MA GUARDA UN PO’…

        SPORCO E PULITO… ma come è possibile?

La storia che ci racconta uno dei nostri rabbini vale più di una  teoria: “Due uomini cadono dentro un camino Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Quello che ha la faccia sporca”, risponde l’interlocutore. “Sbagliato, – dice allora il rabbino – si lava quello che ha la faccia pulita. Vedendo il suo compagno sporco davanti a lui si dice: dal momento che lui è sporco, devo esserlo anch’io, dunque ho bisogno di andare a lavarmi. Mentre quello che è sporco, vedendo il suo compagno pulito, si dice: dal momento che lui è pulito devo esserlo anch’io. Dunque non ho bisogno di andare a lavarmi”. Ma poi il rabbino continua: “Due uomini cadono dentro il camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi”? “Quello con la faccia pulita”, risponde con entusiasmo il discepolo. “Sbagliato. Quello con la faccia sporca. Vedendo le sue mani coperte di fuliggine, si dice: sono sporco. Devo andare a lavarmi. Mentre quello con il viso pulito, vedendo che ha le mani pulite si dice: dal momento che non sono sporco non ho bisogno di lavarmi”… “Ho ancora una domanda da farti, – conclude il rabbino – due uomini cadono dentro un camino. Uno ne esce fuori con la faccia sporca di fuliggine, l’altro pulito. Chi dei due va a lavarsi?” “Sia quello sporco, sia quello pulito”, esclama trionfante il discepolo. “Sbagliato, – dice ancora il rabbino -. Se due uomini cadono in un camino è impossibile che solo uno dei due sia sporco. Devono per forza essere sporchi tutti e due! Quando un problema è mal posto, tutte le soluzioni sono false”.                                                                                                                

QUANDO DUE PERSONE CADONO DENTRO IL CAMINO DELLA VIOLENZA,  CHE SI TRATTI DI EBREI O MUSULMANI, CRISTIANI, INDUISTI O BUDDISTI, SONO ENTRAMBE SPORCHE. MA QUANDO DUE PERSONE SI IMMERGONO NELL’ UMILTÀ SONO ENTRAMBE PULITE, QUALI CHE SIANO LE LORO CONVINZIONI.

Tratto da: IL RE, IL SAGGIO E IL BUFFONE di Shafique Keshavjee (Einaudi 1998)

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PARLIAMOCI CHIARO

L’ARROGANZA DELL’IDEOLOGIA GENDER          (Nazareno Marconi, Vescovo di Macerata)

                                                                                          ( Da GESU’ MAESTRO – n. 3, 2015)                                                               

   Quando ho cominciato a interessarmi alla questione dell’ideologia Gender, la prima sensazione è stata di stupore. C’è un detto attribuito a Cicerone che recita: “Non esiste al mondo una idiozia così grande, che qualche filosofo non abbia già detto”.

    Cioè, le teorie, per quanto stupide, sono già state sostenute nel passato da qualcuno. Ma vi posso assicurare che, per quanto abbia ricercato, nel passato dell’umanità nessuno ha mai sostenuto che, se una donna si comporta da donna e  un  uomo da uomo, non solo nelle preferenze sessuali, ma anche negli atteggiamenti e nel modo di pensare e di vedere il mondo, questo non dipende dal fatto di avere una differenziazione sessuale fisica e cromosomica, ma solo dall’essere stati educati a giocare con le bambole le bambine e i bambini con i soldatini.

   Questa teoria strampalata è proprio in estrema sintesi, ciò che sostiene l’ideologia Gender. Ci sarebbe da riderci al bar, se non avesse conseguenze disastrose sul futuro dei nostri giovani.

   La differenziazione sessuale tra un uomo e una donna è così profonda che ogni cellula ne porta impresso il segno, nel suo corredo cromosomico, fin dal concepimento.

   Nei miei studi di archeologia, ho visto varie volte i resti di uno scheletro di migliaia di anni fa, che un bravo medico sapeva subito riconoscere come maschile o femminile.

   I segni della nostra differenziazione sessuale compaiono immediatamente con l’inizio della vita e restano molto oltre la nostra morte.

