LO STAR BENE… O LO STAR MALE
DIPENDE MOLTO DA NOI STESSI
“Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose
hanno le spine oppure gioire perché i cespugli
spinosi hanno le rose”. (Abramo Lincoln)
LO STAR BENE… O LO STAR MALE
DIPENDE MOLTO DA NOI STESSI
“Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose
hanno le spine oppure gioire perché i cespugli
spinosi hanno le rose”. (Abramo Lincoln)
Archiviato in Aforismi, poesie
OMOSESSUALITÀ’… e non solo
(Gigi Avanti)
“SE L’AVER MANGIATO UN FRUTTO HA ROVINATO
L’UMANITA’, LA SALVEZZA SARA’ NELL’ATTEGGIAMENTO
CONTRARIO, NEL GUARDARE UN FRUTTO SENZA
MANGIARLO”. (Simone Weil)
“Mentre Dio perdona sempre
e l’uomo perdona qualche volta,
la natura non perdona mai;
quando ci si oppone alla natura,
la natura disapprova, ribatte,
restituisce il colpo”. (Terruwe, psicologa olandese)
“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. (Tolstoi)
Le persone omosessuali godono e godranno sicuramente delle benevolenza e della misericordia di Dio alla pari di tutte le sue creature di qualsiasi genere.
Quella che invece non potrà godere mai della Sua approvazione misericordiosa è la ideologia, la filosofia che sottende a questo fenomeno.
E la ragione è una sola. Nel piano o progetto creaturale esiste un dato di fatto ed è quello della invenzione della bisessualità “maschio e femmina” (ish e issha, in lingua originale ebraica) “ad immagine e somiglianza di Dio”.
La parola “sessualità” ha una etimologia semplice che rimanda al verbo latino “secare” (tagliare in due), il che autorizza a concludere che il Creatore abbia creato “l’umanità” (“Facciamo l’uomo…. maschio e femmina li creò”) in maniera tale che “secata” ne sarebbe derivata la bisessualità.
Ciò premesso c’è da notare che al giorno d’oggi c’è molto dibattito attorno alla “omosessualità”.
Si è passati dal considerarla frettolosamente come una “patologia”, “perversione”, “anomalia” a leggerla invece come “differente normalità”.
Credo pertanto importante accennare ad alcuni concetti i fondo da non trascurare mai nel dibattito (diritto naturale, diritto civile, cultura e natura, famiglia patriarcale, nucleare, adottiva, monogenitoriale, ricombinata, omogenitoriale, allargata, ricomposta…), ma prima di tutto vorrei precisare che la verità è al singolare (Dio crea “la coppia” composta da maschio e femmina e non altro, la “famiglia” sgorgante da tale coppia, la “natura” e non altro….).
In seconda battuta vorrei accennare alla realtà del “limite del linguaggio umano” quando ci si inerpica sulle tortuose strade della “definizione” di un dato della realtà ed anche, e lo dico sommessamente, alla tendenza ad usare espressioni eufemistiche quando la realtà si presenta nella sua nuda drammaticità.
Un esempio per tutti: nel caso dell’aborto (che è drammaticamente un figlicidio) si usa l’espressione edulcorata “interruzione volontaria della gravidanza”.
La legge attuale parla di “tutela della maternità” e poi di “interruzione volontaria della gravidanza. Cosa vuol dire? Che si tutela la “maternità” interrompendo la “maternità”?
Mi chiedo se “interrompere una vita” sia equiparabile alla interruzione della corrente elettrica che alimenta una luce… Me lo chiedo e basta.
Mi chiedo, anche, se definire la omosessualità come “differente normalità” giovi a vederci chiaro nello scenario complesso di tale realtà…
Cosa dire della parola “omofobia”? Ho l’impressione che talvolta si usino determinati vocaboli in maniera approssimativa e scarsamente scientifica.
“Fobia” è un vocabolo appartenente al mondo complesso e articolato delle patologie psichiche e avente a che fare con il mondo delle emozioni e dei sentimenti, in particolar modo con il mondo variegato della paura, dell’ansia, dell’angoscia, del panico…
Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista della psicologia dinamica, voler legiferare sui sentimenti…
Mi chiedo ancora se sia onesto fare di ogni erba un fascio dando dell’ omofobo a chi magari nutre semplicemente delle “perplessità” sulla ideologia sostenitrice della “omosessualità”, come di una “differente normalità”.
