DA MEDITARE

Leggo che molti hanno già scritto delle bellissime parole

pronunciate dal maestro Giovanni Allevi. Qui vi riporto

cosa disse a Famiglia Cristiana tre anni fa tra le altre cose:

«La visione proposta oggi dal cristianesimo è assolutamente dirompente. L’attuale cultura dominante è infatti centrata sul nichilismo, per cui il nostro valore e la nostra identità dipendono esclusivamente da un giudizio e un riscontro esterno. Tutto il mondo dei social e dei talent show è fondamentalmente nichilista: contano il numero dei like e dei follower. Ecco allora sopraggiungere un’ansia diffusa, soprattutto tra i giovani: un disagio nuovo che i nostri genitori non conoscevano. Il risultato del nichilismo è un perenne senso di inadeguatezza, di esclusione dal mondo, di proiezione verso l’esterno nell’urgenza di dimostrare sempre di più. Il cristianesimo propone una visione opposta e ci dice: io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo. I filosofi direbbero uno statuto ontologico, un senso delle cose. Tutte le più grandi personalità dell’arte, della ricerca scientifica, del pensiero, non si sono mai curate del riscontro esterno; hanno inseguito le proprie visioni anche a costo di andare incontro all’incomprensione”».

E ancora:

«Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nonostante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza».

(Da Famiglia Cristiana del 7/1/2021)

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VICINO A CHI SOFFRE

SAPER RESTARE VICINO A CHI SOFFRE

Chi di noi non ha vissuto l’esperienza della sofferenza? Malattia e morte sono da sempre compagne della nostra vita e di quella delle persone a noi vicine.

Chi di noi non si è domandato il perché della sofferenza, specie della sofferenza dell’innocente? Questa domanda non ha risposta, ma può indurre l’anima credente a cercarla nello spazio infinito del mistero. Ed in questo spazio di mistero l’anima credente trova anche una soluzione operativa: quella dell’avere cura di chi soffre (anche di se stessi, quindi), quella del “saper restare” accanto a chi soffre. Prendo spunto da uno scritto di Massimo Recalcati.

 “Ne La peste Albert Camus descrive l’esperienza della malattia e della morte nella forma estrema di una epidemia pestilenziale. Paneloux, il sacerdote della città invasa dalla peste, tiene due prediche in due diversi momenti dell’ondata epidemica.

   Una all’inizio, quando la curva del contagio ha appena iniziato la sua tremenda impennata; l’altra nel suo punto più alto, quando i morti hanno prevalso sui vivi e l’avvenire è diventato pesantemente incerto.

   Nella prima predica il prete parla dal pulpito in una chiesa gremita di fronte a un popolo impaurito e smarrito. La sua voce è forte e ammonitrice e impone una lettura teologica della peste fondata sul principio della maledizione: il male che ci ha colpiti non è fatto estraneo al male che abbiamo fatto. La peste è il flagello che Dio ha scatenato contro l’uomo affinchè l’uomo possa comprendere la gravità dei suoi peccati.

    Ma tra la prima e la seconda predica il prete ha visto morire tra le sue braccia, in una lenta e straziante agonia, un bambino.  

   Nella seconda predica la voce del prete appare “più dolce e riflessiva”, le sue parole non hanno più alcun tono di rimprovero.

   Il suo ragionamento sovverte uno ad uno i principi teologici che avevano ispirato la sua prima predica: non è vero che la peste ha un significato morale, non è vero che in essa si manifesta la volontà di Dio, non è vero che è la sua punizione inflitta agli uomini per i loro peccati, non è vero che è un segno della Provvidenza.

   La sola cosa vera è che la peste è un male “inaccettabile” che porta la morte ovunque e che la nostra ragione non è in grado di spiegare perché la sua violenza resta in se stessa inspiegabile, illeggibile, senza ragione.

   Dunque cosa fare? E’ qui che le parole del prete illuminano il  presupposto di ogni esperienza umana della cura.

   Egli racconta che durante la grande pestilenza di Marsiglia, degli ottantuno religiosi presenti nel convento della Mercy solo quattro sopravvissero alla peste. E, di questi quattro, tre fuggirono per salvare la loro vita.

   Ma almeno uno fu capace di restare. E’ questa l’ultima parola che il prete consegna ai suoi fedeli: dobbiamo provare a essere quelli che sanno restare.

