Archivio dell'autore: gigiavanti
COME MAI?
“Come mai tutti gli atei se la prendono con Dio e nessuno di loro con il diavolo”? Questa domanda (che non è propriamente una domanda) non è bene rivolgerla agli “intellettuali” e neppure agli atei di serie B (quelli di serie A il Papa Paolo VI definiva “nobilmente pensosi”) perché potrebbero irritarsi… così come si potrebbero irritare per questo vecchio aforisma: “Dio esiste, rilassàti, non sei tu”.
Frazione L’ateo dice Dio non esiste
Dio dice l’ateo non esiste
Se si semplifica il risultato è 1 … quindi… Conclusione per gli atei di serie A!
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UN AUGURIO PER TUTTO L’INVERNO…
UN PROVERBIO AL GIORNO… TOGLIE IL MALIGNO DI TORNO….
1) Chi non si oppone alla violenza, la raddoppia.
2) Tutto ciò che potrai serrare nelle tue mani morte, sarà quanto avrai donato con mani vive.
3) Se hai un amico, va’ spesso a trovarlo perché le spine e le siepi invadono la via che non è percorsa.
4)L’avaro scorticherebbe anche un pidocchio per ricavarne la pelle.
5) Quando la rabbia ti fa sputare contro il cielo, finisci sempre con lo sputarti in faccia.
6) Spesso il desiderio di ciò che non hai, non ti permette di godere ciò che hai.
7) Se vuoi che si conservi il tuo segreto, perché non lo conservi tu stesso?
8) Non è necessario dipingere il diavolo sulle pareti di casa, ci viene da solo.
9) Chi vuol fare una cosa trova un mezzo, chi non vuole fare nulla trova una scusa.
10) Anche un uomo di bassa statura può proiettare una grande ombra.
11) Gli occhi, attraverso le lacrime, vedono bene il cielo.
12) Un solo dito non riesce a prendere una pulce.
13) Dio non ci ha costruito i ponti, ma ci ha dato le mani per poterli costruire.
14) Non sbattere mai una porta dietro di te, potresti desiderare di riaprirla.
15) La menzogna può correre un anno, in un giorno la verità la raggiunge.
16) La felicità non è altro che la gioia di rendere felici gli altri.
17) Nessuno va in Paradiso con gli occhi asciutti.
18) E’ meglio accendere una candelina che maledire l’oscurità
19) Non dare agli altri ciò che non t’importa di perdere.
20) Un sorriso costa meno dell’elettricità, ma dona molta più luce.
21) Furono donati gli occhi ad un cieco, pretese anche le sopracciglia.
22) Ogni seme di amore, presto o tardi fiorirà.
23) La cruna d’un ago può ospitare due amici, ma il mondo è troppo piccolo per due nemici.
24) Chi cerca amici senza difetti, resta senza amici.
25) Meglio la pace che la vittoria.
26) Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere e tutta una vita per imparare a morire.
27) Stai in silenzio, oppure sappi dire qualcosa che valga di più del silenzio.
28) La preghiera ci fa diventare ciò che siamo.
29) Non si rinfaccia un torto, né a un vivo né a un morto.
30) Gli uomini sono miseri perché non sanno vedere né capire i doni che sono accanto a loro.
31) Non c’è che un errore e una disgrazia al mondo, ed è di non amare mai abbastanza.