Mi chiedo, in conclusione, se non sia più onesto riconoscere, invece, “l’omoperplessità” come un sano sentimento di difesa nei riguardi della ideologia della “omosessualità” intesa come “differente normalità”.
Parlare di “omofobia” mi pare proprio esagerato. Parlare di “omoperplessità” mi pare più equilibrato.
A questo punto, perché non andare alle origini della creazione per cogliere i dati sensibili che possono giovare allo sviluppo del nostro tema?
Ribadisco che questo argomentare riguarda l’omosessualità… e non intende minimamente includere la persona omosessuale.
Il dato antropologico delle origini è incontrovertibile, nonostante abbia subito lo sfregio proprio dalla prima coppia, la quale, per voler essere “originale” pensò bene che il “male” (anagramma in lingua italiana di “mela”… benché il dato biblico parli di frutto) si potesse fare anche “bene”.
Tale comportamento “originale” attiene al grande mistero del male, tra le cui pieghe è sconsigliato avventurarsi…con la sola ragione.
Già sant’Agostino liquiderà, con le sue fulminanti espressioni, tutto questo: “Omnis homo Adam, omnis homo Christus” e “Felix culpa”, lasciando intendere che di mezzo c’è il grande mistero della libertà…
Quale è stato il vulnus inferto dalla prima coppia al progetto originario al Creatore, vulnus che inquinerà nel tempo qualsiasi contesto o situazione “relazionale”… segnatamente quella sessuata?
La prima “colpa” è stata quella di “cedere” al desiderio di “avere” quello che si vedeva come “bello, attraente, piacevole”.
Ma non è che il “desiderio di avere” possa nascondere il “bisogno di essere” quello che vorresti avere? Non è, casomai, che frenando la fregola di voler soddisfare subito, e acriticamente, un desiderio, si arrivi a cogliere il vero bisogno che sta nascosto?
Il “bisogno di essere piacevole, bello, attraente”, reciprocamente per i due partners, visto che la loro storia relazionale comincia in coppia?
Seconda colpa (o responsabilità della prima coppia) è quella di Adamo incapace di dire “no” a Eva per il fatto di aver operato, individualmente e senza comunicarlo al suo marito – uomo – amante – sposo, una scelta in un contesto relazionale dove la condivisione è struttura portante di ogni rapporto, anche oggi!
Terza colpa (o responsabilità) è quella di aver “preteso” di voler avere di più di quello che già erano. Erano creature di Dio.
Sotto i colpi del Tentatore (Satan, l’avversario; Diavolo, il divisore; Demonio, l’affascinante, l’abbagliante..) che assicurava che “fare esperienza del male” non portava poi così male visto che lui ne era uscito vivo, i due primi adolescenti della storia caddero clamorosamente.
“Desidera ciò che hai “, scriverà Sant’Agostino.
Avevano di “essere” creature privilegiate del Creatore. Perché volere di più?
Mi pare di vedere Dio deluso e sconsolato… e magari bisognoso di ascolto da parte di … qualche consulente… specializzato.
Altro approccio.
Sul piano dialettico, ed anche storico, il confronto tra “natura” e “cultura” è sempre stato una costante. Da una parte i “naturalisti”, gli “ecologisti” e dall’altra gli “ideologi” o gli ideoecologisti”.
Sebbene a parole nessuna categoria avesse avuto intenzione di prevaricare sull’altra, in pratica è innegabile che in questi ultimi tempi sia in atto una sottile prevaricazione del “culturalisti” sui “naturalisti”.
Mi chiedo come mai… e non mi so rispondere, anche perché entrambe le categorie di persone fanno parte del genere umano ed hanno i medesimi bisogni, in vetta ai quali c’è il bisogno di capire e di essere capiti.
Cosa difficile, se non impossibile, quando si parte da posizioni preconcette, pregiudiziali, oppositive per scelta ideologica.
