Continuazione… dell’emergenza educativa

 

  • LA METAMORFOSI DELL’ADOLESCENTE…. E QUELLA DEL GENITORE (ovvero come affiancarsi al figlio nella fase di passaggio dell’adolescenza)

“L’adulto è un bambino cresciuto bene” affermano le scienze pedagogiche e il periodo dell’adolescenza è quel periodo intermedio delicatissimo durante il quale avviene tale crescita. E tale crescita va a buon fine se l’adolescente è in grado  di elaborare i cosiddetti “tre lutti” che caratterizzano tale periodo, a volte lungo e travagliato e a volte più lineare e breve (come avviene in genere per la prima nascita…): il lutto della “perdita del corpo bambino”, quello della perdita del “ruolo o comportamento dell’infanzia” e quello della destrutturazione e della ristrutturazione delle “figure genitoriali” fino ad allora considerate “mitiche”. Questa separazione graduale dall’infanzia è una legge di natura e se l’adolescente  la saprà assecondare nei suoi tempi la sua crescita andrà a buon fine (da notare che, etimologicamente il verbo “crescere” è imparentato con il verbo “creare” e significa proprio “portare a buon fine ciò che è stato creato”).

Ma, se per portare a compimento ciò che Dio ha creato l’adolescente non potrà molto contare sul mondo esterno della cultura degli adulti (fatta più di apparenza che di sostanza…), potrà invece contare sul mondo interno delle relazioni familiari. A patto però che questi “adulti” (genitori, educatori, catechisti, istruttori e quant’altro…) lo siano di fatto e non di nome e non si facciano venire le vertigini  per le continue oscillazioni dei loro adolescenti tra paure e desideri, angosce e sogni,  tormenti ed entusiasmi, cadute e ripartenze e soprattutto si ricordino, ogni tanto,  della loro propria adolescenza. A patto, quindi, che i genitori stiano rocciosamente fermi nella loro postazione affettiva convinti fortemente che quanto oscilla prima o poi torna al suo equilibrio di base… per la legge universale della omeostasi. Oppure facciano come fa l’istruttore  di cui parla questa storiella piena zeppa di messaggi da cogliere:

   In molte tribù degli indiani d’America i ragazzi, raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti ad una serie di prove iniziatiche, quali dormire fuori dalla loro tenda lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi vere: asce, archi, frecce, cucire scarpe e vestiti con pelli d’animali da loro stessi catturati, sottoporsi a lunghi momenti di istruzione da parte degli anziani.

 Si racconta che durante una di queste istruzioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati. Allora uno dei giovani lì distesi cominciò a pulirsi le unghie adoperando un bastone invece del suo grattatesta. Ad un tratto esclamò: “Guardate! Mi crescono delle penne sotto le unghie!”. Alcuni suoi compagni provarono anch’essi e presto tutti lo imitarono. E videro spuntarsi addosso  delle penne, che crescevano fino a diventare ali. “Cosa diventerai?” si chiedevano reciprocamente. Uno disse: “Diventerò un’anatra selvatica. E tu?”. “Io diventerò un’oca”. Un altro volle diventare anche lui un’anatra selvatica, altri due invece vollero diventare gru.

L’istruttore non disse nulla. Ma quando finirono per emettere non più parole, ma gridi, pensò: “Bene, farò così anch’io. Sarò l’aquila”.

Allora, molti degli abitanti del villaggio che stavano fuori  nei pressi della sacra tenda, cominciarono a sentire un gran rumore e dall’apertura del fumo videro uscire prima una grossa anatra selvatica, poi delle oche, poi ancora delle gru e infine un’aquila…

Alcuni degli abitanti del villaggio, compreso qualche genitore, si misero a gettare secchi d’acqua gridando: “Tornate indietro, vi state trasfigurando”. Ma essi volarono via.

