Archivi del mese: febbraio 2023

LA RIVOLUZIONE DELL’ANIMA

   La nostra epoca passerà alla storia come l’epoca del rumore, del chiasso, del frastuono, dell’urlare anziché del parlare, del sussurrare. Rumore, chiasso, frastuono, urla fanno male all’anima che è invece tarata sul silenzio. Il silenzio è l’habitat naturale di vita  dell’anima. E’ urgente e necessario quindi abitare questo silenzio, ascoltarlo.

    Ma per poterlo ascoltare occorre prima di tutto saperlo e volerlo rispettare, il silenzio. Dico “rispettare” il silenzio e non “fare silenzio” perché il silenzio non viene generato da noi quando stiamo zitti e non facciamo chiasso. Il silenzio esiste di per sé, occorre solo accorgersi della sua presenza e magari dargli lo spazio che gli compete,rispettarlo quindi.

   Sarà certamente capitato a molti di leggere la scritta “Silentium” sul frontespizio delle porte d’ingresso di sacrestie, conventi e analoghi luoghi custodi di preziosità antiche.

   Ed è proprio questa parola “silenzio” a suggerire considerazioni, probabilmente proficue,  sia sul piano psicologico che su quello spirituale.

   La parola silenzio infatti ha come radice il verbo latino “silére” che sta a significare il fruscìo della spiga di frumento nel suo schiudersi  (ssst, ssst).

   Già si intravvede una curiosa connessione tra silenzio, alimento, ascolto e, spingendoci oltre i confini del puro razionale, si intravvedono anche concatenazioni più suggestive  tra queste parole quali, ad esempio “ascoltare in silenzio”, “ascoltare il silenzio”, “silenzio terapeutico”, “silenzio eucaristico”.Trovo scritto: “Le parole servono la mente, i gesti servono il cuore, il silenzio serve l’anima”.

    Il silenzio, appunto. Trovo anche, dall’esperienza della vita, l’espressione (usata, abusata e non di rado urlata da docenti d’ogni grado): “Fate silenzio”, quasi fossero gli ascoltatori a generarlo, tale silenzio.

   Il silenzio non viene generato nel momento che qualcuno ci intima di “stare zitti”, il silenzio esiste di per sé, è una sorta di DNA del creato, qualcosa di ontologico, qualcosa come il sorriso invisibile del Creatore; è l’alveo naturale dell’essere che s’è fatto divenire, una sorta del dipanarsi  silenzioso del boato del big bang.

    Un divenire che, incomprensibilmente o misteriosamente, ha gravato l’essere caricandolo di pesantezze chiassose, rumorose, fuorvianti, alienanti.

   Occorre soltanto la delicatezza relazionale di fare spazio al silenzio, l’accortezza di dargli il suo posto, di tenercelo alleato nel tessere le relazioni interpersonali, di sfruttarne al meglio le sue potenzialità. Il silenzio è il luogo dove l’anima e  il suo Creatore si trovano maggiormente a loro agio, è il loro habitat naturale, è il luogo privilegiato dello stare insieme a livello profondo, anche tra le persone.

   E ciò senza per nulla sottovalutare la parola e il gesto, ma al contrario per potenziarle dal di dentro,  per dar loro anima e senso integrali.

   La rivalutazione del “silenzio”, dell’ascolto silenzioso va, paradossalmente parlando,  nella direzione opposta alla tendenza della cultura odierna, al martellamento parolaio, all’urlato delle opinioni personali, all’ostentato e pavoneggiante autoreferenziale narcisismo ideologico per il quale ci si fa una propria idea del reale, ci  si innamora della medesima  e si finisce per affogarvici dentro, e va anche nella direzione opposta a quella dello squallido e stucchevole consumismo commerciale di gesti gonfi di vacuità seduttiva  o erotica.

   Ci sono luoghi privilegiati dagli amanti del silenzio, tipo monasteri e conventi ed eremi. Alla domanda sul ruolo dei monasteri e dei monaci, un priore di Camaldoli (padre Barban) ebbe a dire: “Il loro compito credo sia quello di tramandare una eredità preziosa: quella del silenzio”.

   La rivalutazione del silenzio favorisce ed incoraggia la rivoluzione culturale dell’anima, di quell’anima non dotata, per natura creata,  di potenziale di attrazione fatto di  rumore, di chiasso, di frastuono, di proclami, di denunce, di ostentazione vanitosa di nudità, di spogliarelli seducenti. 

