale… e le conseguenze si vedono anche nell’ambito delle relazioni umane.
Due letture del mondo d’oggi da parte di san Giovanni Paolo II: “Il nostro tempo così carico di tensioni e avaro di tenerezza” e “C’è poca vita umana nelle famiglie dei nostri gironi”.
Da qui l’urgenza di un cambio di marcia alla ricerca di un ben – essere relazionale a tutto campo.
Un cambio di marcia indicato già da san Giovanni XXIII nel 1962 nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II: “(…) Nel presente ordine di cose la buona Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani che, per opera degli uomini e per lo più oltre la loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento dei suoi disegni superiori e inattesi. (…) Al giorno d’oggi, tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”.
Un episodio del vangelo: l’evangelista Marco nel raccontare quando a Gesù viene richiesta da un giovane ricco una ricetta infallibile per una entrata sicura nella vita eterna annota che, Egli, prima di rispondere si premura di creare una relazione empatica e calorosa con quel giovane: “Allora, guardandolo, lo amò e gli disse…”.
Poco importa poi che, nonostante questa benefica entrata in relazione, il giovane “corrugasse” la fronte e se ne andasse via rattristato perché “aveva molte ricchezze”.
Poco importa cioè se il “ben relazionarsi” non ottiene gli effetti desiderati. Importa invece ritenere che prima di offrire sermoni, prediche, contenuti ci si premuri di stabilire una buona relazione con la persona che si vuole istruire, aiutare, correggere, catechizzare…
Una riflessione di Anselm Grun a riguardo: “Nel vero incontro (relazione) Dio stesso può trasformare i cuori degli uomini: (…). Tali incontri richiedono apertura e rispetto dell’altro, libertà da pregiudizio, disponibilità a entrare hic et nunc in relazione con l’altro…”. Ed ancora: “ Lo stare insieme sincero e aperto nei colloqui e nell’agire comune trasformerà col tempo le relazioni vicendevoli e aprirà nuove strade. Gli appelli moralistici non cambiano la comunità. Devo percorrere insieme ad essa un cammino di esercizi comuni, che ci potranno cambiare”.
Da notare i vocaboli “nuovo”, “ordine”, “rapporti” e soprattutto “buono” che tornerà nel titolo del recente documento della CEI: “Educare alla vita buona del Vangelo”. (NB il cap.3°)
A cosa si va incontro se non si cambia marcia? Si va incontro al degrado delle relazioni umane, compresa quella della propria relazione con la vita fino ad arrivare allo stress.
L’Istituto Canadese per la ricerca sullo stress ha diramato da anni i risultati di una indagine sulle cause dello stress. A cadere nello stress sono in percentuale del 24% le persone che “non sono ancora riuscite a discernere cosa è veramente importante nella vita”; seguono poi in percentuali inferiori coloro che non hanno una “buona o sana comunicazione”, coloro che non dedicano alcun tempo a pratiche di “rilassamento”, e coloro che hanno una “cattiva alimentazione…
Aforismi propedeutici: “Più la vita è vuota, più diventa pesante”
“Sono talmente abituato ad essere teso che quando sono calmo mi sento nervoso”
“La relazione con gli altri è come la cucina, in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.
“Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso” (Jung).
Per una “ecologia relazionale” risulta pertanto fondamentale revisionare il proprio rapporto con la vita allo scopo di vivere meglio il qui ed ora delle relazioni anziché consumarle in un frenetico e frettoloso darsi da fare.
Diventa di fondamentale importanza attrezzarsi interiormente a “vivere il qui ed ora” convinti che alternativa non c’è per rintuzzare gli attacchi di recriminazioni e nostalgie relative al passato e preoccupazioni e ansie relative al futuro…
Vivere il qui ed ora avendo chiara la differenza tra modalità “giudicante” (i se, i ma, i però, le etichette, i giudizi sommari) di vivere gli eventi e la modalità “valutativa”.
Un esempio: quando si vede piovere si è portati (tentati) a dire frettolosamente: “Tempo brutto” (giudicando così l’acqua come brutta) mentre invece andrebbe semplicemente detto: “Tempo piovoso” (descrivendo ciò che si vede…).
Il poeta Francesco Petrarca descrisse l’acqua “chiara, fresca, dolce” (utilizzando i sensi del corpo) laddove san Francesco disse di essa (utilizzando i sensi dell’anima) che è “utile, umile, preziosa, casta”.
All’atteggiamento “valutativo” nel vivere i rapporti si arriva più facilmente “riflettendo” che non “pensando”. Scriveva Machiavelli: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.
Spunti sulla “comunicazione” favorente il benessere relazionale: (il 10% del comunicare è coperto dal contenuto di pensiero, il 30% dal tono di voce, il 60% dalla gestualità fisica). Ne deriva che una “buona relazione” necessita di una “buona comunicazione” e una buona comunicazione garantisce il sussistere di una relazione che da benessere.
“I pensieri servono la mente, i gesti servono il cuore, il silenzio serve l’anima”.
Curioso notare l’etimo del verbo “silére” (da cui la parola “silenzio”) che deriva dal fruscìo della spiga di frumento al suo schiudersi.
Per quanto attiene al ben – essere relazionale di coppia è fondamentale approfondire questi slogan: “Amarsi da Adulti Adesso”, tenendo presente che “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile” (Freud) e che una definizione classica di matrimonio nel è la seguente: “Il matrimonio è una alleanza tra due esseri differenti per la salvezza, attraverso morte e risurrezione, a somiglianza della Grande Alleanza”. (Centro “La Famiglia – Roma).
E per concludere la definizione di padre Luciano Cupia ( o.m.i. fondatore del Centro LAL FAMIGLIA di Via della Pigna 13/A nel 1966, deceduto il 26 febbraio 2014): “La coppia è un uomo e una donna che si scelgono per scambiarsi caldi e morbidi”.
In sintesi, il benessere relazionale coniugale può sintetizzarsi anche così con l’immagine del tandem e le sei consonanti magiche (tre C e tre T): io e te scegliamo di essere un noi intenzionato a Convivere, Condividere, Comunicare (Gigi Avanti) in Tenerezza, Tolleranza, Trasparenza (Luciano Cupia)
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(www.gigiavanti.com)
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