Ci vediamo domenica mattina, presto

NEI PANNI DI GESU’ TRA VENERDI’ POMERIGGIO E DOMENICA NOTTE

   Non appena spirato, ad anima libera, ho rivisto in un attimo il film della mia vita mentre una sarabanda di emozioni e di pensieri (da uomo o da Dio, non li so distinguere)  mi  faceva come da colonna sonora.

   Gioia e contentezza perché tutto era finito bene, come voleva il Padre (del cui Spirito sono pieno anch’io) e perché non avevo deluso la Madre (alla quale ho sempre ubbidito) .

   Gioia piena sostenuta da un convincimento, quello che era andato tutto bene per aver saputo resistere alle tentazioni che mi potevano distogliere dalla mia missione.

  Quelle del deserto le conoscete e vi confido che sono l’anima di ogni tentazione e che mirano ad un unico obiettivo, quello di separarvi dal Padre Mio e vostro facendovi credere, di conseguenza, che la vita vada vissuta per se stessi e basta. Infatti, a  ben considerare, tutte e tre le tentazioni fanno leva proprio su questo asserto: vivere solo per se stessi.

   La prima, quella che mi sollecitava a trasformare le pietre in pane, era anche patetica perché, oltre tutto, non c’era neppure nessuno ad applaudire l’eventuale successo. Senza dire poi che già immaginavo confusamente che, di lì a non molto, avrei trasformato il pane nel Mio Corpo. E poi, la vanità non era mai stata e non sarebbe stata mai il mio forte. Cedere sarebbe stata la conferma che badavo solo a me stesso e tutto sarebbe finito lì.

   Nella seconda tentazione c’era molta gente che mi avrebbe potuto applaudire se non mi fossi spiaccicato a terra dopo il volo dalla sommità del tempio; ma io lo conosco bene il Padre e mai avrebbe fatto eccezioni alle leggi dell’universo da Lui stabilite. Cedere avrebbe comportato ancora una volta di  pensare soltanto a me.

   La terza aveva un lato debole, perché se anche avessi ceduto ed ottenuto  il potere promessomi da Satana, sapevo che esso avrebbe avuto una durata molto limitata,  e a Me, che vivevo e vivo nello spazio infinito dell’Eterno, questa prospettiva sinceramente non mi allettava per niente. Senza trascurare il fatto che il menzognero Satana non avrebbe certamente mantenuto la sua promessa.

   E fu così allora che, grazie allo Spirito che mi spinse di proposito in quel misterioso deserto,  imparai come si combatte, vincendo, contro le tentazioni.

   Tentazioni che, una volta deciso a andarmene da Nazareth per iniziare la mia missione, si presentavano sempre in forme diverse, ma, in sostanza, maledettamente uguali. Vi racconto la prima all’inizio della mia missione e l’ultima alla conclusione  di tutto.

   A  Cana fui nuovamente tentato dalla vanità. In quel pranzo di nozze dove nessuno sapeva chi fossi veramente, accadde che,  su provocazione della mia Mamma, fui indotto a trasformare l’acqua in vino. Questo successo mi avrebbe potuto far montare la testa e aprirmi  una carriera.

   Resistetti e respinsi  questa tentazione perché già immaginavo, seppur confusamente, che nella cena dell’ultimo giovedì della mia vita avrei trasformato quel vino in Sangue.  Resistetti quindi e tirai dritto per la mia strada.

    E la sera di giovedì, non più a pranzo ma a cena, si affacciò una strana tentazione, la tentazione della paura suprema che si presentava sotto la curiosa forma di non perdere la faccia, di non deturpare l’immagine che si aveva di me, di non deludere le aspettative, di buttare tutto a carte quarantotto. La paura della morte infatti si maschera in molti modi, ma più che la paura della morte mi terrorizzava la maniera del morire. Ma, in quella notte al Getsemani, mentre i miei intimi amici dormivano, riuscii a sconfiggere, in extremis, anche questa. 

