Archivi del mese: settembre 2011

LA FRAGILITA’ DEL “FAI DA TE” … DELL’AMARSI.

Al Convegno di Verona della Chiesa italiana dello scorso anno, uno dei temi affrontati era quello della fragilità dell’uomo di oggi.
Sembrerà strano e curioso, ma a fronte dell’idea che l’uomo moderno si è costruito ed ha di se stesso come uomo forte e sicuro di sé in ragione delle sue conquiste in molti settori dell’esistenza ci sta la sua realtà interiore di persona fragile e sovente spaesata. Prova ne è l’aumento delle varie patologie nervose e depressive che colpiscono uomini e donne ad ogni età e che già sono state battezzate da studiosi del settore come veri e propri malanni dell’anima.
Tale fragilità si riscontra soprattutto nell’ambito del rapporto di coppia sempre meno durevole nel tempo e nell’ambito delle convivenze che stanno affiancando il matrimonio istituzionale come modalità relazionale in qualche modo paradossalmente vissuta come capace di scongiurare le separazioni e i divorzi. I dati statistici relativi alle separazioni anche tra conviventi, invece, non sembrano confermare tale vissuto e tale intenzione.
Cosa può significare, dal punto di vista psicologico, tale tendenza a voler convivere prima o al posto di voler sposare? Senza voler entrare nel merito delle singole coscienze e consapevole che esiste convivenza e convivenza e che diversi e vari sono i livelli di sensibilità affettiva e spirituale delle persone, tale tendenza può significare prima di tutto che la cultura e il costume odierni danno per scontato che la capacità a vivere una relazione d’amore possa svilupparsi seguendo impulsi soggettivi o intuizioni individuali fortunose o, peggio, imitando modelli relazionali di idoli scelti come punti di riferimento.
Separazioni, divorzi e modalità poco appaganti o addirittura patologiche di vivere talune relazioni attestano invece il contrario e cioè che tale mal di relazione scaturisce proprio da questa tendenza individualistica ad una sorta di fai da te dell’amore. Siamo al paradosso, doloroso paradosso. volendo fare di testa mia nel modo di vivere una relazione, la relazione si sfila di sotto, si chiama fuori perché non si sente rispettata nella sua profonda natura relazionale. Ricordiamo, per inciso, invece che le sane scienze umanistiche e la spiritualità asseriscono che la capacità di amare (così come tutte capacità umane) si sviluppa )riconoscendo e rispettando, da parte dell’uomo e della donna, le universali regole intrinseche dell’amore e dell’amarsi. Come dire che quando si decide di voler volare, con quale che sia mezzo o veicolo, occorre umilmente fare i conti con le regole del volo, della attrazione terrestre a cui sfuggire, della resistenza del vento con cui entrare in contato, del peso del veicolo, della metà da raggiungere…insomma occorre fare i conti soprattutto con la riserva di umiltà presente nel proprio cuore.
Come dire che è illusorio voler amare come pare e piace, mentre è realistico, e soprattutto )conveniente e redditizio, amare come pare e piace all’amore.
In secondo luogo…
In secondo luogo tale tendenza evidenzia anche la scarsa dose di lungimiranza presente in una scelta che voglia qualificarsi come adulta e matura in tutti i sensi. Già lo stesso Sigmund Freud scriveva: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”. Infatti una scelta che voglia qualificarsi come adulta e matura si caratterizza per tre dimensioni o aspetti, la lucidità (sapere bene chi e cosa si sta scegliendo…e un proverbio dice “prima di sposarsi occorre tenere bene i due occhi aperti…dopo sposati bisogna talvolta chiuderne uno”), la libertà (soprattutto la libertà dalle mille paure che invadono spesso il cuore umano e dalla presunzione così frequentemente ben mascherata da seriosità e rigidità), e la lungimiranza (legata essenzialmente alla natura della scelta).
Come dire, parlando di lungimiranza, che chi sceglie di amare, o lo fa nel rispetto della natura dell’amore che per ciò stesso non muore mai di morte naturale (la medesima parola amore ce lo indica nella sua etimologia dalla parola latina a-mors che significa appunto non-morte) oppure si avvia, suo malgrado e sovente a sua insaputa, sulla strada di una precarietà relazionale amante basato su un vago “speriamo di farcela”, o “speriamo che tutto fili liscio”
L’amarsi di uomo e donna è una modalità relazionale che funziona bene soltanto con il per sempre. Il per sempre dà la qualità di una relazione. Ciò vale un pò per tutto, per la fede, per una gara, per un impegno di studio. Quello che conta è andare fino in fondo, credere fino alla fine, amare fino alla fine. Le partite si vincono se si sta in campo fino al fischio dell’arbitro. Le corse ciclistiche si vincono se si arriva a coprire l’ultimo centimetro di percorso…
Convivenze e matrimonio
Vero è che ci sono convivenze e convivenze, così come ci sono matrimoni e matrimoni (e che da alcuni di questi e di queste è talvolta tragicamente necessario evadere come da una prigione), ma è anche vero che ogni matrimonio è una convivenza, ma non ogni convivenza è un matrimonio…
Così come se è vero che non è sempre oro tutto quel che luccica sarà anche vero che non sempre luccica tutto quel che è oro.
Psicologicamente parlando, la tendenza a voler equiparare convivenza a matrimonio sottende in un certo senso un pensiero sotterraneo molto vicino all’abbaglio o al pregiudizio, quello di voler equiparare opinione a verità. Scrive Rumi, uno dei grandi mistici musulmani contemporaneo di Dante: “La verità era uno specchio che, cadendo, su ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi impressa la propria immagine, credette di possedere l’intera verità”.
Pensiero sotterraneo alimentato da quella inclinazione alla presunzione che da Adamo ed Eva in poi ha spesso caratterizzato il rapporto dell’uomo e della donna tra di loro e con il mondo intero.
Presunzione scaturiente soprattutto da un voler pensare con la testa separata dal cuore, mentre è sempre nel cuore mite e umile che nascono pensieri veritieri… “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” dirà a suo tempo l’uomo vero Gesù.
Convivenze come prova
…Una osservazione conclusiva a proposito delle scelte di convivenza come tirocinio di prova in vista del matrimonio.
Paradossalmente parlando, viene comodo rifarsi a quel fulminante aforisma che asserisce “l’amore è come la morte, non si può provare”
Oppure, più semplicemente, si potrebbe cercare di stanare il virus che si nasconde in questa scelta per prova, che è sempre maledettamente il virus della paura.
Ogni prova è perciò stesso ansiogena, cioè generatrice di paura e al tempo medesimo causa della stessa paura. L’agire per prova provoca paura così come la paura genera un agire per prova…
Dio non ci ha creati per prova, in attesa di scelte ulteriori più risolute e definitive. Dio ci ha creati per amore e, ovviamente, ha corso consapevolmente i suoi rischi. Inoltre ha sposato l’umanità non limitandosi a una semplice convivenza per stare a vedere come sarebbe andata a finire La medesima scelta avrebbe fatto di lì a poco Gesù con la sua Chiesa…consenziente con l’uno e con l’altro lo Spirito.
Nelle scelte dove predomina lo spirito della paura, lo spirito d’amore si impaurisce e scappa via. Nelle scelte dove è silenziosamente e soavemente presente lo spirito d’amore…è la paura del rischio a scappare via. E la coppia amante, come Dio comanda, gusta e pregusta il cibo dell’amarsi vero nella quotidianità…in un giorno dopo giorno che si tramuta in eternità .
Sembra che nella Bibbia l’esortazione “Non abbiate paura” (con le sue varianti) ricorra la bellezza di 365 volte. Ce n’è abbastanza per riconoscere che, senza Dio, il cuore umano si impaurisce, teme, non rischia, ama col contagocce…e che, insieme a Lui, già è paradiso il giorno terreno che piano piano si fa eterno…quel giorno quando finalmente a tavola gusteremo la vera specialità della vita dal forte sapore d’amore!

