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Una serie di scritti, suggestioni, aforismi ed emozioni raccolti nel corso del tempo

UNA RIFLESSIONE (gli specchi non pensano, ma riflettono..)

SE IL DESIDERIO IMBASTARDISCE… E DIVENTA DIRITTO?  (Gigi Avanti)

   Si incomincia col desiderare qualcosa che non si ha,  poi si pensa di poterla, in qualche modo, avere quella cosa, quindi si arriva magari al punto di invidiare qualcuno che quella cosa già ce l’ha, per finire poi di pretenderla di diritto. Sembra essere proprio questa la dinamica sotterranea capace di alimentare tutto quel  gran parlare di “diritti”, di “diritti civili” (e tra poco magari anche di quelli “incivili”…) dell’uomo moderno. Sembra quasi di vivere il passaggio dal “tutto è grazia” al “tutto è diritto”. E sembra proprio che il treno culturale d’oggigiorno  sia finito su quel binario morto oltre il quale l’orizzonte dell’infinito solleciterebbe comunque un passo avanti , proprio quel passo capace di dare quiete all’anima e senso al suo muoversi verso tale orizzonte.  E mi sono definitivamente convinto  di questo, cogliendo al volo l’affermazione di un carneade giudice mentre sfilava sulla passerella della moda culturale d’un anonimo  telegiornale: “Nessuno può negare il diritto alla genitorialità” sentenziava a proposito (e a sproposito) di “eterologa”. Siamo sotto Natale e mi corre l’obbligo (che è pure scelta conveniente e salutare) di essere buono, ma qualche domanda mi spinge dentro vogliosa di uscire. Ma davvero, signor giudice, nessuno può negarlo questo diritto?  Proprio nessuno? Neppure quel “Genitore” allo stato puro che è il Creatore?  Quel “Genitore” supremo che ha fatto della “creatività” il suo fiore all’occhiello caratterizzandola come “dono” da offrire alla sua creatura nella misura e nei modi soltanto a Lui,  per fortuna, conosciuti? Ma allora, se la logica commerciale  del diritto – dovere dovesse averla vinta su quella creaturale del dono verrebbe sgretolato il DNA della creazione (acrostico che curiosamente si potrebbe leggere Destino Naturale Amore) e quindi  si dovrebbe poter dire:  “Nessuno può negare il diritto alla ricchezza” (diritto di rubare?).  Di questo passo si potrebbe addirittura concludere con la rivendicazione del “diritto a nascere” sfilando senza bandiere e bandana  sulle inesistenti  piazze del nulla e, una volta curiosamente nati, di “diritto al Paradiso” arrogantemente urlato davanti si portoni chiusi (o sempre aperti) dell’al di là… Ma questa storia di leggere tutto in chiave di diritto da rivendicare contro qualcuno, è vecchia. Ci aveva già provato Lucifero (invidioso che il Dio lo fosse tutto Lui) a cominciare a desiderare di poterlo fare anche lui il mestiere di Dio e poi a pretenderlo… Non aveva  capito (o forse non voleva capirlo)  che “operari sequitur esse” e cioè che non si può fare il mestiere di Dio se non si è Dio. E sappiamo come è finita e come andrà a finire… Ci avrebbero provato anche Eva ed Adamo (a cui Lucifero, fresco di esperienza del male, aveva sibilato all’orecchio che “avrebbero potuto diventare come Dio” qualora avessero fatto esperienza completa dell’esistenza, compresa ovviamente quella del male. Come se si dovesse essere una gallina per rendersi conto che un uovo è marcio! E se invece, cambiando marcia e cambiando binario,  si percorresse fino in fondo la strada del desiderio così da evitargli di imbastardirsi?  E se quando il desiderio di qualcosa comincia a stuzzicarci dentro ci si chiedesse verso dove vuole condurci?  E’ risaputo che il desiderio, come affermava padre Alfredo in una delle sue succose meditazioni  “crea movimento” (l’etimologia latina – de sidereis – richiama le stelle). Ma movimento verso cosa? Movimento oltre l’oggetto superficialmente vissuto come “da avere” soltanto perché  attraente… e magari di lì a poco anche pensato come da” pretendere” ? Non sembra, visto il risultato di delusione vergognosa successivo alla soddisfazione del desiderio… Il desiderio crea sì movimento, ma verso il dentro del  bisogno nascosto e profondo e non verso il fuori dell’apparenza attraente. Laddove Il desiderio spinge ad avere, il bisogno induce ad essere. Ed allora si potrebbe arrivare ad affermare, e neppur troppo paradossalmente, che il desiderio di avere induce al bisogno di essere…  quello che invece si vorrebbe soltanto avere. Il desiderio di avere conduce al riconoscimento del bisogno di essere…  Eva avrebbe  cioè dovuto “essere” quel “frutto bello e gradevole”  nella relazione col suo uomo (tra l’altro erano stati creati “in relazione” e perché allora quella scelta “individuale” di  cogliere quel frutto senza “confrontarsi con il suo uomo?). Come avrà modo di dire un poeta: “Amare è avere fame insieme e non mangiarsi l’un l’altro”. Oppure come dirà ancor prima Agostino (che di desideri soddisfatti aveva fatto il pieno): “Desidera ciò che hai”. E ognuno di noi “ha” di “essere” creatura di un Creatore, e figlio di un Padre… Padre di quel Figlio che non ha rivendicato nessun diritto, non “ha” inscenato alcuna manifestazione ma si è limitato a “essere” manifesto del Padre. Gli è costato caro non essere stato geloso del suo “privilegio – diritto  alla divinità”, ma ci ha ottenuto un enorme vantaggio, quello per il quale siamo qui oggi a ringraziare… perché “tutto è grazia”. A ringraziare, senza averne diritto… e neppure come dovere da assolvere, ma come gioia pura dell’anima. Gratuità e gioiosità non appartengono alla logica del diritto – dovere e sono gli unici ambiti indistruttibili… come scriverà Gibran: “La tempesta può disperdere i fiori, ma non è capace di distruggere i semi”.