Volendo descrivere le tendenze della cultura odierna, ne potrebbe uscire un quadro così:
– Una cultura più incline al fare che al contemplare…
– Una cultura più improntata alla tecnica che all’etica…
– Una cultura più sbilanciata sul frammentario che non sul progetto d’insieme…
– Una cultura più attratta dalla emotività che non dalla ragionevolezza…
– Una cultura più incline al razionale che non allo spirituale
– Una cultura della reversibilità delle scelte e timorosa della definitività…
– Una cultura ubriaca di ideologia e povera di intelligenza
– Una cultura dell’individualità in conflitto con la relazionalità…
– Una cultura dell’apparire che penalizza l’essere…
– Una cultura del desiderio che si autoproclama diritto…
– Una cultura del contro che prevarica il con…
E si potrebbe continuare, ma finirebbe per angosciare troppo.
Relativamente al tema in questione, sembrerebbe di poter dedurre che tali “mode culturali” abbiano finito per influire negativamente anche nel settore della sessualità, specie nella dialettica “desiderio – diritto”.
“Ma dove sta scritto che ciò che si desidera avere, abbia diritto ad averlo?
Dove sta scritto cioè che ho diritto ad avere gli stessi diritti degli sposati pur non essendolo?
Dove sta scritto che l’omosessualità accampi dei diritti propri della eterosessualità?
Dove sta scritto?
Dove sta scritto che il desiderio si autoproclami diritto?
Un giudice pontificava così: “Nessuno può negare il diritto alla paternità”.
Sicuro, caro giudice? A quando allora “il diritto a nascere”?
Ma la paternità non è forse un dono distribuito dal Creatore (dalla natura) secondo criteri che sfuggono alla comprensione della nostra piccola e striminzita mente?
(“Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur” ammonivano gli antichi pensatori latini).
“Per un pipistrello, il paradiso è pieno di pipistrelli”.
Non è che si stia passando dal “tutto è grazia” (espressione con la quale George Bernanos chiudeva un suo celebre romanzo) al “tutto è diritto”?
Sono domande semplici alle quali occorrerebbe rispondere in umile semplicità attivando l’uso dell’intelligenza al suo livello più alto, cioè al livello spirituale, e non volare al livello ( pur pregevole, se vogliamo) solamente razionale o giuridico.
Gesù, a proposito della domanda degli “intellettuali” suoi coetanei curiosi di sapere come mai Mosè avesse concesso di “divorziare” (cultura… giuridica ) nonostante il Creatore avesse sancito: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (cultura… antropologica, natura), diede una risposta tenera, ma decisa: “All’ inizio non era così”, per poi aggiungere, con tono soavemente rimproverante: “Per la durezza del vostro cuore…” è avvenuto cosà.
Si parla di “cuore” più che di “ragione”.
Si parla cioè di “capacità di amare”… che, come afferma Fromm, è un “arte”.
“Capacità”, che come ogni capacità necessita di un tirocinio di maturazione iscritto nella natura medesima.
Una efficace affermazione di Freud recita così: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”.
Non è che certi “ragionamenti” siano elaborati più in versione tecnica che non artistica?
Me lo chiedo, anche perché va ricordato che: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”.
Aggiungerei le tre caratteristiche della sessualità umana: creativa (nel senso che l’attrazione maschio femmina genera la coppia), ricreativa (nel senso dell’eros, del sentimento, della sana complicità amorosa), procreativa (nel senso che tale relazione interpersonale tra maschio e femmina è generativa di futuro).
Mi chiedo se nel panorama “omosessualità” vi sia presenza di tutte e tre queste caratteristiche.
Un’ultima osservazione. Afferma Giacomo D’Aquino: “Si diventa adulti quando si riesce a distinguere il bisogno di affetto dal bisogno di approvazione”.
Quando a un bambino si dice il famigerato “no”, egli risponde “sei cattivo/a”. E va bene, perché per la sua giovane età sentirsi disapprovato equivale a sentirsi non amato.
Ma quando non si è più bambini si dovrebbe imparare, il prima possibile, ad accogliere un rifiuto (che non è disconferma) come tale.
Chi ci vuole bene può contemporaneamente volerci bene e non voler bene ai nostri comportamenti non buoni.
Anche Dio usa così: ci vuole bene, ma non può volere bene ai nostri “capricci”… se no ci condannerebbe a rimanere sempre bambini… capricciosi.
Per l’approccio consulenziale con le persone omosessuali.