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PERCHE’ QUALCHE AMORE NON DURA? (articolo tratto dalla rivista “SE VUOI”)

“Per molte coppie che conosciamo, con figli o senza, il matrimonio è finito nel giro di qualche anno.”? Perchè un sì per sempre è così raro”? (Chiara e Roberto)

Cari amici, sarei tentato di rispondere: “perché quando si pronuncia quel sì la mente pensa ad altro”. Ma questa risposta non sarebbe di aiuto a nessuno, mentre invece il mio cuore vorrebbe darvi conforto e speranza.
E’ dal 1969 che, insieme alla sposa che Dio mi ha regalato e qualche volta anche in compagnia dei figli, mi occupo di preparazione al sacramento del matrimonio. Grazie a questo sono a conoscenza di innumerevoli storie d’amore e anche, purtroppo, di storie finite…
Il pane dell’amore è il cibo sempre nuovo a patto di saperlo preparare giorno per giorno…
Un uomo e una donna si realizzano…amandosi per la vita
E anch’io continuo a domandarmi come mai un gran numero di matrimoni (67%) si sfascia proprio nei primi dieci anni, nel periodo cioè solitamente più favorevole alla solidificazione del rapporto.
Anch’io mi stupisco leggendo le cifre relative a separazioni, divorzi, convivenze precarie e mi stupisco perché so che il cuore umano ha invece bisogno di rapporti profondi e stabili, quasi come le piante, per poter dare frutti…
Mi stupisco e talvolta mi rattristo, ma non condivido le diagnosi che danno quasi per scontati tali fallimenti, anche perché sono diagnosi che scaturiscono da schemi prefabbricati, o addirittura da vissuti personali a cui si vuole attribuire valore assoluto. Non le condivido perchè il catastrofismo fa a pugni con la visione positiva della creazione e con la speranza cristiana.
E comincio con lo sfatare subito, cari amici, questo catastrofismo; non è proprio vero che, come si sente dire, la “solita minestra stufa”. E’ un’immagine impropria e balorda, questa. Il “giorno dopo giorno” d’una vita d’amore non va considerato come un’abbuffata, ma come un racconto da sussurrare sempre con voce nuova e modulata. Ma se proprio vogliamo utilizzare l’immagine della nutrizione e del cibo, possiamo subito precisare che il cibo è il “solito”, ma varia il tempo del nutrirsi e soprattutto si rinnova sempre l’appetito di vita…
Il pane dell’amore è il cibo sempre nuovo a patto di saperlo preparare giorno per giorno. Il cibo dell’amore è una sorta di pane fatto in casa, dal sapore fragrante, pane capace però di sintetizzare “parola” e “carne”…così come fa Dio nella sua storia d’amore! Non so quanto possa piacervi, cari amici, questo accostamento. Sta di fatto che la parola di Dio diventa Carne e poi ridiventa Pane…questo Cibo fatto in Casa da Carne Immacolata toccata dallo Spirito…
Un sì dura sempre e diventa cibo quotidiano quando la “parola” (dialogo) tra i due è a tutto campo e non trascura di essere dialogo con il Creatore dell’amore e quando la “carne” (tenerezza) è vera condivisione di tutto, vera incarnazione di gesti autentici e non farsa…
Ecco però una provocazione: il vero nutrimento della coppia non è tanto l’amare una persona, quanto l’amare di amare. Mi spiego. Quando viene meno l’amore per una persona, spesso è perchè è cessata la scelta di amare come sistema di vita. Tale considerazione – che possono offrire agli sposi le persone consacrate – va accolta nella sua essenzialità. La gratuità assoluta del loro amare la causa del Regno è un’indicazione limpidissima.
E’ solo l’amare di amare che tiene fresco, nutriente e nuovo l’amore fra le persone. L’amore non muore mai di morte naturale… se si ama per amare. E’ un pò quello che capita in montagna. Se viene meno il desiderio di raggiungere la vetta è perché è venuto meno l’amare di salire… La vetta dell’amore è la fedeltà alla persona che si è scelto di amare. Se viene meno la fedeltà è perché è venuta meno la voglia di amare di per se stessa.
C’è ancora da dire qualcosa sulle cause remote di tali cedimenti. Una di esse resta la superficialità e l’immaturità della persona nel momento della fase preparatoria alla scelta matrimoniale. Quella formula che si pronuncia il giorno del matrimonio va interiorizzata e non solo pronunciata. E’ una promessa piena di realismo (ci vuole realismo ad amare nella “gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”) e piena di fantasia (ci vuole fantasia per amare “tutti i giorni della mia vita”). Ma a pronunciare quella formula sono i due!
Un’altra causa remota può essere un cattivo concetto di “realizzazione”. Nella vita tutti sentono il bisogno di “realizzarsi”. Non ci si realizza attraverso estenuanti tentativi di collocazione nell’esistenza, ma semplicemente attraverso il compimento del proprio dovere.
Un seme si realizza diventando una pianta…che fa i semi…e così via.
Un uomo e una donna si realizzano amandosi…per la vita.
La realizzazione umana altro non è se non questo sapersi collocare nel ritmo cosmico della Vita e dell’Amore. Solo in questo modo la fedeltà alla vita e all’amore diventa poi fedeltà alla persona. Sovente capita d’incontrare gente che aspetta, per realizzarsi, l’occasione d’oro. Ricordo un proverbio: “nella vita ci capiteranno due o tre occasioni per essere o dimostrarsi eroi, mentre tutti i giorni viene offerta l’occasione per non essere vigliacchi”.
Ecco allora la mia conclusione. Perché un sì possa durare sempre occorre sussurrarlo ogni giorno, senza altra pretesa che quella di non essere vigliacchi.