   Se avessi ceduto, avrei ancora una volta badato solo a me stesso e fatta la mia volontà,  laddove invece nel fondo della mia anima era fortemente radicata, da sempre,  la convinzione che ero venuto al mondo unicamente per fare la volontà del Padre mio e vostro.

   Respinsi questa tentazione e, grazie al mio Spirito che è anche “spiritoso”,  finìi per rovinare la cena a tutti quanti (e, più di tutti, certamente a Giuda).

   Non è di buon gusto, lo so, nel bel mezzo di una cena tra amici mettersi a parlare di tradimento, di pane che viene offerto dicendo che è Carne e di vino che viene offerto dicendo che è Sangue (e mi commuove ancora ricordare che abbiate mangiato e bevuto senza fare una piega e senza porre obiezioni o cercare spiegazioni)  e mettersi a lavare i piedi.

   Lo ammetto, ho esagerato, ma non l’ho fatto per eccentricità, ma per amore e l’amore comporta l’imprevedibile.

   Anche perché non avevo alternativa per farvi accettare (che è altro da capire) che “eucaristia” e “amore fraterno”  vanno a braccetto,  anche se soltanto il primo è diventato, per ora, sacramento. Non avevo alternativa e mi è andata bene.

   Mi dispiace solo di avervi rovinato la festa (cosa che non era successa a Cana)  ma era soltanto per prepararvene una come Dio comanda.

   In conclusione, pensandoci bene,  mi rendo conto che tutto è andato bene (secondo le Scritture) perché ho saputo “respingere” (e non solo passivamente “resistere”) la tentazione principe di tutte, quella di vivere pensando solo a se  stessi che si porta appresso anche l’illusione di poter vivere come se non si dovesse mai morire.

   Ma io ero venuto proprio per questo, ero venuto proprio per morire per voi, per vivere per voi. Mi era chiaro che essere un Dio “con” voi non bastava. Dovevo e volevo essere un Dio “per” voi, come pattuito con il Padre.

   E’ questo ad aver comportato la croce. Ogni amore, oltre ad essere l’uno “con” l’altro, comporta anche un essere “per” l’altro. Il passaggio dal vivere “con” al vivere “per” costituisce l’anima di ogni sacrificio.

   Ed è quindi questo che vi vorrei ribadire durante l’ intervallo di tempo che mi separa dalla mia risurrezione: cercate di respingere con immediatezza la tentazione madre, quella di vivere soltanto per voi stessi, estromettendo Dio dalla vostra vita e, nascosta in questa, quella di vivere come se non doveste mai morire.

   Vivete rendendovi  conto di non essere padreterni e neppure eterni pensando che vi toccherà morire.

   Non abbiate paura né della morte, né del morire perché il bello deve ancora venire e il vostro futuro è al sicuro.

   Io ne sono la prova concreta e avevo dato già segnali lampanti del mio potere sulla morte quando “rianimai” il mio amico Lazzaro  ( e dico “rianimare” e non “risorgere”… perché la “risurrezione” comporta la sparizione del cadavere dalla tomba e il Padre Mio voleva riservare per primo a me questo trattamento speciale, da Dio, direi). 

   E se al sentire la parola “morte” , vi viene spontaneo  “toccare ferro”,  toccate quello dei chiodi della mia croce sulla quale mi avete inchiodato. Quei chiodi portano bene .

www.gigiavanti.com    giovannigigiavanti@gmail.com – Canale You Tube

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OGGI TROVO QUESTO

“La psicoterapia consiste semplicemente nella liberazione di capacità già esistenti nello stato latente”. (Carl Rogers)

“Non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo”.

(A. Lowen)

“E’ bene dare se l’altro chiede, ma è meglio capire quando non ti chiede nulla”.