Con gli adolescenti occorre vigilare sul non dare per scontato: “mi sento attratto da”…. “quindi sono”… che è una deduzione frettolosa e acritica fatta dalle mente dell’adolescente.
Occorre indurre alla calma (il periodo di “latenza”, riconosciuto da tutta la scienza della psicologia evolutiva, copre l’intera adolescenza e giovinezza fino ai 20/e oltre).
Con gli adulti in confusione circa il loro orientamento sessuale, occorre avere cura della persona che si sente a disagio, evitando nel modo più assoluto giudizi o interpretazioni psicoanalitiche spesso inefficaci e avviarli a fare pace con se stessi qualsiasi cosa possano pensare possa essere il loro “momentaneo” o meno stato confusivo.
Talvolta la soluzione di ciò che si pensa problema sta nella sua accettazione, sanamente fatalistica, di una realtà che, come ripeto, fa parte dell’intero panorama del mistero del dolore.
Scriveva Einstein: “Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha causato il problema”.
ORIANA FALLACI SULLE ADOZIONI GAY. IMMENSA!!
“[…]Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma?
E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità?
Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!?
Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio.
E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda.
Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita. Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma.
E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso.”
Oriana Fallaci – “Intervista a se stessa – L’Apocalisse”
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FIUMI DI PAROLE
(Mercedes Indri De Carli – Roma)
Ho sempre tenuto caro l’insegnamento del mio maestro, Aldo Carotenuto, che nella sua vasta produzione scientifica ha valorizzato in tutti i modi il grande significato della parola, della sua composizione e della sua etimologia. Venire a conoscenza che la parola diavolo viene dal greco dià/ballein, cioè separare, mi ha fatto capire che il male, che il diavolo simbolicamente rappresenta, altro non è che la divisione, la non relazione, ma che in qualche modo è necessario per completare la visione.
Unito alla mia grande passione per l’enigmistica, questo stimolo al gioco di parole sembrava un mero esercizio intellettualistico, un divertente un modo di essere una funambola della lessicalità.
Finché un giorno, in consulenza, mi risuonò in modo veramente assordante, la parola BLOCCO detta dal cliente di turno: bloc… bloc… bloc era quasi onomatopeico!
Sembrava il rumore di una serratura che si chiudeva dopo aver buttato via la chiave, aveva la pesantezza del blocco di cemento, legato al quale i mafiosi buttano giù i cadaveri per non farli riaffiorare.
Ma, improvvisamente, senza che io decidessi ma grazie ad un mio pensiero laterale, mi venne in mente che il blocco era anche il blocco di partenza che serve al centometrista per dare slancio alla partenza.
Come ho proposto questa immagine al cliente, ho osservato la sua espressione cambiare, diventare sorridente, assumere una postura proattiva, dinamica… Come se davvero da morto affossato fosse diventato un atleta pronto a scattare.
Gli ho proposto, tutte le volte che si fosse sentito bloccato, di pensare al centometrista, e caso mai, di scrivere le sue impressioni su un blocco di appunti!!!
In breve la situazione è cambiata e la consulenza è terminata con successo. Ho applicato così, sistematicamente, questa modalità che opera sul qui ed ora, alla consulenza: così il treno che riportava alla mente del cliente il suicidio di suo padre, è diventato il treno che finalmente poteva dire addio alle sue dipendenze.
E un’altra cliente, con improvvisi quanto inspiegabili attacchi di emicrania, dopo aver collegato questi ai suoi problemi di attaccamento a persone che le facevano del male, ha capito che, come gli attacchi di sicurezza degli sci, all’ epoca quella fosse la sua unica via di protezione. Ma adesso poteva darsi il permesso di praticare lo sport degli attacchi (quello delle evoluzioni delle carrozze di un tempo tirate dai cavalli) e, come un bravo cocchiere, utilizzare gli attacchi per andarsene in una località sicura e in una direzione da lei scelta.
E’ inutile sottolineare che gli attacchi, così come inspiegabilmente (!!!) erano venuti, altrettanto inspiegabilmente (!!!) sono scomparsi.