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AUGURI PIETRO…

NONNO E PIETRO

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CON TANTISSIMI AUGURI DI BUON ANNO

       COMMENTO OMILETICO (1 gennaio 2015 – Lc. 2,16 – 21)

Ci sono persone che non rileggono per la seconda volta un romanzo o un racconto per il semplice fatto che ne conoscono già il contenuto e soprattutto, come affermano, perché sanno già “come va a finire”… Se si dovesse, paradossalmente parlando, applicare questo modo di fare alla vita…oppure al vangelo, sarebbero guai…Si potrebbe perdere, in un sol colpo, l’ondata di tutte quelle emozioni e di tutti quei sentimenti provati in prima battuta; in una parola si potrebbe perdere via via la capacità di stupore e, con essa, la gioia di vivere. E’ proprio per evitare questo pericolo che la liturgia della Chiesa propone quotidianamente la lettura ripetuta, ma non ripetitiva, di brani di vangelo, quasi a suggerirci che è proprio perché si sa “come va a finire” ii racconto che è possibile (ed efficace spiritualmente) concentrarne l’attenzione su tutti i dettagli della narrazione per trarne nutrimento per l’anima. E, se è vero che “scrivere è vivere”, come annotava un romanziere inglese (Julien Green), allora è possibile interpretare il “leggere” come una sorta di metafora della vita: allora è possibile, come scriveva il poeta Tagore, “fare memoria dello stupore del primo incontro” (così come si può fare per la “prima lettura”) onde non perdere la capacità di stupirci nello scorrere della ferialità ed evitare di cadere nelle sabbie mobili della monotonia, dell’abitudine o della mera ritualità.