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  • DARE COMANDI E’ PIU’ SBRIGATIVO, MA… (ovvero come intercettare i veri bisogni dei figli)

Alcuni anni fa la rivista Dimensioni Nuove dei salesiani pubblicava i risultati di una indagine fatta agli adolescenti sui veri bisogni  della persona umana.  Questa indagine era strutturata in due semplici domande alle quali gli adolescenti dovevano rispondere a caldo. La prima domanda chiedeva di scrivere “quello che ci siamo sentiti dire da bambini” e la seconda chiedeva “quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini”.

Considerando la stretta interdipendenza esistente tra la realtà della “comunicazione” e quella della “relazione interpersonale” (dimmi come parli e cosa dici e ti dirò che atmosfera relazionale vivi…) è facile dedurre  quale risultato volessero raggiungere i ricercatori.

Ecco alcune delle risposte alla prima domanda: stai fermo, muoviti, sbrigati, lavati i denti, hai fatto la cacca, mangia tutto, chiedi scusa, saluta, non piangere, non devi avere paura, peggio per te, farai tardi, non correre, non sudare, non t’arrabbiare, prima devi finire i compiti… Ed ecco alcune risposte alla seconda:  sono felice di averti, parliamo un po’ di te, sei triste?,  cosa ti ha fatto arrabbiare?, mi piace stare con te,  dimmi se ho sbagliato,  puoi piangere se vuoi, perché non hai voglia di fare i compiti?, raccontami,  cosa ti fa soffrire?.

Facile concludere.  La via pedagogica da preferire per favorire la crescita dei figli non è tanto quella del “dare ordini” quanto quella del “dare carezze”. Dare ordini è più sbrigativo  (e nasconde anche un pizzico di sindrome onnipotentistica nel senso che si è convinti che basti dire al figlio di “non avere paura” perché la paura passi),  ma cozza contro uno dei principi della psico-pedagogia che è quello della  intercettazione dei veri bisogni del figlio. Chi piange, ad esempio, ha bisogno di “consolazione” e non di negazione del suo dolore…

Dare carezze è certamente più faticoso, ma a lungo andare ripaga. Molto più sbrigativo dire “sbrigati”, ma molto più in linea con il principio già ricordato che il cucciolo d’uomo cresce prevalentemente per via imitativa dire invece “io sono pronto”. Molto più immediato ordinare “lavati i denti” che dire “io vado a lavarmi i denti”. Nessuno garantisce risultati magici ed immediati a chi predilige tale approccio, ma questo attiene al mistero di libertà di ogni essere umano, figli compresi.  C’è inoltre da sottolineare un aspetto: le due vie non sono antitetiche e non vanno considerate con la filosofia dell’aut aut (o questa o quella), bensì sono da considerare con la filosofia dell’et et (e questo e quello), nel senso che un comando può anche avere anima di affetto e, paradossalmente, potenziare la “coerenza” del genitore riguardo ai valori che vuol trasmettere, come già annotava sant’Agostino quando diceva: “Da’ ciò che comandi”.

Una curiosità tecnica: l’uso dei “tu”, magari coniugato con il verbo “essere”, nei  modi di comunicare veicola  più facilmente giudizi e comandi, tende a fare di ogni erba un fascio, a non fare distinzione tra persona e comportamento o, come si suol dire, a buttar via il bambino insieme all’acqua sporca (un conto è dire “sei cretino” e un altro è dire “hai fatto una cretinata… e te lo dico perché ti viglio bene”) mentre l’uso disarmato dell’io  (“io sono arrabbiato per questo tuo comportamento”…) non fa sentire la frecciata nascosta del giudizio e talvolta anche dell’insulto e lascia libero l’altro di gestire con i suoi tempi la soddisfazione dei suoi bisogni e la manifestazione dei suoi sentimenti. In definitiva si cresce più contenti per via affettiva  che per via normativa, sebbene i risultati forse non saremo noi a vederli. Così come accade alla radici che, per strano destino, non vedranno mai il frutto della pianta che stanno alimentando. E a proposito di radici… c’è un proverbio che dice “senza radici non si vola” a proposito di adolescenti che si apprestano a volare via.

