CHE IDEE STRANE (quelle degli altri)

TOSSICODIPENDENZA…IDEODIPENDENZA

Farsi una canna e poi un’altra e poi qualcosa di più… può portare alla tossicodipendenza.

Farsi una idea e poi un’altra e poi qualcosa di meglio… può potare alla “ideodipendenza”?

E’ una domanda un po’ provocatoria indotta dal constatare come ognuno, giustamente, sia attaccato alle proprie idee.

La parola “idea” è imparentata con la parola “veduta” e già balza alla memoria il detto: “Quello che vedi dipende da come guardi”.

 La dinamica attraverso la quale “ci si fa una idea” è quindi comune a tutti e quindi tutti dovrebbero avere le medesime idee . Come mai invece no? Probabilmente lo si deve al fatto (più emozionale che razionale),  che piano piano ci si innamora della propria idea fino al punto da esserne talmente presi  da diventare “dipendenti”… un po’ come accade per tutte le dinamiche della “dipendenza”.

Va poi ricordato che i modi di sostenere le proprie “idee” sono sostanzialmente due: c’è il modo “tollerante” delle idee altrui e c’è quello (molto più diffuso) “intollerante” (aggiungerei “arrogante”, “saccente”, dalla “puzza sotto il naso”, che irride o deride l’altrui idea…o peggio l’altro).

Comunque sia, “l’ideodipendenza” , può diventare una patologia seria in grado dir compromettere l’intero funzionamento del pensare.

La cura (anche preventiva) consiste semplicemente in un tuffo di umiltà nell’ immenso oceano dell’infinito.

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ADESSO DICO LA MIA OPINIONE…

“La verità era uno specchio che, cadendo, andò in frantumi ed ognuno

raccogliendo un frantume e vedendosi rispecchiato dentro, pensò di

possedere l’intera verità”.

 (RUMI, considerato il massimo poeta mistico

 della letteratura persiana: 1207 – 1273)

   E’ un aforisma tanto facile da comprendere quanto difficile da applicare  da parte di chi è incline a non ascoltare o peggio a deridere chi è di opinione diversa.

  E qui non c’entra destra o sinistra, sopra o sotto, a fianco o in diagonale… ma c’entra il vero rispetto o meno,  l’umile tolleranza o meno.  E questa non è una opinione!

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OGGI ESAGERO

                                  IL RISO e derivati

   Quando si ride viene coinvolto l’emisfero destro del cervello, dove ha sede appunto il cosiddetto “centro del riso”.

   In pratica, questa zona cerebrale, quando arriva uno stimolo che può essere esterno, una barzelletta, o interno, un ricordo, si attiva e si ride.

   Partono così dei segnali che vanno alla corteccia cerebrale e al sistema nervoso periferico e pertanto alla liberazione di diverse sostanze utili per l’organismo. Ad aumentare durante la risata sono soprattutto due importantissimi neurotrasmettitori, la dopamina e la serotonina.

   Sono il linguaggio chimico del nostro cervello e guarda caso sono proprio queste le sostanze la cui diminuzione causa la depressione.

   Chi ride quotidianamente, quindi, è meno soggetto ad ammalarsi… tanto dalla vita non si esce comunque vivi!

RIDERE:

  Potenzia l’apparato immunitario, aiuta a sciogliere le tensioni muscolari e quindi è un’ottima soluzione per contratture, dorsalgie e lombalgie.

   Ne beneficia anche l’ipertensione perché ridere aumenta il ritmo cardiaco, dilata le arteria e l’ossigenazione.

   Per chi soffre di asma e bronchite poi, rappresenta un vero e proprio esercizio respiratorio.

Inoltre, il massaggio addominale provocato da muscoli che si contraggono durante le risate  è un valido rimedio contro le costipazioni e i dolori di pancia in genere.

   Che dire infine della sua capacità di diminuire la sofferenza psichica e far reagire meglio allo stress?

   La terapia della risata (e del “riso” ed a quanto ad esso assimilabile) si usa per contrastare depressione, ansia, fobie e  per aumentare l’autostima.