Il brano di vangelo di questo primo dell’anno, a ben vedere, ci descrive un quadretto di vita talmente usuale e normale (la maternità) da non scuotere più di tanto il cuore. Tuttavia, a ben soffermarsi sulla descrizione dei sentimenti del cuore e dell’anima dei singoli protagonisti, ci si può trovare d’accordo con chi ha affermato che “il mondo perirà non per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”.  Il brano di oggi sottolinea lo stupore gioioso di umilissimi pastori di fronte ad un avvenimento naturalissimo. Un avvenimento naturalissimo, come la nascita di un bambino nel pieno di una notte. Un avvenimento annunciato loro da angeli (questa forse la cosa “eclatante” che purtuttavia non spaventa) e che li fa scattare in piedi per andare a verificare… Tutti questi dettagli ci dicono che la vita “quotidiana” può essere vissuta con l’atteggiamento dello “stupore” per quello che ci capita nel “qui ed ora” perché è lì che c’è Dio… Anzi. paradossalmente parlando, si potrebbe dire che Dio più che essere all’esterno “nelle cose che capitano”, sta all’interno nella “gioia” intima dell’anima di fronte alle medesime. Di stupore in stupore, quindi quello dei pastori che corrono a verificare quello che avevano sentito annunciare e escono di scena saltellando dalla gioia e lodando Dio e quello della Madre che non credeva ai suoi occhi per quello che stava vivendo. Non credeva ai suoi occhi ed era rimasta senza parole… al punto che Luca se la sbriga descrivendo che “conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo”. Quanto sarebbe bello, nella quotidianità, recuperare questo silenzio meditativo (che è orazione a Dio più gradita se alla Sua Madre ha concesso il dono di viverla per prima…) già di per sé lode! Quanto sarebbe spiritualmente nutriente vivere l’attimo e il presente dei piccoli e grandi eventi del tempo con l’anima collegata all’eterno! Evaporerebbero, come nebbia al sole, dolori e rimpianti del passato e ansie e preoccupazioni per il futuro. Rimarrebbe la gioia, la gioia pura di vivere e di credere “ai propri occhi”, quelli dell’anima, gli unici a vedere l’invisibile.

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DAL “tutto è grazia” (romanzo di George Bernanos) al “tutto è diritto”?

SE IL DESIDERIO IMBASTARDISCE… E DIVENTA DIRITTO? 