 

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CERCATORI DI SPIEGAZIONI O COLLEZIONISTI DI MISTERI? (questo articolo è dedicato quei genitori che hanno figli “cercatori” o “collezionisti”)

L’uomo moderno pensante è prevalentemente pragmatico, concreto, scientifico si dice… Al punto che muove i suoi ragionamenti per cercare spiegazioni, raggiungere certezze, risolvere problemi, sciogliere enigmi, decodificare rebus…come se la vita fosse una gigantesca settimana enigmistica e nulla più. L’uomo moderno pensante rischia di vivere una sorta di esaltazione e di euforia per questa sua capacità razionale che lo porta a credere soltanto a quello che vede ed esperimenta. Così facendo arriva persino a non credere più al Padreterno proprio perché vede soltanto se stesso (magari anche non oltre il suo naso) finendo di credersi lui un padreterno. L’uomo moderno troppo pensante stenta ad ammettere che “l’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”…appunto quelle che non si vedono o che non si esperimentano. Come pure arriva spesso molto tardi a riconoscere e ad accettare umilmente che “ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. E tutto ciò gli accade proprio perché si fida troppo o soltanto di quello che vede, laddove invece la medesima psicologia odierna ammonisce paradossalmente a “non credere a quello che si vede”. Ed è proprio quello che riesce più facile all’uomo moderno pensante credente che a tutta prima appare ingenuo, poco pragmatico, credulone si dice (che può fare pari e patta col pensone di area scientifica ) proprio perché più portato a credere a quello che non vede piuttosto che affannarsi a cercare spiegazioni per quello che vede… Enigmi da risolvere o misteri da collezionare? Per farla breve, l’uomo moderno pensante sembra dare l’idea di voler essere un collezionista ti enigmi da risolvere laddove invece l’uomo moderno pensante credente da l’idea di volersi accontentare di essere un collezionista di misteri da godere. Vero è che tra enigma e mistero c’è una stretta parentela, ma la simpatia spirituale sembra pendere dalla parte del mistero. Così infatti fa ragionare tra sé e sé Pilato alle prese con il problema (enigma o mistero?) della sparizione del corpo di Gesù, Eric-Emmanuel Schmitt nell’affascinante romanzo IL VANGELO SECONDO PILATO (Ed. San Paolo 2002): “Non sono attratto dal mistero di Jeshua . Oggi riconosco che il caso Jeshua non è soltanto un enigma, ma un mistero. Non c’è nulla di più rassicurante di un enigma: è un problema in provvisoria attesa della sua soluzione. Non c’è nulla di più angosciante di un mistero: è un problema definitivamente o privo di soluzione. Fa pensare, immaginare. Ma io non voglio pensare: Voglio conoscere, sapere. Il resto non mi interessa”. In entrambi i casi, né l’uomo moderno pensante (o persone), né l’uomo moderno credente (o credulone) avranno possibilità e tempo di chiudere la partita, di terminare la ricerca, di completare la collezione. E’ breve infatti il tempo del pensare, dell’immaginare, del vivere, dell’amare terreno. Sia il primo che il secondo potrà tuttavia ricavare conforto da questa esortazione attribuita allo scrittore A. Dumas padre: “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra e non ti affannerai a cercare quello che Egli ti nasconde”. Collezionisti di misteri “Ho una splendida collezione di conchiglie…le tengo sparse per tutte le spiagge del mondo.” Più si ha fede, più si vede mistero intorno. Paradossi della vita. Il mondo è pieno di collezionisti di misteri perché la vita è piena di mistero, la vita personale, familiare, sociale, umana in generale… Il mistero primordiale contro il quale cozza spesso la mia piccola mente è quello di un Dio che ha avuto il coraggio di creare il mondo ben sapendo che questo lo avrebbe tradito. Da questo mistero cadono a grappolo tutti gli altri… Coraggio d’amore, sintetizza la teologia… E il mistero si fa più accecante proprio perché al fondo del mistero c’è l’amore. E l’amore è più che l’amore, affermava il papa Polo VI… Il mondo è anche pieno di cercatori di spiegazioni e di risolutori di enigmi appunto perché il mondo è pieno di enigmi. L’enigma primordiale è quello dell’uomo che pur essendo impastato di mistero resta convinto di poterlo un giorno spiegare. Cocciutaggine egocentrica? Ma l’enigma misterioso o il mistero enigmatico più curioso è quello di un Dio talmente a portata di uomo da soddisfare sia i cercatori di spiegazioni che i collezionisti di misteri. Fino a giungere al paradosso di sentire dire “Io, grazie a Dio, sono ateo”. O, per dirla col poeta Gibran:”Dio ha creato la verità con molte porte per accogliere ogni credente che bussi”. Sia che bussi alla porta degli enigmi, sia che bussi a quella dei misteri.

 

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Il Morire

Cos’è il morire? Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l’oceano. E’ uno spettacolo di rara bellezza ed io rimango ad osservarla fino a che svanisce all’orizzonte e qualcuno accanto a me dice: “E’ andata!”. Andata! Dove? E’ sparita dalla mia vista: questo è tutto. Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi. Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice: “E’ andata!” ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altre voci levano un grido di gioia: “Eccola che arriva!”: E questo è il morire.

SONO NELLA STANZA ACCANTO…

La morte non è nulla. Sono solo scivolato nella stanza accanto. Io sono io e tu sei tu. Quello che eravamo l’uno per l’altro, lo siamo ancora… Chiamami col mio solito nome. Parlami nel modo in cui eri solita parlarmi… Non cambiare il tono della tua voce. Non assumere espressioni forzate di solennità o dispiacere. Ridi come eravamo soliti ridere dei piccoli scherzi che ci divertivano. Gioca…sorridi…pensami…prega per me Lascia che il mio nome sia la parola familiare che è sempre stata. Lascia che venga pronunciato con naturalezza, senza che in esso vi sia lo spettro di un’ombra La vita ha il significato che ha sempre avuto. E’ la stessa di prima. Esiste una continuità mai spezzata. Che cos’è la morte se non un incidente insignificante? Dovrei essere dimenticato solo perché non mi si vede? E’ un intervallo, sto solo sorridendoti, da qualche parte molto vicino, proprio dietro l’angolo. Va tutto bene.

SE CONOSCESSI..

