Cosa farai da grande?

Quando nasce un bambino ci si chiede spesso “cosa farà da grande”. Anzi, non appena questo bambino lo permetterà, si incomincerà a tampinarlo chiedendolo direttamente a lui, ottenendo le risposte più disparate e fantasiose.
La gran parte di queste risposte riguarderà soprattutto la professione…”farò il meccanico”, “faro il dottore”…
E c’è una ragione che spiega, in certo qual modo, questo genere di risposta e la ragione sta proprio in quel verbo “fare” presente nella domanda… Come dire che le risposte dei bambini sono, al riguardo, pertinenti, logiche e sensate.
Ci si può chiedere se articolando in altro modo la domanda, magari adoperando il verbo “essere” al posto del verbo “fare”, si possa ottenere una risposta altrettanto pertinente, ma diversa. Se ad esempio gli si domandasse: “Adesso sei un bambino… ma cosa sarai da grande”? si potrebbe ottenere, chissà mai, in risposta: “Sarò un uomo…o una donna, un adulto”.
Il modo di porre le domande influisce quindi molto sulla natura e qualità delle risposte talvolta addirittura orientandole, se non manipolandole. Tale modo diverso di porre le domande non otterrà certamente miracoli sul piano pedagogico, ma avrà comunque il vantaggio di avviare l’operazione congiunta di crescita del bambino più nel senso dell’essere (e del diventare quel che si è…) che non nel senso del fare e questo in piena sintonia con l’antico detto filosofico “operari sequitur esse” e cioè “il fare viene dopo l’essere”.
L’attenzione educativa sarà posta maggiormente sull’essere e sul far crescere ciò che si è (e cioè persona…adulta da persona bambina) che non sul far diventare grande ciò che è piccolo.
Un bambino diventato “grande” potrebbe essere semplicemente un “bambinone”…così come un seme ingrandito è un “semone”, laddove invece un seme cresciuto è una pianta.

Cosa caratterizza l’adulto?

A caratterizzare l’essere adulto sono fondamentalmente tre cose: la consapevolezza della propria identità (che viene data con il nome…sono Tizio, Caio…), la consapevolezza della propria relazione di appartenenza genetica (figlio di un padre e di una madre) e a seguire la presa di coscienza di quel famoso “fare”, di una missione da compiere nella vita.
E’ di importanza fondamentale, per i genitori e gli educatori intenzionati a traghettare il cucciolo d’uomo da bambino ad adulto, tenere sempre presente questo elementare “dato di natura”: un bambino si costruisce grazie ad uno strettissimo rapporto con la madre (e solo successivamente con il padre); la vita uterina e i primi anni lo stanno a dimostrare contro la tragica illusione di certa scienza moderna in vena di “trovate alternative”; un adulto si costruisce rendendosi gradatamente autonomo rispetto alla madre (e successivamente al padre). Ce n’è abbastanza, se si vuole veramente derivare una azione educativa realistica da questi inconfutabili dati di natura.

Il ribaltamento di Gesù, l’adulto

Quando arriva Gesù (un bambino cresciuto bene, perché cresciuto in una famiglia normale e sana), viene immesso nel solco della storia un nuovo e paradossale seme, quello dell’adulto a misura di bambino.
Da allora in poi a caratterizzare l’adulto (almeno secondo certa cultura) non sarà più la “seriosità” di chi dice “lei non sa chi sono io”, o la “vanagloria” di chi millanta e ostenta “ma non sa di chi sono figlio o figlia?” e neppure la “sicumera”di chi asserisce “le mie fortune me le sono fatte da solo”, bensì la semplicità del bambino-adulto di riconoscersi comunque e sempre “piccolo” (“Qualunque cosa farete a uno di questi piccoli l’avrete fatta a me”…), l’umiltà realistica di ricondurre con gratitudine alla sua origine tutto quanto il proprio essere (“Mio cibo è fare la volontà del padre…”, “Sono venuto per fare la Sua volontà”), la gioia riconoscente di attribuire i meriti del proprio “fare” a chi ci ha dato l’essere (“Siete sempre dei semplici servi…anche quando avrete fatto tutto quello che dovevate fare…”).
Questo ribaltamento paradossale portato da Gesù l’adulto non è una trovata teorica alternativa ed eccentrica, ma è la via maestra da percorrere per diventare veramente quello che si è e cioè “figli di Dio”…che curiosamente coincide con l’essere “figlio dell’uomo”…
Il ribaltamento paradossale portato da Gesù, il bambino-adulto per eccellenza, non è stato soltanto proclamato, ma concretamente incarnato nella sua brevissima e intensissima vita.
Infatti cresceva senza problemi “in età, sapienza e grazia” fino a trent’anni, in casa, per poi “compiere” in quattro e quattr’otto, non molto distante da casa, quella unicissima missione grazie alla quale siamo tutti salvi.
Tutti salvi a condizione di diventare “adulti” nel vero senso spirituale della parola e cioè “autonomi” dal male. Tutti salvi a patto di diventare bambini (“Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli”). Come dire che nel suo Regno, che è anche il Regno del Padre con tanto di Madre resa feconda d’uomo dallo Spirito, c’è posto solamente per gli adulti come Dio comanda, (ed è una sua maniera di “comandare” quella di farlo con “misericordia”…) gli adulti autonomi dal male (“Ma liberaci dal male…”), il male della superbia, della lussuria, dell’avarizia, dell’invidia…e quant’altro.
Quel male che l’innocenza dei bambini non conosce.

 

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