E un’altra cosa curiosa accadde quando una cliente mi raccontò che per lei era molto penoso che qualcuno sempre e comunque le rubasse il palcoscenico, e che lei era stufa di stare dietro le quinte. E quando io le ho indicato che dietro a quinta c’è sempre la sesta, e che la sesta è contrassegnata dal numero 6, che guarda caso si legge sei, voce del verbo essere, presente indicativo… tu sei!
Potrei dilungarmi in questa esposizione molto a lungo, visto che sono anni che applico questa modalità e l’ho insegnata a tanti allievi che la praticano con successo (modalità proprio consulenziale perché si occupa del qui ed ora), ma mi sono limitata ai casi più pittoreschi.
Quello che invece fino ad ora non sono mai riuscita a capire è come, e seguendo quale percorso mentale, questa procedura potesse essere tanto efficace e duratura.
Vagamente intuivo che ci fosse qualche cosa legato al rapporto gestaltico figura sfondo, quindi parola contesto, ma non riuscivo a trovare il bandolo della matassa.
Poi, in un periodo al buio per un problema ad un occhio, mi è venuta all’improvviso una luminosa spiegazione. Si sa: “non si vede bene che col cuore, le cose essenziali sono invisibili agli occhi”.
E così mi è apparsa chiara l’immagine iconica della gestalt, quella per intenderci del vaso bianco sullo sfondo nero, ovvero dei due profili neri sullo sfondo bianco.
Ebbene: è impossibile vedere e/e… si può vedere solo o/o!!! Si può vedere solo o/o perché il nostro cervello non è in grado di vedere le due cose contemporaneamente.
E così funziona con le parole. Se io parlo del blocco del mafioso, non riesco a pensare al blocco di partenza, perché il meccanismo della percezione è lo stesso dell’icona del vaso e dei visi.
E se il consulente rafforza l’immagine del significato-risorsa aiutando il cliente anche a sostituirlo da solo al significato-problema, si noterà in breve tempo come la consulenza possa andare a buon fine,
Provare per credere!!!!
Posso soltanto aggiungere un ringraziamento alla Mei (così, familiarmente, era chiamata da noi colleghi consulenti familiari a Roma) per questo suo soave e intelligente articolo… ricordando che al sottoscritto insegnò anche a trasformare le “ferite” in “feritoie” dalle quali guardare oltre… cosa che nel mio doloroso “qui ed ora” mi è di sostegno, di conforto e di speranza. (Gigi Avanti)
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LE MIE IMMODESTE IMPRESSIONI SUL CONGRESSO DELLE FAMIGLIE DI VERONA…..
San Giovanni Paolo II ebbe a dire una volta: “Lasciate che l’errore si distrugga da solo”.
E’ una esortazione di assoluto valore spirituale e di intelligente suggerimento psicologico. L’agitazione nello scagliarsi contro il male, infatti, non sempre denota uno zelo equilibrato.
Perché dannarsi l’anima per volerla salvare o salvare quella degli altri?
Il male si denuncia da solo. Il rumore del male si denuncia da solo, in barba all’ amplificazione del medesimo, strumentalizzata ad arte dai vari social per interessi che nulla hanno a che fare con un approccio serio e sereno del tema in questione.
Mi permetto di disquisire un po’ sull’ atteggiamento del “contro” che caratterizza tante relazioni al mondo d’oggi e mi chiedo come mai, ad esempio, venga, per così dire, “istituzionalizzata” l’opposizione, da parte di chi risulta perdente nella competizione democratica.
Perché chi perde (che magari è la metà o poco meno di chi vince) deve andar “contro”, per partito preso, a chi ha vinto?
Sono questi inquietanti interrogativi che mi hanno sollecitato ad andare alle origini, a cercare di trovare il luogo e il momento genetico nel quale il “contro” ha fatto irruzione nel tempo.
L’origine del male si colloca in quell’ illusorio voler andare “contro” Dio da parte di Satana.
“Per invidia del diavolo è entrato il male nel mondo” si legge nella Bibbia.
Ed è anche per questa ragione che ho iniziato ad avere sospetto nei riguardi di taluni “contro” storicamente ricorrenti nell’ avvicendarsi dei giorni…
E’ Satana ad andare “contro” Dio… e non il contrario.
Da qui comincia “la disarmonia” dell’universo, di quell’ universo armonioso così ben organizzato dal Creatore.