Se conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami. Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio, nella sua sconfinata bellezza… Le cose di un tempo sono così piccole al confronto! Mi è rimasto l’amore di te, una tenerezza dilatata che tu neppure immagini. Vivo in una gioia purissima. Nelle angustie del tempo, pensa a questa casa dove un giorno saremo riuniti oltre la morte, dissetati alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore infinito. Non piangere, se veramente mi ami…
“Ogni tanto mi sorprendo a fantasticare sulla vita eterna e a immaginare come sarà e allora mi pare di scoprire il segreto che sta dietro questo enigma: immagino che l’uomo subito dopo la sua morte si incontri con Dio, e che entrambi si abbraccino, scoppiando in una grande risata…poichè tutti e due in quel momento scoprono che era così semplice e così bello e che hanno giocato bene il loro gioco e che questo gioco era degno di essere giocato.” (Parazzoli)

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I PENSIERI CATTIVI … (pensare male o pensare troppo porta male…)

Per tanto tempo ho creduto che i “pensieri cattivi” fossero quelli che riguardassero il sesso o cose affini. Poi piano piano mi sono convinto, anche con l’aiuto di psicologi “bravi”, che i pensieri cattivi erano in realtà i retro-pensieri, quei pensieri cioè che stanno dietro i nostri comportamenti e che proprio perché stanno dietro ci possono anche prendere per il sedere arrivando a rovinare, talvolta senza che ce ne accorgiamo, la realtà della vita di relazione.
Tutti sappiamo che la realtà del vivere, specialmente quella del vivere coniugale e familiare, è spesso dura, faticosa, “problematica”. E tutti sappiamo, parimenti, quanto sia diverso il livello di sopportazione di quanto si “interpreta” o si “legge” come problema da parte delle singole persone. C’è gente infatti per la quale tutto fa problema e gente, invece, per la quale “non c’è problema”, “tutto si risolve”.
Questo per dire che una “realtà”, un “evento”, una “situazione” diventa “problema quando non la si riconosce e non la si accetta come tale. Ammonisce Kaufmann: “Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo”. Una breve digressione…a riguardo della “realtà” conosciutissima della “suocera” (intesa qui come categoria psicologica più che come persona, intesa cioè come atteggiamento di voler mettere lingua su tutto). La realtà della suocera diventa problema quando non la si accetta come tale. Scrive infatti Erich Fromm che “amare è accettare l’altro così come è senza volontà di cambiarlo”. E questo DNA dell’amore è applicabile anche alla “suocera”.
A questo punto, quando si crede di avere a che fare con un “problema”, occorrerebbe avere tempo e modo di discernere tra quanto è “oggettivamente” problema (magari da risolvere o con il quale imparare a convivere…) e quanto, invece, è problema soltanto nella propria testa; saper discernere cioè quanto attiene ad una propria lettura distorta della realtà, lettura distorta favorita appunto da quei maledetti “pensieri cattivi” che la determinano.
Quei benedetti o maledetti “pensieri cattivi” si annidano proprio nella zona oscura del proprio inconscio (che tra l’altro è occupato anche da pensieri “buoni”…troppo sovente addormentati) e finiscono per guastare il benessere relazionale che consiste semplicemente nel vivere il “qui ed ora” a cuor leggere (non appesantito cioè da sentimenti pregressi di rabbia e dolore o da sentimenti proiettati sul futuro di paura e di ansia…) e a mente libera (libera appunto da pensieri prefabbricati che non leggono la realtà del qui ed ora).
Mi limito a descriverne due di questi pensieri cattivi responsabili di un vivere relazionale teso o inappagante.
Un primo “pensiero cattivo” ( che solitamente porta all’atteggiamento onnipotente del voler “risolvere un problema una volta per tutte” ) è il seguente, espresso nelle sue due versioni, una riguardante il passato: “non doveva succedere”, “non te lo dovevi permettere” e una riguardante il futuro :“che sia l’ultima volta”, “non deve succedere più”. Senza dire delle possibili minacce o ricatti susseguenti “se capita ancora, quella è la porta” o espressioni simili.
Si consideri se non è preda di una sindrome di onnipotentismo chi crede di poter “controllare “ passato o futuro delle persone uscendosene con espressioni del genere! Espressioni “deficienti”, nel senso che sono espressioni mancanti di lettura della realtà che si dipana, invece, in un qui e ora di libertà e di fantasia impossibili da controllare.
Un secondo “pensiero cattivo” in grado di guastare tanti comportamenti della quotidianità e che è la causa principale dello stress è quello di chi fa le cose così da “togliersi il pensiero” (curioso questo lapsus…) rispetto a chi, semplicemente, le fa perché vanno fatte…”Così non ci penso più”…si suol dire. Ma sarà proprio vero?
Di questo passo si arriva anche ad “andare a messa” per togliersi il pensiero, a fare la cresima “per togliersi il pensiero”…magari anche a sposarsi “per togliersi il pensiero”…E che dire se si arriva anche a pensare di voler morire “per togliersi il pensiero”!?
E così di pensiero cattivo in pensiero cattivo si finisce per incattivirsi nei rapporti, si finisce per perdere la soavità di una relazione che soltanto nell’attenzione a vivere il qui ed ora è possibile godere (il pane quotidiano…di cui si chiede la razione nel Padre nostro…e di cui Cristo indica la ricetta “mio cibo è fare la volontà del Padre”…quella volontà da discernere con immediatezza negli eventi della quotidianità).
I pensieri cattivi finiscono per inacidire il vino della festa della vita coniugale e familiare e per far ammuffire il pane fresco di giornata dell’amarsi…
Questa storiella finale spiega la ragione del sottotitolo “pensare male o pensare troppo…porta male”.
E’ la storiella delle tre rane che hanno un “problema”.
“Tre rane caddero in un secchio colmo di latte. La prima rana, pessimista, pensò che non c’era nulla da fare e si lasciò miserevolmente annegare. La seconda, lucida ragionatrice, pensò che se la sarebbe potuta cavare compiendo un gran balzo. Calcolò i valori algebrici della traiettoria, quelli parabolici e dinamici, poi spiccò un salto. Ma, immersa com’era nelle sue elucubrazioni, non aveva notato che il secchio aveva un manico. E proprio contro di esso andò a sfracellarsi. La terza rana, che aveva una gran voglia di vivere, non seppe far altro che esprimere tale voglia: si dimenò, si agitò e si dibattè…Sino a che, scosso da tanto ribollire, il latte divenne burro. Ed essa si salvò.”

