HO TROVATO L’AMERICA

Inizio questo pezzo con la citazione fresca fresca di una giovanissima studentessa italiana da poco arrivata in Texas: “Qui è davvero tutto vuoto di cultura, se non quella loro. Il resto gli sembra come troppo lontano per essere saputo o troppo piccolo per meritare attenzione, e si affoga davvero in un mare di ignoranza! Ho carenza di un sano acculturamento e, forse, se dico una cosa del genere a loro, mi potrebbero proporre di andare al Wall Mart a vedere se se ne può comprare un po’ in comode pasticche”.
Purtuttavia l’espressione “ho trovato l’America” rimane una delle tante espressioni solitamente usate per comunicare di avere raggiunto un qualche traguardo di felicità, di benessere, di fortuna…
Sarebbe curioso scoprire come mai, nel tempo recente, sia stato stabilito un nesso così particolare tra “desiderio di felicità” e “america”, tra ricerca della felicità e luogo dove trovarla…Forse il fasullo mito del “diritto alla felicità” tanto enfatizzato da Jefferson sta alla base di questo curioso nesso…ed è fasullo il mito perché la felicità non è per niente un “diritto”, ma semplicemente un “bisogno” donatoci alla nascita e per il quale, magari, riconoscere il Donatore…
Così come sarebbe divertente domandarsi cosa accadeva prima della scoperta dell’America a riguardo della ricerca della felicità e del benessere…
Ma non è il caso di avventurarci in leziose argomentazioni o incaponirci su puntualì distinzioni tra desideri e bisogni, tra aspettative legittime e velleità, tra ideali e sogni tra speranze e illusioni dell’essere umano.
E’ il caso invece di annotare che gran parte delle espressioni di questo genere è in qualche misura bilanciata da tutta un’altra serie di espressioni, per così dire, paradossalmente contrarie.
Cosa dire infatti, tanto per restare in tema, dell’espressione: “Tutto il mondo è paese”? Sembrerebbe di poter dire che è possibile “trovare l’America” anche senza andare in America…sempre avendo chiaro, comunque, cosa si intende per America! Avendo chiaro cioè quale è il traguardo a cui si assegna il compito, una volta raggiunto, di farci felici.
Perché se si sbaglia in questo, si corre il rischio di continui trasferimenti da un “america” all’altra…senza sosta e senza quiete e ogni volta raggiunta la “nuova america” si rischia anche il ricorrente sospiro di insoddisfazione: “Tutto qua…chissà cosa mi credevo!”
E qui ci andrebbe bene una riflessione puntuale, in grado di fermare per un istante tutti i partenti per l’America: “La felicità non è una stazione di arrivo, ma un modo di viaggiare”.
Una riflessione alla quale aggiungere il celebre detto: “Non è tutto oro quel che luccica” a cui fa paradossalmente eco: “Non è detto che non sia oro tutto quello che non luccica”.
L’esortazione conclusiva sembra essere quindi scontata, ed è l’esortazione a evitare corse o fughe dal positivo che si possiede, l’esortazione ad evitare di situare sempre “oltre” il “qui ed ora” lo spazio della felicità, l’esortazione a non credere che “l’erba del vicino è sempre più verde” (perché prima o poi ci si accorge che è un prato artificiale!!!).
E’ anche un raffinata tentazione (si veda il gustosissimo libretto LE LETTERE DI BERLICCHE, di S. Lewis psicologia diabolica e si narra del diavolo anziano Berlicche che scrive al nipotino Malacoda per insegnargli a “tentare” l’uomo in maniera seria e raffinata, facendo leva sui suoi punti deboli…senza farsi accorgere) quella che ci sbilancia verso il futuro o l’altrove mediante ansie, preoccupazioni, progetti utopistici e rivendicazione del “diritto alla felicità”… Il mio amico Geppy scrive: “Di tanto in tanto dovremmo smettere di cercare la felicità e limitarci ad essere felici”.
La troppa ansia per il futuro penalizza il presente. La ricerca di quello che non si ha come traguardo di felicità da raggiungere ostacolo o addirittura non permette di godere di quello che si ha…Cambiare aria per cercare di stare meglio deve fare i conti con questo detto del poeta latino Orazio: “Coelum, non animum, mutant” (cambiano aria, ma non stato d’animo).
E per concludere, ecco cosa disse il Dalai Lama a chi gli chiedeva cosa l’avesse sorpreso di più nell’umanità di oggi: “Gli uomini…perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute…Perché pensano tanto ansiosamente al futuro da dimenticare di vivere il presente, in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro…Perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto”.

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