   La Bibbia ci dice che sono una parola che il Creatore ha posto nella carne umana  una vocazione per ogni persone, fin dall’ inizio. “maschio e femmina li creò”, invitandoli a vivere da uomo e da donna in una bellissima uguaglianza di dignità, pur nella diversità dei sessi.

   Così l’umanità ha vissuto per millenni, finché pochi attivisti molto agguerriti, del movimento omosessuale americano e poi mondiale, non vi hanno visto la soluzione di un loro problema.

   Per anni si erano impegnati a promuovere studi che mostrassero l’esistenza di un terzo sesso, si cercava un’origine genetica dell’omosessualità per rivendicare la loro condizione come “naturale”, pari a quella dei maschi e delle femmine.

   Tutto questo studio non trovò nulla, anzi diede forza a chi sosteneva che almeno la stragrande maggioranza degli omosessuali fossero persone condizionate da esperienze traumatiche o da pesantissimi condizionamenti ambientali.

   Allora si decise di cambiare strategia sposando l’ideologia Gender: non cercare più una base fisica e naturale dell’omosessualità, ma distruggere la base fisica e naturale della differenziazione sessuale.

   Avrebbero così potuto sostenere che, se tutti sono ciò che sono per l’influsso dell’ambiente, siamo tutti sullo stesso piano e la natura non ha nulla da dire né sull’ omosessualità né sulla eterosessualità.

   La molla di tutta questa passione, secondo alcuni esperti, sarebbe da ricercare nel fatto che chi vive l’omosessualità vive un disagio profondo. Si sente scisso tra sesso biologico e predisposizione affettiva e la risposta del movimento gay è che non deve cercare in sé le risposte per trovare equilibrio e pace, ma incolpare il mondo intero del fatto che ancora distingue tra uomini e donne.

   Secondo loro sarebbe questa distinzione a far soffrire le persone e andrebbe perciò eliminata. Non so se tutto questo sia esatto al cento per cento, ma la ricostruzione mi convince e spiega molte cose.

   Soprattutto mi permette di pensare che, chi si impegna a sostenere la teoria del Gender, cercando e trovando appoggi politici, con l’arroganza di chi sa manipolare i mass media, anche barando e dicendo grandi falsità pericolose, non è un malvagio incallito, ma solo una persona ferita che cerca in modo sbagliato di fare meglio.

   Credo perciò sia giusto ricercare la verità e smascherare la menzogna.. Non si tratta perciò, in questo campo, di fare una crociata contro qualcuno, ma di credere alla frase di Gesù: “Solo la verità vi farà liberi” (Gv. 8, 32).

   E’ nella ricerca della verità che libera tutti e permette di camminare sulla via del bene, che ho incoraggiato un cammino di conoscenza del problema da parte di tutti, con la collaborazione di tante associazioni e movimenti che hanno a cuore il bene dei nostri giovani e dei bambini.

   Pensate soltanto che a partire da questa idea derivano conseguenze del tipo: “Non ha nessuna importanza per un bambino se ha un padre o una madre, o due padri, o due madri, o tre o diciotto”.

   Questa dichiarazione è della presidente del movimento pro – adozioni gay “Famiglie arcobaleno”.

   Basterebbe controbattere che negli studi sui bambini accolti in orfanotrofi tutti tendono naturalmente a individuare tra chi li assiste, una figura maschile e una figura femminile, a cui si affezionano istintivamente, evidentemente ricercando un padre e una madre.

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Dialetticamente formidabile, psicologicamente congruo, antropologicamente scientifico, cristianamente tollerante, contenutisticamente assertivo e veritiero  Insomma è quanto di meglio ho trovato. Grazie don Neno. (Gigi Avanti)

 

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MEDITAZIONI…

commento omiletico della domenica 3 febbraio 2019

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FATICOSO CRESCERE… ma bello!

LE TRE CHIAVI  (quanta fatica per crescere…ma quanto è bello!)

 C’era una volta una principessa bionda che viveva felice con il suo papà, il re sole, in un paese meraviglioso. Non c’erano ombre nel paese del sole, ogni cosa ed ogni creatura godeva di una luce e di un colore particolari, Anche di notte, quando  il sole andava a dormire, brillava tutto perchè il cielo era pieno di stelle. Non c’era felicità  in quel paese, e non c’era dolore: questi abitavano al i là dei monti, in un altro regno sempre buio e sempre cupo, con rocce aspre e molto scoscese e spaventosi burroni da cui era difficile risalire.