   Si incomincia col desiderare qualcosa che non si ha,  poi si pensa di poterla, in qualche modo, avere quella cosa, quindi si arriva magari al punto di invidiare qualcuno che quella cosa già ce l’ha, per finire poi di pretenderla di diritto. Sembra essere proprio questa la dinamica sotterranea capace di alimentare tutto quel  gran parlare di “diritti”, di “diritti civili” (e tra poco magari anche di quelli “incivili”…) dell’uomo moderno. Sembra quasi di vivere il passaggio dal “tutto è grazia” al “tutto è diritto”. E sembra proprio che il treno culturale d’oggigiorno  sia finito su quel binario morto oltre il quale l’orizzonte dell’infinito solleciterebbe comunque un passo avanti , proprio quel passo capace di dare quiete all’anima e senso al suo muoversi verso tale orizzonte.  E mi sono definitivamente convinto  di questo, cogliendo al volo l’affermazione di un carneade giudice mentre sfilava sulla passerella della moda culturale d’un anonimo  telegiornale: “Nessuno può negare il diritto alla genitorialità” sentenziava a proposito (e a sproposito) di “eterologa”. Siamo sotto Natale e mi corre l’obbligo (che è pure scelta conveniente e salutare) di essere buono, ma qualche domanda mi spinge dentro vogliosa di uscire. Ma davvero, signor giudice, nessuno può negarlo questo diritto?  Proprio nessuno? Neppure quel “Genitore” allo stato puro che è il Creatore?  Quel “Genitore” supremo che ha fatto della “creatività” il suo fiore all’occhiello caratterizzandola come “dono” da offrire alla sua creatura nella misura e nei modi soltanto a Lui,  per fortuna, conosciuti? Ma allora, se la logica commerciale  del diritto – dovere dovesse averla vinta su quella creaturale del dono verrebbe sgretolato il DNA della creazione (acrostico che curiosamente si potrebbe leggere Destino Naturale Amore) e quindi  si dovrebbe poter dire:  “Nessuno può negare il diritto alla ricchezza” (diritto di rubare?).  Di questo passo si potrebbe addirittura concludere con la rivendicazione del “diritto a nascere” sfilando senza bandiere e bandana  sulle inesistenti  piazze del nulla e, una volta curiosamente nati, di “diritto al Paradiso” arrogantemente urlato davanti si portoni chiusi (o sempre aperti) dell’al di là… Ma questa storia di leggere tutto in chiave di diritto da rivendicare contro qualcuno, è vecchia. Ci aveva già provato Lucifero (invidioso che il Dio lo fosse tutto Lui) a cominciare a desiderare di poterlo fare anche lui il mestiere di Dio e poi a pretenderlo… Non aveva  capito (o forse non voleva capirlo)  che “operari sequitur esse” e cioè che non si può fare il mestiere di Dio se non si è Dio. E sappiamo come è finita e come andrà a finire… Ci avrebbero provato anche Eva ed Adamo (a cui Lucifero, fresco di esperienza del male, aveva sibilato all’orecchio che “avrebbero potuto diventare come Dio” qualora avessero fatto esperienza completa dell’esistenza, compresa ovviamente quella del male). Come se si dovesse essere una gallina per rendersi conto che un uovo è marcio! E se invece, cambiando marcia e cambiando binario,  si percorresse fino in fondo la strada del desiderio così da evitargli di imbastardirsi?  E se quando il desiderio di qualcosa comincia a stuzzicarci dentro ci si chiedesse verso dove vuole condurci?  E’ risaputo che il desiderio, come affermava padre Alfredo in una delle sue succose meditazioni  “crea movimento” (l’etimologia latina – de sidereis – richiama le stelle). Ma movimento verso cosa? Movimento oltre l’oggetto superficialmente vissuto come “da avere” soltanto perché  attraente… e magari di lì a poco anche pensato come da” pretendere” ? Non sembra, visto il risultato di delusione vergognosa successivo alla soddisfazione del desiderio… Il desiderio crea sì movimento, ma verso il dentro del  bisogno nascosto e profondo e non verso il fuori dell’apparenza attraente. Laddove Il desiderio spinge ad avere, il bisogno induce ad essere. Ed allora si potrebbe arrivare ad affermare, e neppur troppo paradossalmente, che il desiderio di avere induce al bisogno di essere…  quello che invece si vorrebbe soltanto avere. Il desiderio di avere conduce al riconoscimento del bisogno di essere…  Eva avrebbe  cioè dovuto “essere” quel “frutto bello e gradevole”  nella relazione col suo uomo (tra l’altro erano stati creati “in relazione” e perché allora quella scelta “individuale” di  cogliere quel frutto senza “confrontarsi con il suo uomo?). Come avrà modo di dire un poeta: “Amare è avere fame insieme e non mangiarsi l’un l’altro”. Oppure come dirà ancor prima Agostino (che di desideri soddisfatti aveva fatto il pieno): “Desidera ciò che hai”. E ognuno di noi “ha” di “essere” creatura di un Creatore, e figlio di un Padre… Padre di quel Figlio che non ha rivendicato nessun diritto, non “ha” inscenato alcuna manifestazione ma si è limitato a “essere” manifesto del Padre. Gli è costato caro non essere stato geloso del suo “privilegio – diritto  alla divinità”, ma ci ha ottenuto un enorme vantaggio, quello per il quale siamo qui oggi a ringraziare… perché “tutto è grazia”. A ringraziare, senza averne diritto… e neppure come dovere da assolvere, ma come gioia pura dell’anima. Gratuità e gioiosità non appartengono alla logica del diritto – dovere e sono gli unici ambiti del creato e dell’umano indistruttibili… come scriverà Gibran: “La tempesta può disperdere i fiori, ma non è capace di distruggere i semi”.