   La potenzialità seduttiva di cui è dotata l’anima è fatta di ammiccamenti suadenti, di soavi movenze possibili ad essere colte soltanto elevandosi all’altezza delle vette dove il silenzio canta e l’aria è di cristallo.

   E’ a questo livello di relazione (che la letteratura psicologica e quella spirituale concordano nel definire livello “intimo”) che avviene il “mirabilis”, il meraviglioso, il miracolo della guarigione, della ripresa, della risalita dal fondo del soffrire o, quanto meno, il “mirabilis” del riuscire a vivere nella serenità del qui ed ora,  tenendo a bada lamentazioni, recriminazioni, sospiri dolenti che coprono come nuvole nere l’azzurro del cielo. Si ricordi: “Le nuvole passano, il Cielo rimane”. (Gigi Avanti)

Suggerimento bibliografico:

Roberto Sarah (Con Nicolas Diat) LA FORZA DEL SILENZIO (Contro la dittatura del rumore), Prefazione di   Benedetto XVI),  Cantagalli 2017)

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CE LA SI PUO’ FARE… VOLENDO

 Quando si è afflitti da sofferenze croniche che avvelenano la vita, è bene ricordare quanto le scienze umanistiche hanno scoperto per potercene in qualche misura liberare.   E’ bene tenere presente che la guarigione da queste sofferenze implica una serie di passaggi e che il passaggio da una fase all’altra non è automatico e che sono previste anche fasi regressive; pur tuttavia è conveniente sapere che il traguardo finale della quiete esistenziale è possibile raggiungerlo..

QUESTE SONO LE  FASI PER UNA GRADUALE  GUARIGIONE DA SOFFERENZE INTERIORI LEGATE AD EVENTI RITENUTI NEGATIVI:

  • Rifiuto o negazione: (non accetto di essere stato ferito, offeso)
  • Collera, rabbia: (me la prendo con altri per essere stato ferito, offeso)
  • Patteggiamento; (decido di passarci sopra,  ma soltanto a certe condizioni)
  • Depressione: (me la prendo con me stesso per aver permesso di ferirmi, offendermi)
  • Accettazione: (mi conviene accettare questa ferita per vivere un nuovo equilibrio)

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   Viene riconosciuto da tutta la letteratura scientifica che una dinamica di sofferenza relazionale più o meno cronica legata ad eventi della vita passata (ed anche recente) dipende maggiormente dall’idea o interpretazione che ci si è fatta di questo evento che non dall’evento medesimo.

   “Il modo  in cui scegli di vedere il mondo (nel caso nostro “il modo in cui scegli di interpretare un evento”) crea il mondo che vediamo”.

   Se si vuole comunque guarire veramente da questo malanno che inquina le relazioni nel presente occorre  una umiltà di fondo capace di riconoscere che non è il “rancore”  (la parola rancore richiama quella di  “rancido” quasi a voler dire che un sentimento tenuto al chiuso irrancidisce) a produrre  effetti positivi, bensì il perdono (perdonare non cancella il passato, ma apre a un presente non rancoroso e a un futuro migliore).

   Va da sé che la dinamica del perdono non attiene soltanto ad uno sforzo etico di buona volontà, ma tocca e coinvolge i livelli più profondi, quindi spirituali più che psichici, dell’animo umano. Il perdono è una grazia da chiedere a Dio.

   Ed è proprio a questo livello più profondo che “anima” (spirito) ed “animus” (psiche) possono incontrarsi per dare avvio a quel percorso di perdono finalizzato ad un benessere esistenziale nel qui ed ora della quotidianità.

   Il prezzo da pagare è quello di una sottile sofferenza (quasi doglie del parto della nuova persona che si vuole essere) dovuta alla espulsione dall’utero della propria mente di tutti quei “ricordi negativi”, di quelle “recriminazioni”, di quelle “sozzure” che avevano occupato, come scomodissimi inquilini morosi, tale utero mentale.

   Mi si dirà che “non è facile”, alla cui obiezione rispondo, con una velatura di paradosso, che andrebbe espulso dall’utero mentale anche quel “non è facile”.

(Gigi Avanti)

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