(Gibran)

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AFORISMI BENEFICI

“LA SPERANZA DISTRUGGE OGNI PESSIMISMO. UN FIORE PUO’ SBOCCIARE

NEL CUORE STESSO DÌ UNA SPINA”.  (Un eremita)

I cinque rimpianti più grandi di ammalati terminali:

  • Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai  miei principi e non quella che gli altri si aspettavano da me.
  • Vorrei non aver lavorato tanto.
  • Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.
  • Vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici.
  • Vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

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MEDITAZIONE per la domenica del 19 marzo (Gv.9, 1 – 41)

Diceva Einstein: “I pregiudizi sono il ragionamento degli stupidi”. Diceva San Padre Pio: “La paura è la maledizione del mondo”. Queste due considerazioni si sono affacciate alla mia mente dopo aver letto il brano di vangelo di oggi.  Come dire che “pregiudizi” e “paura” ostacolano l’accesso alla verità e quindi alll’incontro con Gesù.

Proprio come risulta da una attenta lettura del brano. C’è un fatto –  la guarigione “miracolosa” di un cieco dalla nascita – operato da Gesù in giorno di sabato, cosa proibita dalla “legge mosaica”.

Di fronte a questo “fatto” ecco le reazioni istintive di chi era presente. Ma andiamo per gradi.

I primi affetti dalla sindrome del pregiudizio sono proprio  i più intimi di Gesù al quale rivolgono la domanda: “Chi ha peccato per aver avuto questa disgrazia, lui o altri?”. E Gesù, nella sua risposta, alza subito il livello del discorso: “Nessuno ha peccato, ma la cecità di quest’uomo è in funzione del  dare gloria a  Dio per quello che sto per fare”. E c’è da scommettere se i suoi “intimi”abbiano capito la risposta e l’abbiano meditata in silenzio, oppure se ne siano stati zitti per evitare di fare una figura peggiore.

Dopo i suoi tocca alla gente comune che, avendo conosciuto il tizio cieco dalla nascita e poi curiosamente miracolato, non si capacitano del fatto e intraprendono il percorso delle spiegazioni, delle congetture. Questa è la sorte di chi cerca o pretende spiegazioni  prima di tuffarsi gioiosamente nell’oceano accogliente della fede.

Tocca poi agli intellettuali, agli integralisti, agli osservanti scrupolosi della legge ai quali viene condotto l’ex cieco per cercare di dirimere la questione. E qui scopriamo due fazioni, la fazione di quelli che sostengono: “Quest’uomo (Gesù) non è da Dio perché non osserva il sabato” e quella di coloro che sostengono: “Come può uno  che è peccatore (= che non è da Dio) compiere tali segni?”.

Mettono in mezzo il malcapitato domandandogli seccamente il suo parere sull’accaduto: “Secondo te chi è che ti ha fatto questo?”. Alla sua risposta altrettanto secca: “Un profeta” le due fazioni si uniscono e chiedono un confronto con i genitori. E qui assistiamo al  divertente botta e risposta tra i farisei e i genitori: “Chiedetelo a lui cosa gli è capitato. Noi sappiamo soltanto che è nato cieco e adesso ci vede e non sappiamo neppure chi è colui che gli ha fatto questo”.

Si chiamano fuori dalla vicenda, i genitori, per paura di venire giudicati antimosaici.

Allora i farisei convocano ancora il malcapitato fortunato e lo mettono alle corde con minacce serie. E questo è il battibecco più gustoso della vicenda, il battibecco tra chi è arroccato sulla torre delle sue opinioni (pregiudizi) e chi è tranquillamente stabile sulla certezza dei fatti: “O dici che chi ti ha fatto questo è in peccatore oppure (…). Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?”.

La risposta del neo-vedente è secca e ironica: “Ve l’ho già detto e voi non mi avete dato ascolto: Perchè volete sentirlo ancora? Volete anche voi diventare suoi discepoli?”. A questo punto i farisei si adirano, ingiuriano il malcapitato e lo cacciano fuori.

Paradossalmente parlando, lo cacciano fuori dalle loro beghe, dai loro pregiudizi, dalle loro paturnie, dalle loro ideologie, dalla loro cecità… da tutto quello, insomma, che impedisce l’accesso a Gesù.

