A PROPOSITO DI LAVORO E TENEREZZA…

PER UNA CULTURA DELLA TENEREZZA

 

Potrebbe sembrare forzato l’accostamento del tema della tenerezza nei rapporti al tema del lavoro, ma non è così perché il cosiddetto “mal di relazione” che affligge l’uomo d’oggi tocca anche il mondo del lavoro,

Esiste infatti il mal di denti, il mal di testa ed esiste anche il “mal di relazione” arrivato oggi a livelli di vera e propria patologia sociale, E, come avviene per molti mali, ha molte cause o concause. Tra esse la tendenza della “cultura” d’oggi al fare più che al contemplare, una cultura frettolosa e indaffarata, una cultura più incline alla tecnica che all’etica per cui se si è capaci di fare una cosa se me deduce che è lecito farla, una cultura improntata all’emozionale più che al razionale e più incline al razionale nudo e crudo  che non al soprarazionale…

Tutto questo ha portato e porta a vivere le relazioni interpersonali a singhiozzo, in una perenne oscillazione tra impulsi di varia natura che finiscono per condurre allo stress.

Come poter uscire da questo circolo vizioso di un male che alimenta stesso. Non ci sono ricette magiche, ma è possibile un suggerimento di base: vivere il qui ed ora del rapporto con la persona che si incontra nella consapevolezza che proprio “tempo e spazio” sono le due dimensioni imprescindibili dell’esistenza umana, credenti o meno che si sia.

Ed allora, paradossalmente parlando,. si potrebbe dire che non è di  per sé il lavoro a risolvere il problema dei rapporti interpersonali, ma è come si vivono i rapporti interpersonali eventualmente a risolvere il problema del lavoro (e qui i vari sindacalisti dei lavoratori e dei datori di lavoro potrebbero mettersi a riflettere)… così come “non è il matrimonio a rendere felice chi si sposa, ma é chi si sposa a fare felice il suo matrimonio” ed anche “non è il vino che ubriaca, ma è l’uomo che si ubriaca”.

Questo per dire che lo stare bene o male nei rapporti interpersonali dipende in prima battuta da come la persona si relaziona con l’altra persona nel qui ed ora del suo esistere. E questa è “tenerezza” che nulla a che fare con il tenerume.

 Una cultura del genere a buona ragione si può chiamare “cultura delle buone relazioni”. A cominciare dalla buona relazione con se stessi che ci mette al riparo da attacchi nostalgici relativi al passato e ad incursioni di angoscia relativi al futuro,

In fondo in fondo non c’è alternativa a questa modalità esistenziale che a buona ragione potrebbe anche chiamarsi “ecologia relazionale”….

                                                                               (Gigi Avanti, consulente familiare)

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