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L’ANIMA DEL GRANDE FIUME (primo romanzo di Chiara Avanti)

CON TANTA GIOIA COMMOSSA PRESENTO AI MIEI AMICI IL PRIMO ROMANZO DI MIA FIGLIA CHIARA…SI TRATTA DI CIRCA 600 PAGINE DI ASSOLUTO GODIMENTO E  DI SOSTANZIOSO NUTRIMENTO DI CUORE (emozioni allo stato puro), DI MENTE (dialettica disarmante) E DI ANIMA (considerazioni sobrie di intelligenza spirituale).

(Può essere facilmente trovato cercando  EDIZIONI PROGETTO CULTURA o chiedendo nelle librerie)lL'ANIMA DEL GRANDE FIUME 2L'ANIMA DEL GRANDE FIUME 

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UNA DELLE MIE ORAZIONI PREFERITE

            UNA DELLE MIE ORAZIONI PREFERITE…

 

 Eterno Padre, di chiedo di essere perdonato

 per tutte quelle volte che ti ho fatto perdere tempo

 inoltrandoti preghiere sbagliate.

 Non tenerne conto.

 Tieni conto, invece,

 di tutte quelle

 che sono in linea

 con i disegni misteriosi

 della tua santa e misericordiosa volontà,

 ma senza perdere tempo ad esaudirle.

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QUESTO E’ IL NOSTRO NIPOTINO PIETRO AVANTI

E nato il 21 settembre 2014

PIETRO

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TROVERAI IL TEMPO… PER MORIRE?

Qualche volta si sente dire, a proposito di gente che non ha mai tempo, che è sempre di corsa o indaffarata: “Non trova tempo neanche per morire”… Che potrebbe essere una svolta per scansare di botto la morte… Allora, in questo giorno dove i nostri cari, sull’altra sponda del tempo, festeggiano con noi, desidero regalare ai miei amici questa bella orazione di Jean Guitton…. Avendo tutto il tempo immaginabile a disposizione per farlo!
“MIO DIO, INSEGNAMI A USARE BENE IL TEMPO CHE MI DAI, SENZA SPRECARLO. INSEGNAMI A PREVEDERE SENZA TORMENTARMI. INSEGNAMI A TRARRE INSEGNAMENTI DAGLI ERRORI PASSATI SENZA LASCIARMI ANDARE ALLO SCRUPOLO. INSEGNAMI A IMMAGINARE IL FUTURO SENZA PREOCCUPARMI SE NON E’ COME LO IMMAGINO. INSEGNAMI A CONIUGARE LA FRETTA E LA LENTEZZA, LA SERENITA’ E IL FERVORE, LO ZELO E LA PACE, AIUTAMI QUANDO COMINCIO PERCHE’ E’ ALLORA CHE SONO DEBOLE. VEGLIA SULLA MIA ATTENZIONE QUANDO LAVORO. COLMA LE LACUNE DELLE MIE OPERE. DAMMI ABBASTANZA LUCE PERCHE’ IO NON SIA UN OSTACOLO. E FA CHE IO SIA CIO’ CHE SPERO. PERCHE’ IL MIO AVVENIRE DIMORA SEMPRE IN TE. SUI TUOI SENTIERI, SIGNORE, GUIDACI LA’ DOVE SIAMO RIVOLTI”. (Jean Guitton)

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CIAO GIGI….

E’ venuto a mancare il mio amico Gigi Cortesi (vedi suo blog), noto psicoterapeuta e scrittore di Bergamo: Che bello aver condiviso con lui l’amicizia e la collaborazione con don Carlino Panzeri… Adesso che è finalmente libero da tutto quanto frena la volontà di bene dell’essere umano… confidiamo che continui a darci una mano. Ciao Gigi

                                              IL  MORIRE…

 

Cos’è il morire?