    Saper restare è effettivamente il nome primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello  di chi è caduto. In termini biblici è ciò che illumina la parola “Eccomi” che rende umana la cura non abbandonando nessuno alla violenza inaccettabile del male. Non dando senso al male, ma restando accanto a chi ne è colpito”.  (Massimo Recalcati, A PUGNI CHIUSI (Psicoanalisi del mondo contemporaneo), Feltrinelli, maggio 2023.

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MASSIME UTILI

MASSIME UTILI PER LA VITA

“Sì, forse l’estrema forma di saggezza consisterà proprio
nel lasciarsi guidare dalla vita”. (Diana Carnevale)
“Dio sa che esisto e questo mi basta”. (San Giovanni XXIII)
“La semplicità è la somma di tutte le virtù”. (San Padre Pio)
“Quando il male non dipende da noi: tacere, pregare, soffrire”.

(Evagrio Pontico)

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LA STORIELLA DELLA FARFALLA (L’amore per se stessi)

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SACRIFICIO ED EQUILIBRIO

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TRANQUILLITA’ DIALETTICA

 LA AFFASCINANTE PARTITA TRA SCIENZA E FEDE (O BIBBIA)

   Qualcuno le ha considerate in contrasto, scienza e fede. Qualcuno sembra godere nell’istigarle a sfidarsi  per ottenere l’una la vittoria contro l’altra, non rendendosi conto che questa dinamica del leggere ogni confronto in chiave di contrapposizione o contrasto potrebbe essere una dinamica di proiezione del loro proprio modo di porsi in relazione con chi non è della medesima idea. La cultura (ideologica) del contro penalizza il confronto, la collaborazione. Il narcisismo ideologico si porta appresso, fatalmente, l’annegamento del narcisista e la morte del confronto dialettico.

   In realtà, scienza e fede non sono in contrapposizione, non si sfidano per riuscire vincente l’una contro l’altra e se ne fanno un baffo  di coloro che con spocchia tipicamente razionale sentenziavano “Miracoli di oggi, scienza di domani”.

   Se ne fanno un baffo, scienza e fede, di costoro,  e simpatizzano molto, invece, per coloro  che sono arrivati a pensare: “Ci vuole tutta la vita per capire che non si può capire tutto” e “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”.

   Insomma scienza e fede mal tollerano la spocchia razional-scientista e simpatìzzano per l’umiltà del pensare.

   Nei quadernoni di Religione della terza elementare che frequenta a Roma la mia nipotina Ginevra trovo una sintesi stupenda e filosoficamente chiara riguardo alla competenza e ai limiti di Scienza e Bibbia.

   La Scienza da risposte sul Come e Quando la terra è stata formata. La Bibbia, dal canto suo, aggiunge il Chi e il Perché.

   Sul come, la risposta è il big bang, sul quando, molti miliardi di anni fa, sul chi la risposta è Dio e sul perché la risposta è per amore.

   Dove sta il disaccordo, il contrasto, la competizione, la sfida? Dove sta la contrapposizione? Non si tratta invece di sinergia, di collaborazione, di accordo nel pieno reciproco rispetto?

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(Gigi Avanti)

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PROPRIO COSI’

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SINERGIA E COLLABORAZIONE TRA INTELLIGENZA RAZIONALE E  INTELLLIGENZA SPIRITUALE (ad uso di Consulenti Familiari e non)

   La sinergia e collaborazione tra intelligenza razionale e intelligenza spirituale è possibile soltanto grazie ad una attitudine ad un modo di ragionare simpatizzante per la filosofia dell’et et (c’è del buono in questo e in quello) e non incline alla filosofia divisiva dell’aut aut (o questo o quello).

   Se si equipara l’intelligenza razionale alla  psicologia, si potrebbe osare di pensarla anche così: come la Filosofia veniva battezzata come “Ancilla Theologiae” (la Filosofia a  servizio della Teologia) si potrebbe parimenti arrivare a dire Psicologia “Ancilla Spiritualitatis” (la Psicologia a servizio della Spiritualità).

   Curioso e simpatico notare come tale l’espressione “Philosophia ancilla Theologiae” è moto antica e venne coniata da Papa Gregorio IX di  Anagni (1170 – 1241) . Questo per essere riconoscenti a tutti coloro chi nella storia  hanno voluto ( e vogliono) condividere i doni dei loro pensieri per il bene comune.

   Quanto tale argomentare  possa essere di aiuto per il nostro servizio professionale di ascolto consulenziale, sembra evidente.

   Tante e varie sono infatti le sofferenze che si incontrano nel servizio di ascolto professionale, sofferenze di cui il cliente-paziente non ha, sovente, consapevolezza perché radicate, tali sofferenze, nel profondo tenebroso dell’inconscio,  ragion per cui non andrebbe  dimenticata questa quasi sconsolata affermazione di Carl Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

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(Gigi Avanti)

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MOLTO BELLO!