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QUANDO GESU’ SI LAMENTA…
Leggendo gli scritti di suor Faustina (mi piace continuare a chiamarla così senza aggiungere davanti “santa”…) trovo questo: “CI SONO DELLE ANIME PER LE QUALI NON POSSO FARE NULLA: SONO LE ANIME CHE SPIANO continuamente LE ALTRE E NON SANNO QUELLO CHE AVVIENE NEL LORO INTIMO” (Q.VI, 17.17)
Forse c’è una scappatoia per consentire a Gesù di uscire da questa situazione di impotenza… quella di spiare sì, ma non CONTINUAMENTE…
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CASA DELLA TENEREZZA (Perugia…)
Domenica 11 gennaio siamo stati, Maria ed io, alla Casa della Tenerezza (Perugia, zona Montemorcino) a trattare un tema particolare BEATI I CONIUGI MISERICORDIOSI… PERCHE’ OTTERRANNO MISERICORDIA. L’invito era rivolto a persone ferite nella relazione coniugale.. Il nostro cuore ha affiancato per un po di tempo i cuori sofferenti per tirchieria, inerzia, cessazione d’amare… Lo abbiamo fatto altre volte… abbiamo cercato, crediamo, con discrezione di far passare il concetto che “essere misericordiosi” oltre a costituire una modalità di riconciliazione con il passato quale che esso sia stato (“il perdono non cancella il passato… ma apre a un futuro”), può costituire una modalità consueta e congrua di relazione di tipo preventivo in grado di scongiurare il pericolo di tutte quelle inerzie, fragilità e tirchierie o tante di quelle forme di quei “tradimenti in incubazione” non di rado presenti in alcune situazioni coniugali. Ringraziamo Dio per queste opportunità che ci offre di poter fare conto sempre sulla Sua Misericordia e lo ringraziamo anche per aver suggerito a Don Carlo Rocchetta di “inventare” questa CASA DELLA TENEREZZA… e ringraziamo tutti gli amici sposi che vi collaborano (Stefano e Barbara in primis…) assicurando loro orazione e affetto vero.
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UNA RIFLESSIONE (gli specchi non pensano, ma riflettono..)
SE IL DESIDERIO IMBASTARDISCE… E DIVENTA DIRITTO? (Gigi Avanti)
Si incomincia col desiderare qualcosa che non si ha, poi si pensa di poterla, in qualche modo, avere quella cosa, quindi si arriva magari al punto di invidiare qualcuno che quella cosa già ce l’ha, per finire poi di pretenderla di diritto. Sembra essere proprio questa la dinamica sotterranea capace di alimentare tutto quel gran parlare di “diritti”, di “diritti civili” (e tra poco magari anche di quelli “incivili”…) dell’uomo moderno. Sembra quasi di vivere il passaggio dal “tutto è grazia” al “tutto è diritto”. E sembra proprio che il treno culturale d’oggigiorno sia finito su quel binario morto oltre il quale l’orizzonte dell’infinito solleciterebbe comunque un passo avanti , proprio quel passo capace di dare quiete all’anima e senso al suo muoversi verso tale orizzonte. E mi sono definitivamente convinto di questo, cogliendo al volo l’affermazione di un carneade giudice mentre sfilava sulla passerella della moda culturale d’un anonimo telegiornale: “Nessuno può negare il diritto alla genitorialità” sentenziava a proposito (e a sproposito) di “eterologa”. Siamo sotto Natale e mi corre l’obbligo (che è pure scelta conveniente e salutare) di essere buono, ma qualche domanda mi spinge dentro vogliosa di uscire. Ma davvero, signor giudice, nessuno può negarlo questo diritto? Proprio nessuno? Neppure quel “Genitore” allo stato puro che è il Creatore? Quel “Genitore” supremo che ha fatto della “creatività” il suo fiore all’occhiello caratterizzandola come “dono” da offrire alla sua creatura nella misura e nei modi soltanto a Lui, per fortuna, conosciuti? Ma allora, se la logica commerciale del diritto – dovere dovesse averla vinta su quella creaturale del dono verrebbe sgretolato il DNA della creazione (acrostico che curiosamente si potrebbe leggere Destino Naturale Amore) e quindi si dovrebbe poter dire: “Nessuno può negare il diritto alla ricchezza” (diritto di rubare?). Di questo passo si potrebbe addirittura concludere con la rivendicazione del “diritto a nascere” sfilando senza bandiere e bandana sulle inesistenti piazze del nulla e, una volta curiosamente nati, di “diritto al Paradiso” arrogantemente urlato davanti si portoni chiusi (o sempre aperti) dell’al di là… Ma questa storia di leggere tutto in chiave di diritto da rivendicare contro qualcuno, è vecchia. Ci aveva già provato Lucifero (invidioso che il Dio lo fosse tutto Lui) a cominciare a desiderare di poterlo fare anche