   “La giornata completamente perduta è quella in cui non si è riso”.

   Cinque minuti di risata equivalgono a dieci minuti di jogging.

Un minuto di risata  equivale a quarantacinque minuti di rilassamento.

 “Quando non si vive in funzione di qualcosa, si conserva tutta la propria capacità, la propria energia, e si è rilassati, perché non importa che si vinca o si perda”.

                                      “SONO TALMENTE ABITUATO AD ESSERE TESO

                                        CHE QUANDO SONO CALMO MI SENTO NERVOSO

   Non al punto però da sbroccare… Quando infatti la misura è colma… di solito si sbrocca. Non è così per tutti, in quanto che la quantità delle idiozie ascoltate quotidianamente non è ancora colma per via del fatto che il peggio non è mai morto… anche se va ricordato che l’ultima a morire è la speranza (ammesso che muoia…).

   Non è ancora così per molti, pertanto si dovrebbe starsene  buoni e tranquilli ad attendere che la misura si colmi e nel frattempo ragionar con calma, senza dare di testa.

    Ragionare con calma, ad esempio,  a proposito  del cicaleccio ideologico relativo al tema del gran calderone dei cosiddetti “diritti civili”.

   E si potrebbero porre alcune domande:  come avviene ( e dove sta scritto) che alcuni “desideri” gradatamente si autopromuovano a “diritti”? Nella natura, certamente no.

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri”  essere ricco (avere più denaro…) e rivendichi questo come “diritto”…

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri” di essere trattato come sposato pur non essendolo e rivendichi questo come diritto…

    Poniamo il caso che qualcuno “desideri” diventare altro da quello che è (maschio/femmina) e rivendichi questo come diritto…

    Ci si potrà chiedere su quale base e quale sia la dinamica profonda di tale metamorfosi del “desiderio” in “diritto”… o no?

   E poi, con tutto quel parlare che si fa di “ecologia”, di ritorno alla natura, ci si potrà chiedere come mai questo non sia applicabile alla natura “umana” in quanto tale… o no?

   Si potrà auspicare se non sia possibile (sul piano logico, psicologico e ontologico) acquisire una mentalità pensante “ecologica” e non più soltanto miseramente “ideologica”… o no?

   Per farla breve e per evitare di sentire rimbombare nelle orecchie la solita frase dei  pensatori liquidi: “Ma questo è un altro discorso” o peggio “Ma che male ti fanno?” andrebbe ricordata sempre questa citazione presa da AMARE E CURARE I NEVROTICI di Anna Terruwe e Conrad Baars: “Mentre Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai; quando ci si oppone alla natura, la natura disapprova, ribatte, restituisce il colpo”.

   E questo vale anche e  soprattutto riguardo a tutto il mondo delle relazioni” (con se stessi, con l’altro, con il mondo… perché la “relazione” è il marchio di fabbrica del creato, credenti o meno che si pensi di essere).

   Per cui, come scrive Tonino Serra  (autore di ASCOLTARE LA VITA): “Occorre un vero slancio culturale per recuperare il valore primario di una vera e propria “ecologia della relazione”.

    E, in conclusione, una riflessione quasi sconsolata di Luciano De Giovanni dedicata a chi è perennemente insoddisfatto e inquieto circa il proprio essere, la propria identità, la propria misteriosa collocazione esistenziale : ”Chiamati per un momento a partecipare dell’universo, e subito ci mettiamo a criticare”.

   E sovente si cade nella trappola della cronica recriminazione proprio perché si cercano “spiegazioni” del mistero della vita, si pretende, giustamente, di “voler capire”, dimenticando quello che affermava Einstein: “Chi non accetta il mistero, non è degno di vivere”.

  Si pretende di voler capire “tutto”, rinviando a data da destinarsi l’ accovacciarci umili e quieti nell’oceano infinito del mistero. Buongustai di mistero anziché cercatori affannati di spiegazioni…

   Confucio, molti anni prima che si sentisse parlare di “mistero”, scrisse: “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto” ed anche “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”.  

