Archivi categoria: Aforismi, poesie

Una serie di scritti, suggestioni, aforismi ed emozioni raccolti nel corso del tempo

CHI HA TEMPO NON ASPETTI TEMPO!

NON AVEVO TEMPO

   Tra le tante giornate nazionali o mondiali che si celebrano ogni giorno figura anche la “giornata del dono”. Per “dono” o “regalo” non si può intendere però solamente l’immensa “oggettistica” incaricata di comunicare affetti, riconoscenza, devozione. Fare regali è bello, ma ancor più bello è “donare il proprio tempo”.

   Infatti,la frettolosità che caratterizza molti istanti del nostro vivere i rapporti con le persone, penalizza di molto la capacità di donare il proprio tempo a chi si incontra.      Donare il proprio tempo, si propone come forma di regalo singolare e preziosa rispetto alla forma, pur bella, del regalare delle cose.

   Fare dono del tempo è fare dono di se stessi, è la forma più raffinata dell’amore, dell’amore gratuito. Come ha fatto Dio Padre donando al mondo se stesso nel Figlio Gesù grazie allo Spirito Santo al mondo. Gesù è il dono integrale del “tempo” che Dio Padre ha fatto all’umanità. Dio non ha sprecato tempo. Gesù è il tempo che Dio ha speso per noi, che ha dedicato a noi, che ha donato a noi.

   Capita spesso, quando due persone si incontrano e si stanno salutando, di sentir dire da una di loro: “Allora ti saluto, ma ci vediamo, ti telefono io”. Se l’altra persona, anziché rispondere con il formale “Si, va bene, ciao” , dovesse rispondere: “Quando?” metterebbe  in difficoltà il primo interlocutore perché costretto a dare una data, un orario.

   Tempo e spazio sono i contenitori del dono più bello e prezioso che si possa immaginare, il dono di se stessi nel “qui ed ora”, in totale semplicità e gratuità.

   Qui di seguito, il dono di questo bellissimo aneddoto sul quale meditare.

   Un giorno come oggi sono stato invitato a incontrare Dio ma non ho avuto tempo.

 Avevo sempre cose da fare a casa: lavoro, studi, amici.  Comunque, non ho mai

avuto tempo. Fino al momento  di morire e quando mi sono presentato davanti a Dio ho visto che aveva tra le mani un libro. Era il libro  della vita.

   Dio sfogliò le pagine del suo libro e disse: “Non ho trovato il tuo nome, stavo per

scriverlo una volta MA NON AVEVO TEMPO!”.

   In quel momento mi sono ricordato quei giorni in cui non avevo tempo per DIO.

Poi Lui è tornato, mi ha guardato negli occhi tristi  e con un sorriso angelico mi ha detto:

 “Non preoccuparti figlio mio, avrò sempre tempo per te. Tuttavia, adesso tornerai di

 nuovo sulla terra per insegnare questa lezione di vita che è:

NON DIRE MAI CHE NON HAI TEMPO PER DIO!”.

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I COLORI DELLA COPPIA

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DA MEDITARE

Leggo che molti hanno già scritto delle bellissime parole

pronunciate dal maestro Giovanni Allevi. Qui vi riporto

cosa disse a Famiglia Cristiana tre anni fa tra le altre cose:

«La visione proposta oggi dal cristianesimo è assolutamente dirompente. L’attuale cultura dominante è infatti centrata sul nichilismo, per cui il nostro valore e la nostra identità dipendono esclusivamente da un giudizio e un riscontro esterno. Tutto il mondo dei social e dei talent show è fondamentalmente nichilista: contano il numero dei like e dei follower. Ecco allora sopraggiungere un’ansia diffusa, soprattutto tra i giovani: un disagio nuovo che i nostri genitori non conoscevano. Il risultato del nichilismo è un perenne senso di inadeguatezza, di esclusione dal mondo, di proiezione verso l’esterno nell’urgenza di dimostrare sempre di più. Il cristianesimo propone una visione opposta e ci dice: io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo. I filosofi direbbero uno statuto ontologico, un senso delle cose. Tutte le più grandi personalità dell’arte, della ricerca scientifica, del pensiero, non si sono mai curate del riscontro esterno; hanno inseguito le proprie visioni anche a costo di andare incontro all’incomprensione”».

E ancora:

«Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nonostante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza».

(Da Famiglia Cristiana del 7/1/2021)

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VICINO A CHI SOFFRE

SAPER RESTARE VICINO A CHI SOFFRE

Chi di noi non ha vissuto l’esperienza della sofferenza? Malattia e morte sono da sempre compagne della nostra vita e di quella delle persone a noi vicine.

Chi di noi non si è domandato il perché della sofferenza, specie della sofferenza dell’innocente? Questa domanda non ha risposta, ma può indurre l’anima credente a cercarla nello spazio infinito del mistero. Ed in questo spazio di mistero l’anima credente trova anche una soluzione operativa: quella dell’avere cura di chi soffre (anche di se stessi, quindi), quella del “saper restare” accanto a chi soffre. Prendo spunto da uno scritto di Massimo Recalcati.