E l’accesso a Gesù, l’incontro vero,  avviene paradossalmente anche per coloro che lo riconoscono a posteriori. Come è successo al neo-vedente nel primo incontro e  che ora si imbatte una seconda volta con Gesù che lo aveva miracolato in incognito e si fa riconoscere: “Credi tu nel Figlio dell’Uomo?”. “Chi è Signore perché io creda in Lui?”. “Lo hai già visto: è colui che parla con te”. “Credo, Signore”,  disse e si prostrò davanti a lui.

Ma non finisce qui, perché i farisei che avevano udito questo scambio di battute tra Gesù e il neo-vedente lo incalzano ancora: “Siamo forse ciechi anche noi?”. E Gesù taglia corto e li spiazza con i suoi soliti ragionamenti paradossali.

C’è da sospettare che i farisei siano rimasti senza parole e con le pive nel sacco.

Rischioso mettersi a voler competere o battibeccare con Gesù, molto meglio e redditizio prostrarsi in ginocchio, anche senza dirgli niente, ma con lo stupore nel cuore e le lacrime agli occhi. E’ questa la fede più gradita a Gesù anche perché Egli riconosce in essa la generosità infinita del Padre suo e… nostro.

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UN RICORDO DELLA NOSTRA AMATA CHIARA

                            LA SORPRESA IN DISCOTECA

(Essere felici della felicità degli altri è una raffinatezza dell’amore)

“Pronto Chiara, allora si va in discoteca oggi? Alle 15 va bene?”.  Un sabato cominciato così, con un programma ormai solito e scontato, uno scopo banale che tutti i fine settimana o quasi mi porta a passare il pomeriggio in discoteca, quasi ci fosse una forza calamitata ad attirarmici.

Come me ci sono milioni di giovani che trascorrono le ore ballando a volume esagerato in mega stanzoni semibui, di tanto in tanto abbagliati da luci stroboscopiche o psichedeliche.

E’ un mondo a parte, di questo ne sono convinta, è un pianeta a se stante che ruota, o è fatto ruotare attorno ai giovani di tutti i tipi, di ogni età e condizione.

Una cosa però accomuna tutti i frequentatori di sale d ballo, la  voglia di ridere, di divertirsi, farsi notare, esprimersi magari con movimenti se magari a parole si è timidi, essere qualcuno, uscire dalla routine quotidiana e lasciarsi andare, infischiarsene di essere presi in giro, anche perché non c’è ballo che va di moda e ognuno si scatena a modo suo, personalissimo, senza mai essere deriso.

Quel pomeriggio sono arrivata davanti al “Makumba” alle 16 circa. Dopo una fila straziante, condita da spintoni, risse, svenimenti, manganellate da parte dei buttafuori, alle 17,35 finalmente ero con mezzo piede in pista. In un attimo mi è passato tutto il rancore e la rabbia accumulati durante un’ora e mezza di attesa, ed ho cominciato a ballare con i miei amici, saltando da un cubo all’altro, cercando di imitare i passi che mi piacevano di più e, beh… diciamolo, cercando anche di “rimorchiare” qualche bel ragazzo. Non è per tutti vero che il volume della musica annebbia il cervello. A me, ad esempio fa pensare: la mia mente in discoteca comincia a viaggiare mentre il mio corpo va da solo, io ricordo, rifletto, penso.

Ed è stato proprio in uno di questi momenti che, sabato, ho notato un particolare che mi ha sconvolto, al punto di farmi sedere per cinque minuti. La discoteca di solito è grande, ci sono parecchi spazi dove è possibile ballare e, si sa, i ragazzi riescono ad infilarsi ovunque e comunque, negli angoletti, tra le sedie, tavoli, pedane, scale.

L’unico spazio libero resta dunque la base sottostante la consolle del disc-jockey. E’ una zona un po’ più buia perché la luce proveniente da sopra impedisce di vedere bene.

Io stavo ballando felicemente quando, guardando da quella parte, ho notato una sagoma un po’ strana, una realtà inusuale per una discoteca: un ragazzo paralizzato su una sedia a rotelle. Il mio sguardo era stato letteralmente catturato ed i miei movimenti sono piano piano diminuiti e, senza rendermene conto, ho rallentato fino a fermarmi del tutto.