Quando la principessa arrivò al suo 18° anno di età il re Sole le regalò Tre chiavi d’oro dentro uno scrigno, sopra il quale brillava un nome: Donna.

Non le spiegò nulla, non disse niente, ma da quel momento in poi la principessa fu presa dalla smania di cercare per tutto il regno delle porte che si potessero aprire con quelle chiavi.

Cominciò dal castello, poi nelle varie case, fino alle casupole più misere dei più lontani villaggi; dappertutto vi erano delle porte, ma nessuna si lasciava aprire da quelle chiavi. La principessa divenne sempre più impaziente e sempre più inquieta e il regno del sole le diventò sempre più angusto e limitato…

Un giorno, salendo su un’ alta montagna del suo regno, sempre continuando la sua ricerca, si affacciò su quello confinante, della infelicità e del dolore e vide che lontano, lontano, lontano apparivano porte che non aveva visto mai: bellissime, ma spaventose…

Intuiva che fra quelle avrebbe potuto esserci una porta importante per lei, e rimase a lungo a pensare: abbandonare il regno del sole, della felicità e della gioia solo per aprire quella porta… Ma la spinta era fortissima. Chiese aiuto al re sole e questi rispose semplicemente: “Se ti avessi voluto soltanto per me, non ti avrei regalato quello scrigno. Scegli il tuo destino e vai dove il cuore ti porta”.

E così la principessa si tolse i bei vestiti, nascose i suoi biondi capelli dentro ad un fazzoletto, prese poche cose con sé, e con lo scrigno con le chiavi, si avviò verso il mondo oscuro del dolore e dell’infelicità. La pioggia e il vento sferzavano il suo viso, i suoi piedi le si piagavano per quei viottoli scoscesi, ma lei continuava coraggiosamente ad andare avanti. Cadde dentro ad un  burrone, si ferì, ma trovò le forse per risalire; finì dentro ad un secondo, ad un terzo…

Era ormai stremata e decisa a finire così il suo viaggio quando si accorse che la porta era straordinariamente vicina e con un ultimo sforzo di volontà la raggiunse. Provò la prima chiave, poi la seconda… Con la mano che tremava provò la terza. La chiave girava bene nella serratura. E la principessa esultò di gioia; non aveva percorso quel doloroso cammino invano…

Ma quando la porta si aprì, dal suo profondo uscì un urlo di paura. Sotto la scritta CONSAPEVOLEZZA vi era uno specchio e questo le rimandava una immagine di sé che non conosceva. Per una metà era rimasta la bella principessa bionda figlia del Sole, ma l’altra metà era segnata dal dolore e dalla infelicità che l’avevano contagiata al suo passaggio nel loro regno.

L’occhio era pesto e pieno di pianto, ispidi i capelli, piegato in giù l’angolo della bocca, cadenti le spalle, chiusa in un pugno di rabbia la sua mano, raggrinzita e scura la pelle.

Avrebbe voluto richiudere la porta e tornare indietro, ma non fu più possibile. Poteva solo continuare il suo viaggio alla ricerca delle altre due porte portando con sé il suo corpo ormai inesorabilmente cambiato.

Ma non poteva pensare di farsi vedere così. E allora si velò, nascose quella sua parte brutta agli occhi degli altri, cercò sentieri poco battuti e poco conosciuti. Cercava di non mostrare quella sua parte dolente di cui tanto si vergognava.

Ma era però proprio quella parte che le dava energia quando era stanca, che la aiutava a trovare soluzione nelle difficoltà, che la faceva più attenta a cogliere le sfumature del mondo che la circondava.

Il cammino era sempre più faticoso, sempre più alte le montagne da scalare, sempre più difficile risalire dai burroni. Faceva molto freddo e la principessa dovette coprirsi sempre di più, sempre di più, lasciando scoperti soltanto i suoi occhi.

Ma così coperta e infagottata era sempre più faticoso proseguire e le cadute erano sempre più frequenti.

Finalmente riuscì ad arrivare alla porta successiva; anche questa era bellissima, ma spaventosa.

