Con un po’ di anticipo

                                           COMMENTO OMILETICO

                                    (Domenica 3 gennaio: Gv. 1, 1 – 18)

“Nomen omen” si dice. Il significato di “nomen omen” risale agli antichi romani secondo i quali nel nome delle persone era  indicato il loro stesso destino.  

   Anche nel  pensiero biblico il nome rappresenta e significa l’essere stesso nella sua singolarità, nella sua essenza totale, nella sua individualità concreta, nella sua personalissima identità e nella sua missione esistenziale.

   E’ misteriosamente bello constatare come la liturgia della Chiesa ci inviti oggi a celebrare il nome di Gesù (l’onomastico) proponendo il celebre brano con cui l’evangelista Giovanni da inizio al suo vangelo.

   E’ bello constatarlo perché nei 18 versetti offerti alla lettura è contenuto, in mirabile sintesi, tutto il vangelo, tutta la dinamica della storia della salvezza.

   Sembra di poter notare che così come il nome di Gesù contiene tutto il suo essere e il suo agire, il suo destino, la sua missione,  allo stesso modo il l’incipit del vangelo di Giovanni contiene tutto il vangelo.

  Rimane allora da porci una domanda: cosa può insegnare a noi oggi tutto questo? E per rispondere a questa domanda si può partire, ad esempio,  con l’immaginare la difficoltà dell’evangelista Giovanni alle prese con il problema di testimoniare e di trasmettere il messaggio evangelico usando categorie e generi letterari diversi dalla cultura ebraica.

   Una difficoltà che il messaggio evangelico incontra ogni qual volta deve incarnarsi in culture diverse e che i “missionari” di ogni tempo continuano ad incontrare.

   E l’evangelista supera questa difficoltà ribadendo più volte e insistendo su di un fatto incontrovertibile, quello di essere stato testimone oculare di tutta la dinamica della storia della salvezza rivelata compiutamente in Gesù, testimone oculare di eventi pensati dall’eternità dal Padre e portati a compimento concretamente nello scorcio di tempo davanti ai suoi occhi.

   La qual cosa comporta, per noi oggi che non siamo stati testimoni oculari come Giovanni, di poter e saper essere testimoni fidandosi ciecamente di chi ci assicura, con il suggello della propria vita, di esserlo stato.

   Questa è la dinamica della trasmissione della fede da una generazione all’altra. Questa è la lezione da ricavare e da apprendere da questo brano di vangelo.

   Ma questa trasmissione della fede fatica a prender vita ed a  realizzarsi se chi afferma di credere offre una testimonianza poco credibile e poco affascinante.  

   Soprattutto al giorno d’oggi che l’uomo si trova sovente portato a questa desolata lamentazione: “Non so più a chi credere”.

   In genere si è portati a credere a chi testimonia con la vita, la verità affermata a parole e  lo fa, paradossalmente parlando, a scapito della sua medesima vita.

   Che poi questa trasmissione della testimonianza di fede sortisca o meno effetti immediati di conversione, questo attiene al mistero complessivo delle cose di Dio, sulle quali è prudente non investigare troppo. Meglio essere buongustai di mistero che affannati cercatori di spiegazioni.

   Non ci si scoraggi, pertanto, quando ci si sente dire da Gesù: “Anche quando avrete fatto tutto, ricordatevi che siete sempre dei servi inutili”, che per chi ha la coda di paglia ed è ipersensibile agli epiteti, la traduzione di “servi inutili” può essere ammorbidita con quella di “semplici servi”, che è più rispettoso e veritiero, ma ugualmente efficace e incoraggiante all’umiltà del servizio di testimonianza. 

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