La prima impressione è stata di infinita pena per quell’essere umano costretto all’immobilità, impressione accompagnata da rabbia verso me stessa per l’incapacità di apprezzare la fortuna di essere nata sana.

In poco tempo anche i miei amici si sono accorti di quel ragazzo, e tutti, ad uno ad uno, si sono contemplati a contemplare, a riflettere, a parlare.

La reazione più violenta è stata quella di Enrico che per la collera, ha preso a calci un’inferriata, non riuscendo a comprendere e ad accettare come mai una madre arrivasse a torturare tal punto il proprio figlio da accompagnarlo a vedere gente che ballava, gente libera di fare quello che lui non avrebbe potuto fare, insomma a vedere gente “normale” di discoteca. Come un uccellino in gabbia, costretto a guardare uno stormo che migra ad oriente verso la libertà e l’avventura.

Tentavo di continuare a ballare, ma il mio sguardo si rivolgeva irresistibilmente verso di lui… ed è stato meglio così, perché tra fumo, gente ammassata, luci, rumore… io ed i miei amici avevamo voluto vedere in lui le cose che volevamo noi, il pretesto per iniziare le solite polemiche ciniche da bar sulla pena provocata dagli handicappati e la fortuna nostra di essere normali, trascurando però  il particolare più importante, più significativo, il particolare di provare a mettersi nei “suoi” panni.

Dopo averlo infatti osservato più volte, l’occhio si era abituato all’oscurità, al punto di essere riuscita con infinito stupore a vedere il suo volto: era contento, gioioso, rideva. Il suo sorriso ha illuminato il mio cuore, è stato come dirmi: “Guarda che io sono contento, sono contento per quello che ho”.

La pena e la compassione sono svanite quasi per incanto ed il loro posto è stato preso da un’immensa ammirazione e di una sorta di strana invidia.

Non tanto nei confronti del suo deficit fisico, quanto per la sua superiorità psicologica ed emotiva.

Il suo sguardo infatti era illuminato, il suo sorriso gioioso. Riusciva anche a battere il ritmo della musica con i movimenti del capo. Ho ripreso a ballare più contenta di prima ed ho capito che la “normalità” è una condizione personale, psicologica, interiore.

Un uccellino in gabbia può anche guardare gli stormi migrare nel cielo, senza rattristarsi, anzi riuscendo a ricavare la sua felicità proprio da quel migrare altrui.

(Da un tema a 18 anni di Chiara Avanti, volata il Cielo a 41 anni l’8 settembre 2017, lasciando nello sgomento i suoi cinque figli e tutti coloro che ha amato  e che l’hanno amata.

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CI SONO SEMPRE MARGINI DI … PEGGIORAMENTO!

LATTE, BURRO E UOVA
1969 : Vai a prendere il latte dal lattaio, che ti saluta, con in mano il bidone in alluminio; prendi il burro fatto con latte di mucca, tagliato a panetti. Poi
chiedi una dozzina di uova che sono messe in un vaso di vetro.>Paghi con il sorriso della lattaia ed esci sotto il sole splendente.
Il tutto ha richiesto 10 minuti di tempo.
2010 :Prendi un carrello del cavolo, che ha una ruota bloccata, che lo fa andare in tutti i sensi salvo in quello che tu vorresti, passi per la porta che
dovrebbe girare, ma che è bloccata perché un cretino l’ha spinta; poi cerchi
il settore latticini, dove normalmente ti ghiacci e cerchi di scegliere fra
12 marche di burro, che dovrebbe essere fatto a base di latte comunitario. E controlli la data di scadenza….
Per il latte: devi scegliere fra vitaminico, intero, scremato, nutriente,
per bambini, per malati o magari in promozione, ma con la data di scadenza
ed i componenti…. Lasciamo perdere!
Per le uova: cerchi la data di deposizione, il nome della ditta e
soprattutto verifichi che nessun uovo sia incrinato o rotto e, accidenti!!!
Ti ritrovi i pantaloni sporchi di giallo!
Fai la coda alla cassa, ma la cicciona davanti a te ha preso un articolo in
promozione che non ha il codice….
allora aspetti e aspetti…. Poi sempre con questo carrello del cavolo, esci
per prendere la tua auto sotto la pioggia, ma non la trovi perché hai
dimenticato il numero della corsia….
Infine, dopo aver caricato l’auto, bisogna riportare l’arnese rotto e solo
in quel momento ti accorgi che è impossibile recuperare la moneta…. Torni
alla tua auto sotto la pioggia che è raddoppiata nel frattempo….
E’ più di un’ora che sei uscito.

