FRAMMENTI DI ORDINARIA SOFFERENZA (ovvero meno ordini e più carezze…)

Due semplici domande rivolte ai giovani di una scuola superiore hanno fornito due serie di sorprendenti risposte.
La prima domanda era: “Quello che ci siamo sentiti dire da bambini” . Ed ecco le risposte: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare stai attento, hai fatto la cacca, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla ti ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi , peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, non lo puoi fare, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, prima devi finire, copriti, non stare al sole , stai al sole, non si parla con la bocca piena.
La seconda domanda era: “Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini.” Queste le risposte: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non ne hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quando non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stere insieme, dimmi se ho sbagliato.
Ho l’impressione che molti adulti siano quotidianamente in attesa di espressioni come queste. Ognuna è una invocazione di ascolto, di rispetto, di attenzione, d’amore. Ma perché questa nostra civiltà, così tecnicizzata e progredita, dimentica questa fondamentale esigenza dell’essere umano

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