lui il mestiere di Dio e poi a pretenderlo… Non aveva capito (o forse non voleva capirlo) che “operari sequitur esse” e cioè che non si può fare il mestiere di Dio se non si è Dio. E sappiamo come è finita e come andrà a finire… Ci avrebbero provato anche Eva ed Adamo (a cui Lucifero, fresco di esperienza del male, aveva sibilato all’orecchio che “avrebbero potuto diventare come Dio” qualora avessero fatto esperienza completa dell’esistenza, compresa ovviamente quella del male. Come se si dovesse essere una gallina per rendersi conto che un uovo è marcio! E se invece, cambiando marcia e cambiando binario, si percorresse fino in fondo la strada del desiderio così da evitargli di imbastardirsi? E se quando il desiderio di qualcosa comincia a stuzzicarci dentro ci si chiedesse verso dove vuole condurci? E’ risaputo che il desiderio, come affermava padre Alfredo in una delle sue succose meditazioni “crea movimento” (l’etimologia latina – de sidereis – richiama le stelle). Ma movimento verso cosa? Movimento oltre l’oggetto superficialmente vissuto come “da avere” soltanto perché attraente… e magari di lì a poco anche pensato come da” pretendere” ? Non sembra, visto il risultato di delusione vergognosa successivo alla soddisfazione del desiderio… Il desiderio crea sì movimento, ma verso il dentro del bisogno nascosto e profondo e non verso il fuori dell’apparenza attraente. Laddove Il desiderio spinge ad avere, il bisogno induce ad essere. Ed allora si potrebbe arrivare ad affermare, e neppur troppo paradossalmente, che il desiderio di avere induce al bisogno di essere… quello che invece si vorrebbe soltanto avere. Il desiderio di avere conduce al riconoscimento del bisogno di essere… Eva avrebbe cioè dovuto “essere” quel “frutto bello e gradevole” nella relazione col suo uomo (tra l’altro erano stati creati “in relazione” e perché allora quella scelta “individuale” di cogliere quel frutto senza “confrontarsi con il suo uomo?). Come avrà modo di dire un poeta: “Amare è avere fame insieme e non mangiarsi l’un l’altro”. Oppure come dirà ancor prima Agostino (che di desideri soddisfatti aveva fatto il pieno): “Desidera ciò che hai”. E ognuno di noi “ha” di “essere” creatura di un Creatore, e figlio di un Padre… Padre di quel Figlio che non ha rivendicato nessun diritto, non “ha” inscenato alcuna manifestazione ma si è limitato a “essere” manifesto del Padre. Gli è costato caro non essere stato geloso del suo “privilegio – diritto alla divinità”, ma ci ha ottenuto un enorme vantaggio, quello per il quale siamo qui oggi a ringraziare… perché “tutto è grazia”. A ringraziare, senza averne diritto… e neppure come dovere da assolvere, ma come gioia pura dell’anima. Gratuità e gioiosità non appartengono alla logica del diritto – dovere e sono gli unici ambiti indistruttibili… come scriverà Gibran: “La tempesta può disperdere i fiori, ma non è capace di distruggere i semi”.
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CON TANTISSIMI AUGURI DI BUON ANNO
COMMENTO OMILETICO (1 gennaio 2015 – Lc. 2,16 – 21)
Ci sono persone che non rileggono per la seconda volta un romanzo o un racconto per il semplice fatto che ne conoscono già il contenuto e soprattutto, come affermano, perché sanno già “come va a finire”… Se si dovesse, paradossalmente parlando, applicare questo modo di fare alla vita…oppure al vangelo, sarebbero guai…Si potrebbe perdere, in un sol colpo, l’ondata di tutte quelle emozioni e di tutti quei sentimenti provati in prima battuta; in una parola si potrebbe perdere via via la capacità di stupore e, con essa, la gioia di vivere. E’ proprio per evitare questo pericolo che la liturgia della Chiesa propone quotidianamente la lettura ripetuta, ma non ripetitiva, di brani di vangelo, quasi a suggerirci che è proprio perché si sa “come va a finire” ii racconto che è possibile (ed efficace spiritualmente) concentrarne l’attenzione su tutti i dettagli della narrazione per trarne nutrimento per l’anima. E, se è vero che “scrivere è vivere”, come annotava un romanziere inglese (Julien Green), allora è possibile interpretare il “leggere” come una sorta di metafora della vita: allora è possibile, come scriveva il poeta Tagore, “fare memoria dello stupore del primo incontro” (così come si può fare per la “prima lettura”) onde non perdere la capacità di stupirci nello scorrere della ferialità ed evitare di cadere nelle sabbie mobili della monotonia, dell’abitudine o della mera ritualità.