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“Il matrimonio è come la morte… pochi vi arrivano preparati” (N. Tommaseo)

Sono ormai più di quarant’anni che, mia moglie ed io insieme a tanti altri amici, ci occupiamo di Pastorale Familiare. Anzi possiamo veramente ringraziare Dio per questa fortuna-grazia che, bontà sua, ci ha voluto concedere fin dal tempo del nostro fidanzamento.
Una grazia arrivataci per il tramite, soprattutto, di tre sacerdoti: uno, padre Luciano Cupia (degli Oblati di Maria Immacolata, ordine fondato dal santo Vescovo di Marsiglia Eugenio De Mazenod), che negli anni sessanta dette il via alla fondazione dell’allora Centro Cattolico di Preparazione al Matrimonio con una pastorale organica e strutturata della formazione alla vita matrimoniale (curando anche, prima esperienza del genere in Italia, la formazione delle equipes di laici e di preti che l’avrebbero dovuta sviluppare), un’altro, Don Carlino Panzeri il quale, poco dopo, (come responsabile del Centro Pastorale della Famiglia della diocesi di Albano), iniziò, insieme ai laici che il Signore gli mise accanto, la stupenda avventura della Pastorale Familiare arricchendola di iniziative a 360 gradi (incontri di spiritualità, esercizi spirituali, scuola di famiglia, esperienze con separati e divorziati, incontri e dibattiti in campo civile…) , il terzo, padre Sergio Cimignoli, della Congregazione dei Figli della Sacra Famiglia, fondata dal santo spagnolo Giuseppe Manyanet, che portò nuova linfa alla pastorale familiare ispirandosi alla spiritualità della Sacra Famiglia di Nazaret, propria del suo fondatore.
Da allora molte cose sono cambiate, molte altre iniziative per la famiglia si sono aggiunte nelle varie parti d’Italia (pensiamo soltanto alla nascita dei Consultori di ispirazione cristiana e delle Scuole per Consulenti Familiari), ma nel contempo abbiamo visto anche cambiare la tipologia delle coppie intenzionate a sposarsi in chiesa.
A tal punto che oggi nei cosiddetti “corsi per fidanzati” ( che erano battezzati via via come “incontri prematrimoniali” o “percorsi” o “incontri”… e quant’altro) si presentano spesso delle coppie alle quali difficilmente si addice il termine “fidanzati”.
Durante una delle ultime sedute dell’Ufficio Famiglia della Consulta della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) è stato proprio Don Carlino a coniare, per così dire, una nuova terminologia a riguardo: coppie di fidanzati (quelle classiche), coppie di fatto (conviventi…con o senza figli), coppie di diritto (quelle sposate civilmente).
Ed è da questa classificazione che occorre partire per “modificare”, nel metodo e in qualche contenuto, la “preparazione” al matrimonio o meglio “la formazione alla vita di relazione” coniugale e familiare. Magari lasciando capire da subito, con ferma discrezione, che tale “formazione” non va vista come traguardo da raggiungere (sarebbe illusorio credere di poterla acquisire una volta per tutte con alcune serate, anche se fatte come “catechesi” o come “itinerari di fede”…) ma come modo di viaggiare e di essere da alimentare nel giorno dopo giorno.
Anche se, ogni tanto, qualcuno degli addetti ai lavori (laici, preti, vescovi, esperti…) si dice intenzionato a voler celebrare il funerale ai “corsi di preparazione al matrimonio” classici invocando o sognando chissà quali innovazioni, c’è da riconoscere che questa nuova tipologia di “coppie” che chiedono di essere promosse a “coppie sacramento” (altra espressione di don Carlino)
induce ad una seria riflessione sul da farsi.
Una seria riflessione che può partire proprio dalla “domanda” dei “fidanzati”, dei “conviventi”, degli “sposati in municipio” di voler diventare “coppie sacramento”. Una domanda che dovrebbe sollecitare i “pastoralisti” a rivolgere loro, paradossalmente, secondo lo stile di Gesù, un’altra domanda, la seguente: “Perché vi volete sposare in chiesa?” Ad onor del vero questa domanda figurava anche nei corsi o percorsi storici classici precedenti, quando veniva trattato il contenuto del “sacramento”.
Una domanda che, rivolta ai “conviventi” o agli “sposati in municipio” potrebbe cambiare in quest’altra, formulata simpaticamente dal Vescovo Luigi Moretti di Roma: “Perché dal trovarvi sposati in coscienza, vi volete sposare in chiesa?”
Dalle risposte, molto varie e diversificate dei “richiedenti” il sacramento a questa fondamentale domanda, si potrà partire per una nuova e dinamica strutturazione dei contenuti, compresi quelli più prettamente antropologici. Contenuti antropologici riguardanti quel che significa veramente “sposarsi”; contenuti antropologici che qualcuno continua a dare per scontati e qualcun’ altro si ostina a pensare “profani” o “superflui” credendoli,a torto, poco “spirituali”. Come se l’incarnazione non avesse insegnato nulla e trascurando il fatto che è stata proprio l’incarnazione la mossa vincente dello Spirito:..
Tanto più che la odierna cultura antropologica relativa alla “vita di relazione” o alla “relazione amorosa” fa acqua da tutte le parti avendo come baricentro del suo “pensiero” (ma è pensiero?) l’individuo e non la relazione.
Tanto più che la filosofia odierna si caratterizza spesso come “filosofia dei desideri” che premono per voler diventare diritti laddove invece, per contro, la cultura di Dio si caratterizza, da sempre, come “filosofia dei valori”, in vetta alla quale c’è il “valore persona”.
L’attenzione prioritaria dei pastoralisti laici e preti impegnati nella formazione alla vita di famiglia dovrà quindi tener conto di questo nuovo contesto culturale nel quale andare a seminare il vangelo del matrimonio cristiano.
Una attenzione da rivolgere parimenti alle persone che chiedono di sposare in chiesa, quale che sia il loro trascorso di vita e di fede, così da saper cogliere quei “valori nascosti” che comunque esse possiedono in un qualche angolo della loro anima.
Una attenzione rispettosa ed empatica tale da potersi configurare addirittura come particolare “strumento pastorale” nuovo in un mondo dove la “relazione con le persone” soffre ferite di ogni genere in ragione dell’individualismo e del “virtuale”.
Altrimenti che senso avrebbe continuare ad asserire che “Dio è relazione” e che “Dio è amore”(contenuti comunque da rilanciare senza alcun complesso d’inferiorità…) se non si incarna, con i limiti che tutti abbiamo, con queste persone, una relazione d’amore?

 

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Cosa farai da grande?

Quando nasce un bambino ci si chiede spesso “cosa farà da grande”. Anzi, non appena questo bambino lo permetterà, si incomincerà a tampinarlo chiedendolo direttamente a lui, ottenendo le risposte più disparate e fantasiose.
La gran parte di queste risposte riguarderà soprattutto la professione…”farò il meccanico”, “faro il dottore”…
E c’è una ragione che spiega, in certo qual modo, questo genere di risposta e la ragione sta proprio in quel verbo “fare” presente nella domanda… Come dire che le risposte dei bambini sono, al riguardo, pertinenti, logiche e sensate.
Ci si può chiedere se articolando in altro modo la domanda, magari adoperando il verbo “essere” al posto del verbo “fare”, si possa ottenere una risposta altrettanto pertinente, ma diversa. Se ad esempio gli si domandasse: “Adesso sei un bambino… ma cosa sarai da grande”? si potrebbe ottenere, chissà mai, in risposta: “Sarò un uomo…o una donna, un adulto”.
Il modo di porre le domande influisce quindi molto sulla natura e qualità delle risposte talvolta addirittura orientandole, se non manipolandole. Tale modo diverso di porre le domande non otterrà certamente miracoli sul piano pedagogico, ma avrà comunque il vantaggio di avviare l’operazione congiunta di crescita del bambino più nel senso dell’essere (e del diventare quel che si è…) che non nel senso del fare e questo in piena sintonia con l’antico detto filosofico “operari sequitur esse” e cioè “il fare viene dopo l’essere”.
L’attenzione educativa sarà posta maggiormente sull’essere e sul far crescere ciò che si è (e cioè persona…adulta da persona bambina) che non sul far diventare grande ciò che è piccolo.
Un bambino diventato “grande” potrebbe essere semplicemente un “bambinone”…così come un seme ingrandito è un “semone”, laddove invece un seme cresciuto è una pianta.