Quello che misteriosamente sempre mi sconvolge è che Satana, nella sua lucida intelligenza, non riesca a capire che ha i giorni (si fa per dire) contati.
Ma ancor più mi sorprende la sua cocciutaggine, il suo rabbioso rifiuto al confronto, al dialogo e al suo rifiuto assoluto di pentirsi (e proprio in questo sta la malizia intrinseca del peccare, sta nel volere il male come tale con “piena avvertenza”; ed in questo consisterebbe anche la sua non perdonabilità in quanto peccato “contro” lo Spirito).
Mi sorprende, mi sconvolge, ma anche mi tranquillizza tutto questo… perché è nella natura di Dio Amore non poter mercanteggiare con l’odio, non è nella costituzione genetica del Bene scendere a patti con il Male, è nella struttura originaria della Creazione non avere spazi di negoziazione di nessun tipo con chiunque ne pretenda anche un solo angoletto.
Lo stesso Gesù, nel suo aspro battibecco con Satana nel deserto, ci insegna a tagliare corto con Satana con determinazione e a non lasciarci rimbambire dai suoi ragionamenti speciosi.
E a chi obietta che anche Gesù si scagliò spesso “contro” qualcuno, ricordo la differenza tra “collera” e “sdegno”.
La collera, soprattutto se gratuita e alimentata da ideologia astratta da arrampicata sugli specchi, acida e pseudoculturale è un andare “contro” comunque e a prescindere.
Lo “sdegno” è invece la reazione sana nei confronti di chi sta andando contro la propria “dignità”, di chi la sta schiacciando.
“Chi non è con me è contro di me” dirà Gesù… e non si era montato la testa!
Ancora sul Convegno di Verona… alcune immodeste considerazioni per alcuni modestissimi intellettuali di casa nostra
Credo importante accennare (senza svilupparli) ad alcuni concetti i fondo (diritto naturale, diritto civile, cultura e natura, famiglia patriarcale, nucleare, adottiva, monogenitoriale, ricombinata, omogenitoriale, allargata, ricomposta…), precisando che “la verità è al singolare” (Dio crea “la coppia” composta da maschio e femmina, ish e issha in ebraico e non altro, Dio crea la “famiglia” sgorgante da tale coppia e non altro, Dio crea la “natura” e non altro….).
In seconda battuta vorrei accennare alla realtà del “limite del linguaggio umano” quando ci si inerpica sulle tortuose strade della “definizione” di un dato della realtà ed anche, e lo dico sommessamente, alla tendenza ad usare espressioni eufemistiche quando la realtà si presenta nella sua nuda drammaticità.
Un esempio per tutti: nel caso dell’aborto (che è drammaticamente un figlicidio) si usa l’espressione edulcorata “interruzione volontaria della gravidanza”.
Mi chiedo se “interrompere una vita” sia equiparabile alla interruzione della corrente elettrica che alimenta una luce… Me lo chiedo e basta.
Mi chiedo anche se definire la omosessualità come “differente normalità” giovi a vederci chiaro nello scenario complesso e certamente problematico di tale realtà…
Cosa dire, anche, della parola “omofobia”? Ho l’impressione che talvolta si usino determinati vocaboli in maniera approssimativa e per nulla scientifica.
“Fobia” è un vocabolo appartenente al mondo complesso e articolato delle patologie psichiche e avente a che fare con il mondo delle emozioni e dei sentimenti, in particolar modo con il mondo variegato della paura, dell’ansia, dell’angoscia, del panico…
Mi chiedo se sia corretto, dal punto di vista della psicologia dinamica, voler legiferare sui sentimenti…
Mi chiedo ancora se sia onesto fare di ogni erba un fascio appioppando l’etichetta di “omofobo” a chi magari nutre semplicemente delle “perplessità” sulla ideologia sostenitrice della “omosessualità”, come di una “differente normalità”.
Mi chiedo, in conclusione, se non sia più onesto riconoscere, invece, “l’omoperplessità” come un sano sentimento di difesa nei riguardi della ideologia della “omosessualità” intesa come “differente normalità”.
Parlare di “omofobia” mi pare proprio esagerato. Parlare di “omoperplessità” mi pare più equilibrato.
Sarebbe, a questo punto, più onesto andare alle origini della creazione più che soffermarsi sulle “originali” vedute interpretative della medesima creazione.