 “Ne La peste Albert Camus descrive l’esperienza della malattia e della morte nella forma estrema di una epidemia pestilenziale. Paneloux, il sacerdote della città invasa dalla peste, tiene due prediche in due diversi momenti dell’ondata epidemica.

   Una all’inizio, quando la curva del contagio ha appena iniziato la sua tremenda impennata; l’altra nel suo punto più alto, quando i morti hanno prevalso sui vivi e l’avvenire è diventato pesantemente incerto.

   Nella prima predica il prete parla dal pulpito in una chiesa gremita di fronte a un popolo impaurito e smarrito. La sua voce è forte e ammonitrice e impone una lettura teologica della peste fondata sul principio della maledizione: il male che ci ha colpiti non è fatto estraneo al male che abbiamo fatto. La peste è il flagello che Dio ha scatenato contro l’uomo affinchè l’uomo possa comprendere la gravità dei suoi peccati.

    Ma tra la prima e la seconda predica il prete ha visto morire tra le sue braccia, in una lenta e straziante agonia, un bambino.  

   Nella seconda predica la voce del prete appare “più dolce e riflessiva”, le sue parole non hanno più alcun tono di rimprovero.

   Il suo ragionamento sovverte uno ad uno i principi teologici che avevano ispirato la sua prima predica: non è vero che la peste ha un significato morale, non è vero che in essa si manifesta la volontà di Dio, non è vero che è la sua punizione inflitta agli uomini per i loro peccati, non è vero che è un segno della Provvidenza.

   La sola cosa vera è che la peste è un male “inaccettabile” che porta la morte ovunque e che la nostra ragione non è in grado di spiegare perché la sua violenza resta in se stessa inspiegabile, illeggibile, senza ragione.

   Dunque cosa fare? E’ qui che le parole del prete illuminano il  presupposto di ogni esperienza umana della cura.

   Egli racconta che durante la grande pestilenza di Marsiglia, degli ottantuno religiosi presenti nel convento della Mercy solo quattro sopravvissero alla peste. E, di questi quattro, tre fuggirono per salvare la loro vita.

   Ma almeno uno fu capace di restare. E’ questa l’ultima parola che il prete consegna ai suoi fedeli: dobbiamo provare a essere quelli che sanno restare.

    Saper restare è effettivamente il nome primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello  di chi è caduto. In termini biblici è ciò che illumina la parola “Eccomi” che rende umana la cura non abbandonando nessuno alla violenza inaccettabile del male. Non dando senso al male, ma restando accanto a chi ne è colpito”.  (Massimo Recalcati, A PUGNI CHIUSI (Psicoanalisi del mondo contemporaneo), Feltrinelli, maggio 2023.

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MASSIME UTILI

MASSIME UTILI PER LA VITA

“Sì, forse l’estrema forma di saggezza consisterà proprio
nel lasciarsi guidare dalla vita”. (Diana Carnevale)
“Dio sa che esisto e questo mi basta”. (San Giovanni XXIII)
“La semplicità è la somma di tutte le virtù”. (San Padre Pio)
“Quando il male non dipende da noi: tacere, pregare, soffrire”.

(Evagrio Pontico)

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LA STORIELLA DELLA FARFALLA (L’amore per se stessi)

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SACRIFICIO ED EQUILIBRIO

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TRANQUILLITA’ DIALETTICA

 LA AFFASCINANTE PARTITA TRA SCIENZA E FEDE (O BIBBIA)

   Qualcuno le ha considerate in contrasto, scienza e fede. Qualcuno sembra godere nell’istigarle a sfidarsi  per ottenere l’una la vittoria contro l’altra, non rendendosi conto che questa dinamica del leggere ogni confronto in chiave di contrapposizione o contrasto potrebbe essere una dinamica di proiezione del loro proprio modo di porsi in relazione con chi non è della medesima idea. La cultura (ideologica) del contro penalizza il confronto, la collaborazione. Il narcisismo ideologico si porta appresso, fatalmente, l’annegamento del narcisista e la morte del confronto dialettico.

   In realtà, scienza e fede non sono in contrapposizione, non si sfidano per riuscire vincente l’una contro l’altra e se ne fanno un baffo  di coloro che con spocchia tipicamente razionale sentenziavano “Miracoli di oggi, scienza di domani”.

   Se ne fanno un baffo, scienza e fede, di costoro,  e simpatizzano molto, invece, per coloro  che sono arrivati a pensare: “Ci vuole tutta la vita per capire che non si può capire tutto” e “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano”.

   Insomma scienza e fede mal tollerano la spocchia razional-scientista e simpatìzzano per l’umiltà del pensare.

   Nei quadernoni di Religione della terza elementare che frequenta a Roma la mia nipotina Ginevra trovo una sintesi stupenda e filosoficamente chiara riguardo alla competenza e ai limiti di Scienza e Bibbia.

   La Scienza da risposte sul Come e Quando la terra è stata formata. La Bibbia, dal canto suo, aggiunge il Chi e il Perché.