Provò la prima chiave, niente. La seconda chiave entrò facilmente nella serratura e la porta si aprì. Dalla porta aperta la principessa la principessa fu travolta da una gigantesca  ventata che si chiamava VERITÀ’  che la lasciò completamente nuda privandola di tutti i suoi vestiti.

Era arrivata nel paese dell’ AUTENTICITÀ’ dove il vento impediva a chiunque di nascondersi dentro i vestiti e tutti perciò giravano nudi; non c’erano anfratti dove nascondersi, non c’erano alibi ai tradimenti e nemmeno illusioni alle speranze.

Fu costretta così a mostrarsi così, mezza bella e mezza brutta, ma si accorse finalmente che non era la sola ad essere così. Anche gli altri erano mezzi belli e mezzi brutti e come lei attraversavano quel paese.

Ma la principessa non era ancora contenta, aveva ancora un ‘altra chiave con sé quindi un’ altra porta da aprire.

Senza quella terza ed ultima porta non aveva senso il suo viaggio.

Finalmente la trovò dopo molto girovagare e il cuore le sobbalzò dalla gioia. La chiave entrò facilmente e la porta lentamente si aprì.

Dietro quella porta il cui nome era INTIMITÀ’ la stava aspettando  un principe. Veniva dal regno degli ideali, aveva attraversato territori infidi e drammatici che si chiamavano realtà e limite. Anche lui era mezzo bello e mezzo brutto, la sua nudità ostentava profonde ferite che si chiamavano delusioni e fallimenti, ma aveva in mano uno scrigno su cui, a lettere d’oro, era scritto: UOMO.

Lui le disse: “Ti presento la mia libertà”. E lei gli rispose: “Ed io ti presento la mia”. E insieme si incamminarono verso un prato, pieno di margherite che avevano un cuore giallo, caldo e luminoso, come il loro, come quello che erano riusciti a conquistare attraverso mille peripezie…

Il regno dell’intimità li accolse in un tripudio di alberi fioriti… ed offrendosi ogni giorno, reciprocamente, le loro libertà vissero ANCHE felici e contenti.

                                               (Mercedes Indri De Carli, psicoterapeuta)

 

 

 

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Da Dio non si può pretendere nulla!

       COMMENTO OMILETICO    della domenica 3 febbraio 2019 (Lc. 4, 21 – 30)

 

   Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano stupiti  per le parole piene di grazia che pronunciava e si chiedevano: “Ma costui non è il figlio di Giuseppe?”.        Egli rispose: “Sono sicuro che mi citerete il proverbio ‘medico, cura te stesso’. Tutto ciò che abbiamo udito che è accaduto a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. Ed aggiunse: “In verità vi dico: nessun profeta è ben accetto nella sua patria: Vi dico inoltre: c’erano molte vedove in Israele al tempo del profeta Elia, quando per tre anni e sei mesi no cadde alcuna goccia di pioggia ed una grande carestia dilagò per tutto il paese; a nessuna di loro però fu mandato il profeta elia, ma solo ad una vedova di Sarepta, nella regione di Sidone. E c’erano molti lebbrosi in Israele ai tempi del profeta Eliseo; eppure a nessuno di loro fu dato il dono della guarigione, ma solo a Naam il Siro”.

   Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall’ira e, alzatisi, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situata la loro città per farlo precipitare giù. Egli, peròò, passando in mezzo a loro, se ne andò.

 

MEDITAZIONE:

 Sembra che nel brano di Luca appena letto qualcosa non torni dal punto di vista narrativo. Pare di scorgere, cioè, un brusco passaggio narrativo che lascia intendere che l’evangelista non riporti tutte le parole di Gesù e che unisca due o altri episodi distinti nel tempo. Questo, almeno, notano i biblisti.

   Tuttavia, però, nulla vieta di riuscire a ricavarne qualche nutrimento per meglio poter crescere nell’amore per Gesù e dedicarci, con solerzia, alla causa del suo Regno.

   Con solerzia, dico, lasciando perdere per strada la lusinga del pretendere da Lui un trattamento speciale.

   Cosa che sembrano aver fatto i suoi concittadini di Nazaret, che una volta avutolo finalmente tra loro, non gli hanno proprio riservato una accoglienza encomiabile, ma neppur formalmente civile. Anzi!

   I suoi concittadini, infatti,  sono riusciti a colpire l’area più intima e segreta della sua anima, quella dove ha sede la dignità di Figlio di Dio e di Messia. Sono riusciti a farlo sdegnare.