Ribadisco che questo argomentare riguarda la filosofia dell’omosessualità… e non intende minimamente includere la persona omosessuale.
Il dato antropologico delle origini è incontrovertibile, nonostante abbia subito lo sfregio proprio dalla prima coppia, la quale, per voler essere “originale” pensò bene che il “male” (anagramma in lingua italiana di “mela”… benché il dato biblico parli di frutto) si potesse fare anche “bene”.
Tale comportamento “originale” attiene al grande mistero del male, tra le cui pieghe è sconsigliato avventurarsi…con la sola ragione.
Ma torniamo a noi.
Sul piano dialettico, ed anche storico, il confronto tra “natura” e “cultura” è sempre stato una costante. Da una parte i “naturalisti”, gli “ecologisti” e dall’ altra gli “ideologi” o gli ideoecologisti”.
Esiste anche una “ecologia della creazione”, una “ecologia della sessualità” o no?
Sebbene a parole nessuna categoria avesse avuto intenzione di prevaricare sull’ altra, in pratica è innegabile che in questi ultimi tempi sia in atto una sottile prevaricazione del “culturalisti” sui “naturalisti”.
Mi chiedo come mai… e non mi so rispondere, anche perché entrambe le categorie di persone fanno parte del genere umano ed hanno i medesimi bisogni, in vetta ai quali c’è il bisogno di capire e di essere capiti.
Cosa difficile, se non impossibile, quando si parte da posizioni preconcette, pregiudiziali, oppositive per scelta ideologica o per chissà quale dinamica inconscia non riconosciuta.
Volendo descrivere le tendenze della cultura odierna, ne potrebbe uscire un quadro così:
– Una cultura più incline al fare che al contemplare…
– Una cultura più improntata alla tecnica che all’etica…
– Una cultura più sbilanciata sul frammentario che non sul progetto intero…
– Una cultura più attratta dalla emotività che non dalla ragionevolezza…
– Una cultura più incline al razionale che non allo spirituale
– Una cultura della reversibilità delle scelte e timorosa della definitività…
– Una cultura ubriaca di ideologia e povera di intelligenza
– Una cultura dell’individualità in conflitto con la relazionalità…
– Una cultura dell’apparire che penalizza l’essere…
– Una cultura del desiderio che si autoproclama diritto…
– Una cultura del “contro”che preclude il confronto…
E si potrebbe continuare, ma finirebbe per angosciare troppo.
Relativamente al tema in questione, sembrerebbe quindi di poter dedurre che tali “mode culturali” abbiano finito per influire confusamente e negativamente anche nel settore della sessualità, specie nella dialettica “desiderio – diritto”.
“MA DOVE STA SCRITTO CHE CIO’ CHE SI DESIDERA AVERE, ABBIA DIRITTO AD AVERLO? Dove sta scritto cioè che ho diritto ad avere gli stessi diritti degli sposati pur non essendolo? Dove sta scritto che l’omosessualità accampi dei diritti propri della eterosessualità? Dove sta scritto? Dove sta scritto che il desiderio si autoproclami diritto? Un giudice pontificava così: “Nessuno può negare il diritto alla paternità”.
Sicuro, caro giudice? Ma la paternità non è forse un dono distribuito dal Creatore (dalla natura) secondo criteri che sfuggono alla comprensione della nostra piccola e striminzita mente?
“Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur” ammonivano gli antichi pensatori latini (ciò che si recepisce dipende dalla grandezza – o meno – del recipiente).
Non è che si stia passando dal “tutto è grazia” (espressione con la quale George Bernanos chiudeva un suo celebre romanzo) al “tutto è diritto”?
A quando allora, paradossalmente parlando, il diritto a nascere?
Sono domande congrue alle quali occorrerebbe rispondere in umile semplicità attivando l’uso dell’intelligenza al suo livello più alto, cioè al livello spirituale, e non al livello ( pur pregevole, se vogliamo) solamente razionale o giuridico.
Gesù, a proposito della domanda degli “intellettuali” suoi coetanei curiosi di sapere come mai Mosè avesse concesso di “divorziare” (cultura… giuridica ) nonostante il Creatore avesse sancito: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (cultura… antropologica, natura), diede una risposta tenera, ma decisa: “All’ inizio non era così”, per poi aggiungere, con tono soavemente rimproverante: “Per la durezza del vostro cuore…” è avvenuto cosà!