Me ne sto sulla riva del mare, una nave apre le vele alla brezza del mattino e parte per l’oceano.

E’ uno spettacolo di rara bellezza ed io rimango ad osservarla fino a che svanisce all’orizzonte e qualcuno accanto a me dice: “E’ andata!”.

Andata! Dove? E’ sparita dalla mia vista: questo è tutto.

Nei suoi alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande come quando la vedevo, e come allora è in grado di portare a destinazione il suo carico di esseri viventi.

Che le sue misure si riducano fino a sparire del tutto è qualcosa che riguarda me, non lei, e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice: “E’ andata!” ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo, e altre voci  levano un grido di gioia: “Eccola che arriva!”:

E questo è il morire.

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                                        SONO NELLA STANZA ACCANTO…

 

La morte non è nulla. Sono solo scivolato nella stanza accanto. Io sono io e tu sei tu.

Quello che eravamo l’uno per l’altro, lo siamo ancora…

Chiamami col mio solito nome. Parlami nel modo in cui eri solita parlarmi…

Non cambiare il tono della tua voce. Non assumere espressioni forzate di solennità o dispiacere. Ridi come eravamo soliti ridere dei piccoli scherzi che ci divertivano.

Gioca…sorridi…pensami…prega per me

Lascia che il mio nome sia  la parola familiare che è sempre stata.

Lascia che venga pronunciato con naturalezza, senza che in esso vi sia lo spettro di un’ombra

La vita ha il significato che ha sempre avuto. E’ la stessa di prima. Esiste una continuità mai spezzata.

Che cos’è la morte se non un incidente insignificante?

Dovrei essere dimenticato solo perché non mi si vede?

E’ un intervallo, sto solo sorridendoti, da qualche parte molto vicino, proprio dietro l’angolo.

Va tutto bene.

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                                                  SE CONOSCESSI..

 

Se conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami.

Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio, nella sua sconfinata bellezza…

Le cose di un tempo sono così piccole al confronto!

Mi è rimasto l’amore di te, una tenerezza dilatata che tu neppure immagini.

Vivo in una gioia purissima.

Nelle angustie del tempo, pensa a questa casa dove un giorno saremo riuniti oltre la morte, dissetati alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore infinito.

Non piangere, se veramente mi ami…

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“Ogni tanto mi sorprendo a fantasticare sulla vita eterna e a immaginare come sarà e allora  mi pare di scoprire il segreto che sta dietro questo enigma: immagino che l’uomo subito dopo la sua morte si incontri con Dio, e che entrambi si abbraccino, scoppiando in una grande risata…poichè tutti e due in quel momento scoprono che era così semplice e così bello e che hanno giocato bene il loro gioco e che questo gioco era degno di essere giocato.” (Parazzoli)

 

                                         SE MUOIO…

 

“Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura,

che tu possa risvegliare la furia del pallido e del freddo,

da sud a sud alzare i tuoi occhi indelebili,

da sole a sole suonare la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,

non voglio che muoia la mia eredità di gioia,

non bussare al mio petto, sono assente.

 

Vivi nella mia assenza come in una casa.

E’ una casa così grande, l’assenza,

che entrerai in essa attraverso i muri

e appenderai i quadri nell’aria.

E’ una casa così trasparente, l’assenza,

che senza vita io ti vedrò vivere

e se soffri, amore mio, morirò nuovamente.”

                              

                                                   (poeta sconosciuto)

 

 

LA MORTE E’ LA CURVA DELLA STRADA, MORIRE E’ SOLO NON ESSERE VISTO, SE ASCOLTO SENTO IL SUO PASSO ESISTERE COME IO ESISTO. (E. Pessoa)

 

 

 

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PIETRO AVANTI

Ecco il nostro carissimo nipotino nato il 21 settembre 2014 da mamma MORGANA e papà FRANCESCO. Che gioia!

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