Cosa caratterizza l’adulto?

A caratterizzare l’essere adulto sono fondamentalmente tre cose: la consapevolezza della propria identità (che viene data con il nome…sono Tizio, Caio…), la consapevolezza della propria relazione di appartenenza genetica (figlio di un padre e di una madre) e a seguire la presa di coscienza di quel famoso “fare”, di una missione da compiere nella vita.
E’ di importanza fondamentale, per i genitori e gli educatori intenzionati a traghettare il cucciolo d’uomo da bambino ad adulto, tenere sempre presente questo elementare “dato di natura”: un bambino si costruisce grazie ad uno strettissimo rapporto con la madre (e solo successivamente con il padre); la vita uterina e i primi anni lo stanno a dimostrare contro la tragica illusione di certa scienza moderna in vena di “trovate alternative”; un adulto si costruisce rendendosi gradatamente autonomo rispetto alla madre (e successivamente al padre). Ce n’è abbastanza, se si vuole veramente derivare una azione educativa realistica da questi inconfutabili dati di natura.

Il ribaltamento di Gesù, l’adulto

Quando arriva Gesù (un bambino cresciuto bene, perché cresciuto in una famiglia normale e sana), viene immesso nel solco della storia un nuovo e paradossale seme, quello dell’adulto a misura di bambino.
Da allora in poi a caratterizzare l’adulto (almeno secondo certa cultura) non sarà più la “seriosità” di chi dice “lei non sa chi sono io”, o la “vanagloria” di chi millanta e ostenta “ma non sa di chi sono figlio o figlia?” e neppure la “sicumera”di chi asserisce “le mie fortune me le sono fatte da solo”, bensì la semplicità del bambino-adulto di riconoscersi comunque e sempre “piccolo” (“Qualunque cosa farete a uno di questi piccoli l’avrete fatta a me”…), l’umiltà realistica di ricondurre con gratitudine alla sua origine tutto quanto il proprio essere (“Mio cibo è fare la volontà del padre…”, “Sono venuto per fare la Sua volontà”), la gioia riconoscente di attribuire i meriti del proprio “fare” a chi ci ha dato l’essere (“Siete sempre dei semplici servi…anche quando avrete fatto tutto quello che dovevate fare…”).
Questo ribaltamento paradossale portato da Gesù l’adulto non è una trovata teorica alternativa ed eccentrica, ma è la via maestra da percorrere per diventare veramente quello che si è e cioè “figli di Dio”…che curiosamente coincide con l’essere “figlio dell’uomo”…
Il ribaltamento paradossale portato da Gesù, il bambino-adulto per eccellenza, non è stato soltanto proclamato, ma concretamente incarnato nella sua brevissima e intensissima vita.
Infatti cresceva senza problemi “in età, sapienza e grazia” fino a trent’anni, in casa, per poi “compiere” in quattro e quattr’otto, non molto distante da casa, quella unicissima missione grazie alla quale siamo tutti salvi.
Tutti salvi a condizione di diventare “adulti” nel vero senso spirituale della parola e cioè “autonomi” dal male. Tutti salvi a patto di diventare bambini (“Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli”). Come dire che nel suo Regno, che è anche il Regno del Padre con tanto di Madre resa feconda d’uomo dallo Spirito, c’è posto solamente per gli adulti come Dio comanda, (ed è una sua maniera di “comandare” quella di farlo con “misericordia”…) gli adulti autonomi dal male (“Ma liberaci dal male…”), il male della superbia, della lussuria, dell’avarizia, dell’invidia…e quant’altro.
Quel male che l’innocenza dei bambini non conosce.

 

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Desidera ciò che hai..

Quando mi imbatto in un paradosso, normalmente rimango di stucco, come si suol dire. Poi, quasi subito, incomincio ad avvertire dentro di me tutto un movimento di sensazioni, di emozioni e di pensieri tale da farmi rasentare quasi un senso di vertigine. Infine, quasi sempre, raggiungo uno stato di quiete interiore tale da consentirmi una piacevole degustazione del paradosso appena incontrato.
Così è stato anche quando un mio amico prete, padre Gianni Colombo improvvisamente scomparso proprio il giorno del Corpus Domini di quest’anno, mi fulminò con la citazione di uno dei paradossi più raffinati di sant’Agostino, il seguente: “Desidera ciò che hai”.
Quasi per magia questa “esortazione spirituale paradossale” ha fatto riemergere dal fondo della mia memoria un detto popolare molto noto, il seguente: “Chi s’accontenta gode”.
E l’accostamento del “paradosso” agostiniano con il “detto” popolare, chissà come mai, mi ha catapultato all’indietro nel tempo aprendo alla mia vista due scenari spettacolari, lo scenario della creazione dell’uomo, della sua caduta nella tentazione e, ancor prima, quello della creazione degli spiriti angelici e della caduta in tentazione di alcuni di loro.
Mi spiego. Vuoi vedere che le cose nella vita cominciano ad andare storte quando non ci si accontenta di ciò che si ha (e, soprattutto, di ciò che si è) e si desidera di più (o di diventare ciò che non si è)?
Vuoi vedere che la tentazione principe è proprio questa, quella cioè che induce ingannevolmente a voler diventare ciò che non si è, non accontentandosi cioè di quello che si è?