   Ed è fantastico sentire con quale divino sarcasmo Egli abbia loro risposto leggendo nei loro cuori i pensieri e le pretese di miracolo.

   E’ bellissima questa reazione stizzita di Gesù a fronte della loro pretesa di un trattamento speciale, a fronte della pretesa di vedere lo spettacolo di un miracolo per poi dedicargli l’applauso… e magari, ma non è proprio così sicuro, anche la fede.

   Quello che vuole insegnare Gesù è l’esatto contrario rispetto alla presunzione dei suoi concittadini: è la fede, seppur mendicante, a provocare il miracolo e non il contrario.

   La fede, è la fede a far sgorgare lo zampillo del miracolo dalle sorgenti più limpide e profonde dell’anima. Anche oggi.

   E la fede nasce dall’ amore. Chi ama ha fiducia totale. Chi ama Gesù non pretende nulla da Lui, non mercanteggia. Lo segue e basta.  

   Un’ultima considerazione sul celebre detto: “Nessuno è ben accolto dai suoi”, “Nessuno è profeta in casa propria”.

   Sembrerebbe, quindi, che ad essere più in difficoltà a lasciarsi andare alla fede semplice siano proprio coloro che si credono più vicini a Gesù… per tutta una serie di autoconvinzioni tutte da verificare.

   Non è forse la medesima dinamica che caratterizza alcune relazioni familiari?

Non capita, forse, che del buon samaritano in casa non se ne accorga nessuno dei suoi e che sia più gratificante fare il buon samaritano fuori casa, bene in vista e magari sotto i riflettori, che non esserlo in casa, silenziosamente e invisibilmente?

   Non è che sotto questo non riconoscimento del “profeta in patria” o del “samaritano domestico”, si nasconda una delle forme più occulte e  insidiose dell’invidia?

   Non è che ci si dimentichi troppo facilmente che “per invidia del diavolo entrò il male  nel mondo”?

http://www.gigiavanti.com

http://www.omelie.org

 

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Quando si è alle prese con il dolore

LA RAGAZZA E IL FIUME   (quando si è alle prese con il dolore…)

 C’era una volta un piccolo paese, con le casette bianche dal tetto rosso, tanti giardinetti fioriti, una piccola piazza con la chiesa e il campanile aguzzo.Gli abitanti vivevano serenamente, capaci di godere di quell’ armonia che avevano sapientemente costruito e che il villaggio nella sua struttura rispecchiava. Avevano solo un grandissimo problema: il fiume che scorreva lì vicino. Con le acque scure e profonde, spesso tumultuose e con quel nome orrendo: si chiamava Dolore. Invano gli abitanti avevano cercato di modificarlo con coloranti, schiumine profumate, galleggianti con lampioncini luminosi. Niente. La corrente portava via ogni cosa. Qualcuno aveva anche cercato di modificare la targhetta segnaletica; al posto di Dolore aveva scritto Gioia. Niente da fare. Uno spruzzo aveva ripristinato il vecchio nome.Un altro, più in gamba, aveva modificato solo un pezzetto: non DOL…ORE, ma DOL…CEZZA nella speranza di ingannarlo. Ma il fiume era inesorabile. E la targhetta rimase immutata.

Quando un bimbetto cominciava a camminare, subito gli veniva insegnato ad evitare con cura quelle sponde infide. I saggi del paese avevano costruito delle palizzate, piantato degli alberi. Tutto inutile. Il fiume sembrava ingovernabile. Così decisero di creare delle squadre di vigilanza e di pronto soccorso. Poiché, purtroppo, malgrado le raccomandazioni, le cautele, le leggi, qualcuno degli abitanti, prima o poi,, non si sa bene se da solo, o rapito dal fiume stesso, cadeva dentro a quelle acque terribili. Allora tutto  il paese si mobilitava.

 Il poveretto annaspava, si dibatteva, dalla riva, con altrettanta angoscia, partivano i tentativi di salvataggio. Funi, pertiche, salvagenti, gommoncini. Il fiume inesorabile portava via ogni cosa, e nella maggioranza dei casi il malcapitato moriva tra i flutti, arrabbiatissimo per non essere stato aiutato, lasciando tutti con un gran vuoto e un gran senso di colpa. E i saggi non riuscivano nemmeno a coordinare i tentativi di salvataggio anche quando facevano le esercitazioni nella piscina del Sindaco. Tutti infatti pensavano: e se stessi io dentro al fiume? E perdevano la testa.