FARE UN VIAGGIO IN AEREO
1969 :Viaggi con Alitalia, ti danno da mangiare e ti invitano a bere quello che
vuoi, il tutto servito da bellissime hostess: il tuo sedile è talmente largo che ci può stare in due.
2010 :Entri in aereo continuando ad impigliarti con la cintura, che ti hanno fatto togliere in dogana per passare il controllo.
Ti siedi sul tuo sedile e se respiri un po’ forte dai una botta con il
gomito allo schienale del vicino. Se hai sete lo stewart ti porta la lista e
i prezzi sono stratosferici.

MICHELE VUOLE ANDARE NEL BOSCO ALL’USCITA DA SCUOLA. Mostra il suocoltellino a Giovanni, con il quale pensa di fabbricarsi una fionda.
1969 :Il direttore scolastico vede il suo coltello e gli domanda dove l’ha
comprato, per andarsene a comprare uno uguale.
2010 :La scuola chiude, si chiama la polizia, che porta Michele in commissariato.
Il TG1 presenta il caso durante il telegiornale in diretta dalla porta della
scuola.
 
DISCIPLINA SCOLASTICA
1969 :Fai il bullo in classe. Il professore ti molla una sberla. Quando arrivi a
casa tuo padre te ne molla un altro paio.
2010 :Fai il bullo. Il professore ti domanda scusa. Tuo padre ti compra una moto e va a spaccare la faccia al prof!

FRANCO E MARCO LITIGANO. Si mollano qualche pugno dopo la scuola.
1969 : Gli altri seguono lo scontro. Marco vince.
I due si stringono la mano e sono amici per tutta la vita.
2010 :La scuola chiude.
Il TG1 denuncia la violenza scolastica.
Il Corriere della Sera mette la notizia in prima pagina su 5 colonne.


ENRICO ROMPE IL PARABREZZA DI UN AUTO NEL QUARTIERE. Suo padre sfila la cintura e gli fa capire come va la vita.
1969 : Enrico farà più attenzione la prossima volta, diventa grande normalmente, fa degli studi, va all’università e diventa una bravo professionista.
2010 : La polizia arresta il padre di Enrico per maltrattamenti sui minori. Enrico si unisce ad una banda di delinquenti. Lo psicologo arriva a convincere sua sorella che il padre abusava di lei e lo fa mettere in prigione.

GIOVANNI CADE DOPO UNA CORSA A PIEDI. Si ferisce il ginocchio e piange. La professoressa lo raggiunge, lo prende in braccio per confortarlo.
1969 : In due minuti Giovanni sta meglio e continua la corsa.
2010 : La prof è accusata di perversione su minori e si ritrova disoccupata, si becca 3 anni di prigione con la condizionale.
Giovanni va in terapia per 5 anni. I suoi genitori chiedono i danni e gli
interessi alla scuola per negligenza nella sorveglianza e alla professoressa
per trauma emotivo. Vincono tutti i processi. La prof disoccupata e
interdetta si suicida gettandosi da un palazzo.
Più tardi Giovanni morirà per overdose in una casa occupata.


ARRIVA IL 25 OTTOBRE.
1969 : Non succede nulla.
2010 : E’ il giorno del cambio dell’ora legale: le persone soffrono d’insonnia e di depressione.