 

  • LA STORIELLA DEL PICCOLO GAMBERO (ovvero cosa succede se non  si accetta il destino di libertà dei figli)

La storiella del piccolo gambero offre molto materiale pedagogico. Ce n’è per tutti e lascia a ognuno la fantasia e la bontà di derivarne le eventuali modifiche del suo attuale atteggiamento educativo. Faccio subito notare che il piccolo gambero della storiella non è il figlio riottoso e cocciuto dal brutto carattere da correggere (questo sarà  oggetto del  prossimo intervento) ma più semplicemente un essere segnato alla nascita, misteriosamente, da un proprio destino di libertà. Accettare il mistero di libertà d’un figlio è più proficuo che volerlo razionalizzare, o peggio, opporvisi.

   C’era una volta una comunità di gamberi che viveva nelle acque di un fiume. In questa comunità di gamberi un giorno nacque un piccolo gambero che invece di camminare all’indietro  andava avanti… con grande disperazione dei suoi genitori per questo scherzo del destino. Essi infatti cercavano di persuaderlo a camminare come tutti gli altri, ma senza riuscirvi. Crescendo, arrivò il giorno che il piccolo gambero fu iscritto alla scuola. Ed anche a scuola veniva preso in giro dai compagni, rimproverato dai maestri, minacciato di espulsione dal direttore. E, una volta tornato a casa, i genitori continuavano a lamentarsi: “Figlio, che t’abbiamo fatto? Perché cammini avanti mentre tutti noi camminiamo all’indietro?”. Il piccolo gambero alzava le spalle rassegnato e rispondeva: “Non ci posso fare niente. A me piace camminare avanti”.

Col passar del tempo la situazione diventava sempre più pesante, fintantochè un giorno gli insegnanti decisero di convocare i genitori e li rimproverarono: “Voi vi disinteressate di vostro figlio e non fate nulla perché cammini come tutti gli altri”. E loro giù a piangere e a rifarsi contro il figlio. Le provarono tutte, comprese le botte e le punizioni più brutte, per persuaderlo a camminare all’indietro.

Mano a mano che il tempo passava, anche gli altri componenti della comunità dei  gamberi presero a bersagliare questo povero piccolo gambero. La situazione divenne talmente insopportabile che i genitori furono convocati di fronte al Consiglio degli anziani. I gamberi anziani cominciarono a redarguire i genitori: “Voi avete educato male vostro figlio, vedete come si comporta, invece di camminare all’indietro va avanti. Vi diamo ancora qualche tempo per rimediare; se la situazione non dovesse cambiare saremo costretti ad espellerlo dalla nostra comunità perché non costituisca elemento di scandalo”.

 I genitori messi alle strette da questa minaccia insistevano con il piccolo gambero piangendo: “Figliolo, ti preghiamo, cerca di cambiare”. E lui rispondeva semplicemente: “A me piace andare avanti e continuo ad andare avanti”.  Non ci fu proprio niente da fare.. Arrivò quindi il momento in cui la comunità decise di espellere il piccolo  gambero. Tutti si radunarono in riva al fiume e questo gamberetto con il suo sacchetto in spalla fu cacciato via. Genitori che piangono, compagni che lo deridono, anziani che scuotono la testa… Tutto il gruppo dei gamberi lo vede allontanarsi. E lui sene va, solo con il proprio destino; si tuffa nell’acqua del fiume e siccome questa va avanti, egli continua ad andare avanti… I genitori lo salutano, lui accenna ad un saluto e se ne va fino a scomparire alla vista di tutti.

 Ad un tratto, mentre continua a camminare avanti, verso il mare, si imbatte in uno scoglio.  Su quello scoglio intravvede una figura muoversi. Man mano che si avvicina si accorge che è un vecchio gambero, tutto sgangherato, che lo guarda e lo chiama. Il piccolo gambero si avvicina e il vecchio gambero gli dice: “E così anche tu hai scelto di andare avanti; anch’io avevo fatto la stessa scelta, poi mi sono stancato e mi sono fermato. Ecco il risultato, sono qui, solo, a morire su questo scoglio. Tu non fare come me, vai avanti, segui la tua strada”.