EDUCARE ALL’AMORE

        (Luciano Zanardini)

C’è una tematica forte che dobbiamo avere il coraggio di riprendere in mano anche all’interno delle nostre famiglie: l’educazione all’amore. Lo dobbiamo alle nuove generazioni che, diversamente, imparano o credono di imparare ad amare seguendo i consigli più disparati dei coetanei o i consigli “interessati” che pescano nella rete.

Certo per poter educare all’amore dobbiamo anche formarci. Non basta essere genitori. Non basta l’esperienza di una moglie o di un marito.

Sappiamo bene quante difficoltà riscontriamo nella nostra quotidianità. Oggi non sappiamo amare. Confondiamo l’amore. Non possiamo poi stupirci delle violenze che occupano le prime pagine dei giornali: dagli stupri di gruppo alle richieste di aiuto delle donne vittime di violenza.

Non è un  problema estivo, è qualcosa di più: è il frutto di  una continua diseducazione dei sensi e degli affetti. Bisogna anche fare i conti con l’esposizione, fin da piccoli,  all’erotizzazione di qualsiasi comunicazione: dalla  musica alla pubblicità, passando attraverso lo sport.

Mi colpisce il dato secondo il quale la visione di materiale pornografico sembra ormai iniziare attorno agli 8 – 10 anni di età.

Come scrive Alessandro Di Medio: “crescere a pane e pornografia ha l’effetto, sempre più evidente, di tirare su una generazione insensibile agli affetti, ma va detto che un grave contributo a questa situazione è la rinuncia, da parte delle agenzie educative, a insegnare il limite e il dominio di sé.

Una famiglia, una società e, va detto, anche una Chiesa troppo spesso arrese alla pretesa edonistica dei giovani consumatori, ai quali sembra non si sia in grado di venire incontro se non con una rassegnata tolleranza (“i ragazzi sono ragazzi”), finchè non ci scappa il reato o, più ferialmente, non ci si rovina la vita in continui rapporti  fallimentari e puerili.

La Chiesa deve avere il coraggio, basato sul suo inalienabile dovere di formare e guidare le coscienze, di tornare a parlar con forza dl valore della castità, ovvero dell’importanza di integrare la sessualità nella personalità, quale funzione a servizio dell’amore..

In altri termini, almeno la Chiesa deve tornare a fare ai giovani proposte serie, radicali, esigenti perché votate alla bellezza, alla costruzione di qualcosa di importante”.

E noi da che parte stiamo? E’ arrivato, oggi più di ieri, il tempo della testimonianza.

Ma che cosa significa amare? “Dire ti amo – scrive Alessandro D’Avenia – è ormai troppo semplice. Amare una persona è farsi custode del suo destino”.

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Dalla rivista VITA FAMILIARE, 1 – 2023 dell’Istituto PRO FAMILIA – Brescia

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OGGI RAGIONO COSI’

TRE BREVI CONSIDERAZIONI SU “diversamente”, “benedire”, “perdonare”

  1. GLI AVVERBI SI LAMENTANO di essere adoperati strumentalmente.

   Da quando è entrato in vigore, nel frasario di costume, l’uso dell’avverbio “diversamente” si è generata una drammatica confusione, ha preso paradossalmente luce uno scenario nebbioso nel quale risulta difficile discernere la linea di demarcazione o il confine tra lecito e illecito, tra normale e non, tra bene e male.

   Ci si è incamminati, insomma, su un viottolo scivoloso e  pericoloso e sembra si stia raggiungendo un punto di non ritorno.

   Senza voler indagare le ragioni profonde e magari sonnecchianti nell’inconscio  a spiegazione di tale fenomenologia del pensare, è però opportuno e doveroso, se non  urgente, segnalare che tale modo di pensare e di argomentare dove la fa da padrone i’avverbio “diversamente” spesso in complicità con l’aggettivo “differente”, non è filosoficamente sano.

   Dire di chi è triste che è“diversamente felice” o sostenere che la situazione esistenziale dell’omosessualità possa dirsi essere quella di una “differente normalità” cancella con un colpo di spugna il discorso etico in generale incoraggiando qualsiasi comportamento e il suo contrario.

   Di questo passo si potrebbe anche parlare di “diversamente sano” per chi è malato, di “diversamente fedele” per chi tradisce moglie o marito, di “diversamente regolare” per chi è irregolare fino ad arrivare, sempre paradossalmente parlando, al punto di dire “diversamente vivo” per chi è morto.