LA FINE DELLE VACANZE.
1969 : Dopo aver passato 15 giorni di vacanza con la famiglia, nella roulotte
trainata da una Fiat 125, le vacanze terminano.
Il giorno dopo si ritorna al lavoro freschi e riposati.
2010 : Dopo 2 settimane alle Seychelles, ottenute a buon mercato grazie ai “buoni vacanze” ditta, rientri stanco ed esasperato a causa di 4 ore di attesa all’aeroporto, seguite da 12 ore di volo.
Al lavoro ti ci vuole una settimana per riprenderti dal fuso orario.


Come si dice: viviamo in un’epoca davvero formidabile!


2023: STIAMO PEGGIORANDO, SEPPUR IMPERCETTIBILMENTE

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QUANDO IL PREGARE SEMBRA PESARE, PERCHE’ NON PROVARE A PENSARE?

“Non ho mai pregato molto. Preferisco pensare, pensare a Dio. Cento volte mi è stato detto che non è la stessa cosa. Certo, per loro non è la stessa cosa, non pensano o pensano poco. Ma io non posso pregare senza pensare. Quando incomincio a pensare, finisco sempre per pregare. Ma quando comincio subito col pregare non penso più e dormo. Non sono mai riuscito a sapere se ero troppo mistico o non abbastanza”. (Jean Guitton in IL MIO TESTAMENTO SPIRITUALE, Mursia)

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ANCHE PER SORRIDERE UN PO’…

“Chi non riesce ad accettare una sofferenza naturale va a inventarsi una sofferenza nevrotica”. (Jung)

“Tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo”.

“I fiori rossi del mio giardino sono tutti secati. Allora io sono andato dal fiore più grande e ci o deto: “Perché siete tutti secati? Allora il fiore che stava per morire ha aprito gli occhi e mi ha deto così: “Noi siamo tutti secati perché in questa casa non ci è amore e i fiori senza amore muoiono”.

Anno ragione i fiori del mio giardino perché la mia mamma e il mio babo non si vogliono bene”. (Un bambino di sette anni da R. Battaglia, LETTERE DAL DOMANI, S.E.I.)

SIAMO MARITO E MOGLIE

Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui”. Non io. A qualunque ora della notte e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. E’ così bello, noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti si toccano. E lui dice cose del tipo: “Questo m’ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento quando balzò in aria”. E mima il balzo con la mano. Attraversa la cucina come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro. Infine i pesci sono sui piatti., si va a dormire. L’aria balugina d’argento, siamo marito e moglie. (Adelia Prado)

DIO PADRE CI HA CREATO (Pensieri sparsi dei bambini di Arzano)

“Dio ha fatto bene a crearci, solo che ha esagerato un po’”.

“E’ scontato che fu Dio a crearci”.

“O Dio o qualcun’ altro, qualcuno ci doveva creare”.

“Dio ci ha creati perché ci voleva più bene di prima”.

“Dio ha creato pure i negri solo che loro non lo sanno”.

“Dio ci ha creato  per spedirci con calma in Paradiso”.

“Dio ci creò antichissimi”.

“Dio prima creò l’uomo e poi lo addomesticò”.

“Dio ci ha creati per farci circolare”.

“Dio ci ha creato con molta cautela”.

“Se Dio ci ha creati, perché a mio fratello lo hanno messo in collegio?”.

“Ma se Dio sapeva che la maggior parte andava all’inferno, perché li ha creati?”.

“Al pronto soccorso, uno che si era  fatto male, non ci credeva che Dio ci  ha creati”.

ERA TROPPO TARDI

Non ho mai conosciuto il nonno, ma ho sempre saputo che era alto solo un metro e 53, mentre la nonna era una spilungona, alta un metro e 85. Un giorno, mentre sfogliavo un album di vecchie fotografie con  la nonna, mi sono resa conto della strana figura che dovevano fare insieme. Ho chiesto: “Nonna, come hai fatto a innamorarti di un uomo tanto più basso di te?”. Mi ha risposto: “Tesoro, ci siamo innamorati stando seduti, e quando mi sono alzata in piedi era troppo tardi”. (Rebecca W. Elwood)

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Le poesie di FRANCESCO

PENSIERO DÌ RONDINE

Una rondine volava libera e tranquilla

nel firmamento d’azzurro intenso.