Il brano di vangelo di questo primo dell’anno, a ben vedere, ci descrive un quadretto di vita talmente usuale e normale (la maternità) da non scuotere più di tanto il cuore. Tuttavia, a ben soffermarsi sulla descrizione dei sentimenti del cuore e dell’anima dei singoli protagonisti, ci si può trovare d’accordo con chi ha affermato che “il mondo perirà non per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”. Il brano di oggi sottolinea lo stupore gioioso di umilissimi pastori di fronte ad un avvenimento naturalissimo. Un avvenimento naturalissimo, come la nascita di un bambino nel pieno di una notte. Un avvenimento annunciato loro da angeli (questa forse la cosa “eclatante” che purtuttavia non spaventa) e che li fa scattare in piedi per andare a verificare… Tutti questi dettagli ci dicono che la vita “quotidiana” può essere vissuta con l’atteggiamento dello “stupore” per quello che ci capita nel “qui ed ora” perché è lì che c’è Dio… Anzi. paradossalmente parlando, si potrebbe dire che Dio più che essere all’esterno “nelle cose che capitano”, sta all’interno nella “gioia” intima dell’anima di fronte alle medesime. Di stupore in stupore, quindi quello dei pastori che corrono a verificare quello che avevano sentito annunciare e escono di scena saltellando dalla gioia e lodando Dio e quello della Madre che non credeva ai suoi occhi per quello che stava vivendo. Non credeva ai suoi occhi ed era rimasta senza parole… al punto che Luca se la sbriga descrivendo che “conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo”. Quanto sarebbe bello, nella quotidianità, recuperare questo silenzio meditativo (che è orazione a Dio più gradita se alla Sua Madre ha concesso il dono di viverla per prima…) già di per sé lode! Quanto sarebbe spiritualmente nutriente vivere l’attimo e il presente dei piccoli e grandi eventi del tempo con l’anima collegata all’eterno! Evaporerebbero, come nebbia al sole, dolori e rimpianti del passato e ansie e preoccupazioni per il futuro. Rimarrebbe la gioia, la gioia pura di vivere e di credere “ai propri occhi”, quelli dell’anima, gli unici a vedere l’invisibile.
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DAL “tutto è grazia” (romanzo di George Bernanos) al “tutto è diritto”?
SE IL DESIDERIO IMBASTARDISCE… E DIVENTA DIRITTO?
Si incomincia col desiderare qualcosa che non si ha, poi si pensa di poterla, in qualche modo, avere quella cosa, quindi si arriva magari al punto di invidiare qualcuno che quella cosa già ce l’ha, per finire poi di pretenderla di diritto. Sembra essere proprio questa la dinamica sotterranea capace di alimentare tutto quel gran parlare di “diritti”, di “diritti civili” (e tra poco magari anche di quelli “incivili”…) dell’uomo moderno. Sembra quasi di vivere il passaggio dal “tutto è grazia” al “tutto è diritto”. E sembra proprio che il treno culturale d’oggigiorno sia finito su quel binario morto oltre il quale l’orizzonte dell’infinito solleciterebbe comunque un passo avanti , proprio quel passo capace di dare quiete all’anima e senso al suo muoversi verso tale orizzonte. E mi sono definitivamente convinto di questo, cogliendo al volo l’affermazione di un carneade giudice mentre sfilava sulla passerella della moda culturale d’un anonimo telegiornale: “Nessuno può negare il diritto alla genitorialità” sentenziava a proposito (e a sproposito) di “eterologa”. Siamo sotto Natale e mi corre l’obbligo (che è pure scelta conveniente e salutare) di essere buono, ma qualche domanda mi spinge dentro vogliosa di uscire. Ma davvero, signor giudice, nessuno può negarlo questo diritto? Proprio nessuno? Neppure quel “Genitore” allo stato puro che è il Creatore? Quel “Genitore” supremo che ha fatto della “creatività” il suo fiore all’occhiello caratterizzandola come “dono” da offrire alla sua creatura nella misura e nei modi soltanto a Lui, per fortuna, conosciuti? Ma allora, se la logica commerciale del diritto – dovere dovesse averla vinta su quella creaturale del dono verrebbe sgretolato il DNA della creazione (acrostico che curiosamente si potrebbe leggere Destino Naturale Amore) e quindi