Un giorno, per l’ennesima volta, gli abitanti stavano tentando di salvare una ragazza. Era caduta dentro al fiume perché essendo molto innamorata, fantasticava e sognava con la testa fra le nuvole pensando al suo amato bene, e…pluff. Ora si dibatteva disperata e ormai stava per essere sopraffatta dai flutti.

Per caso passava di lì uno straniero, un tipo poco rassicurante per il suo vestito strano. Ma aveva un aspetto imponente e una bellissima voce.

 “Non avere paura. Apri le braccia e lasciati andare, non opporre resistenza e il fiume ti sosterrà. Il suo nome è DOLORE, non MORTE. Se vuoi, sono qui per te. Se me lo chiederai posso buttarmi, ma non ti salverò. Posso solo condividere con te la stessa acqua, e sfiorando la tua mano con la mia, farti sentire meno sola. Oppure posso seguirti dalla riva, con il mio canto. Oppure stando zitto, pensarti con amore. Ma prima di chiedere aiuto pensaci bene. Forse puoi scoprire che dentro di te, una volta che non sprechi tutte le tue energie ad opporti al dolore, hai tante risorse e capacità che nemmeno pensi di possedere e non hai bisogno di me.”

Dall’ argine del fiume i saggi insorsero contro lo straniero: “Ma che sistemi!”

Sicuramente la ragazza sarebbe morta così. E riprovarono con le loro funi e il loro angosciato e angosciante incitamento: “Fai qualcosa, fai qualcosa. Prendi questo, afferra quest’altro. Non devi fare così, fai piuttosto colì. Sbrigati, altrimenti morirai”.

Ma la ragazza non volle ascoltarli più.

Qualcosa dentro si sé le disse che lo straniero aveva ragione. Solo la sua voce le aveva fatto passare la paura e piano piano, anche se l’acqua era fredda , dolciastra e schifosa e ogni momento rischiava di risucchiarla sotto, aveva risvegliato la fiducia. Allargò le braccia e rimase ferma, lasciandosi trasportare dalla corrente, anzi, piano piano, si accorse anche di assecondarla.

 E più la assecondava, il Dolore era meno tumultuoso e meno bruciante. E piano piano le acque del fiume, scendendo, si placavano.  E le permettevano di vedere il mondo circostante da  un’altra visuale.

Non più linee diritte, ma anche ondulate, non più solo colori accesi e definiti, ma anche toni sfumati e fusi uno nell’ altro.

Cominciò a pensare che stava acquistando qualcosa.

E qui il fiume Dolore, che nel frattempo si era definitivamente acquietato e addolcito la portò con sé e insieme si tuffarono nel mare.

In quelle acque immense il Dolore si sciolse e la ragazza scoprì che l’acqua che la sosteneva non era più la stessa. Aveva un altro sapore. Era salata. Perché nel mare è sciolto il SALE DELLA VITA.

    (Mercedes Indri De Carli, psicoterapeuta)

 

 

 

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Passeggiando….

                                                   V A R I E   per amici molto diversi…

 

“Se è pace che vuoi, cerca di cambiare te stesso, non gli altri. E’ più facile proteggersi i piedi con delle pantofole che ricoprire di tappeti tutta la terra”.(De Mello)

 “Se l’aver mangiato un frutto ha rovinato l’umanità, la salvezza sarà nell’atteggiamento contrario: nel guardare un frutto senza mangiarlo”. (Weil)

 “Cosa succederebbe se scoprissi che il mio stesso nemico si trova all’interno di me stesso, che sono io pertanto ad avere bisogno dell’elemosina della mia amabilità, che sono io il nemico da amare?” (Jung)

“Che cosa è Dio” domanda il bambino. La madre lo stringe fra le braccia e gli chiede: “Che cosa provi?” “Ti voglio bene”  risponde il bambino”. “Ecco, Dio è questo!” (Kieslowski)

 “Per un pipistrello il paradiso è pieno di pipistrelli”.

 

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