Se i “primi” uomini si fossero accontentati…
e se il “primo” angelo non avesse voluto far carriera…

A ben considerare, infatti, nella narrazione della creazione di Adamo ed Eva c’è una parolina, un “verbo” usato dal tentatore nei riguardi della prima coppia ed è curiosamente un verbo declinato al “futuro”: “Se coglierete quel frutto…diventerete come Dio”.
La tentazione mira quindi a far distogliere ad Adamo ed Eva l’attenzione al presente (e il loro presente consisteva nell’accontentarsi cioè di essere semplicemente “figli di Dio”) per dirottarla verso un futuro…irrealizzabile (infatti non si può “diventare” quello che non si “è”).
La dinamica di ogni tentazione consiste prevalentemente quindi nel rovinare il presente con l’ansia per il futuro…inducendo l’essere umano a non riconoscere e a non accontentarsi della “grazia del presente”.
E per non cadere in tentazioni del genere, ecco allora il paradosso :“Desidera ciò che hai”…
E Adamo ed Eva “avevano” già la grazia del presente di “essere” figli di Dio. Perché non accontentarsi?
E per vincere definitivamente la tentazione ancora oggi, ecco la considerazione di Simone Weil (1909-1943, nel libro L’attesa di Dio, del 1972): “Se l’aver mangiato un frutto ha rovinato l’umanità, la salvezza sarà nell’atteggiamento contrario, nel guardare un frutto senza mangiarlo”.
Ma questa storia del “non accontentarsi” aveva un precedente (è il secondo scenario): quando il più “primo” degli spiriti angelici, per invidia di non essere come Dio, si mise in testa di volere di più, di diventare ciò che non era, di fare carriera, di salire più in alto, in buona sostanza di non accontentarsi di quello che era…sono cominciati i guai per lui e per tutti. L’esatta contrario di quanto ha fatto Dio che, quando ha voluto “fare carriera”, fare di più, salire più in alto…è sceso in basso…per noi uomini e per la nostra salvezza.

E la famiglia cosa c’entra in tutto ciò?

Poche considerazioni. Non dice nulla il forte aumento, ai giorni nostri, di malanni fisico-psichico-emozionali dovuti all’ansia per il domani? Non dice nulla il fatto che sull’altare della carriera e del voler sempre di più “avere” o “apparire” si sacrifichino spesso valori prioritari e fondamentali per la vita coniugale e familiare?
Ci sarà pure un punto d’equilibrio tra l’accontentarsi del qui ed ora del proprio essere ed esistere e il desiderare qualcosa di meglio senza rovinare il qui ed ora!
Ci sarà pure un punto di equilibrio tra il “preoccuparsi” del futuro dei propri figli (sacrificandosi esageratamente “per” loro) e semplicemente “l’occuparsi” del loro presente (magari vivendo di più “con” loro).
E’ solamente casuale che l’aumento delle patologie ansioso-depressive dell’uomo moderno vada di pari passo con l’allontanamento dell’uomo da DIO?
La tentazione del “futuro” dal quale ci si aspetta di più di quello che può offrire è la tentazione più raffinata
A questa tentazione così diabolicamente raffinata si può rispondere con altrettanta raffinata virtù, la virtù teologale più potente e protettiva che esista contro le velleità e le ansie riguardanti il futuro, la virtù della speranza.
“Non abbiate paura,,,io ho vinto il mondo!” Lo disse Gesù…che a suo tempo aveva già liquidato il tentatore alla maniera che tutti sappiamo e cioè facendogli capire che Lui, d’accordo col Padre, si accontentava di quello che era e che era venuto a fare.

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HO TROVATO L’AMERICA

Inizio questo pezzo con la citazione fresca fresca di una giovanissima studentessa italiana da poco arrivata in Texas: “Qui è davvero tutto vuoto di cultura, se non quella loro. Il resto gli sembra come troppo lontano per essere saputo o troppo piccolo per meritare attenzione, e si affoga davvero in un mare di ignoranza! Ho carenza di un sano acculturamento e, forse, se dico una cosa del genere a loro, mi potrebbero proporre di andare al Wall Mart a vedere se se ne può comprare un po’ in comode pasticche”.
Purtuttavia l’espressione “ho trovato l’America” rimane una delle tante espressioni solitamente usate per comunicare di avere raggiunto un qualche traguardo di felicità, di benessere, di fortuna…
Sarebbe curioso scoprire come mai, nel tempo recente, sia stato stabilito un nesso così particolare tra “desiderio di felicità” e “america”, tra ricerca della felicità e luogo dove trovarla…Forse il fasullo mito del “diritto alla felicità” tanto enfatizzato da Jefferson sta alla base di questo curioso nesso…ed è fasullo il mito perché la felicità non è per niente un “diritto”, ma semplicemente un “bisogno” donatoci alla nascita e per il quale, magari, riconoscere il Donatore…
Così come sarebbe divertente domandarsi cosa accadeva prima della scoperta dell’America a riguardo della ricerca della felicità e del benessere…
Ma non è il caso di avventurarci in leziose argomentazioni o incaponirci su puntualì distinzioni tra desideri e bisogni, tra aspettative legittime e velleità, tra ideali e sogni tra speranze e illusioni dell’essere umano.
E’ il caso invece di annotare che gran parte delle espressioni di questo genere è in qualche misura bilanciata da tutta un’altra serie di espressioni, per così dire, paradossalmente contrarie.
Cosa dire infatti, tanto per restare in tema, dell’espressione: “Tutto il mondo è paese”? Sembrerebbe di poter dire che è possibile “trovare l’America” anche senza andare in America…sempre avendo chiaro, comunque, cosa si intende per America! Avendo chiaro cioè quale è il traguardo a cui si assegna il compito, una volta raggiunto, di farci felici.
Perché se si sbaglia in questo, si corre il rischio di continui trasferimenti da un “america” all’altra…senza sosta e senza quiete e ogni volta raggiunta la “nuova america” si rischia anche il ricorrente sospiro di insoddisfazione: “Tutto qua…chissà cosa mi credevo!”
E qui ci andrebbe bene una riflessione puntuale, in grado di fermare per un istante tutti i partenti per l’America: “La felicità non è una stazione di arrivo, ma un modo di viaggiare”.
Una riflessione alla quale aggiungere il celebre detto: “Non è tutto oro quel che luccica” a cui fa paradossalmente eco: “Non è detto che non sia oro tutto quello che non luccica”.
L’esortazione conclusiva sembra essere quindi scontata, ed è l’esortazione a evitare corse o fughe dal positivo che si possiede, l’esortazione ad evitare di situare sempre “oltre” il “qui ed ora” lo spazio della felicità, l’esortazione a non credere che “l’erba del vicino è sempre più verde” (perché prima o poi ci si accorge che è un prato artificiale!!!).
E’ anche un raffinata tentazione (si veda il gustosissimo libretto LE LETTERE DI BERLICCHE, di S. Lewis psicologia diabolica e si narra del diavolo anziano Berlicche che scrive al nipotino Malacoda per insegnargli a “tentare” l’uomo in maniera seria e raffinata, facendo leva sui suoi punti deboli…senza farsi accorgere) quella che ci sbilancia verso il futuro o l’altrove mediante ansie, preoccupazioni, progetti utopistici e rivendicazione del “diritto alla felicità”… Il mio amico Geppy scrive: “Di tanto in tanto dovremmo smettere di cercare la felicità e limitarci ad essere felici”.
La troppa ansia per il futuro penalizza il presente. La ricerca di quello che non si ha come traguardo di felicità da raggiungere ostacolo o addirittura non permette di godere di quello che si ha…Cambiare aria per cercare di stare meglio deve fare i conti con questo detto del poeta latino Orazio: “Coelum, non animum, mutant” (cambiano aria, ma non stato d’animo).
E per concludere, ecco cosa disse il Dalai Lama a chi gli chiedeva cosa l’avesse sorpreso di più nell’umanità di oggi: “Gli uomini…perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute…Perché pensano tanto ansiosamente al futuro da dimenticare di vivere il presente, in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro…Perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto”.