 Il piccolo gambero, con le lacrime agli occhi, salutò il vecchio gambero e continuò ad andare avanti verso il mare… in quell’immenso mare dove andare avanti o indietro non aveva più ormai alcuna importanza…

Tuttavia, egli, il piccolo gambero, era riuscito a raggiungere il traguardo della sua vita.

 

 

  • ALLE PRESE CON FIGLI DAL CARATTERE DIFFICILE (ovvero perché preferire la pazienza educativa al rimprovero o alla minaccia)

 

   Se è vero che “il buon giorno si vede dal mattino” potrebbe essere anche paradossalmente vero che “il cattivo giorno non si vede dal mattino”. Questo per dire che la sorpresa di trovarsi di fronte ad  un adolescente che crea problemi è sempre dietro l’angolo. Leggendo con cura la storiella di Emily Dickinson ogni genitore scoprirà da sé quale è l’atteggiamento da privilegiare quando intende intervenire e come per correggere alcuni brutti comportamenti del proprio figlio.

C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno. Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno. Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia. Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza. I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata. Il padre conduce il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà. Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica.

Qualcuno, magari a corto di speranza e carico di delusioni, potrà pensare che certe cose accadono soltanto nelle favole e che la vita è un’altra cosa. A questo qualcuno mi vien da dire, invece, che è proprio questo il momento da sfruttare subitamente e umilmente per risvegliare quel germe di speranza e di fiducia ancora presente nel fondo della propria coscienza genitoriale.  Cambiare marcia, quando si è in salita, è più conveniente e salutare anziché insistere ad accelerare finendo col soffocare il motore.

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  • IL BINARIO EDUCATIVO (ovvero come e perché tenere in equilibrio la rotaia dei “no” e quella dei “sì”)

Sono note a tutti i genitori, o quasi, le varie diatribe riguardanti la faccenda dei “no” , delle proibizioni, dei castighi, degli sculaccioni e dei “sì”, dei permessi, delle autorizzazioni, degli incoraggiamenti da dare ai figli… Così come sono ormai a conoscenza di tutti taluni atteggiamenti educativi discutibili evidenziati dalle seguenti espressioni verbali: “A mio figlio non deve mancare nulla… impareranno da soli quanto è dura la vita.. non lo faccio battezzare perché quando sarà grande sceglierà lui” e via di seguito.

E proprio da qui prende il via l’ultima riflessione di questo percorso dal significativo e provocatorio titolo “Torniamo a educare”. E prendi il via alla larga…

Quasi tutti i pedagogisti si sono alla fine trovati d’accordo nel riconoscere che due sono, alla fin fine, i bisogni fondamentali da soddisfare  per un benessere integrale esistenziale, il bisogno di protezione e quello di incoraggiamento. E sono bisogni da soddisfare quotidianamente, allo stesso modo del bisogno di nutrimento per poter crescere.

 Soltanto che, nella fase della prima infanzia,  la soddisfazione di questi bisogni paralleli avviene principalmente ad opera dei genitori, mentre nel prosieguo della vita dovrà essere la singola persona a soddisfarli autonomamente… Un apprendistato, questo, la cui durata sembra essere anche simbolicamente indicata da un episodio della vita di Gesù  dodicenne rimasto a Gerusalemme… senza aver avvertito i genitori.

Un autore, Erich Fromm, taglia corto al riguardo affermando che “si diventa adulti quando si è in grado di fare da padre e da madre a se stessi”.

Questa legge di natura (pericolosissimo sottovalutarla o ignorarla) è silenziosamente e curiosamente presente nell’evento naturale della gravidanza e del parto. E’ curioso e sorprendente infatti constatare il fatto che durante la gravidanza l’essere umano vive, a sua insaputa, l’esperienza di un habitat estremamente “protetto” che gli garantisce un benessere a 360 gradi  (caldo e  tenero è l’habitat uterino…) mentre nell’evento parto per la nascita vive, sempre a sua insaputa, l’altra esperienza del distacco da questo habitat grazie alle spinte “incoraggianti” della madre… Fermezza e decisione occorrono per lasciare questo habitat nel quale era pur comodo rimanere.