Si parla di “cuore” più che di “ragione”. Si parla cioè di “capacità di amare”… che come afferma Fromm è un’ “arte”.
“Capacità” che, come ogni capacità, necessita di un tirocinio di maturazione iscritto nella natura medesima.
Una efficace affermazione di Freud recita così: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”.
Non è che certi “ragionamenti” siano elaborati più in versione tecnica che non artistica?
Me lo chiedo, anche perché va ricordato che: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”.
Aggiungerei le tre caratteristiche (inscindibili tra loro) della sessualità umana: creativa (nel senso che l’attrazione maschio femmina genera la coppia), ricreativa (nel senso dell’eros, del sentimento, della piacevole complicità amorosa), procreativa (nel senso che tale relazione interpersonale tra maschio e femmina è generativa di futuro).
Mi chiedo se nel panorama filosofico-ideologico della “omosessualità” vi sia presenza di tutte e tre queste caratteristiche.
Alcune affermazioni poco còlte, colte qua e là: “Rivendichiamo la libertà di decidere sul nostro corpo e sulle nostre vite”.
Il plurale maiestatico!
Ma lo sai, cara ragazza, che esiste una libertà “di” fare quello che si vuole o che ci piace (e questa è la libertà bambina di poter fare il bene e anche il suo esatto contrario, la libertà di poter avere i denti sani o cariati…) e una libertà “da” (dalla carie, ad esempio…, dal male e non di fare anche il male) e una libertà “per” avviarsi verso un traguardo di realizzazione intelligente di sé?
Decidere “sul proprio corpo”? E quando in quel tuo corpo ce ne è un altro? “E’ già persona colui che lo sarà” scriveva Tertulliano.
“A Verona i fanatici, qui quelli di buon senso”.
Caro ….. , per saper di psicologia (e di altro) solo che due più due fa a volte cinque…. ti ricordo che molta letteratura psicologica equipara il giudizio negativo sugli altri una proiezione di quanto di negativo sta in se stessi… Trarne le conclusioni richiede umiltà.
Continuo con Machiavelli: “Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità, poca osservazione e molto ragionamento conducono all’ errore”.
Forse certa gente “ragiona troppo” senza riflettere…
Gli specchi non pensano, non ragionano… ma umilmente riflettono la realtà che gli si pone loro di fronte.
A noi avere la calma obiettiva di descrivere quanto riflesso nello specchio della nostra anima, della nostra mente… allontanando il più possibile il rischio del rimbambimento intellettualistico autocelebrativo.
“La verità era uno specchio che cadendo andò in frantumi e ciascuno, prendendo in mano un frantume e vedendosi rispecchiato dentro, “pensò” di possedere l’intera verità”. (Rumi, mistico del XII secolo).
Quanto all’ uso del termine “tradizionale” riferito alla famiglia in senso negativo (molti giornalisti ripetitivamente e acriticamente lo usano…) aggiungo solo che “senza radici non si vola”… e quand’ anche ci si alzasse un poco da terra, difficilmente si potrà raggiungere l’altezza di un arcobaleno, con buona pace delle famiglie arcobaleno!
Quanto poi a ritenere “etico e lecito” ciò che viene deciso dalla “maggioranza”… non sprecherei ragionamenti.
E’ stata la maggioranza a decidere la sorte di Gesù.
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IL CIMITERO DEI FUMATORI (scritte sulle lapidi)
° Fumavo perché avvelenarsi è un sottile piacere.
° Fumavo perché ero una donna emancipata.
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LA SOLITARIA COLLINA DEL NON – FUMATORE
Mi sono esposto alle radiazioni, ho bevuto acqua inquinata, ho mangiato cibi adulterati, ho respirato aria di città, ho consumato tonnellate di farmaci e psicofarmaci: farmaci per vegliare, per dormire, per mangiare… insomma, per vivere. Mi sono sempre annoiato e ho avuto paura di tutto… PERO’ NON HO MAI FUMATO E PERCIÒ’ NON SONO MORTO.
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“Tra moglie e marito… preferisco la moglie!”
Mal comune … comune guaio”
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