   Opportuno ricordare che l’etimologia della parola “diversamente” è quella di “divergere”, il cui significato è quello di “allontanarsi”, allontanarsi cioè dalla strada maestra della normalità, della liceità, del bene, della verità.

  • LE BENEDIZIONI SI LAMENTANO di essere mal usate!

 Il “benedire”, infatti,  è una funzione che magari potrebbe “disfunzionare” quando qualcuno la volesse usare male. Il titolare primo del benedire è il Creatore, dalla quale  considerazione  deriva che potrebbe verificarsi un cortocircuito qualora qualcuno osasse “dire bene” di situazioni esistenziali irregolari, di peccato o comunque non propriamente in linea con il dato creaturale originario di cui, ripeto, è titolare Dio.

PERDONARE (e consequenzialmente benedire) comporta il riconoscimento del proprio stato di peccato.

La funzione del “perdonare” postula il previo riconoscimento, da parte della persona in situazione di fallo o di peccato, della propria situazione di bisogno di misericordia e, più ancora, richiede l’umile richiesta di venire perdonata. Va bene, come afferma qualcuno, partire dalla misericordia e non dal peccato, ma questo comporta di fare  come fece Gesù con l’adultera per la quale Egli ebbe “misericordia” (la perdonò) ma dopo aver rimosso il peccato che faceva da ostacolo alla “benedizione misericordiosa”.  

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http://www.gigiavanti.com

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LA STORIELLA DELLA FARFALLA

LA STORIELLA DELLA FARFALLA

Da Elisabetta Baldo, Principe o ranocchio?, Paoline, Milano 1996.

Amore e intimità possono entrare nella vostra vita solo attraverso la porta dell’amore verso voi stessi.

   Immaginati mentre passeggi nel bosco: una leggera brezza primaverile ti scompiglia i capelli e spazza via il grigiore dell’inverno. Il paesaggio è riposante. Sei solo e tranquillo. Non devi andare in nessun luogo e non hai fretta. Ti aggiri senza uno scopo preciso tra i  grandi alberi sentendo il profumo dei germogli di pino, odi il rumore dell’acqua che scorre e vedi un piccolo ruscello.

   All’improvviso davanti ai tuoi occhi appare un prato magnifico, un tappeto d’erba morbido e  verde ricco di fiori colorati. In mezzo al prato c’è un acero. Decidi di sederti sotto di lui e farti cullare dalla natura. Vuoi assopirti e contemporaneamente non vuoi perderti neppure un attimo di questa vista meravigliosa.

   Ed ecco che compare una farfalla, diversa da tutte le altre: i suoi colori sono vibranti e danza con tanta grazia davanti a te. Le sue ali ti sussurrano una melodia che incanta. Sei commosso  e sai, senza ombra di dubbio, che quella è la tua farfalla.. E’ come se venisse dal bozzolo del tuo cuore. Fai per prenderla , ma lei vola via. Ti alzi e la insegui. Non deve sfuggirti. Lei si muove vivacemente e per quanto tu possa anticiparne le mosse, fallisci nei tentativi per afferrarla.

   E’ come se la farfalla desiderasse di stare vicino a te, ma sa che l’uccideresti se riuscissi a prenderla. La insegui per tutto il prato. Quando ti protendi per afferrarla, lei vola lontano da te, ma quando ti fermi per riposarti un po’, lei ti viene più vicino. Sei sempre più confuso e il giorno lentamente trascorre.

   Hai consumato tutte le tue energie per dare la caccia alla farfalla e la stanchezza si fa sentire.

   Decidi per una pausa e ritorni a sederti sotto l’acero. La farfalla ti segue. Chiudi gli occhi e ricerchi nuovamente quella pace che hai avvertito all’inizio della giornata. Dopo un momento, la farfalla si posa dolcemente sul palmo della tua mano. Sei troppo stanco per muoverti.

Ora la possiedi e lei è ancora libera. Solo allora capisci: la farfalla è l’amore che hai per te stesso. Se le dai la caccia non l’avrai mai, se l’accetti liberamente, non ti abbandonerà mai.

L’amore che hai per te stesso sta sempre con te, non scacciarlo, ti aiuterà a proiettarti verso l’altro.

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Elisabetta Baldo – Silvia Della Morte, HO PAURA: COSA FACCIO? (Percorso educativo di fronte alla violenza sui minori in famiglia) Paoline 2007.

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