Queste due “esperienze” (quella dell’attaccamento uterino e quella del distacco) segnano il DNA  psico-emotivo dell’essere umano a tal punto che egli non potrà più fare a meno di “protezione” e di “incoraggiamento” per una vita sana e completa.

Da qui il seguente assioma dei soliti studiosi di questi eventi: “Il bambino si forma grazie ad un viscerale attaccamento alla madre, l’adulto si forma in ragione di un graduale e realistico distacco dalla stessa”.

Bisogno di “tenerezza protettiva” (l’utero protegge appunto perché tenero e caldo e quindi ciò induce a dire che i “no”, per essere protettivi vanno pronunciati con “tenerezza”) e di “fermezza incoraggiante” (il distacco dall’utero avviene con un taglio netto e deciso e ciò induce a pensare che i “sì”, per essere incoraggianti, devono essere fermi e decisi) costituiscono quel cosiddetto “binario educativo” sul quale corre o scivola la locomotiva della propria vita. Superfluo, e anche banale, ricordare che le due rotaie vanno tenute sempre in equilibrio  pena il deragliamento della locomotiva e… che dopo la prima spinta dei genitori il figlio impari a muoversi autonomamente su questo binario.

E’ opportuno ricordare che essendo, questa, una “legge di natura”, ignorarla o applicarla facendo di testa propria porta a risultati deleteri. Così infatti asserisce la psicologa  Anna Terruwe nel suo libro “Amare e curare i nevrotici”: “Se Dio perdona sempre e l’uomo perdona qualche volta, la natura non perdona mai: Se non la rispetti essa ribatte il colpo e prima o poi te la fa pagare”. E quando si parla di “natura” si intende qui la natura delle “relazioni interpersonali”. E’ un discorso ecologico applicato al mondo delle relazioni interpersonali. E’ così fuori luogo parlare di “ecologia relazionale”? Non dovrebbe suonare, tale espressione, come musica armoniosa alle orecchie, spesso otturate, dell’uomo d’oggi? In un mondo dove la “relazione interpersonale” soffre di patologie gravi e dove tanti terapeuti e spiritualisti si danno da fare per curarla sarebbe bene ricordare: “La relazione con gli altri è come la cucina, in ogni pietanza ognuno trova quello che ci mette”.

  Mettere tenerezza e incoraggiamento nel rapporto educativo con i propri figli  non è cosa che si possa improvvisare, ma cosa che richiede tirocinio talvolta quasi ascetico, manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio mondo interiore… da trattare, appunto,  con tenerezza e decisione… (mente, cuore e  anima… e anche corpo, perché il corpo parla senza uso di parola).

Che poi i risultati non si vedano sempre attiene al mistero della vita (ma è pericoloso anche, sull’altro versante, attribuire a se stesso il merito per gli eventuali risultati  positivi …), mistero d’amore.

Mistero d’amore che i genitori dovrebbero sapere come godere essendo, il modo di agire misterioso d’amore, il modo del collega Padre Dio che se ne intende dei suoi figli più di quanto non si pensi. Ed è proprio Lui ad assicurare ai genitori umani che alla fine “tutto filerà liscio” in barba ai nostri desideri e alle nostre aspettative di piccoli padri umani… Siamo o non siamo nelle mani di Dio, tutti quanti, genitori e figli? Nelle mani di quel Dio che, misteriosamente, non darà sempre soddisfazione ai nostri desideri, ma  manterrà sempre, per amore, le sue promesse… Basta dargli tempo  ( fosse anche un’eternità…)… così come sarebbe conveniente fare con i nostri figli…

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www.gigiavanti.com     giovannigigiavanti@gmail.com

 

  

 

 

 

 

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