   Sul come, la risposta è il big bang, sul quando, molti miliardi di anni fa, sul chi la risposta è Dio e sul perché la risposta è per amore.

   Dove sta il disaccordo, il contrasto, la competizione, la sfida? Dove sta la contrapposizione? Non si tratta invece di sinergia, di collaborazione, di accordo nel pieno reciproco rispetto?

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(Gigi Avanti)

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PROPRIO COSI’

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SINERGIA E COLLABORAZIONE TRA INTELLIGENZA RAZIONALE E  INTELLLIGENZA SPIRITUALE (ad uso di Consulenti Familiari e non)

   La sinergia e collaborazione tra intelligenza razionale e intelligenza spirituale è possibile soltanto grazie ad una attitudine ad un modo di ragionare simpatizzante per la filosofia dell’et et (c’è del buono in questo e in quello) e non incline alla filosofia divisiva dell’aut aut (o questo o quello).

   Se si equipara l’intelligenza razionale alla  psicologia, si potrebbe osare di pensarla anche così: come la Filosofia veniva battezzata come “Ancilla Theologiae” (la Filosofia a  servizio della Teologia) si potrebbe parimenti arrivare a dire Psicologia “Ancilla Spiritualitatis” (la Psicologia a servizio della Spiritualità).

   Curioso e simpatico notare come tale l’espressione “Philosophia ancilla Theologiae” è moto antica e venne coniata da Papa Gregorio IX di  Anagni (1170 – 1241) . Questo per essere riconoscenti a tutti coloro chi nella storia  hanno voluto ( e vogliono) condividere i doni dei loro pensieri per il bene comune.

   Quanto tale argomentare  possa essere di aiuto per il nostro servizio professionale di ascolto consulenziale, sembra evidente.

   Tante e varie sono infatti le sofferenze che si incontrano nel servizio di ascolto professionale, sofferenze di cui il cliente-paziente non ha, sovente, consapevolezza perché radicate, tali sofferenze, nel profondo tenebroso dell’inconscio,  ragion per cui non andrebbe  dimenticata questa quasi sconsolata affermazione di Carl Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

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(Gigi Avanti)

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MOLTO BELLO!

EDUCARE ALL’AMORE

        (Luciano Zanardini)

C’è una tematica forte che dobbiamo avere il coraggio di riprendere in mano anche all’interno delle nostre famiglie: l’educazione all’amore. Lo dobbiamo alle nuove generazioni che, diversamente, imparano o credono di imparare ad amare seguendo i consigli più disparati dei coetanei o i consigli “interessati” che pescano nella rete.

Certo per poter educare all’amore dobbiamo anche formarci. Non basta essere genitori. Non basta l’esperienza di una moglie o di un marito.

Sappiamo bene quante difficoltà riscontriamo nella nostra quotidianità. Oggi non sappiamo amare. Confondiamo l’amore. Non possiamo poi stupirci delle violenze che occupano le prime pagine dei giornali: dagli stupri di gruppo alle richieste di aiuto delle donne vittime di violenza.

Non è un  problema estivo, è qualcosa di più: è il frutto di  una continua diseducazione dei sensi e degli affetti. Bisogna anche fare i conti con l’esposizione, fin da piccoli,  all’erotizzazione di qualsiasi comunicazione: dalla  musica alla pubblicità, passando attraverso lo sport.

Mi colpisce il dato secondo il quale la visione di materiale pornografico sembra ormai iniziare attorno agli 8 – 10 anni di età.

Come scrive Alessandro Di Medio: “crescere a pane e pornografia ha l’effetto, sempre più evidente, di tirare su una generazione insensibile agli affetti, ma va detto che un grave contributo a questa situazione è la rinuncia, da parte delle agenzie educative, a insegnare il limite e il dominio di sé.

Una famiglia, una società e, va detto, anche una Chiesa troppo spesso arrese alla pretesa edonistica dei giovani consumatori, ai quali sembra non si sia in grado di venire incontro se non con una rassegnata tolleranza (“i ragazzi sono ragazzi”), finchè non ci scappa il reato o, più ferialmente, non ci si rovina la vita in continui rapporti  fallimentari e puerili.

La Chiesa deve avere il coraggio, basato sul suo inalienabile dovere di formare e guidare le coscienze, di tornare a parlar con forza dl valore della castità, ovvero dell’importanza di integrare la sessualità nella personalità, quale funzione a servizio dell’amore..

In altri termini, almeno la Chiesa deve tornare a fare ai giovani proposte serie, radicali, esigenti perché votate alla bellezza, alla costruzione di qualcosa di importante”.

E noi da che parte stiamo? E’ arrivato, oggi più di ieri, il tempo della testimonianza.

Ma che cosa significa amare? “Dire ti amo – scrive Alessandro D’Avenia – è ormai troppo semplice. Amare una persona è farsi custode del suo destino”.

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Dalla rivista VITA FAMILIARE, 1 – 2023 dell’Istituto PRO FAMILIA – Brescia

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