   Lo slogan “tutto è diritto” dovrebbe lasciare pertanto spazio a “tutto è grazia”.

 www.gigiavanti.com  giovannigigiavanti@gmail.com

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PENSIERI “virali” VAGANTI

                                                            Oggi mi frullano pensieri così

   Dimmi come vivi il giorno e ti dirò come vivi i giorni. Proprio così mi suggerisce l’esperienza della pandemia in corso. Tanti ( forse tutti, chi più chi meno) vivono l’oggi nella speranza legittima che tutto finisca, che finiscano i problemi quotidiani del vivere… prima che finisca la vita.

    E se provassimo a giocar di paradosso e di metafora… con un pizzico di soave ironia pensando ad esempio che come si vive il segmento temporale della pandemia potrebbe rispecchiare  come si vive l’intera  semiretta temporale della vita?

   Ho rivolto a me stesso queste domande riflettendo sulle due espressioni nate nei primi tempi di questa dura esperienza: “ANDRA’ TUTTO BENE” e “NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA”.

   Dalla psicologia ho imparato che il pensiero o la preoccupazione del futuro contiene sempre una certa dose di ansia (magari in grado di “infettare” il presente alla pari del virus).

   E spiego il perché queste due frasi, di per sé nate per incoraggiare, possano poi finire, paradossalmente, per frenare coraggio e fiducia.  Semplicemente perché sono monche, sono incomplete… “Andrà tutto bene… a patto di…” e “Niente sarà come prima… a condizione che…” si potrebbe concludere. Oppure, unendo tra loro le due  frasi, per esempio, ecco la conclusione possibile che ne esce: “Andrà tutto bene… se niente sarà come prima”.      

   Che è già qualcosa, se non ci si lascia impressionare dall’uso euforico e un tantino esagerato della parola “tutto” e della parola “niente”…

   Ma c’è qualcosa da aggiungere. “Andrà tutto bene” se si prende coscienza che  già ora va tutto bene…per il fatto di essere vivi, sofferenti ma vivi. Ma non è esperienza della quotidianità questa? Non è forse vero che “Ogni giorno ha la sua pena”?

   E “va tutto bene”, in ragione del fatto che si sta vivendo il presente e che “niente è come prima” se ci si rende conto veramente che non c’ alternativa al  vivere il “qui ed ora” senza ripetizione del prima e senza la troppa preoccupazione per il dopo.

“Va tutto bene” anche se  “Niente è come prima” se si è convinti di vivere  (anche con un po’ di fatica fantasiosa) l’oggi non come fosse il primo giorno e nemmeno come fosse l’ultimo, ma semplicemente accettando umilmente che sia, misteriosamente,  l’unico. E’ impresa ardua vivere “come se”, meno ardua, seppur impegnativa, semplicemente “vivere”.

   Anche e soprattutto perché convinti nel profondo dell’anima che “il presente è l’unico punto di contatto tra l’eternità e il tempo” (S.C. Lewis in LE LETTERE DI BERLICCHE) ed è lì che è appostato, dall’eternità, Dio.

   La qual considerazione mi fa venire in mente una riflessione dello psicologo Carl Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

   Ed ecco il paradosso o la metafora: “Dimmi come vivi la pandemia e io ti dirò come vivi la vita”. Vivere la vita come “eterno” problema da risolvere porta con sé una acutizzazione del medesimo problema quando si attraversano periodi marcatamente più travagliati, come appunto quello che si sta vivendo. Se un ragno vivesse come problema il non doversi impigliare nella ragnatela da lui medesimo costruita… sarebbe un bel problema!

   Vivere, invece , la vita come realtà (dura realtà, talvolta o spesso) lenisce il bruciore della sofferenza esistenziale o dell’angoscia di morte.

    Come dire, in conclusione: “Dimmi come vivi la pandemia e io ti dirò come vivi la vita”, senza dimenticare quanto affermava Alberto Einstein: “Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha causato il problema”.

   E il cerchio si chiude… o si riapre.