si dovrebbe poter dire: “Nessuno può negare il diritto alla ricchezza” (diritto di rubare?). Di questo passo si potrebbe addirittura concludere con la rivendicazione del “diritto a nascere” sfilando senza bandiere e bandana sulle inesistenti piazze del nulla e, una volta curiosamente nati, di “diritto al Paradiso” arrogantemente urlato davanti si portoni chiusi (o sempre aperti) dell’al di là… Ma questa storia di leggere tutto in chiave di diritto da rivendicare contro qualcuno, è vecchia. Ci aveva già provato Lucifero (invidioso che il Dio lo fosse tutto Lui) a cominciare a desiderare di poterlo fare anche lui il mestiere di Dio e poi a pretenderlo… Non aveva capito (o forse non voleva capirlo) che “operari sequitur esse” e cioè che non si può fare il mestiere di Dio se non si è Dio. E sappiamo come è finita e come andrà a finire… Ci avrebbero provato anche Eva ed Adamo (a cui Lucifero, fresco di esperienza del male, aveva sibilato all’orecchio che “avrebbero potuto diventare come Dio” qualora avessero fatto esperienza completa dell’esistenza, compresa ovviamente quella del male). Come se si dovesse essere una gallina per rendersi conto che un uovo è marcio! E se invece, cambiando marcia e cambiando binario, si percorresse fino in fondo la strada del desiderio così da evitargli di imbastardirsi? E se quando il desiderio di qualcosa comincia a stuzzicarci dentro ci si chiedesse verso dove vuole condurci? E’ risaputo che il desiderio, come affermava padre Alfredo in una delle sue succose meditazioni “crea movimento” (l’etimologia latina – de sidereis – richiama le stelle). Ma movimento verso cosa? Movimento oltre l’oggetto superficialmente vissuto come “da avere” soltanto perché attraente… e magari di lì a poco anche pensato come da” pretendere” ? Non sembra, visto il risultato di delusione vergognosa successivo alla soddisfazione del desiderio… Il desiderio crea sì movimento, ma verso il dentro del bisogno nascosto e profondo e non verso il fuori dell’apparenza attraente. Laddove Il desiderio spinge ad avere, il bisogno induce ad essere. Ed allora si potrebbe arrivare ad affermare, e neppur troppo paradossalmente, che il desiderio di avere induce al bisogno di essere… quello che invece si vorrebbe soltanto avere. Il desiderio di avere conduce al riconoscimento del bisogno di essere… Eva avrebbe cioè dovuto “essere” quel “frutto bello e gradevole” nella relazione col suo uomo (tra l’altro erano stati creati “in relazione” e perché allora quella scelta “individuale” di cogliere quel frutto senza “confrontarsi con il suo uomo?). Come avrà modo di dire un poeta: “Amare è avere fame insieme e non mangiarsi l’un l’altro”. Oppure come dirà ancor prima Agostino (che di desideri soddisfatti aveva fatto il pieno): “Desidera ciò che hai”. E ognuno di noi “ha” di “essere” creatura di un Creatore, e figlio di un Padre… Padre di quel Figlio che non ha rivendicato nessun diritto, non “ha” inscenato alcuna manifestazione ma si è limitato a “essere” manifesto del Padre. Gli è costato caro non essere stato geloso del suo “privilegio – diritto alla divinità”, ma ci ha ottenuto un enorme vantaggio, quello per il quale siamo qui oggi a ringraziare… perché “tutto è grazia”. A ringraziare, senza averne diritto… e neppure come dovere da assolvere, ma come gioia pura dell’anima. Gratuità e gioiosità non appartengono alla logica del diritto – dovere e sono gli unici ambiti del creato e dell’umano indistruttibili… come scriverà Gibran: “La tempesta può disperdere i fiori, ma non è capace di distruggere i semi”.
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L’ANIMA DEL GRANDE FIUME (primo romanzo di Chiara Avanti)
CON TANTA GIOIA COMMOSSA PRESENTO AI MIEI AMICI IL PRIMO ROMANZO DI MIA FIGLIA CHIARA…SI TRATTA DI CIRCA 600 PAGINE DI ASSOLUTO GODIMENTO E DI SOSTANZIOSO NUTRIMENTO DI CUORE (emozioni allo stato puro), DI MENTE (dialettica disarmante) E DI ANIMA (considerazioni sobrie di intelligenza spirituale).
(Può essere facilmente trovato cercando EDIZIONI PROGETTO CULTURA o chiedendo nelle librerie)
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