VALE ANCHE PER OGGI…

MEDITAZIONE:  (11 febbraio: Mc. 1,40-45)

 

   Colpisce la narrazione – testimonianza della guarigione del lebbroso da parte di Gesù fatta dall’evangelista Marco per la sobrietà di parole, per la capacità di focalizzare l’attenzione sulla sostanza dell’evento straordinario, evitando all’ascoltatore o al lettore di perdersi nel sottobosco di dettagli o di sfumature narrative magari fuorvianti..

   Già questo potrebbe insegnare ai noi, testimoni di oggi del vangelo, una maggiore sobrietà espositiva degli eventi da testimoniare, al riparo dal  rischio di enfatizzazioni logorroiche o di catechesi snervanti… o di omelie troppo decorate.

   Ma c’è qualcosa ancora da ricavare, come insegnamento, da questo breve brano di Marco: la immediatezza della risposta di Gesù alla domanda del lebbroso. Bellissimo questo ping pong tra domanda e risposta.

   Stupenda la modalità della domanda, rivolta in ginocchio, a Gesù: “Se vuoi, puoi mondarmi” e sorprendentemente subitanea la risposta concreta, precisa, limitata al qui ed ora del domandare supplichevole del lebbroso.

   Cosa manca alla nostra orazione, oggi?  Forse una fede forte, adulta, sicura di sé capace di scatenare la immediatezza della risposta?

   Ma quand’anche vi fosse tale fede forte, adulta, sostanziosa, come mai questa non suscita la immediatezza della risposta di Dio?

   Può essere che questa fede, pur forte, abbia dei punti deboli… (che soltanto Dio conosce) e li può fortificare, tali punti deboli, ricordare che:

“La preghiera funziona sempre, anche se non ci è dato di sapere né come né quando”.  Siamo immersi, quindi, nel pieno del mistero… per fortuna!

   E’ l’insegnamento della pazienza, la medesima pazienza di Dio nei riguardi della nostra lentezza o pigrizia nel convertirci… nel convergere cioè, giorno dopo giorno,  senza distrazioni o deviazioni o scorciatoie immaginarie, verso il traguardo della salvezza.

   La conversione non va vista, infatti, come momento statico, di partenza o di arrivo che sia…, ma come modo di camminare sulla strada della salvezza… magari con maggior determinazione, sicuri che il futuro è al sicuro.

  Una considerazione conclusiva sulla descrizione delle emozioni di Gesù riportata da Marco. Gesù si “commuove” davanti alla domanda del lebbroso… però poi lo redarguisce “duramente” intimandogli di non raccontare nulla di quanto gli è miracolosamente accaduto.

   Come vanno d’accordo “commozione” e “durezza”?  Mi viene in mente il proverbio antico: “Il medico pietoso fa la piaga puzzolente”, ma ci manda fuori luogo.

   Forse Gesù era a conoscenza di quello che scrive la letteratura scientifica psicologica circa gli “ordini negativi” e cioè che gli “ordini negativi”  non impressionano la nostra mente (considerata come una sorta di pellicola negativa fotografica che soltanto la positività della luce può impressionare).

   Se infatti se si dice ad una persona di “non pensare ad un orso bianco”, succede proprio che nella mente di quella persona si affaccia la figura dell’orso bianco!

   Ma quand’anche Gesù non fosse stato a conoscenza di questo (si fa per dire), la preoccupazione sua principale era quella  di non venire frainteso.

   Non tollerava che potesse circolare una interpretazione riduttiva della sua messianicità, non poteva sopportare l’idea che di lui si facessero soltanto l’idea di un mago guaritore dotato di poteri speciali e che lo richiedessero soltanto per le sue “speciali prestazioni”.

   Ben altro e ben di più era venuto a portare; non una pur sorprendente guarigione da un malanno provvisorio, ma la sorprendente e definitiva guarigione (salvezza) dal malanno atavico della morte… della morte dell’anima, ereditato dai progenitori del genere umano.

   Questo potrebbe insegnare ai testimoni di oggi di non cedere alla tentazione di essere “seduttori” nei confronti di coloro ai quali si va a portare la testimonianza del vangelo, ma, umilmente, semplicemente e magari anche invisibilmente (come succede ai monaci, alle claustrali e così via),  “conduttori” a Gesù .

   Da qui la sua ritirata strategica in solitudine e preghiera… che diventa a questo punto indicazione operativa anche per noi, oggi, nei momenti in cui siamo tentati di protagonismo o di autoreferenzialità o, al contrario, di scoraggiamento  e delusione per la invisibilità dei risultati della nostra testimonianza (che il diavolo ci fa credere, subdolamente, inefficacia) della nostra testimonianza.

   Ritirarsi in solitudine orante ci tiene lontani dalle tentazioni del protagonismo, dell’autoreferenzialità, dello scoraggiamento, della delusione.

   In una parola… ci libera dal maligno e… dai suoi derivati.

www.omelie.org

www.gigiavanti.com

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi, storielle e poesie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...