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www.gigiavanti.com  –  giovannigigiavanti@gmail.com

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LE FAMOSE TRE T

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IL MIO MOTTO

ESSERE PER GLI ALTRI UNA STRADA CHE SI PERCORRE E SI DIMENTICA…

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LEGGEREZZA

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di | 1 ottobre 2020 · 16:10

TEMPO DI VENDEMMIA…

                                 UNA RACCOLTA…. In tempo di vendemmia!

“Non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo”. (A. Lowen)

“La psicoterapia consiste semplicemente nella liberazione di capacità già esistenti nell’individuo allo stato latente”. (C. Rogers)

“La coscienza è ciò che, secondo noi, dovrebbero avere gli altri”. (Taddeus)

“L’unico tiranno che accetto in questo mondo è la piccola voce silenziosa che è dentro di me”. (Gandhi)

“Metti una mano nella tua coscienza e vedi se non la estrai nera come la pece”: (Proverbio Olandese)

“Il consumatore è un eterno lattante che strilla per avere il suo poppatoio”. (E. Fromm)

“Che Dio ti affascini ed eccoti libero!” (S. Agostino)

“Gli uccelli volano, i pesci nuotano, l’uomo prega”. (Serafino di Sarov)

“Il matrimonio è come la morte, pochi vi arrivano preparati”. (N: Tommaseo)

“Il matrimonio è un esperimento chimico nel quale, unendo due elementi innocui, si riesce a produrre veleno”.

“L’amore è come la morte, non si può provare”.

“La vita di un bambino è come un foglio di carta sul quale tutti quelli che passano lasciano un segno”. (Proverbio cinese)

“Hai abbracciato tuo figlio oggi? Sorprendilo a fare qualcosa di buono… e diglielo”. (S. Johnson)

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Si litiga perché’ non ci si ascolta…

“L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto”. (Rogers)

“ L’inizio della saggezza è il silenzio”. (Pitagora)

   Come dire che conflitti, litigi, incomprensioni pregresse sono la zavorra di cui liberarsi per vivere il “qui ed ora” del comunicare…

   Come dire che …” Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli, non fai ciò che ti chiedo. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci ad aver da ridire sul perché mi senta in quel modo o in quell’ altro, calpesti le mie emozioni. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover fare qualcosa per me, mi deludi sebbene ciò possa sembrare strano. Forse per questo la preghiera funziona per molti, perché Dio è muto, non da consigli ne interviene a cambiare le cose. Semplicemente “ascolta” e confida che tu se la faccia da solo. Quindi, ti prego, ascoltami… e quando verrà il tuo turno ti prometto che ti ascolterò.” (Anonimo)

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Ma guarda un po’

                                               IL DENARO E’ DIVISIVO… per natura!

   E’ da un po’ di tempo che mi frullano nella mente alcune domande. Una delle più insistenti è questa: può, il denaro, che per natura è divisivo, essere scelto come strumento di unione? Può il denaro essere scelto a fondamento di unioni?

    Me lo chiedo perché constato che tante “unioni” (comprese quelle politiche)  basate sul denaro le vedo poi “disunite” nella pratica quotidiana di vita.

   Il denaro è divisivo per natura perché chi ne ha teme di perderlo o di vederselo soffiare da altri e chi non  ne ha nutre talvolta una insana invidia verso chi ce ne ha. La miscela emozionale di paura e invidia non è propriamente una buona miscela relazionale.

   All’opposto di questa considerazione sta quest’altra: l’amore è per natura unitivo e su questo è  d’accordo pressoché tutta la letteratura scientifica, compresa quella psicologica.

   Quello che rimane paradossale (e fa parte della bizzarria perversa del male) è il fatto che talvolta tante “unioni” che hanno come fondamento una scelta di “amore” finiscano poi per franare per ragioni di “denaro”…

   In alcune Scuole di Formazione gli allievi sono invitati a riflettere su questo tema: Io e il mio rapporto con il denaro.

   Sembra che il personale modo di gestire il denaro possa rivelare qualcosa (di più o meno inconscio) circa il modo di gestire il proprio amore…

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