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A…come Amore (fiducia reciproca, comunicazione, cogliere sempre il positivo)

UNA COPPIA DI CONTADINI (amore, dialogo, attenzione al qui ed ora, fiducia reciproca….)

Una coppia di contadini abitava in una piccola fattoria isolata in mezzo alle montagne. Il marito era un brav’uomo e sua moglie lo amava teneramente.
Un notte il temporale distrusse il tetto della loro fattoria. Per ripararlo, decisero di comune accordo di vendere il loro unico asino.
Il mattino dopo, il contadino si mise in cammino insieme all’animale. A metà strada incontrò un uomo, che, come lui, stava andando al mercato per vendere il suo cavallo.
Lo straniero gli propose di scambiare il cavallo con l’asino.
– Perché no? – disse il contadino. – Un cavallo è molto utile in campagna; con il suo aiuto potrei far rendere meglio il mio campo e guadagnare così il denaro necessario per riparare il tetto.
Perciò diede il suo asino allo sconosciuto, si prese il cavallo e tornò verso casa.
Ma mentre camminava si accorse che l’animale inciampava spesso, e a un tratto si rese conto che il cavallo era cieco.
– Povera bestia, – disse accarezzandolo dolcemente, – dev’essere faticoso camminare su questa strada sassosa senza vedere niente!
Condusse il cavallo verso il bordo del sentiero, perché potesse mangiare un po’ d’erba, e intinto si sedette a pensare che cosa conveniva fare.
Dopo un po’ gli si avvicinò un uomo che trascinava una mucca.
-Che bella bestia, – disse guardando il cavallo. – Sì, ma è cieco. – Mi serve proprio un cavallo per dei lavoretti semplici, – rispose l’uomo, – e questo potrebbe fare al caso mio, anche se è cieco. Lo scambierei volentieri con la mia mucca.
L’affare fu concluso e il contadino si rimise in viaggio. Ma dopo un po’, vedendo che la mucca avanzava molto lentamente, si accorse che una zampa anteriore era più corta delle altre.
In quel momento gli si avvicinò un uomo con in braccio una capretta, e gli chiese perché aveva quell’aria così preoccupata.
– Ho appena acquistato questa mucca, – spiegò il contadino, – e ho scoperto adesso che è zoppa. Il viaggio è ancora lungo; questa povera bestia soffrirà a camminare tanto!
– E’ da tempo che ho bisogno di una mucca, – disse lo sconosciuto, – Prendi la mia capra. Laggiù ci sono le prime case del mio villaggio. La mucca non dovrà camminare molto.
Il contadino accettò e riprese la marcia con la capretta in braccio. Dopo un po’, stanco per il peso, appoggiò la capra a terra; ma quella, tremante, aveva appena la forza di reggersi in piedi.
– Povera capretta, – esclamò il contadino, – tu sei malata! E vedendo una fattoria poco lontana, andò a cercare aiuto. La contadina esaminò l’animale. – So di che malattia si tratta, – gli disse. – Posso guarirla, ma dovrebbe restare qui per qualche giorno.
– Casa mia è molto lontana, – le rispose il contadino. – Non posso né aspettare né tornare.
– Allora prenditi questo gallo, e io mi terrò la capra.
Nel frattempo si era fatto mezzogiorno e il sole brillava alto nel cielo. Il contadino cominciò a sentire fame, ma non aveva il becco di un quattrino. Così al villaggio successivo vendete il gallo per una moneta con la quale comprò un sacco di roba da mangiare.
Pregustando il banchetto che stava per fare, si sedette all’ombra di un albero. Quando stava per mangiare il primo boccone, sobbalzò nel sentire una voce dietro di lui.
– Pietà, brav’uomo. Non mangio da giorni, e non so se mangerò neanche domani. Il contadino si girò e vide un vecchio mendicante appoggiato all’albero. Senza esitare un istante, fece sedere il vecchio e gli posò davanti il cesto pieno. Lo guardò felice che si saziava e riprese a cuor leggero il cammino verso casa.
Sua moglie lo aspettava sulla porta. Dopo averla abbracciata teneramente, le raccontò tutto quello che era successo.
– Bè, – cominciò, – non ho venduto l’asino perché l’ho scambiato con un cavallo. – Con un cavallo? Che magnifica idea! – gli rispose la moglie. – Ci sarà utile per lavorare il campo.
– Aspetta, – la interruppe il contadino. – Cammin facendo , ho scambiato il cavallo con una mucca.
– Ottimo: una buona mucca ci darà del latte fresco ogni mattina.
– Si’, – continuò lui, – ma non ho più la mucca perché l’ho scambiata con una capra.
– Hai fatto benissimo. Il latte di capra è ancora più nutriente; potrò fare tanti formaggi diversi.
– Ma non ho più neanche la capra; al suo posto ho preso un gallo.
– Bravo! Il gallo canterà tutte le mattine al levar del sole.
– Ascolta, – disse allora l’uomo. – Non ho più neppure il gallo. Avevo fame e l’ho venduto per una moneta e mi sono comprato da mangiare.
– Hai fatto bene. Ero così preoccupata per te pensando che eri senza cibo! La strada è lunga, devi essere stanco.
– Aspetta, – aggiunse lui. – Avevo cominciato a mangiare quando è arrivato un mendicante affamato. Così gli ho regalato tutto il cibo che avevo, e sono tornato a casa.
– Non avresti potuto agire meglio, – rispose la moglie abbracciandolo. – Sono felice di avere un marito come te! Entra che ti preparo qualcosa da mangiare. Devi avere una fame da lupo!
Il mattino dopo, l’uomo si alzò per mettersi al lavoro. Aprì la porta di casa…e quale non fu la sua sorpresa nel vedere un bell’asino, un cavallo che ci vedeva benissimo, una mucca con le zampe lunghe uguali, una capretta sana come un pesce e un magnifico gallo!
In mezzo all’aia, un raggio di sole faceva brillare una moneta d’argento.
Chiamò sua moglie, che sorrise vedendo quello spettacolo, lo abbracciò e disse: – Ma dimmi, chi era il mendicante a cui hai dato da mangiare?

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