Ad un tratto un proiettile le colpì un’ala

facendola piombare dall’alto in giù.

Fu poco prima d’arrivare a terra  che la rondine pensò:

Vorrei un giorno poter volare ancora in questo cielo,

ma   senza preoccupazione e paura.

Vorrei un giorno vagare ancora libera e felice come un pensiero

d’amore che attraversa lentamente e pacatamente il cuore.

Vorrei essere un pensiero libero nell’animo degli uomini

per volare di qua e di là rendendoli felici

e puliti da ogni preoccupazione.

Vorrei un giorno poter sorridere e portare il mio sorriso

alle persone tristi e disperate. Vorrei poter avere una bacchetta

magica che crea arcobaleni d’amore e d’amicizia

e sparare questi arcobaleni nelle persone per farle pentire.

E poi, in punto di morte, fece quest’ultimo pensiero:

Vorrei essere un pensiero, sì un pensiero, per poter rendere

felici le persone, vorrei essere qualcosa d’importante per qualcuno.

Poi finì di pensare e morì lì, sola sul prato, con l’ala sanguinante.

Chissà se i suoi pensieri potranno un giorno diventare realtà,

magari pensando che potrebbe essere ognuno di noi

quella dolce e povera rondine.  (Francesco Avanti 12 anni)

ALLA MORTE DEL NONNO  (Valmasino, 5.10.99)

E volando vai nelle nevi e sui ghiacciai rischiarando.
Io non so ove tu sia adesso.
Forse è un’illusione ed un pueril sognar che mi spinge a scorgerti volar.
E sulle inaccessibil cime delle montagne tue, nella notte voli.
E qualcuno laggiù ti piange,
piange la tua assenza
e freddo sarà il suo letto senza te,
fredda la sua anima.
E intanto volando vai a rincorrer gli ultimi raggi dorati
e d’albe dorate ti vestirai.

Sorridente e dolce mi piace immaginarti.

E a quel tuo amico che ti pianse e che mesto davanti al tuo giaciglio
ti salutò, riscalderai l’inverno con i tuoi ricordi.
Bruciano infatti più dolcemente i ricordi nella fredda
ed ancestrale notte novembrina.

Tu lo riscalderai con fiamma di memoria quando nel freddo mese
solo se ne starà davanti al suo camino e scorreranno le lacrime sul vetusto viso.

E la donna tua che piangendo ti preparò e scelse con amore la bella ed estrema veste
guarderai dalle finestre, fluttuando te ne andrai tra le nebbie e ad ella che col
capo chino nel solaio andrà a prendere un altro pezzo di legna per scaldare il vuoto,
tu le rivolgerai parole d’amore e con occhi colmi di gioia la lascerai “a presto”…
sussurrandole.
E poi ancora su’, tra le nevi perenni sulle cime che rosee al tramonto divengono
e giù nei boschi baciati dalle prime nevi, sugli alberi spogli e nelle caverne ventose,
nel tuo fiume, nelle tue valli voli; sì,  io è così che voglio immaginarti adesso
che volando vai nelle nevi e sui ghiacci rischiarando.
(Francesco Avanti, 18 anni)

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UNA DRITTA PER FILARE DRITTI

QUANDO UNA PROMESSA SI PUO’ MANTENERE

Supponi che uno con il vizio del gioco un bel mattino

si dica: “Faccio voto solenne e sacro di non giocare mai più.

Questa sera sarà l’ultima volta”.

Ebbene, amico mio, per quanto strano possa sembrare

il preferirei il comportamento opposto,

ossia che il giocatore dicesse: “Tutto il resto della mia vita

e tutti  i giorni io potrò giocare, ma questa sera lascio perdere”.

Soltanto così manterrebbe la promessa e sarebbe quasi

sicuramente salvo.(S. Kierkegaard)

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